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Subject: ambiente
in realtà stime più realistiche (50-55 mila barili al giorno) venivano già fornite pochi giorni dopo il disastro, ma nesuno ha pensato bene di darne risalto.
le associazioni ambientaliste non hanno mai grande risalto, purtroppo.
le associazioni ambientaliste non hanno mai grande risalto, purtroppo.
link per chi non si ricordasse dell'eco-casino
come fare a dimenticare un disastro del genere? e lo scempio ed la superficialità con cui è stato risolto...
come fare a dimenticare un disastro del genere? e lo scempio ed la superficialità con cui è stato risolto...
Marea nera. Dipendente Bp: da tempo c'era una falla mai riparata
Blocco otturazione guasto: "andava chiuso, non è stato fatto"
Londra, 21 giu. (Apcom) - Un dipendente della piattaforma Deepwater Horizon, affondata due mesi fa nel Golfo del Messico provocando una falla in fondo al mare da cui fuoriescono ogni giorno migliaia di barili di greggio, è stato testimone di una fuga di petrolio da un importante sistema di sicurezza già alcune settimane prima dell'esplosione, ma ha assicurato che il problema non è mai stato risolto. Tyrone Benton ha detto alla Bbc che la riparazione avrebbe cessato la produzione, in un momento in cui l'estrazione del petrolio aveva un costo giornaliero di 500.000 dollari. BP, d'altra parte, ha segnalato che il responsabile dell'attrezzatura difettosa era il proprietario della piattaforma Transocean, mentre quest'ultima ha assicurato che questo meccanismo era stato testato con successo prima dell'incidente. "Abbiamo visto una fuga nel blocco di otturazione, ne abbiamo informato la società, hanno una sala di controllo dalla quale possono chiudere questo blocco ed attivarne un altro dello stesso tipo senza bisogno di fermare la produzione", ha riferito Benton. "Non dovevano fare altro che chiuderlo e passare a un altro", ha insistito. (fonte afp) Copyright APCOM (c) 2008
Blocco otturazione guasto: "andava chiuso, non è stato fatto"
Londra, 21 giu. (Apcom) - Un dipendente della piattaforma Deepwater Horizon, affondata due mesi fa nel Golfo del Messico provocando una falla in fondo al mare da cui fuoriescono ogni giorno migliaia di barili di greggio, è stato testimone di una fuga di petrolio da un importante sistema di sicurezza già alcune settimane prima dell'esplosione, ma ha assicurato che il problema non è mai stato risolto. Tyrone Benton ha detto alla Bbc che la riparazione avrebbe cessato la produzione, in un momento in cui l'estrazione del petrolio aveva un costo giornaliero di 500.000 dollari. BP, d'altra parte, ha segnalato che il responsabile dell'attrezzatura difettosa era il proprietario della piattaforma Transocean, mentre quest'ultima ha assicurato che questo meccanismo era stato testato con successo prima dell'incidente. "Abbiamo visto una fuga nel blocco di otturazione, ne abbiamo informato la società, hanno una sala di controllo dalla quale possono chiudere questo blocco ed attivarne un altro dello stesso tipo senza bisogno di fermare la produzione", ha riferito Benton. "Non dovevano fare altro che chiuderlo e passare a un altro", ha insistito. (fonte afp) Copyright APCOM (c) 2008
questo tizio lo legano ad un missile x spararlo su marte...
non penso, sono in inghilterra non in italia
in italia sarebbe già in fondo al mare vicino al pozzo con i piedi in un blocco di cemento ...
in italia sarebbe già in fondo al mare vicino al pozzo con i piedi in un blocco di cemento ...
Il «supersalmone» Ogm spacca gli Usa
La varietà geneticamente modificata cresce al doppio della velocità normale. «Ignoti i rischi»
NEW YORK – Frankenstein sul piatto o panacea per sfamare i poveri del pianeta? L’arrivo sulla tavola degli americani di un «supersalmone» OGM, in grado di crescere al doppio della velocità degli altri, torna a spaccare in due gli Usa, scatenando un acceso dibattito anche da noi in Italia dove un'indagine Coldiretti/Swg rivela che quasi 3 cittadini su 4 sono contrari ai cibi transgenici. Secondo quanto riferisce in prima pagina il New York Times, la Food and Drug Administration avrebbe già dato il via libera a 5 dei 7 dossier presentati dalla AquaBounty Technologies, che da ormai dieci anni cerca di commercializzare il suo salmone transgenico: una specie Atlantica che ha al suo interno un gene di salmone Chinook, e uno di Zoarces americanus, un lontano parente del salmone. Se l’FDA darà il suo assenso, l'arrivo sulle tavole è previsto nel giro di due o tre anni.
«La modifica del Dna fa sì che il pesce produca l'ormone della crescita anche d'inverno - spiega il Times - e quindi raggiunga il peso adatto per la vendita in 18 mesi anziché tre anni». «Il nostro obiettivo non è ottenere salmoni giganti, ma salmoni di dimensioni normali in meno tempo – tiene a precisare Ronald Stotish, AD della AquaBounty Technologies – possiamo fornire un importante contributo per rispondere al fabbisogno di cibo del pianeta, usano meno risorse».
Ma contro le presunte buone intenzioni del gigante OGM di Waltham, in Massachusetts, si sono subito mobilitati gruppi di consumatori e ambientalisti. Persino all’interno dell’FDA c’è chi preme per classificare il supersalmone con un’etichetta OGM, contravvenendo alla norma federale che non richiede alcun tipo di marchio differenziato per le colture transgeniche che ormai dominano nei supermercati Usa. E sono consumate tutti i giorni da milioni di consumatori ignari.
Secondo gli esperti l'eventuale approvazione del supersalmone potrebbe spalancare la strada ad altre specie Ogm attualmente allo studio. Dall’enviropig, un maiale studiato da un'università canadese che produce meno inquinamento da fosforo nei liquami, alla mucca resistente al morbo della mucca pazza. Poiché l’escalation di cibi transgenici sarebbe inarrestabile, mette in guardia Margaret Mellon, portavoce di Union of Concerned Scientists, «non ci sarebbe abbastanza tempo per valutarne i possibili rischi per la salute e l’ambiente».
Anche il rischio di un contatto tra i pesci Ogm e quelli normali preoccupa molto gli esperti. Uno studio pubblicato nel 2004 dalla rivista Pnas ha dimostrato che in un ambiente con poco cibo i salmoni transgenici sono in gradi di sopraffare gli altri per accaparrarsi le risorse, arrivando persino al cannibalismo.
corriere
cosa non si fa per sfamare le popolazioni povere del mondo................................................................
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La varietà geneticamente modificata cresce al doppio della velocità normale. «Ignoti i rischi»
NEW YORK – Frankenstein sul piatto o panacea per sfamare i poveri del pianeta? L’arrivo sulla tavola degli americani di un «supersalmone» OGM, in grado di crescere al doppio della velocità degli altri, torna a spaccare in due gli Usa, scatenando un acceso dibattito anche da noi in Italia dove un'indagine Coldiretti/Swg rivela che quasi 3 cittadini su 4 sono contrari ai cibi transgenici. Secondo quanto riferisce in prima pagina il New York Times, la Food and Drug Administration avrebbe già dato il via libera a 5 dei 7 dossier presentati dalla AquaBounty Technologies, che da ormai dieci anni cerca di commercializzare il suo salmone transgenico: una specie Atlantica che ha al suo interno un gene di salmone Chinook, e uno di Zoarces americanus, un lontano parente del salmone. Se l’FDA darà il suo assenso, l'arrivo sulle tavole è previsto nel giro di due o tre anni.
«La modifica del Dna fa sì che il pesce produca l'ormone della crescita anche d'inverno - spiega il Times - e quindi raggiunga il peso adatto per la vendita in 18 mesi anziché tre anni». «Il nostro obiettivo non è ottenere salmoni giganti, ma salmoni di dimensioni normali in meno tempo – tiene a precisare Ronald Stotish, AD della AquaBounty Technologies – possiamo fornire un importante contributo per rispondere al fabbisogno di cibo del pianeta, usano meno risorse».
Ma contro le presunte buone intenzioni del gigante OGM di Waltham, in Massachusetts, si sono subito mobilitati gruppi di consumatori e ambientalisti. Persino all’interno dell’FDA c’è chi preme per classificare il supersalmone con un’etichetta OGM, contravvenendo alla norma federale che non richiede alcun tipo di marchio differenziato per le colture transgeniche che ormai dominano nei supermercati Usa. E sono consumate tutti i giorni da milioni di consumatori ignari.
Secondo gli esperti l'eventuale approvazione del supersalmone potrebbe spalancare la strada ad altre specie Ogm attualmente allo studio. Dall’enviropig, un maiale studiato da un'università canadese che produce meno inquinamento da fosforo nei liquami, alla mucca resistente al morbo della mucca pazza. Poiché l’escalation di cibi transgenici sarebbe inarrestabile, mette in guardia Margaret Mellon, portavoce di Union of Concerned Scientists, «non ci sarebbe abbastanza tempo per valutarne i possibili rischi per la salute e l’ambiente».
Anche il rischio di un contatto tra i pesci Ogm e quelli normali preoccupa molto gli esperti. Uno studio pubblicato nel 2004 dalla rivista Pnas ha dimostrato che in un ambiente con poco cibo i salmoni transgenici sono in gradi di sopraffare gli altri per accaparrarsi le risorse, arrivando persino al cannibalismo.
corriere
cosa non si fa per sfamare le popolazioni povere del mondo................................................................
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moria di pesci nel lambro, cause ancora ignote
io un idea ce l'avrei... ma sono un comunista solo al pensarlo.
io un idea ce l'avrei... ma sono un comunista solo al pensarlo.
uhm... li dice che è successo a monte dello sversamento di petrolio.
Se si tratta di 100 metri ok, ma se è a monte di qualche Km credo che sia impossibile collegare gli eventi.
Se si tratta di 100 metri ok, ma se è a monte di qualche Km credo che sia impossibile collegare gli eventi.
Se si tratta di 100 metri ok, ma se è a monte di qualche Km credo che sia impossibile collegare gli eventi.
non avevo letto, ma c'è anche da dire che i pesci si muovono in acqua ^_^
non avevo letto, ma c'è anche da dire che i pesci si muovono in acqua ^_^
Scarse piogge e poco ossigeno nell'acqua: è strage di pesci nel fiume Lambro
La moria registrata in un tratto che attraversa il Parco di Monza, non lontano da dove venne sversato il petrolio
MONZA - Decine di pesci morti a galleggiare sull'acqua o incastrati tra le sterpaglie che costeggiano le rive. Dopo l'allarme inquinamento del 23 febbraio scorso, quando nel fiume fu riversata un'enorme quantitá di idrocarburi, il Lambro deve affrontare un'improvvisa moria di pesci. A partire dal tardo pomeriggio di venerdì le guardie ecologiche del Parco Regionale della Valle del Lambro hanno notato la presenza di alcune decine di pesci morti nel tratto di fiume che va da Cascina San Giorgio a Villasanta, all'interno del Parco di Monza. Si tratta di una zona a monte del punto in cui venne sversato il petrolio a febbraio.
Moria di pesci nel Lambro
Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro
GLI ACCERTAMENTI - I tecnici del Parco e i tecnici dell'Arpa hanno effettuato delle analisi delle acque del fiume. Non sono state trovate sostanze inquinanti. È stata rilevata, invece, una presenza inferiore alla media di ossigeno (7,7 mlg per litro contro una media stagionale di 9.2 mlg per litro).
ACQUA TROPPO BASSA - La maggior parte di pesci morti è stata rinvenuta «in tratti di fiume dove l'acqua era molto poca, con temperatura molto alta e dove la presenza di ossigeno era particolarmente bassa», spiegano gli esperti. Elementi che portano a ritenere che la morte sia da attribuire «non a un'azione inquinante, ma a cause naturali e in particolare da tre fattori: scarsità delle piogge, scarsità dell'acqua del fiume e mancanza di ossigeno».
per fortuna che ha piovuto poco nelle settimane passate... se pioveva di più dovevo uscire con il gommone al mattino.
La moria registrata in un tratto che attraversa il Parco di Monza, non lontano da dove venne sversato il petrolio
MONZA - Decine di pesci morti a galleggiare sull'acqua o incastrati tra le sterpaglie che costeggiano le rive. Dopo l'allarme inquinamento del 23 febbraio scorso, quando nel fiume fu riversata un'enorme quantitá di idrocarburi, il Lambro deve affrontare un'improvvisa moria di pesci. A partire dal tardo pomeriggio di venerdì le guardie ecologiche del Parco Regionale della Valle del Lambro hanno notato la presenza di alcune decine di pesci morti nel tratto di fiume che va da Cascina San Giorgio a Villasanta, all'interno del Parco di Monza. Si tratta di una zona a monte del punto in cui venne sversato il petrolio a febbraio.
Moria di pesci nel Lambro
Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro Moria di pesci nel Lambro
GLI ACCERTAMENTI - I tecnici del Parco e i tecnici dell'Arpa hanno effettuato delle analisi delle acque del fiume. Non sono state trovate sostanze inquinanti. È stata rilevata, invece, una presenza inferiore alla media di ossigeno (7,7 mlg per litro contro una media stagionale di 9.2 mlg per litro).
ACQUA TROPPO BASSA - La maggior parte di pesci morti è stata rinvenuta «in tratti di fiume dove l'acqua era molto poca, con temperatura molto alta e dove la presenza di ossigeno era particolarmente bassa», spiegano gli esperti. Elementi che portano a ritenere che la morte sia da attribuire «non a un'azione inquinante, ma a cause naturali e in particolare da tre fattori: scarsità delle piogge, scarsità dell'acqua del fiume e mancanza di ossigeno».
per fortuna che ha piovuto poco nelle settimane passate... se pioveva di più dovevo uscire con il gommone al mattino.
Petrolio: Legambiente, 100 nuove trivelle pronte a perforare mare e terra
Secondo il dossier nazionale Texas Italia di Legambiente presentato oggi da Goletta Verde a Monopoli (Ba), fino ad oggi in Italia sono stati rilasciati 95 permessi di ricerca di idrocarburi, di cui 24 a mare, interessando un'area di circa 11 mila chilometri quadrati (kmq), e 71 a terra, per oltre 25 mila kmq
Roma, 12 lug. - (Adnkronos) - La ricerca del petrolio in Italia non cessa anzi si intensifica e 100 nuove trivelle sono pronte a perforare terra e mare. Una situazione che allarma Legambiente dopo le recenti polemiche, sollevate anche dopo il disastro ambientale della marea nera nel Golfo del Messico, e nonostante il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, abbia inserito nuovi paletti sulle distanze dalle coste nella riforma del codice ambientale. Ad oggi nel Belpaese sono stati rilasciati 95 permessi di ricerca di idrocarburi, di cui 24 a mare, interessando un'area di circa 11 mila chilometri quadrati (kmq), e 71 a terra, per oltre 25 mila kmq. A queste si devono aggiungere le 65 istanze presentate solo negli ultimi due anni, di cui ben 41 a mare per una superficie di 23 mila kmq. E' quanto emerge dal dossier nazionale Texas Italia di Legambiente, presentato oggi da Goletta Verde a Monopoli (Ba), in occasione della Tavola Rotonda ''La minaccia del petrolio sul futuro sostenibile della Puglia''.
Legambiente denuncia che "la corsa all'oro nero italiano, rilanciata in ragione di una presunta indipendenza energetica, stando alla localizzazione delle riserve disponibili, riguarda in particolare il mare e non risparmia neanche le Aree Marine Protette. Sono interessati il mar Adriatico centro-meridionale, lo Ionio e il Canale di Sicilia".
Tra le ultime istanze presentate c'e' la richiesta della Petroceltic Italia di permessi di ricerca nell'intero specchio di mare compreso tra la costa teramana, il Gargano e le isole Tremiti. Queste ultime in particolare sono minacciate anche da un'altra richiesta per un'area di mare di 730 kmq a ridosso delle isole. Sotto assedio anche mare e coste sarde, sulle quali pendono due recenti istanze della Saras e due piu' vecchie della Puma Petroleum, per un totale di 1.838 kmq nel golfo di Oristano e di Cagliari; la stessa societa' detiene una richiesta anche nello splendido specchio di mare tra l'isola d'Elba e quella di Montecristo, 643 kmq in pieno Santuario dei Cetacei all'interno del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano.
Legambiente sottolinea la notizia di questi giorni, relativa alla partenza di una nave commissionata dalla Shell, che ha il compito di eseguire studi e prospezioni per individuare quello che viene considerato, usando le parole della stessa Shell Italia ''un autentico tesoro'' che porterebbe l'Italia a confermarsi ''il Paese con piu' idrocarburi dell'Europa continentale''. Peccato che - continua Legambiente - anche in questo caso le attivita' estrattive mal si combinerebbero con l'Area Marina Protetta delle isole Egadi e con un'economia basata prevalentemente su turismo e pesca.
Nei nostri mari oggi operano 9 piattaforme per un totale di 76 pozzi, da cui si estrae olio greggio. Due sono localizzate di fronte la costa marchigiana (Civitanova Marche - MC), tre di fronte quella abruzzese (Vasto - CH) e le altre quattro nel canale di Sicilia di fronte il tratto di costa tra Gela e Ragusa. Passando dal mare alla terra, le aree del Paese interessate dall'estrazione di idrocarburi sono la Basilicata, storicamente sede dei piu' grandi pozzi e dove si estrae oltre il 70% del petrolio nazionale proveniente dai giacimenti della Val d'Agri (Eni e Shell), l'Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia, il Molise, il Piemonte e la Sicilia.
Complessivamente lo scorso anno in Italia sono state estratte 4,5 milioni di tonnellate di petrolio, circa il 6% dei consumi totali nazionali di greggio. Ma la quantita' rischia di aumentare, perche' stanno aumentando sempre di piu' le istanze e i permessi di ricerca di greggio nel mare e sul territorio italiano.
Legambiente sottolinea come il Paese consumi 80 milioni di tonnellate di petrolio l'anno e come le riserve di oro nero made in Italy, agli attuali ritmi di consumo, consentirebbero all'Italia di tagliare le importazioni per soli 20 mesi. Ma estrarre il greggio nostrano fino all'ultimo barile sarebbe un'ipoteca sul nostro futuro.
Nonostante cio' e' gia' partita una ''lottizzazione'' senza scrupoli del mare italiano, che per ironia della sorte avanza inesorabilmente proprio quando l'attenzione internazionale e' concentrata sul disastro ambientale nel Golfo del Messico causato dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP (British Petroleum).
''In seguito a questo gravissimo incidente - commenta Stefano Ciafani, responsabile scientifico Legambiente - sono state davvero propagandistiche le risposte date dal nostro governo. Il 3 maggio scorso, l'ex ministro Scajola ha convocato i rappresentanti degli operatori offshore per avere notizie sui sistemi di sicurezza ed emergenza senza risultati concreti. E' importante notare che il risanamento per un incidente come quello americano nel nostro paese non sarebbe risarcito in maniera adeguata dai responsabili. Infatti ancora oggi le nostre leggi non hanno risolto il problema del risarcimento in caso di disastro ambientale e inoltre le piattaforme non sono coperte dalle convenzioni internazionali. Altrettanto propagandistico ci e' sembrato il provvedimento preso dal governo italiano a tutela di mare e coste nello schema di decreto di riforma del codice ambientale, approvato in Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo''.
Le attivita' di ricerca ed estrazione di petrolio verrebbero vietate nella fascia marina di 5 miglia lungo l'intero perimetro costiero nazionale, limite che sale a 12 miglia per le Aree Marine Protette. Al di fuori di queste aree, le attivita' di ricerca ed estrazione di idrocarburi verrebbero sottoposte a valutazione di impatto ambientale (Via). La norma si applicherebbe anche ai procedimenti autorizzativi in corso.
''Si tratta di un provvedimento dall'efficacia davvero relativa - prosegue Stefano Ciafani - La norma non si applica infatti a pozzi e piattaforme esistenti. E poi cosa cambierebbe se un incidente avvenisse in un pozzo o una piattaforma localizzata al di la' di 5 o 12 miglia dalle coste? In caso di incidente sarebbe comunque un dramma per i nostri mari e per il Mediterraneo. Se spostassimo, infatti, la marea nera che sta inquinando il Golfo del Messico nell`Adriatico la sua estensione si spingerebbe da Trieste al Gargano''. Le istanze e i permessi di ricerca vengono valutati secondo un procedimento unico che coinvolge i diversi soggetti interessati.
Se l'area in questione e' su terra oltre lo Stato vengono coinvolti anche gli Enti locali (Regioni, Province e Comuni), mentre se il permesso e' per eseguire ricerche sul sottofondo marino e' previsto solo il parere da parte dello Stato e gli Enti locali sono esclusi dalle procedure, anche quando si tratta di aree a ridosso della costa, in cui un'attivita' di questo tipo modificherebbe non poco le attivita' economiche, turistiche e di altro tipo svolte dalle comunita' che vivono sul mare.
"La facilita' delle procedure e il mancato coinvolgimento delle comunita' locali sono, insieme ad un costo del barile che e' tornato a livelli importanti (tra 75 e 80 dollari per barile), tra le cause principali della proliferazione delle istanze per i permessi di ricerca in mare" - continua Legambiente - richieste avanzate nella maggior parte dei casi, da imprese straniere come la Northern Petroleum (UK) e la Petroceltic Elsa, che da sole rappresentano circa il 50% delle istanze presentate negli ultimi due anni per un totale di 11mila kmq, che rischiano di essere ceduti in nome del petrolio e di una fantomatica indipendenza energetica".
Legambiente da' un giudizio di merito anche da un punto di vista occupazionale del settore. "Il gioco non vale la candela neanche dal punto di vista occupazionale - commenta - le ultime stime di Assomineraria quantificano la rilevanza economica e occupazionale del settore estrattivo in Italia come segue: un risparmio di 100 miliardi di euro nelle importazioni di greggio dall'estero nei prossimi 25 anni e la creazione di 34mila posti di lavoro. Numeri che non reggono se confrontati con un investimento nel settore della green economy e delle rinnovabili".
adnkronos
Secondo il dossier nazionale Texas Italia di Legambiente presentato oggi da Goletta Verde a Monopoli (Ba), fino ad oggi in Italia sono stati rilasciati 95 permessi di ricerca di idrocarburi, di cui 24 a mare, interessando un'area di circa 11 mila chilometri quadrati (kmq), e 71 a terra, per oltre 25 mila kmq
Roma, 12 lug. - (Adnkronos) - La ricerca del petrolio in Italia non cessa anzi si intensifica e 100 nuove trivelle sono pronte a perforare terra e mare. Una situazione che allarma Legambiente dopo le recenti polemiche, sollevate anche dopo il disastro ambientale della marea nera nel Golfo del Messico, e nonostante il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, abbia inserito nuovi paletti sulle distanze dalle coste nella riforma del codice ambientale. Ad oggi nel Belpaese sono stati rilasciati 95 permessi di ricerca di idrocarburi, di cui 24 a mare, interessando un'area di circa 11 mila chilometri quadrati (kmq), e 71 a terra, per oltre 25 mila kmq. A queste si devono aggiungere le 65 istanze presentate solo negli ultimi due anni, di cui ben 41 a mare per una superficie di 23 mila kmq. E' quanto emerge dal dossier nazionale Texas Italia di Legambiente, presentato oggi da Goletta Verde a Monopoli (Ba), in occasione della Tavola Rotonda ''La minaccia del petrolio sul futuro sostenibile della Puglia''.
Legambiente denuncia che "la corsa all'oro nero italiano, rilanciata in ragione di una presunta indipendenza energetica, stando alla localizzazione delle riserve disponibili, riguarda in particolare il mare e non risparmia neanche le Aree Marine Protette. Sono interessati il mar Adriatico centro-meridionale, lo Ionio e il Canale di Sicilia".
Tra le ultime istanze presentate c'e' la richiesta della Petroceltic Italia di permessi di ricerca nell'intero specchio di mare compreso tra la costa teramana, il Gargano e le isole Tremiti. Queste ultime in particolare sono minacciate anche da un'altra richiesta per un'area di mare di 730 kmq a ridosso delle isole. Sotto assedio anche mare e coste sarde, sulle quali pendono due recenti istanze della Saras e due piu' vecchie della Puma Petroleum, per un totale di 1.838 kmq nel golfo di Oristano e di Cagliari; la stessa societa' detiene una richiesta anche nello splendido specchio di mare tra l'isola d'Elba e quella di Montecristo, 643 kmq in pieno Santuario dei Cetacei all'interno del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano.
Legambiente sottolinea la notizia di questi giorni, relativa alla partenza di una nave commissionata dalla Shell, che ha il compito di eseguire studi e prospezioni per individuare quello che viene considerato, usando le parole della stessa Shell Italia ''un autentico tesoro'' che porterebbe l'Italia a confermarsi ''il Paese con piu' idrocarburi dell'Europa continentale''. Peccato che - continua Legambiente - anche in questo caso le attivita' estrattive mal si combinerebbero con l'Area Marina Protetta delle isole Egadi e con un'economia basata prevalentemente su turismo e pesca.
Nei nostri mari oggi operano 9 piattaforme per un totale di 76 pozzi, da cui si estrae olio greggio. Due sono localizzate di fronte la costa marchigiana (Civitanova Marche - MC), tre di fronte quella abruzzese (Vasto - CH) e le altre quattro nel canale di Sicilia di fronte il tratto di costa tra Gela e Ragusa. Passando dal mare alla terra, le aree del Paese interessate dall'estrazione di idrocarburi sono la Basilicata, storicamente sede dei piu' grandi pozzi e dove si estrae oltre il 70% del petrolio nazionale proveniente dai giacimenti della Val d'Agri (Eni e Shell), l'Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia, il Molise, il Piemonte e la Sicilia.
Complessivamente lo scorso anno in Italia sono state estratte 4,5 milioni di tonnellate di petrolio, circa il 6% dei consumi totali nazionali di greggio. Ma la quantita' rischia di aumentare, perche' stanno aumentando sempre di piu' le istanze e i permessi di ricerca di greggio nel mare e sul territorio italiano.
Legambiente sottolinea come il Paese consumi 80 milioni di tonnellate di petrolio l'anno e come le riserve di oro nero made in Italy, agli attuali ritmi di consumo, consentirebbero all'Italia di tagliare le importazioni per soli 20 mesi. Ma estrarre il greggio nostrano fino all'ultimo barile sarebbe un'ipoteca sul nostro futuro.
Nonostante cio' e' gia' partita una ''lottizzazione'' senza scrupoli del mare italiano, che per ironia della sorte avanza inesorabilmente proprio quando l'attenzione internazionale e' concentrata sul disastro ambientale nel Golfo del Messico causato dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP (British Petroleum).
''In seguito a questo gravissimo incidente - commenta Stefano Ciafani, responsabile scientifico Legambiente - sono state davvero propagandistiche le risposte date dal nostro governo. Il 3 maggio scorso, l'ex ministro Scajola ha convocato i rappresentanti degli operatori offshore per avere notizie sui sistemi di sicurezza ed emergenza senza risultati concreti. E' importante notare che il risanamento per un incidente come quello americano nel nostro paese non sarebbe risarcito in maniera adeguata dai responsabili. Infatti ancora oggi le nostre leggi non hanno risolto il problema del risarcimento in caso di disastro ambientale e inoltre le piattaforme non sono coperte dalle convenzioni internazionali. Altrettanto propagandistico ci e' sembrato il provvedimento preso dal governo italiano a tutela di mare e coste nello schema di decreto di riforma del codice ambientale, approvato in Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo''.
Le attivita' di ricerca ed estrazione di petrolio verrebbero vietate nella fascia marina di 5 miglia lungo l'intero perimetro costiero nazionale, limite che sale a 12 miglia per le Aree Marine Protette. Al di fuori di queste aree, le attivita' di ricerca ed estrazione di idrocarburi verrebbero sottoposte a valutazione di impatto ambientale (Via). La norma si applicherebbe anche ai procedimenti autorizzativi in corso.
''Si tratta di un provvedimento dall'efficacia davvero relativa - prosegue Stefano Ciafani - La norma non si applica infatti a pozzi e piattaforme esistenti. E poi cosa cambierebbe se un incidente avvenisse in un pozzo o una piattaforma localizzata al di la' di 5 o 12 miglia dalle coste? In caso di incidente sarebbe comunque un dramma per i nostri mari e per il Mediterraneo. Se spostassimo, infatti, la marea nera che sta inquinando il Golfo del Messico nell`Adriatico la sua estensione si spingerebbe da Trieste al Gargano''. Le istanze e i permessi di ricerca vengono valutati secondo un procedimento unico che coinvolge i diversi soggetti interessati.
Se l'area in questione e' su terra oltre lo Stato vengono coinvolti anche gli Enti locali (Regioni, Province e Comuni), mentre se il permesso e' per eseguire ricerche sul sottofondo marino e' previsto solo il parere da parte dello Stato e gli Enti locali sono esclusi dalle procedure, anche quando si tratta di aree a ridosso della costa, in cui un'attivita' di questo tipo modificherebbe non poco le attivita' economiche, turistiche e di altro tipo svolte dalle comunita' che vivono sul mare.
"La facilita' delle procedure e il mancato coinvolgimento delle comunita' locali sono, insieme ad un costo del barile che e' tornato a livelli importanti (tra 75 e 80 dollari per barile), tra le cause principali della proliferazione delle istanze per i permessi di ricerca in mare" - continua Legambiente - richieste avanzate nella maggior parte dei casi, da imprese straniere come la Northern Petroleum (UK) e la Petroceltic Elsa, che da sole rappresentano circa il 50% delle istanze presentate negli ultimi due anni per un totale di 11mila kmq, che rischiano di essere ceduti in nome del petrolio e di una fantomatica indipendenza energetica".
Legambiente da' un giudizio di merito anche da un punto di vista occupazionale del settore. "Il gioco non vale la candela neanche dal punto di vista occupazionale - commenta - le ultime stime di Assomineraria quantificano la rilevanza economica e occupazionale del settore estrattivo in Italia come segue: un risparmio di 100 miliardi di euro nelle importazioni di greggio dall'estero nei prossimi 25 anni e la creazione di 34mila posti di lavoro. Numeri che non reggono se confrontati con un investimento nel settore della green economy e delle rinnovabili".
adnkronos
Legambiente ha decisamente rotto. Disastro di Chernobyl? eh, se succede in Italia siamo morti tutti! Disastro petrolifico nei Caraibi? eh, se succede in Italia siamo motri tutti!!!
E contemporaneamente dice "sono state davvero propagandistiche le risposte date dal nostro governo".
E contemporaneamente dice "sono state davvero propagandistiche le risposte date dal nostro governo".
a parte che non sono due cose in contrapposizione.
Più che andargli contro oserei dire che fanno bene a denunciare il fatto che in caso di incidente avremmo conseguenze differenti (a partire dai risarcimenti)... basta vedere come ci si comporta qui da noi con disastri come con il Lambro.
Più che andargli contro oserei dire che fanno bene a denunciare il fatto che in caso di incidente avremmo conseguenze differenti (a partire dai risarcimenti)... basta vedere come ci si comporta qui da noi con disastri come con il Lambro.
Le piattaforme hanno una miriade di perdite, piccole rispetto a quella del golfo per fortuna, ma più che sufficienti per inguaiare le nostre coste o un mare chiuso come l'adriatico. Aggiungi poi che quasi tutte le nuove piattaforme sono davanti alla puglia, sicilia e calabria che sul turismo e pesca ci vivono ed avrai un quadro esatto della situazione.
E si, se Chernobyl fosse accaduta in italia saremmo tutti seduti sulla cacca....ti ricordo che il nostro paese è piccolo e densamente popolato.
le risposte del governo non sono propaganda, sono letame.
Peccato che il mondo non è pascoli verdi e fiorellini. C'è una domanda energetica a cui far fronte.
Puoi cercare di ridurre i consumi, puoi cercare di investire in fonti energetiche pulite (cosa che si sta facendo sempre più), ma resta un 90% di domanda energetica a cui fare fronte!
Quindi se compriamo il petrolio all'estero (magari finanziando anche governi non proprio "democratici") va bene, l'importante è che non scaviamo nel mio giardino.
Puoi cercare di ridurre i consumi, puoi cercare di investire in fonti energetiche pulite (cosa che si sta facendo sempre più), ma resta un 90% di domanda energetica a cui fare fronte!
Quindi se compriamo il petrolio all'estero (magari finanziando anche governi non proprio "democratici") va bene, l'importante è che non scaviamo nel mio giardino.
e secondo te perchè il disastro del golfo?
Il petrolio sta finendo, si va a cercarlo a 1500 metri sotto il mare ed altri 4,5 km sottoterra, con i rischi enormi che ciò comporta.
Si cerca di usare anche quello degli strati di argilla imbevuti di petrolio, tecnologia che definire inquinante è come definire calduccio il sole.
Allora, con la scusa de "il mondo non è pascoli verdi e fiorellini" possiamo fare quel cavolo che ci pare?
Ridurre i consumi è possibile e facile, non si fa perchè non conviene all'industria energetica....e non si passa all'altra fonte di energia...l'idrogeno...solo perchè detta industria vuole succhiare anche il midollo delle ossa del cadavere "combustibili fossili".
In queste condizioni le piattaforme se le facessero nei loro giardini.
Il petrolio sta finendo, si va a cercarlo a 1500 metri sotto il mare ed altri 4,5 km sottoterra, con i rischi enormi che ciò comporta.
Si cerca di usare anche quello degli strati di argilla imbevuti di petrolio, tecnologia che definire inquinante è come definire calduccio il sole.
Allora, con la scusa de "il mondo non è pascoli verdi e fiorellini" possiamo fare quel cavolo che ci pare?
Ridurre i consumi è possibile e facile, non si fa perchè non conviene all'industria energetica....e non si passa all'altra fonte di energia...l'idrogeno...solo perchè detta industria vuole succhiare anche il midollo delle ossa del cadavere "combustibili fossili".
In queste condizioni le piattaforme se le facessero nei loro giardini.