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Subject: ambiente

2011-12-14 12:11:34
la cina comanderà tempo e precipitazioni...


Chinese Government Says it Will Control Rainfall to Generate 10 Percent More Precipitation by 2015
by Diane Pham, 12/13/11

China‘s boom in industry and population has put a strain on its natural resources – not to mention the health of the environment – over the past few decades. In order to alleviate the stress of growing crops for an ever-increasing population, the government is intervening with nature by rolling out four regional programs to artificially increase precipitation across the country by 10 percent before 2015. The program, which was included in the newly released 12th Five-Year Plan (2011-2015), is anticipated to bring in an additional 230 billion cubic meters of precipitation per year. This is on top of the 50 billion China already artificially creates annually in the northeastern province of Jilin.



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Each year, an average of 3 trillion cubic meters of water passes over China in clouds, and only 20 percent of it falls to the ground, according to the China Meteorological Administration. And as extreme weather events such as drought and flooding afflict regions, damaging crops, protecting and providing adequate water for the nation’s farming areas have become of the utmost importance. Moreover, China has set another plan to boost its annual grain yield to 550 million tons by 2020 (though that target was exceeded this year with a record 571 million tons) and this rainmaking initiative will ensure that this marker is kept.

“Because clouds are boundless, weather control is boundless. The five regional weather control programs will coordinate the ground resources, such as the cloud seeding rockets and planes, across provinces to increase potential rain or snow,” said Zheng Jiangping, deputy director of the CMA’s department of emergency response, disaster mitigation and public services emergency management told China Daily, a state-run newspaper.

The use of cloud seeding is nothing new to China. The method of rainmaking involves the the injection of silver iodide particles into the atmosphere that stimulate precipitation. In the past, seeding helped clear pollution from Beijing before the 2008 Olympics, but it has also led to grave results in other instances. In 2009, cloud seeding was attributed as the main cause of a massive blizzard that dumped some of the heaviest snow experienced in five decades in China’s usually arid north. Seeding created 16 million metric tons of additional snow, causing $650 million in damage and killing more than 40 people.

Whether this plan can be considered sustainable or even safe, the government appears to be unflinching with its mandates.
inhabitat.com
2012-01-09 00:15:55
la Rena, la famosa nave container che s'è arenata nella Nuova Zelanda s'è spezzata in due...





ilpost
2012-01-09 01:09:29
ce ne ha messo però!
2012-02-26 10:41:36
Ambiente & Veleni | di Alessio Pisanò | 25 febbraio 2012


Amazon: stop alla vendita di prodotti contenenti carne di balena

La decisione del gigante del commercio online è frutto della campagna telematica della Ong Environmental Investigation Agency che in appena 24 ore ha raccolto 35mila adesioni. Gli animalisti esultano
Amazon non venderà più prodotti a base di carne di balena o altre parti di animali in via di estinzione. È il risultato della campagna lampo della Ong europea Environmental Investigation Agency, che in 24 ore ha raccolto oltre 35mila adesioni di persone scandalizzate della notizia. Amazon deve aver fatto rapidamente due conti e scartato immediatamente i prodotti contestati dal proprio catalogo web prima che la protesta, gonfiata su Facebook e Twitter, raggiungesse proporzioni ingestibili.

Gli animalisti dell’Eia avevano scoperto la vendita di ben 147 prodotti a base di balene, delfini e cetacei, tutte specie a rischio di estinzione. Sul portale giapponese di Amazon si poteva addirittura comprare spezzatino e carne di balena in scatola. È bastato che online girasse un breve video con cruente immagini della cattura dei cetacei affinché gli animalisti di tutto il mondo si scagliassero contro il colosso americano costringendolo al rispetto della sua stessa politica che prevede il divieto di commercializzare prodotti derivati da questo tipo di animali.
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Nessuna distinzione veniva fatta tra i grossi cetacei che finivano in scatola in Giappone. D’altronde proprio la caccia alla balena rappresenta la battaglia più dura degli ambientalisti del Sol levante, che da anni cercano di ostacolarne l’attività portata avanti spesso sotto la pretestuosa bandiera della ricerca scientifica. Secondo le associazioni, si tratta della “vergogna più grande” per la reputazione internazionale del Giappone. Le autorità nipponiche erano state duramente criticate lo scorso dicembre, quando, secondo alcuni attivisti, erano stati dirottati sulla caccia alla balena ben 2,28 miliardi di Yen (circa 21 milioni di euro) destinati agli interventi di ricostruzione dopo il disastro di Fukushima.

Sulla protezione delle balene nel mondo c’e’ anche un’International Whaling Commission (IWC), ma al suo interno sono molte le voci discordanti, a partire dal numero di esemplari ancora viventi. Greenpeace, ad esempio, contesta ai delegati giapponesi di continuare ad usare come riferimento cifre dei primi anni 90, mentre già nel 2000 la popolazione di queste balene era stata rivista pesantemente al ribasso. Secondo l’associazione, ad esempio, il numero delle balene blu nell’Antartico e’ arrivata all’uno per cento della loro popolazione originale nonostante 40 anni di protezione.

Indubbiamente il ritiro dei prodotti contenenti carne di cetacei da parte di Amazon costituisce un duro colpo per l’intero settore. Jeff Bezos, direttore esecutivo del portale, è stato seppellito da decine di migliaia di proteste via email, Facebook e Twitter. “La gente vuole vedere questi animali protetti invece che fatti e pezzi e venduti per profitto”, spiega Mark Jones, direttore esecutivo dell’Ong britannica Humane Society International (HSI), che ha partecipato alla ricerca dell’Eia. “Permettendo ai venditori di commerciare prodotti a base di balena, di fatto si sostiene un mercato che dovrebbe essere stato già consegnato ai libri di storia”, ha aggiunto Clare Perry dell’Eia.

Adesso l’associazione ambientalista vuole andare avanti. A suonare la carica è Clare Perry: “Siamo soddisfatti della decisione di Amazon di rimuovere i prodotti derivati dalle balene dal suo portale giapponese. Ma adesso chiediamo con forza che vengano messi al bando in tutto il mondo anche i prodotti che contengono carne di delfino e focene”. Insomma la campagna ambientalista non si ferma qui, come si legge sul sito Eia. “Non ci arrenderemo fino a quanto non avremo un impegno formale da parte di Amazon a mettere al bando questi prodotti”.

Infine un avvertimento: “Ci auguriamo che altri rivenditori online di prodotti derivati da animali in via d’estinzione stiano prendendo appunti”.
2012-05-24 23:18:34
2012-07-01 01:20:21
la moria delle api potrebbe riprendere... il 30 giugno è (era) il termine ultimo per rinnovare lo stop all'uso degli neonicotinoidi accusati di aver decimato i preziosi insetti.


Agricoltura: Unapi, salvare la vita delle api

14:58 20 GIU 2012

(AGI) - Roma, 20 giu. - Ancora pochi giorni, e i Ministeri di Salute, Agricoltura e Ambiente decideranno sul destino delle api italiane: scade infatti il 30 giugno la sospensione dell'autorizzazione dei concianti del mais, contenenti le sostanze clothianidina, thiamethoxam, imidacloprid e fipronil, tutte molecole killer indicate fra le principali responsabili delle recenti morie delle api, in Italia e nel Mondo, Gli apicoltori italiani lanciano l'allerta e propongono tutte le motivazioni che impongono (dopo 5 provvedimenti di sospensione) il divieto definitivo, almeno nella concia del mais, dei neonicotinoidi. "Chiediamo il ritiro dell'autorizzazione dei concianti del mais - spiega Francesco Panella, presidente dell'Unaapi, Unione degli apicoltori italiani - Abbiamo sottoposto al Ministero della Salute e alle autorita' competenti l'insieme di motivazioni che impongono di assumere una decisione definitiva in merito. Non dimentichiamo che le api e gli altri impollinatori, come bombi e farfalle, impollinano l'80% delle colture d'Italia e d'Europa, e devono pertanto essere protetti, per salvaguardare il nostro approvvigionamento e la nostra sicurezza alimentare, e piu' in generale equilibri ambientali e biodiversita'". Secondo l'Unaapi, diversi pesticidi sono ancora autorizzati solo grazie a un escamotage di piu' che dubbia legalita': l'autorizzazione della molecola fipronil non e' stata ritirata a livello europeo solo perche' un'oscura procedura consente che non ne sia rivalutato l'impatto ambientale, in particolare su api e altri impollinatori indispensabili. Intanto Slow Food, Unaapi e Conapi hanno avviato una procedura per la contestazione legale di una recente autorizzazione di un preparato pesticida per il mais. Preparato che contiene il neonicotinoid clothianidina, di cui sono stati accertati effetti inaccettabili su api e altri insetti, sia in campo, sia in numerose ricerche scientifiche, fra le quali si evidenziano gli impressionanti e molteplici risultati della ricerca italiana e multidisciplinare Apenet, finanziata e promossa dal Mipaaf. Tutto questo mentre una valanga di nuovi studi anche da altri paesi conferma l'inaccettabile pericolosita' degli insetticidi sistemici e mentre il team di scienziati della stessa agenzia europea che autorizza i pesticidi, l'Efsa, riconosce pubblicamente l'assoluta inadeguatezza delle sue procedure; utilizzate sino a oggi per consentire il sempre piu' largo utilizzo di molecole di micidiale efficacia tossica sugli insetti impollinatori. La decisione sui concianti del mais deve prevedere in via preliminare l'acquisizione e l'adeguata valutazione della notevole mole d'insieme dei risultati di recenti studi che confermano i drammatici effetti dei neonicotinoidi su tutti gli insetti.
agi
2012-11-04 20:06:49
La terra vista dal cielo

Presentato dal celebre fotografo francese Yann Arthus-Bertrand ed ispirato al suo omonimo best-seller, LA TERRA VISTA DAL CIELO è una serie documentaria dedicata all’esplorazione del nostro pianeta e dei maggiori rischi ambientali che lo minacciano. Dalle profondità degli oceani alle cime delle montagne, dalla savana africana ai ghiacciai antartici, Yann Arthus-Bertrand ci trasporta in un indimenticabile viaggio mozzafiato, condividendo con noi lo splendore della Terra e interrogandosi al tempo stesso sul suo futuro. Questa è la storia del nostro bellissimo eppur fragile pianeta, girato con spettacolari riprese aeree e raccontato da uomini e donne che hanno dedicato la loro vita alla difesa dell’ambiente.

VERDE SMERALDO
Il Gabon è tra gli ultimi veri paradisi terrestri. Ricoperto da foreste e ricco di varie specie di elefanti, è attualmente minacciato da un massiccio sfruttamento delle sue risorse naturali.
rai5

live su rai5
(edited)
2012-11-05 20:28:52
Il Fatto Quotidiano > Ambiente & Veleni > Fukushima, met�...
Fukushima, metà pesce contaminato. “Troppo cesio per consumarlo”

Lo studio del biologo marino Buesseler sui dati del ministero della Pesca giapponese: "La centrale rilascia ancora radioattività e la contaminazione continua per via delle radiazioni accumulate sui fondali. Gli effetti non sono a lungo termine, ma da monitorare nei decenni a venire"
di Andrea Bertaglio | 5 novembre 2012

Commenti (12)
Fukushima, metà pesce contaminato. “Troppo cesio per consumarlo”

A Fukushima Daiichi quasi metà del pesce al largo della centrale nucleare è ancora contaminato. A rivelarlo è una ricerca del biologo marino Ken Buesseler. Che, basandosi sui dati ufficiali del ministero giapponese dell’Agricoltura, delle foreste e della pesca, avverte: “Il 40 per cento del pesce contiene troppo cesio per essere sicuro per il consumo umano”. Il motivo? La disastrata centrale nipponica rilascia ancora radioattività. Secondo lo studio Fishing for Answers off Fukushima, pubblicato sulla rivista Science, la contaminazione è dovuta in particolare alle radiazioni accumulate sui fondali marini: una conseguenza del fallout radioattivo dell’incidente, riversatosi per l’80% nell’Oceano Pacifico. Ma anche del fatto che, per raffreddare ciò che rimane dei reattori, ogni giorno vi si versano sopra diverse tonnellate di acqua, destinate ovviamente a finire in mare. Gli effetti del disastro, per lo scienziato americano, non sono dunque da considerare solo “a lungo termine”, ma anche da “monitorare molto bene nei decenni a venire”.

Dopo un anno di analisi dei dati ufficiali del governo giapponese, il professor Buesseler dello Us Woods Hole Oceanographic Institution è giunto a una conclusione: il cesio-134 e 137 trovati in gran parte del pesce e dei crostacei pescati al largo di Fukushima sono dovuti a perdite di radioattività ancora presenti nella e attorno alla centrale. Come spiega lo scienziato, il cesio normalmente non rimane a lungo nei tessuti dei pesci marini, in quanto ogni giorno rifluisce in piccole dosi nell’acqua dell’oceano. Quindi, se oggi nella fauna ittica c’è del cesio-134, che per perdere metà della sua radioattività ha bisogno di soli due anni, è perché quei mari sono ancora quotidianamente esposti alla radioattività (il tempo di dimezzamento del cesio-137 è invece di trent’anni).

Un problema ambientale, ma anche economico. Le grandi quantità di acqua sversate costantemente sui reattori della centrale atomica e i sedimenti radioattivi sui fondali marini, infatti, non permettono al settore ittico locale di riprendere la sua regolare attività. Colpa di una “situazione instabile – puntualizza Buesseler – che non consente alle autorità di decidere sulla riapertura all’attività di pesca in questa zona”. Una cautela d’obbligo, secondo Tokyo, che lo scorso aprile ha imposto limiti di radioattività ancora più stringenti. Risultato? L’industria ittica nipponica ha perso su tutti i fronti: a livello di esportazioni, nell’ultimo anno si è visto un calo del 7,4%; per quanto riguarda il mercato interno, invece, gran parte dei giapponesi, fra i maggiori consumatori pro capite di pesce al mondo, ancora non si fida ad acquistare prodotti locali.

Secondo Ken Buesseler, che presenterà i risultati del suo studio all’università di Tokyo il 12 e il 13 novembre, il problema è però più complesso: “In Giappone c’è una grande incertezza nel pubblico su ciò a cui si può credere, o su chi dice o meno la verità”. E quando si parla di radioattività, si sa, “ci sono di mezzo molto allarmismo e molta paura”. Un allarmismo che, secondo lo scienziato americano, in questo caso sarebbe da evitare: “La maggior parte del pesce catturato al largo della costa nord-orientale giapponese – rassicura – non presenta livelli di radioattività pericolosi per la salute umana”. Inoltre, per fronteggiare le conseguenze del “più grande rilascio accidentale di radiazioni verso l’oceano della storia”, bisognerà andare “ben oltre gli studi sulla fauna ittica”, conclude il ricercatore statunitense: “Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una migliore comprensione delle sorgenti di cesio e altri radionuclidi, che continuano a provocare ciò che stiamo vedendo nell’oceano al largo di Fukushima”.
2012-11-25 12:24:56
Il Fatto Quotidiano > Ambiente & Veleni > Carbone, il fut...

Carbone, il futuro è nero: 1.199 nuove centrali dall’India all’Italia

Lo studio di Global Coal Risk Assessment sui progetti delle compagnie energetiche di tutto il mondo. Tre quarti riguardano il subcontinente asiatico e la Cina, ma anche l'Europa fa la sua parte. Andrea Boraschi (Greenpeace): "Contributo enorme a gas serra, si va verso il caos climatico"
2013-02-07 13:18:21
Discariche
Fotografie di posti in cui vanno a finire le cose che non vogliamo
6 febbraio 2013

C’è innanzitutto qualcosa di spettacolare dal punto di vista fotografico, nelle fotografie delle discariche: colori, dettagli, dimensioni, luci, contrasti tra quello che viene mostrato e quello che intuiamo. Poi c’è il grandissimo e infinito tema che richiamano: il nostro rapporto con le cose che non ci servono più, con gli scarti. Queste foto mostrano bene, infatti, che quando ci liberiamo di qualcosa che non ci serve l’unica cosa che facciamo è toglierla da sotto i nostri occhi: la spostiamo altrove e a volte resta lì per moltissimo tempo. Anno dopo anno questi posti, che in alcuni casi hanno dimensioni enormi, diventano molto di più che semplici cataste di rifiuti: diventano il posto in cui alcune persone cercano e trovano cose che considerano utili, oppure la sede e l’oggetto di operazioni illegali. Le alternative sono due: trovare un modo di riutilizzare le cose che consideriamo inutili, e per questo in un pezzetto di mondo – un pezzetto – ci siamo inventati dei modi per riciclarle, oppure distruggerle (e magari, anche lì, ricavarne qualcosa di utile). Solo che distruggerle è un’altra cosa complicata, costosa, controversa, potenzialmente pericolosa: ed è per questo che, sfogliando le agenzie fotografiche in cerca di immagini per questa selezione, ci siamo accorti che la maggior parte delle foto scattate in Europa e raggiungibili attraverso la parola chiave “discariche” non mostrano discariche, bensì manifestazioni di piazza, presidi, scontri tra cittadini e poliziotti.

LINK ALLE FOTO
[url=http://www.ilpost.it/2013/02/06/discariche/][/url]
(edited)
2013-02-17 13:38:10
La terra vista dal cielo - La fame



2013-03-14 13:06:33
Ripropongo qui, in [POLITICA] mi serviva solo come esempio

Der Spiegel
Il costo dell'energia verde - La Germania sta uccidendo l'ambiente per salvarlo?
2013-03-14 14:35:23
spero in una traduzione su Internazionale a breve :)
2013-04-08 07:32:12
Il Fatto Quotidiano > Scienza > Oceani, “...

Oceani, “oltre 400 zone morte, riserve di pesce al limite, barriere coralline in pezzi”

Stime della Fao, della Banca mondiale e della National Geographic Society fotografano uan grande malattia. Da alcune settimane al centro delle discussioni di scienziati, ex Capi di Stato ed ex ministri, economisti, giuristi e organizzazioni non governative, riunite in un nuovo organismo indipendente, la Global Ocean Commission

di Davide Patitucci | 7 aprile 2013Commenti (137)


L’80 per cento delle riserve di pesce sfruttate fino a raggiungere o superare il loro livello massimo di sostenibilità, con il rischio estinzione per molte specie. Più di 400 zone morte, che coprono una superficie pari a 250mila chilometri quadrati, dove la maggior parte degli organismi marini non riesce più a sopravvivere. Il 35 per cento delle foreste di mangrovie e il 20 per cento delle barriere coralline distrutte a causa dell’urbanizzazione delle coste. Sono le cifre che raccontano di un malato grave: l’oceano. Stime della Fao, della Banca mondiale e della National Geographic Society (schematizzate in questo grafico), da alcune settimane al centro delle discussioni di scienziati, ex Capi di Stato ed ex ministri, economisti, giuristi e organizzazioni non governative, riunite in un nuovo organismo indipendente, la Global Ocean Commission. Un gruppo di studio che nei prossimi mesi dovrà formulare delle proposte, da sottoporre nel 2014 all’attenzione dell’Assemblea generale dell’Onu, per invertire lo stato di degrado in cui versano gli oceani e fermare la corsa allo sfruttamento indiscriminato delle loro risorse naturali.

Insediatasi lo scorso 12 febbraio sotto la guida di José María Figueres, ex presidente del Costa Rica, Trevor Manuel, dello staff della Presidenza del Sudafrica e David Miliband, ex ministro degli Esteri britannico, la commissione si è data appuntamento in questi giorni a Cape Town, in Sudafrica, per il suo meeting inaugurale. “In questo primo incontro di lavoro abbiamo ascoltato il parere di molti esperti e discusso dei principali problemi degli oceani – afferma Trevor Manuel, a fare gli onori di casa -. Nessuno di noi è stupido abbastanza da pensare che sarà semplice delineare un futuro per la salute e la salvaguardia dei nostri oceani. Ma al punto in cui ci troviamo non è azzardato affermare che la situazione può solo migliorare”. Gli fa eco David Miliband: “La commissione produrrà solo proposte capaci di tradursi in azioni concrete. Ho fatto parte di numerose commissioni e ho, pertanto, imparato a mie spese – precisa l’ex responsabile della politica estera inglese – che quando i gruppi di studio producono troppe raccomandazioni vuol dire che hanno fallito nel compito per cui erano stati creati”.

Molte sono le questioni aperte, a partire dall’inquinamento degli ecosistemi marini. Come dimostra la cosiddetta “Isola dei rifiuti”, una discarica nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, formatasi negli anni grazie alle correnti, la cui estensione non è nota con precisione – si stima che le sue dimensioni oscillino tra quelle della penisola Iberica e l’intera superficie degli Stati Uniti -. Eppure solo il due per cento della superficie degli oceani costituisce un area marina protetta, contro il dodici per cento delle corrispondenti regioni terrestri.

Non si tratta solo di rivendicazioni ambientaliste. La salvaguardia degli oceani e della loro biodiversità ha profonde ricadute economiche e sociali. “Noi tutti dipendiamo dagli oceani – sottolinea José María Figueres -. Che ci danno cibo, ossigeno e catturano l’anidride carbonica responsabile del surriscaldamento del pianeta”. Basta scorrere alcuni dati della Fao o della Banca Mondiale. Gli oceani, che coprono il 71 per cento della superficie della Terra, hanno, infatti, un ruolo fondamentale nella regolazione globale del clima. Assorbono calore, catturano un quarto dell’anidride carbonica emessa dalle attività dell’uomo – una quantità cinque volte superiore a quella delle foreste tropicali – e liberano quasi la metà dell’ossigeno che respiriamo. Per un miliardo di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo, inoltre, la pesca rappresenta la fonte primaria di proteine. Il ricavato del commercio di pesce per i paesi in via di sviluppo è pari a circa 25 miliardi di dollari l’anno, due volte quello del caffè. Solo dalla pesca e commercializzazione del tonno derivano, ad esempio, dieci miliardi d’introiti e nove dall’ecoturismo subacqueo. Sono 85 le nazioni coinvolte nel commercio internazionale di pesce, stimato complessivamente in 102 miliardi di dollari l’anno e 350 milioni i posti di lavoro legati alla salute degli oceani.

“Sfortunatamente, però, molte evidenze scientifiche dimostrano che la pressione dell’uomo sugli oceani è in continua crescita. Basti pensare alla pesca illegale o all’incremento delle emissioni di anidride carbonica che rende le acque più acide – denuncia José María Figueres -. La salute degli oceani rappresenta sia un imperativo etico che un’opportunità economica. Si tratta di una questione di cui è assolutamente necessario interessarci, se vogliamo che i nostri figli e i nostri nipoti ottengano da essi gli stessi benefici di cui ha goduto la nostra generazione”.

La commissione si occuperà delle acque internazionali, il 45 per cento circa della superficie del pianeta, che non rientrano nella giurisdizione dei Governi, ma sono soggette alla cosiddetta “Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare” nata trent’anni fa allo scopo di definire i diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani. Un trattato che, secondo gli esperti, però, a causa dello sviluppo tecnologico non sempre ha frenato lo sfruttamento delle risorse naturali. Ne è un esempio la corsa che si è aperta negli ultimi anni tra i Paesi che si affacciano sul Circolo polare artico, Usa e Russia su tutti, per il controllo e l’estrazione delle riserve energetiche rese accessibili dal progressivo scioglimento dei ghiacciai a causa dei mutamenti climatici. “Il trattato delle Nazioni Unite è stato un grande successo – spiega Miliband -, ma adesso abbiamo bisogno di una nuova governance, che guidi gli obiettivi indicati trent’anni fa adattandoli agli scenari attuali”.
2013-05-10 10:48:29
Sono razzi amari:







ilpost
2013-07-24 12:11:24