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Subject: ambiente

2011-06-17 10:51:07
molto curioso di sapere dove hanno messo la porta usb

nel didietro.
infatti per te, invece che una porta usb, hanno inserito il cavo di alimentazione di tutto il pentagono..
le dimensioni (come diametro) contano....
2011-06-17 11:02:21
si infatti sono 60 anni che andiamo avanti a risolvere tutti i problemi a forza di balle bla bla bla e basta.
2011-07-04 13:43:59
altro disastro.


Il petrolio nello Yellowstone River
La rottura di un oledotto della Exxon rischia di creare un disastro nel Montana
4 luglio 2011




La rottura di un oleodotto della Exxon Mobil nel Montana, Stati Uniti, ha fatto fuoriuscire mille barili di petrolio grezzo nel fiume Yellowstone. La Exxon ha fatto sapere che ci sono tracce di petrolio fino a circa venticinque chilometri di distanza dal punto in cui si è verificata la perdita, ma la causa dell’incidente non è ancora stata chiarita. «Non c’era stato nessun segnale che potesse indicare un incidente», hanno fatto sapere dall’azienda. L’oleodotto era stato chiuso per precauzione a maggio, quando le acque del fiume avevano raggiunto un livello particolarmente alto, ma poi tutto era ripreso come al solito. Ogni giorno ci passano circa 40mila barili di petrolio.

Il governatore del Montana, Brian Schweitzer, ha messo in discussione la spiegazione fornita dalla Exxon. «Non hanno idea se si tratti di 5, 50 o 100 miglia. Stanno tirando a indovinare». Lo Yellowstone è il fiume privo di dighe più lungo degli Stati Uniti. Una valutazione precisa dell’entità del danno non potrà essere effettuata finché piccole imbarcazioni non riusciranno a perlustrare la zona, ha spiegato il governatore. La preoccupazione maggiore ora è per i danni che la perdita potrà arrecare alle coltivazioni circostanti il fiume e all’industria della pesca.
ilpost
2011-08-31 11:22:32
dopo il disastro in scozia, con del petrolio in mare da due falle (Scozia: petrolio in mare, due falle nella piattaforma Shell)

ecco un altra buona notizia:
Putin apre l'Artico a Exxon accordo da 500 mld di dollari
L'intesa tra Mosca e il colosso americano mette ai margini la Bp e rappresenta una sfida per Obama che non ha ancora dato il via libera alle trivellazioni in Alaska. In cambio Rosneft avrà una partecipazione in alcuni giacimenti in Texas e nel Golfo del Messico
repubblica
2011-09-27 12:13:54
2011-09-27 18:34:41
notizia riportata anche da equivita:

27 settembre: ricorre L’EARTH OVERSHOOT DAY per il 2011

_____________________



Da domani, secondo i calcoli del Global Footprint Network, saremo anche quest’anno in debito con il pianeta Terra. Avremo superato infatti il budget di risorse naturali a nostra disposizione per l’anno solare in corso.
La conseguenza? Inizieremo di nuovo a impoverire le riserve naturali e ad accumulare CO2 nell’atmosfera aumentando il deficit ecologico già esistente.

L’Earth Overshoot Day (calcolato dal Global Footprint Network su un’idea del NEF - New Economics Foundation, una fondazione inglese) si basa sul concetto di impronta ecologica e sovraconsumo ecologico.
L’impronta ecologica misura quanta area produttiva (terra e mare) è necessaria ad una popolazione per produrre ciò che consuma e per assorbire i rifiuti che emette. Il sovraconsumo ecologico si instaura quando la domanda di risorse eccede la capacità rigenerativa della Terra e la produzione di rifiuti è superiore alla capacità della biosfera di assorbirli.
L’Earth Overshoot Day individua (ovviamente in maniera approssimativa) il giorno dell’anno in corso in cui l’umanità entra in questo sovraconsumo ecologico ed inizia ad intaccare il “capitale” delle risorse naturali del pianeta (avendo esaurito il “reddito” di cui poteva disporre) oppure aumenta l’inquinamento ambientale.
Poiché l’Overshoot day ricorre in anticipo anno dopo anno il Global Footprint Network afferma che, perseverando nell’andamento corrente, prima della metà del secolo avremmo bisogno di 2 pianeti per continuare a soddisfare la nostra domanda (spesso di beni superflui).

Il Comitato Scientifico EQUIVITA ritiene che sia urgente chiedersi se:

* non sarebbe il caso che ci rendessimo infine responsabili dei nostri stili di vita;
* non sarebbe il caso, invece che procedere verso la nostra autodistruzione, di ripensare immediatamente al nostro livello di consumi;
* non sarebbe ora di investire esclusivamente su attività agricole e industriali che non alterino gli equilibri del pianeta.
* non sarebbe infine ora di considerare i nostri doveri nei confronti delle generazioni future.
2011-10-07 11:10:17


La perdita di petrolio in Nuova Zelanda
Una nave cargo si è incagliata a largo della costa e rischia di affondare: potrebbe essere il peggior disastro ambientale della storia del paese
7 ottobre 2011

Una nave cargo di 236 metri si è incagliata a largo della costa della Nuova Zelanda e rischia ora di provocare il peggiore disastro ambientale della storia del paese. Il peggioramento delle condizioni meteorologiche sta rallentando le operazioni di soccorso e potrebbe causare la fuoriuscita di oltre 1.700 tonnellate di petrolio. «La situazione sta peggiorando ed è possibile che la petroliera si spezzi in due e affondi», ha detto oggi il ministro dei Trasporti Steven Joyce.

La Maritime New Zealand ha fatto sapere di essere pronta all’arrivo del petrolio fino alle coste nei prossimi giorni. La perdita al momento sembra provenire soltanto da un contenitore di petrolio da cento tonnellate. C’è molta preoccupazione anche per i 23 membri dell’equipaggio, tutti filippini, che sono ancora a bordo da quando la nave si è incagliata lo scorso mercoledì. L’equipaggio al momento è impegnato nel tentativo di trasportare i barili di petrolio nelle zone della nave che sembrano meno a rischio.

Quattro uccelli sono già stati trovati morti perché contaminati dal petrolio fuoriuscito, tra questi un cucciolo di pinguino. Le associazioni ambientaliste stanno allestendo due centri di soccorso per gli animali.
ilpost
2011-10-07 13:13:54
Ambiente & Veleni | di Redazione Il Fatto Quotidiano

7 ottobre 2011

Pioltello, tangenti e rifiuti scomparsi
Presentato a Milano il dossier di Greenpeace

Secondo l'associazione ambientalista, il caso della bonifica dell'ex Sisas è l'esempio più lampante dell'inadeguatezza della gestione emergenziale. Sulla vicenda indaga da alcuni mesi la Procura di Milano che ipotizza un versamento di mazzette per evitare i control
L’ultimo dossier di Greenpeace sulla bonifica dell’ex area industriale Sisas di Pioltello punta fin dal titolo direttamente al cuore del problema: “Il mistero dei rifiuti scomparsi”. Numeri che non tornano, codici d’identificazione delle scorie pericolose che cambiano passando dal porto di Genova a quello di Siviglia, con un saldo finale di migliaia di tonnellate di materiale pericoloso che, secondo l’associazione ambientalista, non è chiaro dove sia finito.

Sulla vicenda indaga da alcuni mesi la Procura di Milano, che aveva aperto un fascicolo a marzo dopo la presentazione del primo esposto di Greenpeace e la pubblicazione di una serie di reportage su il manifesto. Le prime indagini hanno portato a ipotizzare il versamento di una tangente di 700 mila euro da parte della società incaricata della bonifica, la Daneco Impianti di Francesco Colucci al commissario straordinario Luigi Pelaggi, ovvero chi ha materialmente seguito le procedure di gara e il progetto per conto del Ministero dell’Ambiente. Soldi che, secondo i magistrati, sarebbero stati pagati per evitare controlli troppo stringenti sull’operazione di bonifica, realizzata in grande velocità dalla Daneco per cercare di far evitare al governo italiano le sanzioni comunitarie.

L’organizzazione ecologista a distanza di quasi un anno dall’avvio della bonifica ha elaborato il saldo tra i materiali pericolosi usciti da Pioltello – in gran parte nerofumo contaminato da mercurio – e le notizie raccolte da marzo in poi sulle destinazioni finali di quelle scorie. Con due percorsi significativi: la via spagnola e la rete italiana.

Almeno 25 mila tonnellate di nerofumo intriso di mercurio e idrocarburi sono sicuramente finite in Andalusia tra il gennaio e il marzo scorso, trasportate via nave da Genova fino al porto fluviale di Siviglia. La discarica che ha ricevuto quelle terre contaminate da Pioltello, il sito di Nerva della società spagnola Befesa, è stata chiusa nei mesi scorsi. Il dossier aggiunge nuovi dettagli e documenti su questa via spagnola delle scorie, che parte da Milano, per finire in questo sito “senza essere sottoposte a nessun trattamento”, come si legge nello studio presentato ieri a Milano. L’area industriale di Pioltello in via di bonifica è altamente contaminata, con sostanze derivate dall’attività petrolchimica. Scorie tossiche, cancerogene, che hanno bisogno di una messa in sicurezza a regola d’arte. Il 7 marzo scorso la Daneco in un comunicato ufficiale affermava che la bonifica aveva riguardato 59 mila tonnellate di materiale, contraddicendo, secondo Greenpeace, la stima della precedente impresa incaricata della bonifica, la Sadi del gruppo Grossi, pari a 30,4 mila tonnellate. Ogni rifiuto ha poi bisogno di quella che tecnicamente si chiama “caratterizzazione”, ovvero l’analisi puntuale delle sostanze contenute, finalizzata ad individuare il tipo di smaltimento. Non tutto può finire, ad esempio, in discarica senza un adeguato trattamento.

Secondo Greenpeace, in questa fase qualcosa non ha funzionato. La Daneco a marzo affermava che nella grande maggioranza i rifiuti pericolosi erano classificabili con il codice 191301* (l’asterisco indica la pericolosità). E per l’associazione i conti non tornano: in un documento dell’autorità portuale di Siviglia presentato da Greenpeace si legge che lì sarebbe arrivato un rifiuto con tutt’altra classificazione, contraddistinta dal codice 061305. “Errore materiale o truffa?”, chiede l’associazione ambientalista.

Al di là dei tanti misteri sui codici che cambiano mentre attraversano il mare, rimane aperto il capitolo della destinazione finale dei veleni partiti dall’Italia. La discarica spagnola di Nerva – gestita dalla società Befesa – che ha accolto circa la metà dei rifiuti pericolosi di Pioltello – dato ammesso dalla stessa Daneco – è stata recentemente chiusa dopo due incendi che hanno colpito proprio le scorie italiane e dopo una serie di denunce partite dagli ecologisti spagnoli. Grazie ad un’ampia documentazione fotografica mai contestata dalla Daneco, Greenpeace Spagna e Ecologistas en Accion hanno dimostrato come le terre contaminate arrivate da Milano venissero sversate nell’invaso in piena Andalusia senza essere trattate. Una violazione chiara delle norme ambientali, alla fine riconosciuta anche dal governo andaluso, che ha disposto la chiusura del sito.

La seconda domanda che pone Greenpeace riguarda direttamente l’Italia. Circa 50 mila tonnellate di rifiuti pericolosi secondo Daneco sono state avviati ad impianti italiani, come risulta dalla comunicazione inviata all’associazione dal commissario Luigi Pelaggi. Secondo la denuncia di Greenpeace “da un rapido controllo risultava che alcune delle società che hanno ricevuto le scorie non gestiscono discariche di rifiuti pericolosi”. Si sarebbe dunque trattato di “stoccaggi provvisori e di semplici intermediari”. Terre contaminate alla fine sparite, volatilizzate, con un “destino finale che rimane tuttora sconosciuto”.

di Riccardo Gardel
2011-10-12 10:12:24
La Rena si sta spezzando in due
Nello scafo della nave cargo liberiana arenata al largo della Nuova Zelanda si è aperta una grande e inquietante crepa
12 ottobre 2011



Una grande crepa si è aperta intorno allo scafo della Rena, la nave cargo liberiana che mercoledì scorso si è arenata al largo della Nuova Zelanda. Il danno è molto evidente e secondo gli esperti l’imbarcazione potrebbe spezzarsi in due in breve tempo, aggravando l’emergenza ambientale nella zona. La nave è tenuta insieme dalle sue strutture interne, che potrebbero non resistere alle sollecitazioni dovute ai venti e al mare mosso.

La nave si è arenata sugli scogli dell’Astrolabe Reef poco distante da Tauranga, la città portuale più popolosa della Baia di Plenty nell’Isola del Nord. Da allora i tecnici e le autorità neozelandesi stanno cercando di metterla in sicurezza, evitando che decine di tonnellate di olio combustibile pesante e di carburante finiscano in mare. Ci sono già state perdite e parte dei derivati del petrolio è arrivata sulle spiagge della Baia, mettendo a rischio la fauna della zona costituita da balene, delfini, pinguini e molti altri uccelli marini.

Il primo ministro John Key ha confermato l’impegno del governo per mettere in sicurezza la nave, ma ha anche ammesso che le ultime notizie sulla frattura nello scafo non sono per niente incoraggianti. La nave, ha detto, si spezzerà probabilmente in due sugli scogli dell’Astrolabe Reef. A questo punto diventa prioritaria la rimozione delle tonnellate di carburante e di olio pesante combustibile dal cargo, per evitare che si disperdano in mare causando un disastro ambientale di grandi proporzioni. Tre navi sono state attrezzate per aspirare e trasferire i derivati del petrolio, ma le condizioni meteo complicano l’operazione causando ulteriori ritardi.
gallery

A preoccupare le autorità non è solamente la possibile nuova perdita di carburante e olio pesante. Alcuni container trasportati dalla Rena contengono al loro interno sostanze chimiche inquinanti, che a contatto con l’acqua del mare potrebbero produrre gas tossici, aggravando l’emergenza ambientale. Settanta container, contenenti materiali non pericolosi, sono caduti dal ponte della nave la scorsa notte a causa del mare mosso. Diversi di questi hanno raggiunto la costa dell’Isola di Motiti nelle ultime ore.

Squadre sono al lavoro anche lungo le coste vicino Tauranga per mettere in salvo gli animali, prima che restino intossicati dalla perdita di carburante e olio pesante. Le autorità dicono di aver trovato centinaia di uccelli marini morti sulle spiagge. Il mare porta verso la costa il carburante disperso nei primi giorni dopo l’incidente e l’esercito è al lavoro per arginare i danni, isolando le aree maggiormente colpite. I militari al lavoro sono circa 150, ma gli alti comandi potrebbero decidere di inviare altri soldati nella zona per affrontare più rapidamente l’emergenza. Le autorità locali stanno valutando la possibilità di far indossare mascherine di protezione agli abitanti della zona per tutelarsi contro i gas tossici che si sollevano dal mare.
ilpost
2011-10-12 15:29:36
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Oceano Pacifico, è sempre più vasta l’isola dei rifiuti di plastica

Il Pacific Trash Vortex è in continua crescita. Secondo gli esperti ha ormai raggiunto un'estensione pari al doppio degli Stati Uniti e nel prossimo decennio potrebbe raddoppiare. Sotto accusa i sacchetti di plastica usa e getta

di Andrea Bertaglio | 12 ottobre 2011


Cresce costantemente il Pacific Trash Vortex, l’isola di rifiuti di plastica che galleggia nell’Oceano Pacifico. Con decine di milioni di tonnellate di detriti che fluttuano tra le coste giapponesi e quelle statunitensi, si tratta di fatto della più grande discarica del pianeta. Secondo scienziati ed oceanografi intervistati dal giornale britannico The Independent, la sua estensione ha ormai raggiunto “livelli allarmanti”: il doppio di quella degli Stati Uniti d’America. Fra i rimedi consigliati dagli esperti, spicca la necessità di abbandonare globalmente i sacchetti di plastica usa e getta. Una scelta già fatta dall’Italia, che adesso tutta l’Europa vuole imitare.

Palloni da calcio e da football, mattoncini di Lego, scarpe, borse, Kayak milioni di sacchetti usa e getta. Sono questi gli ingredienti della “zuppa di plastica” che anno dopo anno si sta impossessando del Pacifico. Un quinto di essi, secondo gli studiosi, proviene da oggetti gettati da navi o piattaforme petrolifere, il resto dalla terraferma.

Scoperto alla fine degli anni ’80 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ma resa nota soprattutto da Charles Moore, il Great Pacific Garbage Patch (altro nome del Trash Vortex) non è un’isola su cui si possa camminare, come generalmente si tende a pensare, ma una “zuppa”, appunto, che si divide in due grandi blocchi: uno a circa 500 miglia marine dalle coste californiane, ed uno al largo di quelle giapponesi.

In quest’area del Pacifico settentrionale le correnti portano ogni anno ad accumularsi enormi quantità di rottami marini e rifiuti, composti per il 90 per cento da plastica, di cui si ritrovano anche pezzi fabbricati negli anni ‘50. Le materie plastiche, infatti, fotodegradandosi possono disintegrarsi in pezzi anche molto piccoli, ma sostanzialmente non si biodegradano. I polimeri che le compongono possono così finire nella catena alimentare, in quanto queste briciole vengono scambiate per plancton o altri tipi di cibo da molti animali marini. Un problema comune anche al Mare Mediterraneo, che vede però nelle dimensioni raggiunte nel Pacifico un fenomeno decisamente allarmante.

Questa enorme “isola” è in realtà visibile solo da navi e barche, non dai satelliti. Essa si trova infatti al di sotto della superficie marina, fra i pochi centimetri e i 10 metri di profondità. Per Curtis Ebbesmeyer, oceanografo che da oltre 15 anni studia gli effetti sui mari di rifiuti e relitti galleggianti, il Trash Vortex è come un organismo vivente: “Se ne va in giro come un animale senza il guinzaglio”, afferma lo studioso. E quando questo animale si avvicina alla terraferma, come è già accaduto nelle isole Hawaii, i risultati possono essere drammatici, a partire da spiagge completamente ricoperte di “confetti di plastica”.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), già nel 2006 ogni miglio quadrato di oceano conteneva 46mila pezzi di plastica galleggiante. Oggi, secondo i calcoli più recenti, si è arrivati con il solo Trash Vortex ad un totale di 100 milioni di tonnellate. Per Charles Moore il problema è dovuto soprattutto all’enorme diffusione nel mondo dei sacchetti di plastica. Se non se ne ridurrà il consumo, avverte “Captain” Moore, “questa massa galleggiante potrebbe raddoppiare le sue dimensioni entro il prossimo decennio”.

Un fenomeno, quello dei sacchetti usa e getta, di cui si sta discutendo molto in Europa, ma che finora ha portato solo l’Italia a metterli definitivamente al bando. Nel Belpaese, una volta tanto all’avanguardia nella tutela dell’ambiente, la legge che dall’inizio del 2011 vieta la produzione e la commercializzazione di questi sacchetti è diventata un esempio virtuoso per tutto il resto del vecchio continente. Tanto che, secondo una consultazione pubblica della Commissione europea sull’uso delle buste di plastica non biodegradabili, a cui hanno partecipato oltre 15mila cittadini dell’Ue e centinaia fra associazioni, Ong ed università, “il 70 per cento degli europei vuole che il bando italiano venga esteso al resto dei Paesi membri”.
2011-11-20 01:54:23


La marea nera brasiliana e le bugie internazionali delle Big Oil sulle trivellazioni in mare profondo

[ 16 novembre 2011 ]

La marea nera al largo delle coste brasiliane ha fatto riemergere il nero fantasma del disastro della Deepwater Horizon su scala planetaria e le preoccupazioni sul ruolo svolto dalle grandi multinazionali petrolifere a livello mondiale, anche nei rapporti con i governi. Leandra Gonçalves, responsabile della campagna energia di Greenpeace Brasil, sottolinea che «Dopo essere stata accusata di danni ambientali e violazioni dei diritti umani per sversamento di petrolio in Equador, finanziamento del terrorismo in Angola, violazione del Clan air act negli Usa e distruzione delle foreste in Bangladesh, la multinazionale petrolifera nordamericana Chevron imprime ora il suo marchio caratteristico in Brasile. E' la protagonista del primo sversamento in alto mare del Paese, che sta avvenendo nella Bacia de Campos, nel litorale fluminense». L'8 novembre una perforazione in acque profonde (Sedco 706) attuata dal gigante petrolifero Usa Chevron a 1.150 metri di profondità avrebbe causato una frattura nelle rocce circostanti, aprendo crepe sul fondale marino dalle quali il greggio ha cominciato a fluire nell'oceano atlantico. La multinazionale non ha reso noto l'incidente e la storiaccia è venuta a galla solo il 10 novembre, quando l'Organizzazione non governativa SkYTruth ha pubblicato le foto di una chiazza di petrolio estesa per 35 miglia sulla superficie dell'oceano Atlantico.

La Gonçalves rivela i retroscena di questo ennesimo disastro delle Big Oil: «da una settimana stanno tentando di controllare l'incidente, la Chevron è stata soccorsa da altre imprese petrolifere, ma non possiede l'equipaggiamento necessario per gestirlo. Intanto, non ha dato alla popolazione un'informazione chiara sul caso e sulle sue possibili conseguenze. L'Agência nacional de petróleo (Anp), che dovrebbe controllare le operazioni petrolifere in Brasile, non aveva nemmeno notato lo sversamento nel suo sito. Nella notte di venerdi, l'impresa calcolava che 60 barili di petrolio avessero raggiunto la superficie. Già sabato l'impresa informava che lo sversamento si aggirava tra i 400 e i 650 barili. Vale a dire che, in 24 ore, uno sversamento che era considerato "piccolo" era cresciuto più di 10 volte. La Chevron afferma che la causa sarebbe una "falla naturale" nella superficie del fondale marino, ma questa stessa falla non appariva nello studio di impatto ambientale del campo petrolifero di Frade». La Chevron ha mantenuto, contro tutte le evidenze, la tesi della "falla naturale " fino al 14 novembre, fino a quando le prove del contrario non sono state così schiaccianti da consigliarle di cambiare strada. Ora la Chevron è sotto pressione per fare chiarezza sulla reale quantità di petrolio sversato, secondo la multinazionale sarebbe tra 27 e 45 tonnellate al giorno, ma SkyTruth calcola, in base alle dimensioni della marea nera, che sia 10 volte superiore: circa 512 tonnellate al giorno, questo vuol dire che fino ad ora sarebbero finite nell'oceano Atlantico almeno 4.000 tonnellate di greggio pesante. Proprio come ha fatto la Bp nel Golfo del Messico con la Deepwater Horizon la Chevron sta tentando di riempire il pozzo esploso con fango a pressione e cemento, ma il petrolio continua a fuoriuscire dalle fessure apertesi sul fondale dell'oceano.

Secondo l'esponente di Greenpeace Brasil, «Il governo brasiliano deve diventare ogni giorno più consapevole che si intensificherà il conflitto con le piattaforme offshore in mare profondo. Dobbiamo ridurre la dipendenza dai nostri combustibili fossili ed andare verso un futuro più rinnovabile. Ora più che mai, abbiamo bisogno di un accordo globale per la creazione di uno strumento legale che protegga gli oceani. A Rio+20, il prossimo anno, è la possibilità per il Brasile di garantire una protezione effettiva dei mari».

La marea nera brasiliana della Chevron dovrebbe preoccupare anche i Paesi del Me di terraneo, visto che tra i suoi progetti di trivellazioni in acque profonde ce ne sono alcuni anche nel "Mar Nostrum ", preoccupa sicuramente Simon Boxer di Greenpeace New Zealand che sottolinea: «Lo sversamento di questa settimana nel primo test in Brasile di una perforazione petrolifera in acque profonde, ha dimostrato una cosa sopra ogni altra: proprio come non possiamo fidarci l'industria nucleare non ci si può fidare della parola delle Big Oil. Petrobras, la compagnia petrolifera brasiliana che intende estrarre petrolio fino a 3.100 metri sott'acqua al largo del East Cape della Nuova Zelanda, è parte proprietaria del giacimento a nord-est di Rio de Janeiro, in Brasile, dove si è verificato lo sversamento di petrolio».

I neozelandesi stanno ancora facendo i conti con il naufragio della portacontainer Rena che ha provocato una marea ne ra che è costata la vita ad almeno 20.000 uccelli marini nella Baia di Plenty e solo in queste ore è cominciato lo sgombero dei container da bordo, che contengono anche sostanze molto pericolose.

«Questa è la realtà che la Nuova Zelanda si trova ad affrontare grazie all'ossessione del governo nazionale per l'apertura di perforazioni petrolifere in acque profonde, non importa con quali rischi - dice Boxer - In effetti, mentre stiamo ancora ripulendo il petrolio dalla Rena arrivato abbondantemente sulla costa della Bay of Plenty, una nave per una nuova indagine sismica in acque profonde è arrivata a Taranaki per effettuare una ricerca su una vasta area al largo della costa di Raglan, a profondità fino a 1.800 metri. La compagnia che ha in programma di perforare in quest'area è il gigante petrolifero texano Anadarko, proprietario di una parte della Deepwater Horizon, la piattaforma che è esplosa e affondata nel Golfo del Messico lo scorso anno, sversando 660.000 tonnellate di petrolio. L'Anadarko ha dichiarato che si aspetta di iniziare la perforazione in acque profonde al largo Raglan e Canterbury l'anno prossimo.

A meno che la pressione dell'opinione pubblica non porti il governo a fermare i piani di trivellazioni petrolifere in acque profonde, questa potrebbe benissimo essere l'ultima estate in cui i neozelandesi possono godersi il loro spiagge incontaminate e l'ambiente marino prima che il petrolio lasci la sua grande impronta disastrosa nel nostro giardino».
www.greenreport.it



(edited)
2011-11-29 13:45:08
A 14 anni dalla sua stesura, il protocollo di Kyoto sembra destinato ad andare in pensione. Sarà questo, probabilmente, il primo verdetto della conferenza mondiale sui cambiamenti climatici che si sta tenendo in questi giorni a Durban, Sud Africa. Al suo posto, si dice, verrà stipulato un accordo più radicale. Difficile a credersi, se già i paesi industrializzati sono stati incapaci di attuare le misure precedenti.


Ad ogni modo la bocciatura di Kyoto sembra essere l'unica questione che mette d'accordo tutti alla conferenza di Durban. Perlomeno tutti quelli che hanno voce in capitolo nel prendere decisioni sul futuro del Pianeta. Secondo Artur Rung-Metzger, negoziatore della Ue, l’umanità ha bisogno di un programma molto più ambizioso per frenare il surriscaldamento del pianeta.


Dall'altra parte, ci sono le posizioni dei rappresentanti statunitense e cinese, entrambi d'accordo nell'abolire il protocollo. Un po' meno, forse, nello stipularne un altro altrettanto vincolante. Jonathan Pershing, delegato Usa, è stato piuttosto chiaro nel suo discorso: “Non accetteremo accordi legalmente vincolanti per gli Stati Uniti - ha dichiarato - se non saranno altrettanto vincolanti per altri Paesi di peso equivalente”.


L'allusione è evidentemente alla Cina, fino ad ora protetta dal suo status di paese emergente (che dunque ha contribuito in maniera minore alla situazione attuale) nonostante sia il maggior inquinatore al mondo. La Cina, dal canto suo, si dice disponibile alla svolta verde, a patto che si tratti di una decisione interna al paese e non vincolata da patti esterni.


Ad anticipare tutti è il Canada. Peter Kent, ministro dell'ambiente, ha lasciato intendere che la sua nazione abbandonerà definitivamente il Protocollo all'inizio del prossimo anno. Ma che cosa si prospetta per il dopo Kyoto? Le posizioni dei grandi inquinatori suonano più come un modo per disfarsi di una convenzione fastidiosa, che come reali dichiarazioni d'intenti. Ad ogni modo sembra fuori d'ogni discussione che a decidere sul futuro del Pianeta saranno le stesse nazioni che ne stanno decretando il declino. Come troppo spesso avviene, si affidano le soluzioni dei problemi agli stessi soggetti che li hanno creati.


C'è addirittura chi avanza l'ipotesi che esista già un accordo d'interesse fra le nazioni più potenti del mondo, e che il vertice di Durban sia solo un pro forma per ratificare quanto già deciso. È quanto sostenuto dalla ong World development movement (Wdm) nel rapporto COP 17, Durban - A tipping point for the international climate talks.


Il rapporto rivela che i paesi ricchi - Usa, Gran Bretagna ed altri paesi sviluppati - avrebbero tenuto riunioni segrete per costringere i paesi poveri ad accettare risultati già predefiniti per Durban. Tali paesi utilizzerebbero “mezzi ingiusti, non democratici ed anche sleali per deviare a loro favore i negoziati sul cambiamento climatico”.

2011-11-29 13:45:51
fonte?
2011-11-29 13:48:15
scusa la dimenticanza... la fonte è ilcambiamento.it
2011-11-29 15:09:28
Secondo Artur Rung-Metzger, negoziatore della Ue, l’umanità ha bisogno di un programma molto più ambizioso per frenare il surriscaldamento del pianeta.

mi domando come possano fare se nemmeno Kyoto riescono a mettere in pratica.
2011-12-14 12:11:34
la cina comanderà tempo e precipitazioni...


Chinese Government Says it Will Control Rainfall to Generate 10 Percent More Precipitation by 2015
by Diane Pham, 12/13/11

China‘s boom in industry and population has put a strain on its natural resources – not to mention the health of the environment – over the past few decades. In order to alleviate the stress of growing crops for an ever-increasing population, the government is intervening with nature by rolling out four regional programs to artificially increase precipitation across the country by 10 percent before 2015. The program, which was included in the newly released 12th Five-Year Plan (2011-2015), is anticipated to bring in an additional 230 billion cubic meters of precipitation per year. This is on top of the 50 billion China already artificially creates annually in the northeastern province of Jilin.



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Each year, an average of 3 trillion cubic meters of water passes over China in clouds, and only 20 percent of it falls to the ground, according to the China Meteorological Administration. And as extreme weather events such as drought and flooding afflict regions, damaging crops, protecting and providing adequate water for the nation’s farming areas have become of the utmost importance. Moreover, China has set another plan to boost its annual grain yield to 550 million tons by 2020 (though that target was exceeded this year with a record 571 million tons) and this rainmaking initiative will ensure that this marker is kept.

“Because clouds are boundless, weather control is boundless. The five regional weather control programs will coordinate the ground resources, such as the cloud seeding rockets and planes, across provinces to increase potential rain or snow,” said Zheng Jiangping, deputy director of the CMA’s department of emergency response, disaster mitigation and public services emergency management told China Daily, a state-run newspaper.

The use of cloud seeding is nothing new to China. The method of rainmaking involves the the injection of silver iodide particles into the atmosphere that stimulate precipitation. In the past, seeding helped clear pollution from Beijing before the 2008 Olympics, but it has also led to grave results in other instances. In 2009, cloud seeding was attributed as the main cause of a massive blizzard that dumped some of the heaviest snow experienced in five decades in China’s usually arid north. Seeding created 16 million metric tons of additional snow, causing $650 million in damage and killing more than 40 people.

Whether this plan can be considered sustainable or even safe, the government appears to be unflinching with its mandates.
inhabitat.com