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Subject: ambiente

2010-12-24 16:16:47
già.

non scrivo altro...che sennò mi bannano fino al 20/12/2012 .....
2010-12-25 01:02:02
no ti preoccupare, non lo legge nessuno questo thread... son tutti impegnati a parlare di cempions. ^_^
2010-12-29 13:28:10
tanto son solo pesci........................................
2010-12-29 14:35:33
che cucinerei prelibatamente e farei mangiare ai dirigenti di tutte le industrie in zona.
2011-01-02 02:08:39
bel video divulgativo del national geographic
2011-01-13 13:57:45
Diossina: per saperne di più

Cosa si intende con il termine "diossine"?
Le diossine costituiscono un gruppo di prodotti chimici. Il loro nome scientifico è "composti aromatici policlorati"; hanno struttura, proprietà fisiche e chimiche analoghe. Non si tratta di composti creati volutamente, le diossine si formano in seguito a processi chimici: fenomeni naturali (come eruzioni vulcaniche, incendi boschivi) o di origine umana (fabbricazione di prodotti chimici, pesticidi, acciaio, pitture, emissioni di gas dis carico e inceneritori…). Per questo le diossine non possono essere "proibite": sono un sottoprodotto indesiderato dell'attività industriale.

I diversi composti che rientrano nella famiglia delle diossine sono circa 210, dei quali 17 presentano rischi per la salute.

Alcuni tra gli appartenenti a un altro gruppo di prodotti chimici, i PCB (policlorobifenili), sintetizzati per uso industriale, presentano rischi per la salute simili a quelli provocati dalle diossine e sono quindi frequentemente qualificati come "PCB diossinasimili". Il loro uso è stato molto ristretto per legge, ma sono ancora presenti come inquinanti.
In che modo l'uomo può essere esposto alle diossine?

Le diossine si trovano nell'atmosfera, nell'acqua e nel suolo, in alcuni alimenti. L'uomo può essere esposto alle diossine lavorando in settori industriali nei quali queste sostanze rappresentano dei sotto-prodotti, oppure per eventi accidentali sempre legati all'industria, o tramite prodotti alimentari di origine animale; nell'insieme, il contatto cutaneo e l'inalazione rappresentano vie di esposizione molto limitate. L'assorbimento principale avviene attraverso gli alimenti contaminati.

Le diossine infatti non sono solubili nell'acqua, ma sono molto solubili nei grassi. Di conseguenza si legano ai sedimenti e ai materiali organici nell'ambiente e vengono assorbite dai tessuti grassi umani e animali. Inoltre non sono biodegradabili, per cui possono accumularsi nella catena alimentare.
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Quali effetti sulla salute ha il consumo di alimenti contaminati da diossina?

Le diossine hanno una serie di effetti tossici e biochimici; alcune di esse sono incluse tra le sostanze cancerogene per l'uomo. Test su animali da laboratorio hanno mostrato un legame tra l'assorbimento di diossine e disturbi della salute come l'endometriosi (problema a carico dell'utero), problemi dello sviluppo, disturbi neurologici, problemi dell'apparato riproduttivo (calo del numero di spermatozoi, malformazioni), effetti sul sistema immunitario. Questi effetti possono comparire a livelli di esposizione alla diossina nettamente inferiori a quelli che provocano l'aumento del rischio di tumori.
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In che modo le diossine entrano nella catena alimentare?

Le diossine possono entrare nell'alimentazione attraverso diverse vie. La contaminazione dell'ambiente è causata principalmente dal trasporto nell'atmosfera e dalla ricaduta al suolo di emissioni provenienti da fonti diverse (incenerimento di rifiuti, industrie chimiche, traffico e via dicendo). Fonti di inquinamento particolari possono creare aree localizzate dove la contaminazione è maggiore.

Il suolo costituisce un luogo di accumulo naturale: oltre alle ricadute atmosferiche, le diossine possono accumularsi a causa di fanghi di depurazione, discariche non controllate, erosione da zone contaminate.

Il trasporto atmosferico e la ricaduta sono la principale fonte di inquinamento di verdure a foglia, di pascoli e di foraggio. Le foglie sono poi consumate direttamente dagli animali al pascolo o conservate per produrre fieno o insilati (alimenti per bestiame conservati in appositi silos). L'utilizzo di fanghi come concimanti può in alcuni casi aumentare l'esposizione alla diossina degli animali.

Le diossine si concentrano nei tessuti grassi di bovini, ovini, suini, pollame e frutti di mare. In linea di massima, più è lunga la durata di vita dell'animale, più è facile che le diossine si accumulino nel suo organismo.
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Quali sono gli alimenti più a rischio?

In generale, gli alimenti di origine animale contribuiscono tutti insieme all'80% dell'esposizione umana globale alle diossine. La contaminazione può variare molto a seconda dell'origine degli alimenti. La carne, le uova, il latte e derivati, il pesce di allevamento possono avere livelli di diossina superiori a causa della diossina presente nei mangimi.

La dose di diossina assorbita individualmente varia molto a seconda del tipo di alimentazione seguito. Per esempio una dieta incentrata su un solo tipo di cibo proveniente da zone molto inquinate (come il pesce del Baltico) comporterà un esposizione maggiore di una dieta ricca di cibi di origine vegetale e in generale molto variata.
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Quali consigli pratici si possono dare per ridurre il più possibile l'assorbimento di diossina?

Come abbiamo visto, il problema è generalizzato. Non si tratta quindi di escludere questo o quell'alimento, ma di organizzare bene la propria dieta quotidiana.

In linea di massima, i consigli che si possono seguire sono gli stessi che rendono in generale più salubre la propria alimentazione:

* ridurre il consumo di alimenti di origine animale (carne, latticini, uova), privilegiando verdura e frutta, legumi (fagioli, piselli, lenticchie, ceci) e cereali (pasta, riso, mais);
* variare la propria dieta, in modo da introdurre tanti alimenti diversi.

Dato che le diossine si accumulano nei grassi è bene inoltre cercare di mantenere il peso forma.

(informazioni basate su un documento della Commissione europea)
altroconsumo
2011-01-30 21:41:41
Ambiente & Veleni | di Redazione Il Fatto Quotidiano

30 gennaio 2011

Golfo del Messico, secondo studi indipendenti Bp trucca i dati sulla marea nera


Gran parte del petrolio sversato sembra scomparso dai rapporti ufficiali di BP sullo stato della bonifica, ma fortunatamente numerosi studi indipendenti sono stati portati avanti dalle tante organizzazioni impegnate sul posto, con esperti nel campo per valutare i danni all’ecosistema marino
Non è passato poi tanto tempo dall’esplosione della piattaforma Deep Water Horizon di proprietà di Beyond Petrolium e – come del resto per molti altri incidenti simili – il calo di attenzione dei media sul problema diffonde quella strana convinzione che tutto sia risolto.

Dei circa 760 milioni di litri dispersi in mare, invece, solo una piccola parte è stata recuperata attraverso lo skimming superficiale. Un’altra esigua percentuale – scelta avallata dall’emergenza dovuta alla vicinanza con la costa – è stata combusta in mare, separando la parte volatile dai residui più pesanti, finiti successivamente sul fondo del mare.

I milioni di litri di solventi utilizzati, invece, hanno solo complicato la situazione. Sono infatti state immesse in mare sostanze tossiche e teratogene e pertanto molto pericolose per il delicato ecosistema marino della zona. Il Golfo del Messico non è prezioso solo dal punto di vista della biodiversità, ma anche e soprattutto perché è la riserva di pesca in grado di soddisfare il 20% della domanda interna agli Stati Uniti.

Gran parte del petrolio sversato sembra scomparso dai rapporti ufficiali di BP sullo stato della bonifica, ma fortunatamente numerosi studi indipendenti sono stati portati avanti dalle tante organizzazioni impegnate sul posto, con esperti nel campo per valutare i danni all’ecosistema marino. Ne risulta che gran parte del petrolio disperso giace ancora su un’area di oltre 270 km quadrati di fondo marino e nella sabbia dei circa 1800 km di coste della Louisiana colpite dalla marea nera. Alcune spedizioni scientifiche hanno rilevato, sotto lo strato superficiale della sabbia, una componente di greggio che ormai si è amalgamata irrimediabilmente e la cui bonifica appare molto complessa.

A questo petrolio nascosto va aggiunto quello accumulatosi nei cosiddetti oil plumes, ovvero degli agglomerati di composti più densi dell’acqua, che raggiungono anche 20 km di lunghezza, per 6 km di larghezza e uno spessore di 100 metri. Queste “nuvole” di petrolio galleggiano a mezz’acqua fino a circa 1000 metri di profondità, privando il delicato ecosistema marino dell’ossigeno necessario alla sopravvivenza e mettendo in pericolo l’intera catena alimentare. La notizia, confermata anche dal New York Times, lascia intendere che le cifre presentate dalla BP siano ancora frutto di manipolazioni per ridurre l’entità del danno percepito e che, al contrario, il danno reale stia minacciando seriamente la sopravvivenza di quell’ecosistema.

L’amministrazione Obama ha contribuito alla disinformazione, facendo pressione affinché fosse minimizzato il flusso di notizie provenienti dalle zone interessate, avendo a mente il pessimo fallimento di George W Bush durante il disastro dovuto all’uragano Katrina, le cui polemiche non si sono mai spente completamente negli animi degli americani. La Casa Bianca, inoltre, non è ancora intervenuta sulla debole regolamentazione sulla sicurezza degli impianti. Molte piattaforme in alto mare, infatti, fanno affidamento alla loro ubicazione in acque internazionali per registrare gli impianti nel piccolo stato delle Isole Marshall, dalle deboli norme sulle misure di controllo e sicurezza, nonostante di fatto esse siano strettamente connesse agli impianti statunitensi di trattamento e raffinazione.

E pensare che basterebbe che gli Stati Uniti solamente imponessero livelli di consumo del parco auto circolante nel Paese simili a quelli europei, perché la richiesta nazionale di greggio si riducesse di circa 1 miliardo di barili di petrolio all’anno, contribuendo alla possibile chiusura di numerose piattaforme petrolifere o meglio ancora al calo del 90% delle importazioni di greggio dai Paesi del Medio Oriente. La volontà politica, soprattutto a livello internazionale, di regolamentare i mercati secondo i criteri della sostenibilità è la chiave che può aprire le porte di un vero cambiamento nei paradigmi industriali di tutti i settori produttivi, a partire dal reperimento delle materie prime e delle fonti energetiche.

di Ascanio Vitale
2011-01-31 16:16:47
2011-02-05 17:52:40
Ambiente. Solo rinnovabili entro il 2050
03 febbraio 2011

Lo dimostra lo studio del WWF ed Ecofys presentato oggi. Scaricalo in allegato

Ricavare energia al 100% da fonti pulite, rinnovabili e a basso costo entro il 2050 è una possibilità concreata. Lo dimostra un importante studio del WWF ed Ecofys presentato proprio questa mattina ai media in audio conferenza mondiale. «Il rapporto è più che uno scenario, è un richiamo all’azione», ha commentato Stefano Leoni, presidente del WWF Italia, proseguendo: «possiamo creare un futuro al riparo dai timori crescenti per il costo dell’energia, la sicurezza dei rifornimenti e gli impatti dovuti ai cambiamenti climatici, ma dobbiamo cominciare subito».

Lo scenario elaborato da Ecofys esclude l’uso del nucleare come opzione per risolvere la crisi energetica, perché ritenuta una fonte costosa ed eticamente ingiusta. Come sottolineano gli autori del report, gli Stati Uniti e la Germania hanno prodotto da soli 62mila tonnellate di scorie altamente radioattive e, secondo l’Agenzia USA per la protezione dell’ambiente, ci vorranno almeno 10mila anni perché queste non rappresentino più un pericolo per la salute pubblica, perché non c’è alcun luogo al mondo in cui possano essere stoccate in modo sicuro.

Dall’altra parte, l’uso di combustibili fossili non sarà possibile all’infinito e i costi aumenteranno sempre più. Già oggi un miliardo e 400mila persone non hanno accesso sicuro all’energia: se il prezzo continuerà ad aumentare, gli esclusi aumenteranno.

Ecco perché, per il WWF, produrre energia da fonti rinnovabili e puntare sul risparmio energetico, con un uso residuale di combustibile fossile e nucleare, non è solo una strada praticabile, ma è l’unica scelta che abbiamo per un futuro sostenibile ed equo. «Non ci basiamo su ipotesi stravaganti di benefici da tecnologie di là da venire», ha detto Kees van der Leun, direttore di Ecofys, «la nostra è una stima moderata dell’energia rinnovabile di cui potremo godere entro il 2050. Ciò dimostra che le soluzioni alla crisi energetica globale sono a portata di mano».

Oggi più dell’80% dell’energia globale deriva da combustibili fossili, il resto da fonti nucleari, rinnovabili (di cui soprattutto energia idroelettrica) e da combustibili tradizionali a biomasse usati in modo non sostenibile, soprattutto nelle aree povere del pianeta. Secondo lo scenario elaborato da Ecofys, con una combinazione diversificata di fonti rinnovabili, si possono eliminare quasi totalmente le fonti energetiche non sostenibili.

Ma per riuscirci, servirà uno sforzo globale, i cui investimenti verranno ripagati con un risparmio economico pari a 4 miliardi di euro nel giro di quarant’anni. Si abbasserà infatti il prezzo dell’energia rispetto a uno scenario “business as usual”, cioè in cui non ci sono cambiamenti di rotta.

Lo scenario descritto dall’Energy report, inoltre, permetterebbe un taglio dell’80% alle emissioni di CO2 alla metà del secolo, con maggiori probabilità di limitare l’aumento medio della temperatura globale sotto i 2°C rispetto all’età preindustriale, evitando il rischio di cambiamenti climatici catastrofici.

Tutto questo però dipenderà dal ruolo dell’innovazione e del risparmio di energia, soprattutto nel settore dei trasporti. Dovranno essere garantiti incentivi per incoraggiare l’uso dei mezzi pubblici e ridurre le distanze degli spostamenti di persone e merci. Bisognerà inoltre promuovere l’elettrificazione dei mezzi di trasporto e, dove non si può, cioè per l’aviazione e il trasporto marittimo, limitare i consumi energetici e appoggiare la ricerca per l’uso di idrogeno.

Un altro punto chiave è l’uso delle biomasse come fonte rinnovabile. Oggi i biocombustibili cominciano a sostituire una parte della benzina e del gasolio utilizzati dagli automezzi. È però necessario vigilare, con una certificazione obbligatoria, che questa bioenergia sia prodotta in modo sostenibile, altrimenti le conseguenze ambientali e sociali potranno essere disastrose.

Il WWF Italia chiede, proprio alla vigilia del Consiglio Europeo dedicato a Energia e Innovazione, che i leader europei si focalizzino sull’importanza cruciale dell’efficienza energetica, con un occhio particolare all’Italia che in passato si è distinta con grandi proclami e promesse sull’efficienza.


http://www.vita.it/news/view/109822

Scarica Sintesi del Rapporto (in italiano)

Scarica Rapporto completo (in inglese)
2011-02-11 17:17:57
meritiamo l'estinzione.


IL PARCO SULLA VIA APPIA NUOVA
Caffarella, il torrente Almone diventa blu
Svuotata da ladri un'autobotte piena di 18 mila litri di carburante nelle acque della zona protetta. La Protezione civile: nessun rischio per la popolazione


ROMA - In seguito al furto da un deposito di una autobotte piena di 18 mila litri di carburante, una grande quantità di carburante agricolo è stato versato nel torrente Almone, che scorre nel cuore del Parco della Caffarrella. Il gasolio rischia di arrivare al Tevere a e poi in mare. Non ci sono, assicurano le autorità, pericoli per la popolazione. Secondo quanto si è appreso, sarebbero stati gli stessi ladri ad aprire le valvole dell'autobotte provocando la fuoriuscita di 18 mila litri. I vigili del fuoco sono impegnati in queste ore in una operazione di contenimento del carburante. In corso sopralluoghi dell'assessore capitolino all'Ambiente, Marco Visconti, e del direttore della Protezione civile capitolina, Tommaso Profeta. Sul luogo sono già intervenuti gli operatori della Protezione civile, i tecnici del settore gestione rifiuti e risanamento del Dipartimento ambiente, gruppi della Polizia Municipale, Vigili del fuoco e Forze dell'ordine. Intanto è stata disposta una ricognizione a bordo dell' elicottero della Polizia Municipale, mentre con mezzi della Protezione civile e dei Vigili del Fuoco si sta provvedendo al recupero del gasolio versato nelle acque.

SEI SQUADRE - Sono sei le squadre dei vigili del fuoco impegnate a contenere le migliaia di litri versati nel torrente Almone. Tre sono dislocate a Via Appia Nuova, le altre in via Carlo Conti Rossini, dove il fiume si interra per confluire più avanti nel Tevere. Lì i pompieri, con l'ausilio di panne, cercano di impedire il passaggio del carburante favorendo solo quello dell'acqua. Le acque del torrente mostrano numerose chiazze di colore blu. L'autobotte rubata in viale Appio Claudio è stata poi ritrovata dalla polizia in via Salaria. In mattinata sono stati cittadini di vari municipi a segnalare ai vigili il forte odore di carburante nei pressi del fiume. Il corso d'acqua attraversa il parco regionale dell'Appia Antica ricevendo le acque delle numerose sorgenti ancora presenti nell'area; le sue acque vengono deviate al depuratore di Roma sud.

Le squadre di vigili del fuoco al lavoro (Eidon)
Le squadre di vigili del fuoco al lavoro (Eidon)
«NESSUN RISCHIO PER POPOLAZIONE» - «Contiamo di limitare l'inquinamento - ha detto il direttore della protezione civile di Roma, Tommaso Profeta che sta effettuando un sopralluogo in via Appio Claudio - I vigili del Fuoco stanno posizionamento le 'pannè, dei dispositivi che intercettano il carburante alla confluenza tra l'Almone e il Tevere e al depuratore di Roma Sud. Non c'è alcun rischio immediato per la popolazione - ha aggiunto Profeta - Contiamo di intercettare tutto il carburante prima che arrivi al mare». Secondo la prima ricostruzione, i ladri hanno svuotato una cisterna che conteneva 12 mila litri di carburante agricolo e l'hanno riempita di carburante normale, molto più pregiato. I carburante agricolo sversato nei chiusini del deposito, è finito nel torrente Almone poco distante. La cisterna vuota è stata poi ritrovata sulla via Salaria all'altezza di Settebagni.



IL DANNO AMBIENTALE - Sarebbero 12mila i litri di carburante agricolo riversati nell’Almone. E’ quanto si apprende dall’Ente Parco dell’Appia Antica. Le acque del fiume dopo lo sversamento si sono colorate di blu. Sembra che il carburante agricolo, contenuto in una cisterna sul retro di una pompa di benzina di via Appio Claudio, sia stato sversato nella notte dai ladri in un canale di scolo dell’acqua piovana e abbia raggiunto il fiume. I ladri, secondo quanto si apprende, avrebbero poi riempito la cisterna di 18mila litri di gasolio industriale, più costoso sul mercato, e si sarebbero dati alla fuga. Per i tecnici la notevole quantità di carburante ha provocato sicuramente danni ambientale alla fauna del fiume. L'allarme è scatatato dopo che venerdì mattina sono state segnalate larghe macchie di carburante nel fiume Almone, nel parco della Caffarella, a Roma. I cittadini di diversi municipi hanno segnalato ai vigili urbani un forte odore in tutta l'area della Caffarella e gli agenti dei Gruppi IX, X e XI sono risaliti lungo il torrente fino al deposito, notando nelle acque chiazze di carburante. La Polizia municipale ha riferito che ignoti la notte scorsa sono entrati in un deposito di carburante che si trova alle spalle di un distributore all'Appio Claudio e hanno aperto le valvole di un'autobotte, provocando la fuoriuscita della nafta che ha raggiunto il torrente Almone, importante risorse d'acqua per diversi campi agricoli della zona.

corriere
2011-02-15 22:29:05
Per inquinamento ambientale dell'Amazzonia
Ecuador: 9 miliardi di dollari di multa alla Chevron
In realtà i danni sono stati provocati dalla Texaco, poi acquistata dalla società petrolifera americana


MILANO - Oltre nove miliardi di dollari di risarcimento per aver trasformato una parte dell'Amazzonia ecuadoriana nella zona industriale «più contaminata del mondo». È una sentenza storica quella pronunciata lunedì dal giudice di Lago Agrio, Nicolas Zambrano, che ha condannato la Chevron a pagare una delle multe più salate della storia. La corte ha stabilito che la multinazionale americana per quasi 30 anni ha inquinato irreparabilmente il territorio ecuadoriano provocando gravi danni alla salute della popolazione locale.

RISARCIMENTO - La causa, iniziata nel 1993, era stata promossa dalle comunità indigene contro l'allora società petrolifera Texaco, poi assorbita dalla Chevron. L'accusa inizialmente aveva chiesto il pagamento di 27 miliardi di dollari (come riportato da un reportage di Ettore Mo sul Corriere della Sera) e in una documentazione di oltre 200 mila pagine erano state raccolte innumerevoli testimonianze e prove che dimostravano come nel corso degli anni lo sversamento di miliardi di litri di scarti in corsi d'acqua e fiumi locali da parte della multinazionale abbiano provocato gravissimi danni all'ambiente e un aumento esponenziale di malattie mortali come la leucemia e il cancro tra le popolazioni indigene. Nella sentenza di 188 pagine, il giudice Zambrano ha accolto le accuse delle popolazioni locali e ha stabilito che i danni provocati dalla multinazionale ammontano a 8,6 miliardi di dollari. A questi bisogna aggiungere circa un miliardo di dollari che la Chevron dovrà pagare alla Amazon Defense Coalition, l'associazione che raggruppa i querelanti. Inoltre, se Chevron non si scuserà pubblicamente entro 15 giorni tramite annunci sui giornali americani ed ecuadoriani, la sentenza prevede il raddoppio della multa.

COMMENTI - «Quella contro la Chevron», ha dichiarato al New York Times David M. Uhlmann, esperto di diritto ambientale dell'Università del Michigan, è una delle più importanti sentenze mai comminate nella storia per la contaminazione ambientale. È sicuramente inferiore ai 20 miliardi di dollari che la Bp ha accettato di pagare per risarcire le vittime della marea nera nel Golfo del Messico, ma è comunque una decisione storica». D'accordo sono i membri dell'Amazon Defense Coaliton che confermano: «È la prima volta che un popolo indigeno fa causa a una multinazionale nel Paese in cui i crimini sono stati commessi e ottiene giustizia». Pablo Fajardo, il coraggioso avvocato trentottenne che ha difeso i diritti degli oltre 30 mila cittadini indigeni, parla di «trionfo della giustizia», ma afferma che i danni provocati dalla società petrolifera sono ben maggiori: «Abbiamo intenzione di presentare ricorso perché riteniamo che il risarcimento non sia sufficiente. Secondo un rapporto recentemente presentato in tribunale i danni potrebbero ammontare a 113 miliardi di dollari».

APPELLO - Quello che è certo è che l'ammontare del risarcimento supera anche i 5 miliardi di dollari che la ExxonMobil, la più grande società petrolifera del mondo, fu inizialmente condannata a pagare per il disastro petrolifero in Alaska del 1989. Da parte sua la Chevron, attraverso il portavoce Kent Robertson, definisce la sentenza «illegittima e inapplicabile» e afferma che ricorrerà in appello: «Questo giudizio è il prodotto di una frode», dichiara Robertson. «Dall'inizio è stato ideato un piano che avevo lo scopo di gonfiare la stima dei danni per portare i giudici corrotti a comminare una pena di poco più bassa». Rafael Correa, presidente socialista dell'Ecuador dal 2007, afferma che nessun risarcimento restituirà la salute ai suoi concittadini e l’ecosistema dell’Amazzonia: «La società petrolifera», spiega Correa, «ha commesso un crimine contro l'umanità. Villaggi interi sono stati sterminati a causa dell'inquinamento».

Francesco Tortora

corriere
2011-03-11 00:18:16
per la cittadinanza rischia di diventare «un ghetto di soli ricchi»
A Malindi non piace il Billionaire keniota
I residenti contrari al locale che Briatore sta costruendo: è all'interno di un Parco nazionale

MILANO - Spiaggia, sole e un tempio del lusso: Flavio Briatore ha grandi progetti per Malindi, in Kenya. Il manager cuneese vuole infatti costruire un resort di lusso sullo stile del più famoso Billionaire della Costa Smeralda proprio nella località africana, in mezzo ad una riserva naturale. La scelta del luogo, tuttavia, ha fatto infuriare i residenti della località turistica sull'Oceano Indiano. Che ora temono non solo danni ambientali, ma che il complesso si trasformi in «un ghetto di soli ricchi».

RESIDENTI IN RIVOLTA - Al progetto si oppongono soprattutto i residenti della città portuale di Malindi. Che ora sono saliti sulle barricate. Pomo della discordia: la struttura dovrebbe sorgere su una zona protetta. Come racconta il quotidiano keniota Daily Nation le autorità del Parco Nazionale del Kenya, il Kenya Wildlife Service, avrebbero già dato in affitto a Briatore un terreno del Malindi Marine Park per la durata di 25 anni. Nella località africana il sessantenne possiede già il resort di lusso «Lion in the Sun», molto frequentato soprattutto da una clientela italiana. Tra i residenti e gli imprenditori di Malindi cresce però la paura che la gente del posto venga definitivamente «emarginata» per colpa del nuovo progetto.

UN EURO AL METRO QUADRO - Secondo il giornale Briatore avrebbe preso in affitto 1,5 ettari di terreno. Il Daily Star rivela inoltre che l'amministrazione del parco ha dato in affitto il terreno alla Keniaku Ltd, di proprietà di Briatore, per 1,5 milioni di scellini kenioti annui, l'equivalente di 13.000 euro, ovvero meno di un euro per metro quadro. Il club, accessibile solo ai «super-ricchi», sarebbe anche l'unico del suo genere in Africa, sottolinea il giornale. Nel corso di un'assemblea cittadina svoltasi in questi giorni i rappresentanti del Consiglio degli anziani Swahili e quelli dei commercianti hanno preteso l'annullamento del contratto di locazione spiegando che si tratta di un'area di conservazione ambientale con rare specie autoctone di piante medicinali. il «Daily Nation» riporta che tra i residenti e gli emissari di Briatore la tensione era altissima, tanto che all'incontro sono stati chiamati anche le forze dell'ordine col compito di sorvegliare l'ingresso, affinchè le reazioni non degenerassero.

PROCEDURE DUBBIE - Un portavoce dei commercianti ha spiegato nel corso della riunione che la spiaggia non dovrebbe essere venduta ad un privato perchè «ciò negherebbe alle donne e ai giovani l'accesso ad una zona dove da sempre queste persone si guadagnano da vivere». Un rappresentante dell'autorità del Parco keniota ha evidenziato che la riserva marina e naturale è la più antica d'Africa. Ogni anno è visitata da centinaia di studenti, è un centro educativo e zona di conservazione delle tartarughe. Il sindaco di Malindi, Samson Mapinga, ha spiegato che la città impugnerà il progetto davanti ad un tribunale se non verrà fermato. «Abbiamo messo in piedi una speciale task force dopo aver scoperto dei falsi piani e dei falsi progetti già approvati», ha detto Mapinga. «Le procedure non sono state seguite e le consultazioni non sono state fatte», ha aggiunto il primo cittadino. Al consiglio comunale sarebbe stato riferito che il progetto avrebbe dovuto includere anche la costruzione di abitazioni per i dipendenti del Kenya Wildlife Service.


corriere


Perchè dovunque vanno trovano sempre il modo per depredare, distruggere, stuprare l'ambiente?

Perchè la natura incontaminata ed i parchi più belli devono sempre essere a disposizione di ricchi, quando è palese che a loro non importa un "fico secco" del contatto con la natura?
2011-04-13 17:04:22
VIABILITA'/Tutti contro la supertangenziale del sud Milano
Martedì 12 Aprile 2011 09:08

Tangenziale di MilanoMagenta - Una mobilità sostenibile, razionale e condivisa. È quanto chiedono oltre 20 sindaci dell'Est Ticino e del Sud Milano, dopo aver preso atto dell'ennesimo progetto stradale calato dall'alto in un territorio pregiato di forte valenza agricola e senza un minimo di processo partecipativo che coinvolga i Comuni che conoscono quali sono le reali esigenze locali. Una richiesta avanzata dopo la presentazione da parte della Provincia di Milano di una bozza del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP), che contiene il tracciato di una nuova infrastruttura stradale a pagamento e di forte impatto ambientale da realizzare nel cuore del Parco Agricolo Sud Milano. Si tratta della Tangenziale Autostradale Ovest Esterna di collegamento tra Melegnano e Magenta.
Nel PTCP l'arteria parte da Melegnano - Siziano, taglia rovinosamente i territori agricoli di Cerro al Lambro e Carpiano, raggiunge in diagonale e si sovrappone per un tratto alla S.P. 40 "Binasca". Prima di Lacchiarella lascia la sede attuale per attraversare i territori di Zibido, Binasco, Noviglio, Vernate, Rosate, Gaggiano, Gudo Visconti, Zelo Surrigone, Vermezzo, Albairate, Cassinetta, Robecco, Corbetta e arrivare a Magenta e connettersi con l'Autostrada Milano - Torino (A4). Il largo nastro d'asfalto avanza nel territorio a sfregio di cascine, chiese, castelli, marcite e percorsi ecologici. È un altro duro colpo alla politica promossa dagli enti locali per difendere, preservare e valorizzare il territorio agricolo, in particolare dal punto di vista ambientale ed agrituristico.
I Sindaci per saperne di più sul progetto hanno ottenuto lo scorso 29 marzo un primo incontro con l'assessore provinciale Fabio Altitonante, il quale ha spiegato loro che la nuova tangenziale è: strategica per la Provincia di Milano; autostradale con caselli a pagamento; da avviare in tempi brevi, con il supporto di capitali privati; suscettibile di uno spostamento di 500 metri (più in basso o più in alto) rispetto al tracciato indicato. È stata già spostata più internamente rispetto al tracciato indicativo enunciato in precedenza (in parte nella Provincia di Pavia). Inoltre, il raggio di curvatura, relativamente ridotto rispetto al tracciato iniziale, renderà l'opera anacronistica quando sarà terminata perché troppo vicina all'esistente Tangenziale Ovest (si ridurrebbe praticamente a un doppione).
Questa nuova super tangenziale non è piaciuta ai Sindaci che, oltre a chiedere ulteriori informazioni, in particolare sull'effettiva indispensabilità e sulla documentazione, stanno elaborando una strategia comune di intervento. Una cosa è certa: l'arteria è un anello esterno all'attuale Tangenziale Ovest di Milano che serpeggia in modo devastante nel Parco Agricolo Sud, sia in prossimità dei centri abitati, sia di cascine di pregio ambientale e storico, ancora in attività. I Sindaci provvederanno anche a informare i propri cittadini delle iniziative pubbliche e istituzionali che saranno attivate per verificare preliminarmente la reale necessità e la sostenibilità ambientale di questa nuova infrastruttura stradale. Questo l'elenco dei Comuni che stanno già collaborando all'elaborazione di una strategia di intervento unitaria: Albairate, Corbetta, Zelo Surrigone, Vermezzo, Gudo Visconti, Rosate, Noviglio, Lacchiarella, Calvignasco, Carpiano, Siziano, Zibido San Giacomo, Vernate, Morimondo, Cusago, Ozzero, Cisliano, Gaggiano, Cassinetta di Lugagnano, Casarile, Besate. Non è da escludere che progressivamente si uniranno altri Comuni.
assesempione
2011-06-15 13:35:58
Ambiente & Veleni | di Redazione Il Fatto Quotidiano

15 giugno 2011

Risposte concordate: operazione ‘trasparenza’ del ministero sul poligono sardo di Quirra

La procura di Lanusei (Sardegna) ha aperto un'inchiesta per disastro ambientale per la presenza di cadmio, piombo, uranio e napalm. Il tutto causato dalle esplosioni di ordigni. Un militare indagato. La Difesa, però, ha diffuso un questionario ai militari per indirizzare le loro risposte

Domande e risposte preparate in anticipo, addirittura le cose da dire off the record. È già tutto scritto e deciso, nero su bianco, come dovranno comportarsi e cosa dire i militari italiani, se interrogati sui poligoni di Quirra e di Campo San Lorenzo, i cui dodicimila ettari sono stati messi sotto sequestro dalla procura di Lanusei per il reato di disastro ambientale. Qui, infatti, sorgenti e pozzi, secondo la magistratura, sono contaminati da nano-particelle prodotte dalle esplosioni di ordigni. Davanti a una tale situazione il ministro della Difesa ha varato una linea basata sulla “trasparenza” il cui obiettivo è assicurare, sempre e comunque, che finora non è stato ancora accertato il nesso di causalità tra le attività del Poligono sardo di Salto di Quirra, l’uranio impoverito (che comunque non viene adoperato) e le malattie sviluppate da militari, abitanti e animali della zona.

Il piano, intitolato “In difesa della salute e dell’ambiente”, è stato distribuito recentemente, in forma riservata, in una riunione presso il gabinetto del ministro della Difesa con i vari responsabili della comunicazione per “definire una nuova linea di condotta sull’attività dei poligoni sardi ed evidenziare l’impegno delle Forze Armate a tutela del diritto alla salute del personale della Difesa, della collettività e dell’ambiente, con particolare riferimento ai poligoni militari”.

Insomma, se per la procura di Lanusei esistono le prove che le esercitazioni hanno causato gravi danni alla salute degli uomini e degli animali, che è stato usato uranio impoverito, che l’acqua potrebbe aver subito contaminazioni di nano-particelle provenienti dalle esplosioni del munizionamento, e provocato anche alcuni tumori registrati tra gli abitanti di Villaputzu e Quirra, per il governo la storia sta in altri termini. E così alla domanda: tra i comuni di Quirra e di Escalaplano è stata denunciata un’elevata incidenza di tumori potete escludere che sia collegata in qualche modo alle attività del Poligono? La risposta sarà: “Non sono un esperto di patogenesi o di oncogenesi, le dico però che le nostre famiglie abitano nei comuni limitrofi al Poligono, che noi viviamo e lavoriamo all’interno della base. Siamo i primi a poter affermare di essere interessati perché venga fatta luce sulle cause dell’insorgenza di queste malattie. La nostra disponibilità a collaborare a qualsiasi informazione e fornire dati è totale”. E ancora: “Sei militari e un generale che prestavano servizio al poligono sono recentemente morti per tumore del sistema linfatico”. Risposta: “Non sono un esperto di patogenesi o di oncogenesi, il resto uguale alla precedente”.

Altro consiglio è quello di ponderare bene l’uso di smentite e precisazioni, perché a volte possono avere l’effetto opposto, e di cimentarsi in iniziative di tutela della salute e dell’ambiente anche con con il ministero della Sanità, Università, Regioni, e associazioni ambientaliste come Legambiente, Lipu. Ma perchè la strategia di comunicazione sia “credibile” servono “appositi “monitoraggi” della situazione delle Forze Armate (salute del personale, ambiente, smaltimento rifiuti), statistiche nazionali e locali sulla incidenza di particolari patologie, con riferimento anche al personale militare che opera o ha operato nei poligoni”. Insomma, nulla è lasciato al caso in questa nuova tattica di ‘trasparenza’.

Insomma, se il ministero elude la questione con domande prestampate, la magistratura prova a vederci chiaro. L’inchiesta del procuratore Domenico Fiordalisi, infatti, ha portato sinora all’iscrizione nel registro degli indagati di tre persone: Tobia Santacroce, generale in pensione, ex comandante dell’Ufficio inquadramento, accusato di disastro ambientale colposo e omicidio volontario doloso, Gilberto Nobile e Gabriella Fasciani, due chimici indagati per falso ideologico in atto pubblico per aver attestato la non anomalia di particelle metalliche presenti nei polmoni e negli organi di ovini da loro analizzati. Dalle testimonianze acquisite è emerso inoltre che almeno un missile con una testata da guerra all’uranio impoverito è stato sparato, che tra i rifiuti interrati ci sono sostanze con cadmio, piombo, antimonio e napalm e che tra gli animali malformati ci sono capi con sei zampe, con gli occhi dietro le orecchie e, appunto, a due teste.

Un altro filone di indagine riguarda le morti sospette. Per questo è stata ordinata la riesumazione di una ventina di salme tra pastori e militari per verificare la presenza di particelle Alfa, emesse dall’uranio impoverito. L’ultimo atto disposto da Fiordalisi è stato appunto il sequestro del Poligono.

Eppure, di fronte a un’inchiesta della procura, il governo sceglie di “ridurre il livello di apprensione nella collettività” adottando “misure di comunicazione a tutela dello sforzo e degli investimenti nella ricerca sempre più spinta di soluzioni sostenibili per le attività istituzionali, e minimizzare o neutralizzare il danno d’immagine per Difesa e Forze armate”. Il che mette qualche ombra sul fatto che la salute della popolazione e un’informazione chiara siano veramente l’obiettivo dei corpi militari.

di Adele Lapertosa
2011-06-17 10:47:46
queste si che sono idee.......

molto curioso di sapere dove hanno messo la porta usb
(edited)
2011-06-17 10:51:07
molto curioso di sapere dove hanno messo la porta usb

nel didietro.
infatti per te, invece che una porta usb, hanno inserito il cavo di alimentazione di tutto il pentagono..
le dimensioni (come diametro) contano....