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Subject: ambiente
la basicità non si contrasta con acidi, ma con sistemi tampone...sennò il rimedio sarebbe peggio del male.... purtroppo l'inquinamento da ossidi di FE,Co,Mn, etc è una brutta bestia....in virtù dell'esagerata quantità dispersa.
la basicità non si contrasta con acidi, ma con sistemi tampone...sennò il rimedio sarebbe peggio del male...
son stati usati acidi e gesso
son stati usati acidi e gesso
la basicità non si contrasta con acidi, ma con sistemi tampone...sennò il rimedio sarebbe peggio del male...
son stati usati acidi e gesso
cioè sistema tampone...
son stati usati acidi e gesso
cioè sistema tampone...
un sistema tampone mi da l'idea di non essere una cosa definitiva...
un sistema tampone mi da l'idea di non essere una cosa definitiva...
ghgh
non fermarti alle apparenze semantiche, "tampone" in questo caso non ha il significato che tu implicitamente gli attribuisci di "pezza"
una "soluzione tampone" in chimica è una soluzione che tende a stabilizzare il PH (l'acidità) anche se vengono aggiunte sostanze acide o alcaline
ghgh
non fermarti alle apparenze semantiche, "tampone" in questo caso non ha il significato che tu implicitamente gli attribuisci di "pezza"
una "soluzione tampone" in chimica è una soluzione che tende a stabilizzare il PH (l'acidità) anche se vengono aggiunte sostanze acide o alcaline
ok
ps. allora a questo punto il problema rimane il terreno.
(edited)
ps. allora a questo punto il problema rimane il terreno.
(edited)
Zoltan Bakonyi , direttore della fabbrica ungherese da cui sono fuoriusciti fanghi tossici e’ stato arrestato. Lo ha annunciato il primo ministro magiaro Viktor Orban, aggiungendo che la compagnia MAL Hungarian Aluminium verra’ temporaneamente nazionalizzata e che i responsabili del disastro ambientale dovranno pagarne i costi.
purtroppo ci sono altre notizie che peggiorano la situazione ....
Greenpeace: i fanghi rossi ungheresi hanno altissimi livelli di arsenico e mercurio
Secondo il biochimico Katarina Ventusova di Greenpeace, l’analisi dei fanghi rossi raccolti nel villaggio ungherese di Kolontar hanno mostrato di contenere quantità straordinariamente elevate di arsenico e mercurio. Greenpeace ha pubblicato Venerdì i risultati delle analisi delle acque e dei fanghi estratti dal villaggio ungherese, che è stato il più colpito dalla fuoriuscita dei materiali, lo scorso Lunedi, da un serbatoio di contenimento di residui di lavorazione di una fabbrica di alluminio di Ajka, Ungheria. La Ventusova ha detto che il livello di metalli pesanti presente nei campioni è sorprendentemente alto.
La concentrazione di arsenico, in particolare, è circa due volte superiore al suo livello abituale nel fango rosso. Greenpeace chiede dunque al Governo ungherese di informare il pubblico di tutti i possibili effetti negativi dei metalli pesanti sull’ambiente e sulla salute, e di monitorare le zone colpite in dettaglio, preparando un piano globale di decontaminazione.
La Ventusova aveva preso i campioni a Kolontar 24 ore dopo l’incidente, e quando l’ondata dei fanghi si era già ritirata. Il villaggio colpito è rimasto coperto con uno strato di melma, e il sistema fognario conteneva ancora acqua contaminata. Greenpeace fatto esaminare i campioni in maniera indipendente in Ungheria e in Austria.
I risultati dei campioni analizzati in Austria hanno dimostrato che i fanghi di Kolontar contenevano 110 milligrammi per chilo di arsenico, 1,3 milligrammi per chilogrammo di mercurio e 660 milligrammi per chilogrammo di cromo. «Considerando la quantità di fango rosso fuoriuscito, questo potrebbe significare che è finita nell’ambiente una quantità fino a 50 tonnellate di arsenico», ha affermato Greenpeace.
«Ci aspettavamo di trovare i metalli pesanti, ma il livello di arsenico e mercurio sono sorprendenti. Una contaminazione tossica di tale portata potrebbe rappresentare un rischio a lungo termine per la salute umana, per le fonti di acqua potabile e per l’ecosistemi locali», ha dichiarato la Ventusova.
(Fonte TASR)
Greenpeace: i fanghi rossi ungheresi hanno altissimi livelli di arsenico e mercurio
Secondo il biochimico Katarina Ventusova di Greenpeace, l’analisi dei fanghi rossi raccolti nel villaggio ungherese di Kolontar hanno mostrato di contenere quantità straordinariamente elevate di arsenico e mercurio. Greenpeace ha pubblicato Venerdì i risultati delle analisi delle acque e dei fanghi estratti dal villaggio ungherese, che è stato il più colpito dalla fuoriuscita dei materiali, lo scorso Lunedi, da un serbatoio di contenimento di residui di lavorazione di una fabbrica di alluminio di Ajka, Ungheria. La Ventusova ha detto che il livello di metalli pesanti presente nei campioni è sorprendentemente alto.
La concentrazione di arsenico, in particolare, è circa due volte superiore al suo livello abituale nel fango rosso. Greenpeace chiede dunque al Governo ungherese di informare il pubblico di tutti i possibili effetti negativi dei metalli pesanti sull’ambiente e sulla salute, e di monitorare le zone colpite in dettaglio, preparando un piano globale di decontaminazione.
La Ventusova aveva preso i campioni a Kolontar 24 ore dopo l’incidente, e quando l’ondata dei fanghi si era già ritirata. Il villaggio colpito è rimasto coperto con uno strato di melma, e il sistema fognario conteneva ancora acqua contaminata. Greenpeace fatto esaminare i campioni in maniera indipendente in Ungheria e in Austria.
I risultati dei campioni analizzati in Austria hanno dimostrato che i fanghi di Kolontar contenevano 110 milligrammi per chilo di arsenico, 1,3 milligrammi per chilogrammo di mercurio e 660 milligrammi per chilogrammo di cromo. «Considerando la quantità di fango rosso fuoriuscito, questo potrebbe significare che è finita nell’ambiente una quantità fino a 50 tonnellate di arsenico», ha affermato Greenpeace.
«Ci aspettavamo di trovare i metalli pesanti, ma il livello di arsenico e mercurio sono sorprendenti. Una contaminazione tossica di tale portata potrebbe rappresentare un rischio a lungo termine per la salute umana, per le fonti di acqua potabile e per l’ecosistemi locali», ha dichiarato la Ventusova.
(Fonte TASR)
la stampa
Biodiversità. 193 paesi a Nagoya al capezzale del pianeta
Da lunedì Convenzione per fermare declino specie
Parigi, 15 ott. (Apcom-Nuova Energia) - Come fermare la perdita di specie animali e vegetali, la lenta distruzione della biodiversità, "tessuto vivente del pianeta"? I rappresentanti di 193 paesi si incontrano da lunedì a Nagoya, In Giappone, per tentare di dare delle risposte. La decima Conferenza dei partecipanti alla Convenzione sulla diversità biologica riunisce per 12 giorni i paesi che hanno firmato il trattato al summit della Terra di Rio nel 1992. Sfruttamento eccessivo delle risorse, inquinamento, modifiche degli habitat, specie esotiche invasive, cambiamento climatico: il tasso di estinzione delle specie di animali e vegetali è "ormai 1.000 volte superiore" al tasso storicamente noto fino a oggi, ricorda l'Onu. Una specie anfibia su tre, un uccello su otto, più di un mammifero su cinque e più di una specie di conifera su quattro sono minacciate di estinzione. L'impoverimento riguarda anche il patrimonio genetico e gli ecosistemi, rappresentando una minacci per molti settori, primo tra tutti l'alimentazione. Cosa ci si può attendere dalla grande kermesse ambientale di Nagoya, evento di punta dell'anno mondiale della biodiversità, dopo l'amara chiusa del vertice di Copenaghen sul clima dello scorso anno? Sul tavolo dei negoziati tra grossi dossier: nuovi obiettivi per fermare il declino delle specie entro il 2020, un accordo internazionale sulle condizioni di accesso delle industrie del nor del mondo alle risorse genetiche del Sud, un progetto di aiuti ai paesi più poveri per la protezione delle risorse naturali. La ricerca di un quadro giuridico condiviso su una ripartizione equa dei benefici tratti dallo sfruttamento delle risorse genetiche - soprattutto delle piante, con l'utilizzo in farmacia, chimica, o cosmetica - sarà al centro del dibattito. La firma - o meno - di un "protocollo ABS" (accesso e condivisione dei vantaggi), il cui negoziato è partito nel 2002, sarà il segnale più chiaro di un successo - o di un fallimento - dell'appuntamento di Nagoya. Gli ultimi negoziati sul tema, a settembre a Montreal, si sono chiusi con una nota negativa: il testo di una ventina di pagine che servirà da base a Nagoya è farcito di parentesi su altrettanti punti sensibili ancora da concordare, come campo d'applicazione e retroattività. (fonte Afp) Copyright APCOM (c) 2008
Biodiversità. 193 paesi a Nagoya al capezzale del pianeta
Da lunedì Convenzione per fermare declino specie
Parigi, 15 ott. (Apcom-Nuova Energia) - Come fermare la perdita di specie animali e vegetali, la lenta distruzione della biodiversità, "tessuto vivente del pianeta"? I rappresentanti di 193 paesi si incontrano da lunedì a Nagoya, In Giappone, per tentare di dare delle risposte. La decima Conferenza dei partecipanti alla Convenzione sulla diversità biologica riunisce per 12 giorni i paesi che hanno firmato il trattato al summit della Terra di Rio nel 1992. Sfruttamento eccessivo delle risorse, inquinamento, modifiche degli habitat, specie esotiche invasive, cambiamento climatico: il tasso di estinzione delle specie di animali e vegetali è "ormai 1.000 volte superiore" al tasso storicamente noto fino a oggi, ricorda l'Onu. Una specie anfibia su tre, un uccello su otto, più di un mammifero su cinque e più di una specie di conifera su quattro sono minacciate di estinzione. L'impoverimento riguarda anche il patrimonio genetico e gli ecosistemi, rappresentando una minacci per molti settori, primo tra tutti l'alimentazione. Cosa ci si può attendere dalla grande kermesse ambientale di Nagoya, evento di punta dell'anno mondiale della biodiversità, dopo l'amara chiusa del vertice di Copenaghen sul clima dello scorso anno? Sul tavolo dei negoziati tra grossi dossier: nuovi obiettivi per fermare il declino delle specie entro il 2020, un accordo internazionale sulle condizioni di accesso delle industrie del nor del mondo alle risorse genetiche del Sud, un progetto di aiuti ai paesi più poveri per la protezione delle risorse naturali. La ricerca di un quadro giuridico condiviso su una ripartizione equa dei benefici tratti dallo sfruttamento delle risorse genetiche - soprattutto delle piante, con l'utilizzo in farmacia, chimica, o cosmetica - sarà al centro del dibattito. La firma - o meno - di un "protocollo ABS" (accesso e condivisione dei vantaggi), il cui negoziato è partito nel 2002, sarà il segnale più chiaro di un successo - o di un fallimento - dell'appuntamento di Nagoya. Gli ultimi negoziati sul tema, a settembre a Montreal, si sono chiusi con una nota negativa: il testo di una ventina di pagine che servirà da base a Nagoya è farcito di parentesi su altrettanti punti sensibili ancora da concordare, come campo d'applicazione e retroattività. (fonte Afp) Copyright APCOM (c) 2008
E’ di nuovo allarme ambientale nelle grandi città italiane.
Per Palermo, Napoli e Roma emergenza ambiente
Tutti i grandi centri urbani in caduta libera
Ecco la foto delle città italiane scattata da Ecosistema Urbano,
il rapporto annuale di Legambiente, Ambiente Italia e Sole 24 Ore e Belluno, Verbania a Parma in testa alla classifica dei comuni virtuosi
E’ di nuovo allarme ambientale nelle grandi città italiane. Con l’unica eccezione di Torino tutti i
nostri centri urbani con più di mezzo milione di abitanti vedono peggiorare il loro stato di salute.
Tira veramente una pessima aria a Milano, che peggiora in tutti gli indici della qualità dell’aria e in
particolare per le concentrazioni di Ozono (60 giorni di superamento, erano 41 lo scorso anno);
Napoli e Palermo soccombono sotto i cumuli di rifiuti abbandonati nelle strade, incapaci di
intraprendere un sistema di raccolta differenziata efficace mentre a Roma i cittadini patiscono ogni
giorno gli effetti dannosi di una mobilità scriteriata, con centro e periferie invase dalle auto private.
Osservando la classifica delle migliori, sul podio, troviamo Belluno, Verbania e Parma. Poi
Trento, Bolzano e Siena, La Spezia, Pordenone, Bologna e, a chiudere la top ten, Livorno. Balza
agli occhi l’assoluto predominio del fondo della graduatoria da parte del Mezzogiorno e in
particolar modo delle città siciliane. Tra gli ultimi venti comuni solo la ligure Imperia (93ª) rimane a
rappresentare il settentrione. Le altre regioni rappresentate nella coda della graduatoria sono Calabria,
con 4 città, Campania, Sardegna e Puglia. Le laziali Viterbo (84ª), Frosinone (94ª) e Latina (100ª) e
la toscana Pistoia (85ª) compongono la rappresentanza in coda del centro del Paese. Palermo è 101ª,
poi c’è la calabrese Crotone (102ª) e ultima è Catania (103ª).
Questo il quadro descritto dalle centinaia di dati della XVII edizione di Ecosistema Urbano,
l'annuale ricerca di Legambiente e Ambiente Italia sullo stato di salute ambientale dei comuni
capoluogo italiani realizzata con la collaborazione editoriale del Sole 24 Ore, presentato oggi a
Firenze nel corso di un convegno che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Matteo Renzi, Flavio
Tosi e Michele Emiliano, rispettivamente sindaci di Firenze, Verona e Bari, Emanuele Burgin,
presidente del Coordinamento delle Agende 21 locali, Roberto Della Seta, della commissione
Ambiente del Senato e Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente.
Grandi centri in caduta libera dicevamo, eccetto Torino (74ª): Genova, 32ª (era 22ª nella scorsa
edizione); Milano, 63ª (ma 46ª lo scorso anno); Roma, 75ª (era 62ª); Napoli, 96ª (era 89ª); Palermo,
101ª (90ª nella scorsa edizione). La flessione è dovuta ad una generale conferma di performance
storicamente non esaltanti in alcuni dei settori chiave del rapporto. Come ad esempio la qualità
dell’aria, dove Milano peggiora in tutti e tre gli indici, e dove Palermo, Napoli e Roma non brillano.
Oppure nel trasporto pubblico dove Palermo arretra con evidenza nei passeggeri trasportati,
crollando dai 110 viaggi per abitante all’anno della passata edizione agli attuali 44 appena, e Napoli e
Genova peggiorano di poco. O, ancora nella depurazione dove tutte le grandi flettono tranne Torino e
Genova che restano stabili. Oppure nella percentuale di rifiuti raccolti in maniera differenziata
dove Roma resta immobile ad appena il 19,5% e Palermo addirittura scende ad un ridicolo 3,9% (era
il 4,3% nella scorsa edizione). Resiste solo Torino, che è 74ª (era 77ª lo scorso anno), proprio perché
migliora di poco nelle medie del Pm10 e soprattutto dell’Ozono dove dimezza i giorni di superamento
della soglia, scendendo a 36 giorni contro i 74 dello scorso anno, come risale, di poco, anche nei
settori del trasporto pubblico, dei consumi idrici e dei rifiuti, sia nella produzione che nella raccolta
differenziata, dove arriva al 42%.
. . .
legambiente
Per Palermo, Napoli e Roma emergenza ambiente
Tutti i grandi centri urbani in caduta libera
Ecco la foto delle città italiane scattata da Ecosistema Urbano,
il rapporto annuale di Legambiente, Ambiente Italia e Sole 24 Ore e Belluno, Verbania a Parma in testa alla classifica dei comuni virtuosi
E’ di nuovo allarme ambientale nelle grandi città italiane. Con l’unica eccezione di Torino tutti i
nostri centri urbani con più di mezzo milione di abitanti vedono peggiorare il loro stato di salute.
Tira veramente una pessima aria a Milano, che peggiora in tutti gli indici della qualità dell’aria e in
particolare per le concentrazioni di Ozono (60 giorni di superamento, erano 41 lo scorso anno);
Napoli e Palermo soccombono sotto i cumuli di rifiuti abbandonati nelle strade, incapaci di
intraprendere un sistema di raccolta differenziata efficace mentre a Roma i cittadini patiscono ogni
giorno gli effetti dannosi di una mobilità scriteriata, con centro e periferie invase dalle auto private.
Osservando la classifica delle migliori, sul podio, troviamo Belluno, Verbania e Parma. Poi
Trento, Bolzano e Siena, La Spezia, Pordenone, Bologna e, a chiudere la top ten, Livorno. Balza
agli occhi l’assoluto predominio del fondo della graduatoria da parte del Mezzogiorno e in
particolar modo delle città siciliane. Tra gli ultimi venti comuni solo la ligure Imperia (93ª) rimane a
rappresentare il settentrione. Le altre regioni rappresentate nella coda della graduatoria sono Calabria,
con 4 città, Campania, Sardegna e Puglia. Le laziali Viterbo (84ª), Frosinone (94ª) e Latina (100ª) e
la toscana Pistoia (85ª) compongono la rappresentanza in coda del centro del Paese. Palermo è 101ª,
poi c’è la calabrese Crotone (102ª) e ultima è Catania (103ª).
Questo il quadro descritto dalle centinaia di dati della XVII edizione di Ecosistema Urbano,
l'annuale ricerca di Legambiente e Ambiente Italia sullo stato di salute ambientale dei comuni
capoluogo italiani realizzata con la collaborazione editoriale del Sole 24 Ore, presentato oggi a
Firenze nel corso di un convegno che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Matteo Renzi, Flavio
Tosi e Michele Emiliano, rispettivamente sindaci di Firenze, Verona e Bari, Emanuele Burgin,
presidente del Coordinamento delle Agende 21 locali, Roberto Della Seta, della commissione
Ambiente del Senato e Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente.
Grandi centri in caduta libera dicevamo, eccetto Torino (74ª): Genova, 32ª (era 22ª nella scorsa
edizione); Milano, 63ª (ma 46ª lo scorso anno); Roma, 75ª (era 62ª); Napoli, 96ª (era 89ª); Palermo,
101ª (90ª nella scorsa edizione). La flessione è dovuta ad una generale conferma di performance
storicamente non esaltanti in alcuni dei settori chiave del rapporto. Come ad esempio la qualità
dell’aria, dove Milano peggiora in tutti e tre gli indici, e dove Palermo, Napoli e Roma non brillano.
Oppure nel trasporto pubblico dove Palermo arretra con evidenza nei passeggeri trasportati,
crollando dai 110 viaggi per abitante all’anno della passata edizione agli attuali 44 appena, e Napoli e
Genova peggiorano di poco. O, ancora nella depurazione dove tutte le grandi flettono tranne Torino e
Genova che restano stabili. Oppure nella percentuale di rifiuti raccolti in maniera differenziata
dove Roma resta immobile ad appena il 19,5% e Palermo addirittura scende ad un ridicolo 3,9% (era
il 4,3% nella scorsa edizione). Resiste solo Torino, che è 74ª (era 77ª lo scorso anno), proprio perché
migliora di poco nelle medie del Pm10 e soprattutto dell’Ozono dove dimezza i giorni di superamento
della soglia, scendendo a 36 giorni contro i 74 dello scorso anno, come risale, di poco, anche nei
settori del trasporto pubblico, dei consumi idrici e dei rifiuti, sia nella produzione che nella raccolta
differenziata, dove arriva al 42%.
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legambiente
PAVIA - maxi operazione «Dirty Energy» a cura del corpo Forestale
Traffico illecito di rifiuti: sequestrato l'impianto della Riso Scotti Energia
Ai domiciliari anche Giorgio Radice, presidente del consiglio di amministrazione
MILANO - Doveva produrre energia pulita, invece smaltiva rifiuti non consentiti. La centrale a biomasse Riso Scotti Energia di Pavia è stata messa sotto sequestro mercoledì mattina, durante l’operazione «dirty energy», coordinata dalla procura della Repubblica di Pavia – diretta dal procuratore capo Gustavo Adolfo Cioppa – e condotte dai sostituti Roberto Valli, Luisa Rossi e Paolo Mazza. Sette persone sono finite agli arresti domiciliari, tra cui il presidente della società, Giorgio Radice e il direttore dell’impianto, Massimo Magnani, gli indagati nel complesso sono 12. Inoltre, sono stati sequestrati 40 mezzi ed eseguite 60 perquisizioni in tutta Italia.
SCARTO DEL RISO - La Riso Scotti Energia, società di proprietà della Riso Scotti, era destinata, in principio, allo smaltimento, attraverso una centrale a biomasse, della lolla del riso, un sottoprodotto della lavorazione industriale impiegato come ottimo combustibile. In seguito, grazie a un’evoluzione della normativa, l’impianto era autorizzato a smaltire anche rifiuti speciali non pericolosi: «Il coinceneritore – commenta Ugo Mereu, comandante regionale della Lombardia del Corpo forestale – sulla carta era un vero e proprio fiore all’occhiello, poiché serviva a smaltire uno scarto della produzione e, al contempo, a creare energia rinnovabile da reimpiegare in azienda. Purtroppo però abbiamo constatato che le cose non stavano così».
RIFIUTI NON CONSENTITI - Secondo le indagini condotte dal Corpo forestale, nell’impianto, insieme alla lolla, si bruciavano anche rifiuti di varia natura (tra cui legno, plastiche, imballaggi e fanghi di depurazione di acque reflue) con concentrazioni di inquinanti (soprattutto metalli pesanti) superiori ai limiti consentiti dalla legge. Un traffico di 40.000 tonnellate di rifiuti urbani e industriali non regolarmente trattati, provenienti da impianti di smaltimento in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Toscana e Puglia. Tutto ciò era possibile grazie ai falsi certificati rilasciati da laboratori di analisi chimiche compiacenti, per un giro d’affari che, secondo le prime stime, si aggira intorno ai 30 milioni di euro, grazie anche agli incentivi statali che questo genere di impianti riceve: «Il guadagno illecito principale proviene, oltre che dallo smaltimento dei rifiuti, dalla vendita di energia rinnovabile, per la quale sono previsti incentivi statali», conferma Paolo Moizi, comandante provinciale del Corpo forestale di Pavia. L’azienda, avrebbe venduto la propria energia (in realtà non pulita) a un prezzo elevato, perché incentivato, alla rete nazionale: «Inoltre – prosegue Moizi – nell’impianto era stato installato un secondo generatore, che ufficialmente sarebbe dovuto servire in caso di malfunzionamento del primo, ma che in realtà produceva ugualmente energia». La lolla miscelata con scarti industriali, inoltre, veniva anche venduta, senza alcuna autorizzazione, per la produzione di lettiere per animali, in particolare pollame e suini, e per la produzione di pannelli di legno.
ESCLUSE INFILTRAZIONI MAFIOSE - La centrale, che si trova alle porte di Pavia, ha probabilmente immesso in atmosfera emissioni oltre il limite consentito: «E’ un filone d’indagine successivo – spiega Mereu – ciò che noi abbiamo constato, tuttavia, è che la centralina di rilevamento presente nell’impianto funzionava male: dai report non risultavano variazioni tra una rilevazione e l’altra. Impossibile non accorgersene». Le indagini condotte dal Nucleo investigativo provinciale di polizia ambientale e forestale di Pavia del Corpo forestale dello Stato, in collaborazione con personale della polizia di Stato - Gabinetto regionale della polizia scientifica di Milano e Direzione centrale anticrimine di Roma, sono durate due anni. La maxi operazione, che ha richiesto l’impiego di 250 agenti del Corpo forestale e di 25 poliziotti, è la prima nel settore delle smaltimento delle biomasse: «Sono impianti relativamente giovani ed è necassario incrementare i controlli, visto il giro d’affari che muovono, anche se questo tipo di indagini sono molto difficili, perché richiedono elevate competenze tecniche». Dell’inchiesta si sta occupando la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini: «Per ora non abbiamo elementi per affermare che sia coinvolta la criminalità organizzata, ma per legge quando un’indagine si occupa di traffico illecito di rifiuti, la competenza spetta alla DDA», conclude Mereu.
Maddalena Montecucco
corriere
han sbagliato a guardare, le infiltrazioni mafiose son nel dna
Traffico illecito di rifiuti: sequestrato l'impianto della Riso Scotti Energia
Ai domiciliari anche Giorgio Radice, presidente del consiglio di amministrazione
MILANO - Doveva produrre energia pulita, invece smaltiva rifiuti non consentiti. La centrale a biomasse Riso Scotti Energia di Pavia è stata messa sotto sequestro mercoledì mattina, durante l’operazione «dirty energy», coordinata dalla procura della Repubblica di Pavia – diretta dal procuratore capo Gustavo Adolfo Cioppa – e condotte dai sostituti Roberto Valli, Luisa Rossi e Paolo Mazza. Sette persone sono finite agli arresti domiciliari, tra cui il presidente della società, Giorgio Radice e il direttore dell’impianto, Massimo Magnani, gli indagati nel complesso sono 12. Inoltre, sono stati sequestrati 40 mezzi ed eseguite 60 perquisizioni in tutta Italia.
SCARTO DEL RISO - La Riso Scotti Energia, società di proprietà della Riso Scotti, era destinata, in principio, allo smaltimento, attraverso una centrale a biomasse, della lolla del riso, un sottoprodotto della lavorazione industriale impiegato come ottimo combustibile. In seguito, grazie a un’evoluzione della normativa, l’impianto era autorizzato a smaltire anche rifiuti speciali non pericolosi: «Il coinceneritore – commenta Ugo Mereu, comandante regionale della Lombardia del Corpo forestale – sulla carta era un vero e proprio fiore all’occhiello, poiché serviva a smaltire uno scarto della produzione e, al contempo, a creare energia rinnovabile da reimpiegare in azienda. Purtroppo però abbiamo constatato che le cose non stavano così».
RIFIUTI NON CONSENTITI - Secondo le indagini condotte dal Corpo forestale, nell’impianto, insieme alla lolla, si bruciavano anche rifiuti di varia natura (tra cui legno, plastiche, imballaggi e fanghi di depurazione di acque reflue) con concentrazioni di inquinanti (soprattutto metalli pesanti) superiori ai limiti consentiti dalla legge. Un traffico di 40.000 tonnellate di rifiuti urbani e industriali non regolarmente trattati, provenienti da impianti di smaltimento in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Toscana e Puglia. Tutto ciò era possibile grazie ai falsi certificati rilasciati da laboratori di analisi chimiche compiacenti, per un giro d’affari che, secondo le prime stime, si aggira intorno ai 30 milioni di euro, grazie anche agli incentivi statali che questo genere di impianti riceve: «Il guadagno illecito principale proviene, oltre che dallo smaltimento dei rifiuti, dalla vendita di energia rinnovabile, per la quale sono previsti incentivi statali», conferma Paolo Moizi, comandante provinciale del Corpo forestale di Pavia. L’azienda, avrebbe venduto la propria energia (in realtà non pulita) a un prezzo elevato, perché incentivato, alla rete nazionale: «Inoltre – prosegue Moizi – nell’impianto era stato installato un secondo generatore, che ufficialmente sarebbe dovuto servire in caso di malfunzionamento del primo, ma che in realtà produceva ugualmente energia». La lolla miscelata con scarti industriali, inoltre, veniva anche venduta, senza alcuna autorizzazione, per la produzione di lettiere per animali, in particolare pollame e suini, e per la produzione di pannelli di legno.
ESCLUSE INFILTRAZIONI MAFIOSE - La centrale, che si trova alle porte di Pavia, ha probabilmente immesso in atmosfera emissioni oltre il limite consentito: «E’ un filone d’indagine successivo – spiega Mereu – ciò che noi abbiamo constato, tuttavia, è che la centralina di rilevamento presente nell’impianto funzionava male: dai report non risultavano variazioni tra una rilevazione e l’altra. Impossibile non accorgersene». Le indagini condotte dal Nucleo investigativo provinciale di polizia ambientale e forestale di Pavia del Corpo forestale dello Stato, in collaborazione con personale della polizia di Stato - Gabinetto regionale della polizia scientifica di Milano e Direzione centrale anticrimine di Roma, sono durate due anni. La maxi operazione, che ha richiesto l’impiego di 250 agenti del Corpo forestale e di 25 poliziotti, è la prima nel settore delle smaltimento delle biomasse: «Sono impianti relativamente giovani ed è necassario incrementare i controlli, visto il giro d’affari che muovono, anche se questo tipo di indagini sono molto difficili, perché richiedono elevate competenze tecniche». Dell’inchiesta si sta occupando la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini: «Per ora non abbiamo elementi per affermare che sia coinvolta la criminalità organizzata, ma per legge quando un’indagine si occupa di traffico illecito di rifiuti, la competenza spetta alla DDA», conclude Mereu.
Maddalena Montecucco
corriere
han sbagliato a guardare, le infiltrazioni mafiose son nel dna
Acque all'arsenico: l'Ue chiude
i rubinetti di 128 Comuni italiani
http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_novembre_22/arsenico-e-vecchi-acquedotti-ue-boccia-fulloni-1804217682750.shtml
i rubinetti di 128 Comuni italiani
http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_novembre_22/arsenico-e-vecchi-acquedotti-ue-boccia-fulloni-1804217682750.shtml
un regalo dal governo alle province autonome.
Lo Stelvio smembrato per un pugno di voti
POLEMICHE. Il Consiglio dei ministri con un decreto affida la gestione del Parco gli enti locali. Gli ambientalisti denunciano lo scempio “comprato” con l’astensione dei deputati Svp.
Se Silvio perde i pezzi (l’ultima è la Prestigiacomo), l’Italia nazione non deve essere da meno. A tanto è arrivata la personificazione del Paese con il suo leader... Umorismo a parte, il decreto approvato ieri dal Cdm è davvero una “berlusconata” della peggior specie. È stato infatti sancito lo smembramento del parco dello Stelvio, annullando la sua gestione sin qui unitaria e affidandola agli enti locali, ovvero alle province autonome di Trento e Bolzano e alla Regione Lombardia. La decisione è compresa in un insieme di misure che rendano più ampi i margini di autonomia dell’Altoatesino. Il pacchetto dono sotto l’albero però il governo non ce l’ha messo per spirito natalizio, ma per avere un qualcosa in cambio, già incassato il 14 dicembre, giorno della fiducia accordata all’esecutivo di Berlusconi. Nell’incerto passaggio politico, scelsero di astenersi i due deputati Autonomie-Svp Brugger e Zeller.
Successivamente, il leader della Sudtiroler Volkspartei, Luis Durnwalder avrebbe detto: «Non si tratta di un “dare e ricevere”, ma su due o tre cose sì, ci sono state trattative». Su fondo di solidarietà e segnaletica bilingue, sostenne il politico, sui confini geografici verrebbe più da pensare oggi. Promesse immediate sono giunte dal premiato Durnwalder, che ieri commentava la notizia assicurando il riassetto del parco e il suo sviluppo sostenibile, e gioendo perché ora la popolazione, come anelava da tempi immemori, potrà essere più vicina a questa preziosa area protetta. Così vicina, da potercisi appostare con la doppietta. Dai senatori Ecodem del Pd, è infatti arrivata secca la provocazione: «Qualcuno in Alto Adige oggi ha coronato un sogno: aprire le porte dei parchi ai cacciatori. Uno scempio ambientale per uno scambio politico». Ma non viene solo dall’opposizione il malcontento.
Anche alcuni nemici in casa non sono stati da meno, inclusa la stessa “spina” Prestigiacomo e il Consiglio regionale della Lombardia, che ha appena approvato un ordine del giorno Pd contrario a una svendita, che, oltre ad essere una disdicevole contropartita e una disfatta ambientale, è una disposizione chiaramente anticostituzionale: nella nostra Carta le competenze in materia di Ambiente sono dello Stato, mentre ora vengono per la prima volta provincializzate. Si è creato così un vulnus costituzionale, un grave precedente e un’onta davanti a tutta Europa. Con questa osservazione si conclude l’appello (inascoltato) delle associazioni ambientaliste, certe della ricaduta per ‘immagine e credibilità dell’Italia. Infatti, in oltre un secolo di storia dei parchi europei, non era mai accaduto che un Paese cancellasse un Parco nazionale.
Contro lo «sfregio alla natura» si appellano al Presidente Napolitano gli stessi ambientalisti e il leader dei Verdi Bonelli che sottolinea come lo Stelvio «oltre ad essere la più vasta area protetta dell’Arco alpino, rappresenta un inestimabile patrimonio di biodiversità e ricchezze paesaggistiche. Smembrarlo va contro la Legge quadro sulle aree protette e rappresenta un attentato al patrimonio naturale».
terranews
Lo Stelvio smembrato per un pugno di voti
POLEMICHE. Il Consiglio dei ministri con un decreto affida la gestione del Parco gli enti locali. Gli ambientalisti denunciano lo scempio “comprato” con l’astensione dei deputati Svp.
Se Silvio perde i pezzi (l’ultima è la Prestigiacomo), l’Italia nazione non deve essere da meno. A tanto è arrivata la personificazione del Paese con il suo leader... Umorismo a parte, il decreto approvato ieri dal Cdm è davvero una “berlusconata” della peggior specie. È stato infatti sancito lo smembramento del parco dello Stelvio, annullando la sua gestione sin qui unitaria e affidandola agli enti locali, ovvero alle province autonome di Trento e Bolzano e alla Regione Lombardia. La decisione è compresa in un insieme di misure che rendano più ampi i margini di autonomia dell’Altoatesino. Il pacchetto dono sotto l’albero però il governo non ce l’ha messo per spirito natalizio, ma per avere un qualcosa in cambio, già incassato il 14 dicembre, giorno della fiducia accordata all’esecutivo di Berlusconi. Nell’incerto passaggio politico, scelsero di astenersi i due deputati Autonomie-Svp Brugger e Zeller.
Successivamente, il leader della Sudtiroler Volkspartei, Luis Durnwalder avrebbe detto: «Non si tratta di un “dare e ricevere”, ma su due o tre cose sì, ci sono state trattative». Su fondo di solidarietà e segnaletica bilingue, sostenne il politico, sui confini geografici verrebbe più da pensare oggi. Promesse immediate sono giunte dal premiato Durnwalder, che ieri commentava la notizia assicurando il riassetto del parco e il suo sviluppo sostenibile, e gioendo perché ora la popolazione, come anelava da tempi immemori, potrà essere più vicina a questa preziosa area protetta. Così vicina, da potercisi appostare con la doppietta. Dai senatori Ecodem del Pd, è infatti arrivata secca la provocazione: «Qualcuno in Alto Adige oggi ha coronato un sogno: aprire le porte dei parchi ai cacciatori. Uno scempio ambientale per uno scambio politico». Ma non viene solo dall’opposizione il malcontento.
Anche alcuni nemici in casa non sono stati da meno, inclusa la stessa “spina” Prestigiacomo e il Consiglio regionale della Lombardia, che ha appena approvato un ordine del giorno Pd contrario a una svendita, che, oltre ad essere una disdicevole contropartita e una disfatta ambientale, è una disposizione chiaramente anticostituzionale: nella nostra Carta le competenze in materia di Ambiente sono dello Stato, mentre ora vengono per la prima volta provincializzate. Si è creato così un vulnus costituzionale, un grave precedente e un’onta davanti a tutta Europa. Con questa osservazione si conclude l’appello (inascoltato) delle associazioni ambientaliste, certe della ricaduta per ‘immagine e credibilità dell’Italia. Infatti, in oltre un secolo di storia dei parchi europei, non era mai accaduto che un Paese cancellasse un Parco nazionale.
Contro lo «sfregio alla natura» si appellano al Presidente Napolitano gli stessi ambientalisti e il leader dei Verdi Bonelli che sottolinea come lo Stelvio «oltre ad essere la più vasta area protetta dell’Arco alpino, rappresenta un inestimabile patrimonio di biodiversità e ricchezze paesaggistiche. Smembrarlo va contro la Legge quadro sulle aree protette e rappresenta un attentato al patrimonio naturale».
terranews
già.
non scrivo altro...che sennò mi bannano fino al 20/12/2012 .....
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