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Subject: Scelte ecologiche e sane
Puliti per natura
di: Isabella Fantigrossi
Un prodotto per i vetri, uno per i pavimenti, uno per i sanitari, uno anti-calcare, uno per i piatti, per le pentole più sporche, il brillantante, un detersivo per il bucato chiaro, uno per i capi scuri, un bianco più bianco e anche l’ammorbidente.
Pubblicità martellanti e la ricerca di igiene e pulizia a ogni costo ci costringono a utilizzare sempre più detersivi, uno specifico per ogni necessità. Tanto è vero che, secondo Legambiente, noi italiani siamo dei veri e propri “divoratori di detergenti”. Ognuno di noi consuma annualmente oltre 25 chili di prodotti per pulire, contro gli otto degli austriaci e i quattro degli scandinavi.
La gran parte, 12 o 13 chili, solo per lavare biancheria e vestiti. Ma sono davvero necessari tutti? E quanti di noi conoscono gli ingredienti utilizzati per fare bucato e pulizia? Molti prodotti contengono sostanze, a lungo andare, tossiche per l’ambiente e anche per la salute. Senza contare che molti detersivi specifici sono inutili, se non delle mezze truffe. Meglio, dunque, dicono gli esperti, ridurre il più possibile il numero di prodotti, imparare a riconoscere la loro composizione e cercare di sostituire i più pericolosi, magari facendo attenzione alle certificazioni.
IMPATTO AMBIENTALE
Perché dunque dovremmo stare più attenti a usare meno detersivi? «I detergenti - spiega Marco Abbiati, biologo e professore di Ecologia all’Università di Bologna - sono composti da una parte che si lega all’acqua e da una organica. Quest’ultima può dare origine a problemi di tipo ambientale». Sono i tensioattivi - sostanze in grado di togliere lo sporco - nella maggior parte sintetici, provenienti dal petrolio. «Se i detersivi arrivano a un depuratore - continua Abbiati - vengono degradati, e il loro impatto è attenuato. Ma se finiscono direttamente in acqua, si può alterare un sistema in buone condizioni, soprattutto se è in ambiente chiuso, con scarso ricambio, come possono essere un lago o una laguna».
Per la legge italiana, che ha recepito il regolamento europeo 648/2004, viene testata la biodegradabilità dei tensioattivi solo in ambiente aerobico, cioè in presenza di ossigeno. «Vuol dire che se i tensioattivi finiscono nel fango dove non c’è ossigeno, questi non vengono degradati completamente e si accumulano», spiega Fabrizio Zago, chimico industriale esperto di detersivi e cosmetici. Gli additivi, poi, quelle sostanze come i fosfati e gli sbiancanti che rendono più efficace il lavaggio, sono composti chimici attivi dal punto di vista biologico, che possono alterare lo strato di salute degli organismi. Tra i più diffusi c’è l’Edta, acido diammino tetracetico sale sodico: non è degradabile, ma non essendo un tensioattivo non è sottoposto ad alcuna regola. Quando arriva ai depositi marini, rende solubili molte sostanze nocive, come il mercurio, che altrimenti non si scioglierebbero in acqua. Oppure le zeoliti, sostanze che si aggiungono ai detersivi per il bucato, che riducono la durezza dell’acqua ma che sono completamente insolubili. «Sono responsabili di quella polverina bianca che si vede sui capi scuri stesi al sole - spiega Silvia Carlini, produttrice con la sua Officina Naturae di cosmetici e detergenti biologici e naturali - allo stesso modo si depositano nelle tubature di casa e nelle fosse biologiche come fossero sabbia e impediscono la crescita della flora e della fauna acquatica». Per nulla biodegradabili sono anche profumi come il para-diclorobenzene, aggiunto unicamente per correggere l’odore nei prodotti di pulizia per wc: non pulisce ma in compenso si accumula nei tessuti adiposi dei pesci.
RISCHIARE LA PELLE
Molte sostanze sono alla lunga pericolose per la salute. Secondo l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, alcuni sgrassatori per il forno contengono acidi che irritano la pelle anche se diluiti in acqua. Nel caso del bucato, invece, possono creare molti fastidi le molecole Bha e Bht, antiossidanti aggiunti per preservare colori e profumi. «Funzionano in modo talmente simile agli ormoni naturali che il nostro organismo tende a produrne meno e si sospetta che possano causare degli scompensi» spiega ancora Fabrizio Zago. Attenzione anche agli ammorbidenti. Come ha spiegato nella sua Guida ai detersivi bioallegri (EMI, Editrice Missionaria Italiana) Maria Teresa De Nardis, contengono additivi, profumi di sintesi, perlanti o addensanti che formano una specie di pellicola che si fissa sui tessuti ed è causa di dermatiti, pruriti e allergie. Una certa intolleranza può del resto sorgere anche quando si usano quantità eccessive di detersivo non sciacquato bene. «Le lavatrici di ultimo modello - dice Silvia Carlini - sono più efficienti perché consumano molta meno acqua. Ma così risciacquano sempre meno e sul bucato rimangono sempre più residui di detersivo». Meglio quindi, invece che risciacquare due volte e consumare troppa acqua, pretrattare le macchie con un po’ di sapone e usare poi la dose minima di detersivo.
IL BIANCO È DAVVERO PIÙ BIANCO?
Quantità a parte, chi non ha la casa piena di almeno una ventina di prodotti diversi, non tutti necessari? Anzi, alcuni davvero inutili. Quando, per esempio, compriamo un lavavetri, acquistiamo tantissima acqua, uno spruzzino con la molla e pochissimo detersivo. «Ci spingono a comprare un detersivo diverso per ogni funzione - conclude la Carlini - Ma, sgrassatori a parte, sono tutti praticamente la stessa cosa». Leggere le etichette per convincersene: un buon detergente universale per la casa e uno per il bucato, diluito in modo diverso copre tutte le esigenze. Tra i prodotti specifici, poi, ce ne sono alcuni davvero furbi. Gli sbiancanti ottici, ad esempio, «lungi dall’adoperarsi in qualsiasi azione di lavaggio e sbiancamento - racconta Maria Teresa De Nardis - si producono in una mirabolante illusione ottica, riassunta dal notissimo slogan, bianco che più bianco non si può». Aggiunti al detergente, con un semplice effetto ottico ad opera dei raggi ultravioletti, fanno apparire bianchissimo e luminoso ciò che in realtà è tendente al giallino. Insomma, non puliscono ma fanno sembrare fosforescenti i tessuti.
Allo stesso modo, racconta De Nardis, i detersivi per i capi neri. «Se si legge la composizione, non si rilevano molte differenze rispetto a un normale detersivo liquido delicato. Compare però un enzima, la cellulase, che ha la funzione di “tagliare” i pelucchi che tendono a ingrigire un capo nero». Questa sostanza, cioè, aiuta a mantenere vivo il colore scuro togliendo, però, parte del tessuto. E, tagliando tagliando, il capo si consuma più velocemente.
CHI CERTIFICA
Che fare dunque? Oltre a leggere l’etichetta, un’indicazione da seguire per scegliere un buon detersivo è guardare le certificazioni, tenendo comunque presente che non è possibile dichiarare un prodotto biodegradabile al 100 per cento perché il test sui tensioattivi ha un margine di errore di circa il 10. Si può però verificare che sia facilmente e rapidamente biodegradabile secondo la normativa internazionale OECD. Secondo questo test entro 28 giorni dall’immissione nell’impianto di depurazione una molecola deve trasformarsi in qualcosa di più semplice. Icea certifica invece i detergenti Eco Bio, che devono contenere
materie prime vegetali e aver superato un confronto con un equivalente prodotto convenzionale. Tra le certificazioni più diffuse c’è anche Ecolabel, protocollo ufficiale dell’Ue che certifica un basso impatto finale sull’ambiente - anche a livello di imballaggi - e un’ottima prestazione del detersivo. Ma che ammette però materie prime di derivazione petrolchimica e sbiancanti ottici.
estratto da "Puliti per natura" - BC 2.3 mag/giu 2012
di: Isabella Fantigrossi
Un prodotto per i vetri, uno per i pavimenti, uno per i sanitari, uno anti-calcare, uno per i piatti, per le pentole più sporche, il brillantante, un detersivo per il bucato chiaro, uno per i capi scuri, un bianco più bianco e anche l’ammorbidente.
Pubblicità martellanti e la ricerca di igiene e pulizia a ogni costo ci costringono a utilizzare sempre più detersivi, uno specifico per ogni necessità. Tanto è vero che, secondo Legambiente, noi italiani siamo dei veri e propri “divoratori di detergenti”. Ognuno di noi consuma annualmente oltre 25 chili di prodotti per pulire, contro gli otto degli austriaci e i quattro degli scandinavi.
La gran parte, 12 o 13 chili, solo per lavare biancheria e vestiti. Ma sono davvero necessari tutti? E quanti di noi conoscono gli ingredienti utilizzati per fare bucato e pulizia? Molti prodotti contengono sostanze, a lungo andare, tossiche per l’ambiente e anche per la salute. Senza contare che molti detersivi specifici sono inutili, se non delle mezze truffe. Meglio, dunque, dicono gli esperti, ridurre il più possibile il numero di prodotti, imparare a riconoscere la loro composizione e cercare di sostituire i più pericolosi, magari facendo attenzione alle certificazioni.
IMPATTO AMBIENTALE
Perché dunque dovremmo stare più attenti a usare meno detersivi? «I detergenti - spiega Marco Abbiati, biologo e professore di Ecologia all’Università di Bologna - sono composti da una parte che si lega all’acqua e da una organica. Quest’ultima può dare origine a problemi di tipo ambientale». Sono i tensioattivi - sostanze in grado di togliere lo sporco - nella maggior parte sintetici, provenienti dal petrolio. «Se i detersivi arrivano a un depuratore - continua Abbiati - vengono degradati, e il loro impatto è attenuato. Ma se finiscono direttamente in acqua, si può alterare un sistema in buone condizioni, soprattutto se è in ambiente chiuso, con scarso ricambio, come possono essere un lago o una laguna».
Per la legge italiana, che ha recepito il regolamento europeo 648/2004, viene testata la biodegradabilità dei tensioattivi solo in ambiente aerobico, cioè in presenza di ossigeno. «Vuol dire che se i tensioattivi finiscono nel fango dove non c’è ossigeno, questi non vengono degradati completamente e si accumulano», spiega Fabrizio Zago, chimico industriale esperto di detersivi e cosmetici. Gli additivi, poi, quelle sostanze come i fosfati e gli sbiancanti che rendono più efficace il lavaggio, sono composti chimici attivi dal punto di vista biologico, che possono alterare lo strato di salute degli organismi. Tra i più diffusi c’è l’Edta, acido diammino tetracetico sale sodico: non è degradabile, ma non essendo un tensioattivo non è sottoposto ad alcuna regola. Quando arriva ai depositi marini, rende solubili molte sostanze nocive, come il mercurio, che altrimenti non si scioglierebbero in acqua. Oppure le zeoliti, sostanze che si aggiungono ai detersivi per il bucato, che riducono la durezza dell’acqua ma che sono completamente insolubili. «Sono responsabili di quella polverina bianca che si vede sui capi scuri stesi al sole - spiega Silvia Carlini, produttrice con la sua Officina Naturae di cosmetici e detergenti biologici e naturali - allo stesso modo si depositano nelle tubature di casa e nelle fosse biologiche come fossero sabbia e impediscono la crescita della flora e della fauna acquatica». Per nulla biodegradabili sono anche profumi come il para-diclorobenzene, aggiunto unicamente per correggere l’odore nei prodotti di pulizia per wc: non pulisce ma in compenso si accumula nei tessuti adiposi dei pesci.
RISCHIARE LA PELLE
Molte sostanze sono alla lunga pericolose per la salute. Secondo l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, alcuni sgrassatori per il forno contengono acidi che irritano la pelle anche se diluiti in acqua. Nel caso del bucato, invece, possono creare molti fastidi le molecole Bha e Bht, antiossidanti aggiunti per preservare colori e profumi. «Funzionano in modo talmente simile agli ormoni naturali che il nostro organismo tende a produrne meno e si sospetta che possano causare degli scompensi» spiega ancora Fabrizio Zago. Attenzione anche agli ammorbidenti. Come ha spiegato nella sua Guida ai detersivi bioallegri (EMI, Editrice Missionaria Italiana) Maria Teresa De Nardis, contengono additivi, profumi di sintesi, perlanti o addensanti che formano una specie di pellicola che si fissa sui tessuti ed è causa di dermatiti, pruriti e allergie. Una certa intolleranza può del resto sorgere anche quando si usano quantità eccessive di detersivo non sciacquato bene. «Le lavatrici di ultimo modello - dice Silvia Carlini - sono più efficienti perché consumano molta meno acqua. Ma così risciacquano sempre meno e sul bucato rimangono sempre più residui di detersivo». Meglio quindi, invece che risciacquare due volte e consumare troppa acqua, pretrattare le macchie con un po’ di sapone e usare poi la dose minima di detersivo.
IL BIANCO È DAVVERO PIÙ BIANCO?
Quantità a parte, chi non ha la casa piena di almeno una ventina di prodotti diversi, non tutti necessari? Anzi, alcuni davvero inutili. Quando, per esempio, compriamo un lavavetri, acquistiamo tantissima acqua, uno spruzzino con la molla e pochissimo detersivo. «Ci spingono a comprare un detersivo diverso per ogni funzione - conclude la Carlini - Ma, sgrassatori a parte, sono tutti praticamente la stessa cosa». Leggere le etichette per convincersene: un buon detergente universale per la casa e uno per il bucato, diluito in modo diverso copre tutte le esigenze. Tra i prodotti specifici, poi, ce ne sono alcuni davvero furbi. Gli sbiancanti ottici, ad esempio, «lungi dall’adoperarsi in qualsiasi azione di lavaggio e sbiancamento - racconta Maria Teresa De Nardis - si producono in una mirabolante illusione ottica, riassunta dal notissimo slogan, bianco che più bianco non si può». Aggiunti al detergente, con un semplice effetto ottico ad opera dei raggi ultravioletti, fanno apparire bianchissimo e luminoso ciò che in realtà è tendente al giallino. Insomma, non puliscono ma fanno sembrare fosforescenti i tessuti.
Allo stesso modo, racconta De Nardis, i detersivi per i capi neri. «Se si legge la composizione, non si rilevano molte differenze rispetto a un normale detersivo liquido delicato. Compare però un enzima, la cellulase, che ha la funzione di “tagliare” i pelucchi che tendono a ingrigire un capo nero». Questa sostanza, cioè, aiuta a mantenere vivo il colore scuro togliendo, però, parte del tessuto. E, tagliando tagliando, il capo si consuma più velocemente.
CHI CERTIFICA
Che fare dunque? Oltre a leggere l’etichetta, un’indicazione da seguire per scegliere un buon detersivo è guardare le certificazioni, tenendo comunque presente che non è possibile dichiarare un prodotto biodegradabile al 100 per cento perché il test sui tensioattivi ha un margine di errore di circa il 10. Si può però verificare che sia facilmente e rapidamente biodegradabile secondo la normativa internazionale OECD. Secondo questo test entro 28 giorni dall’immissione nell’impianto di depurazione una molecola deve trasformarsi in qualcosa di più semplice. Icea certifica invece i detergenti Eco Bio, che devono contenere
materie prime vegetali e aver superato un confronto con un equivalente prodotto convenzionale. Tra le certificazioni più diffuse c’è anche Ecolabel, protocollo ufficiale dell’Ue che certifica un basso impatto finale sull’ambiente - anche a livello di imballaggi - e un’ottima prestazione del detersivo. Ma che ammette però materie prime di derivazione petrolchimica e sbiancanti ottici.
estratto da "Puliti per natura" - BC 2.3 mag/giu 2012
credo ben poche persone perchè in italia non sono a norma (o sostenibili, se non in qualche comune, forse...) per via dei depuratori cittadini che non possono sopportarne il carico.
vedo comunque molto più ecologico il compostaggio o la raccolta dell'umido
vedo comunque molto più ecologico il compostaggio o la raccolta dell'umido
si ho visto leggendo qua e là che ci son divieti di molti comuni per via dei depuratori, ancora non ho visto se a roma son permessi o meno.
intanto ero curioso di sapere se funziavano davvero senza dare noie di guasti etc...
intanto ero curioso di sapere se funziavano davvero senza dare noie di guasti etc...
Un rapido slalom tra le sigle ed i simboli del mondo delle plastiche, per riciclare con consapevolezza e agilità.
praticamente tutti gli imballaggi contrassegnati con:
01 PET
02 HDPE
03 PVC
04 LDPE
05 PP
06 PS
praticamente tutti gli imballaggi contrassegnati con:
01 PET
02 HDPE
03 PVC
04 LDPE
05 PP
06 PS
Fa' la cosa giusta
Fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili
15-17 Marzo Fieramilanocity - pad. 2 e 4
Viale Scarampo, GATE 8 (ex "Porta Scarampo")
Orari:
Venerdì 15 marzo 9 - 21
Sabato 16 marzo 9 - 22
Domenica 17 marzo 10- 20
Ingresso con catalogo: 6€
Ingresso con il libro 10€, accesso consentito per 2 giorni
Bambini (fino ai 14 anni): ingresso gratuito
Disabili:
il pass disabili esposto sul cruscotto dell'auto consente il parcheggio gratuito all'interno del quartiere fieristico. Ingresso disabili accompagnati: paga l'ingresso la persona disabile, gratuito per l'accompagnatore.
Animali: sono ammessi i cani se di piccola taglia e con museruola.
http://falacosagiusta.terre.it/
Fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili
15-17 Marzo Fieramilanocity - pad. 2 e 4
Viale Scarampo, GATE 8 (ex "Porta Scarampo")
Orari:
Venerdì 15 marzo 9 - 21
Sabato 16 marzo 9 - 22
Domenica 17 marzo 10- 20
Ingresso con catalogo: 6€
Ingresso con il libro 10€, accesso consentito per 2 giorni
Bambini (fino ai 14 anni): ingresso gratuito
Disabili:
il pass disabili esposto sul cruscotto dell'auto consente il parcheggio gratuito all'interno del quartiere fieristico. Ingresso disabili accompagnati: paga l'ingresso la persona disabile, gratuito per l'accompagnatore.
Animali: sono ammessi i cani se di piccola taglia e con museruola.
http://falacosagiusta.terre.it/
consiglio a chi abita a milano (dintorni) di non comprare più l'acqua e di prenderla nelle case dell'acqua
link
link
o caraffa e rubinetto che le analisi le fanno già i comuni :)
ma l'acqua a Milano è imbevibile come quella di Firenze?
p.s. chiedo scusa ai fiorentini se negli ultimi anni le cose son cambiate... a parte il pane immangiabile ma quello è tradizione :)
p.s. chiedo scusa ai fiorentini se negli ultimi anni le cose son cambiate... a parte il pane immangiabile ma quello è tradizione :)
bellissimo servizio!!! Complimenti al Comune (se ne ha il merito), veramente dettagliato... addirittura il numero civico :)
@gianni, scusa in effetti la risposta era già nel tuo link :)
(edited)
@gianni, scusa in effetti la risposta era già nel tuo link :)
(edited)
un UP, per argomenti sempre utili e poco diffusi.
Inoltre, per gli interessati l'elenco espositori di una fiera sul tessile eco-solidale: So critical so fashion
Inoltre, per gli interessati l'elenco espositori di una fiera sul tessile eco-solidale: So critical so fashion
gli espositori della fiera So critical so fashion del 2013 che si terrà dal 20 al 22 settembre
Spero sia il post giusto dove aggiungere queste due notizie
1) La lampadina dei poveri
Non abbiamo bisogno di elettricità, gas, carbone. Abbiamo bisogno di luce, caldo, freddo. Non abbiamo bisogno di più energia, ma di nuove tecnologie.
"Alfredo Moser è un meccanico brasiliano che ha avuto un’idea brillante nel 2002, dopo aver subito uno dei frequenti black-out che interessano Uberaba, la città dove vive nel sud del Brasile. Stanco di guasti elettrici, Moser ha iniziato a giocare con l’idea della rifrazione della luce solare in acqua e in poco tempo ha inventato la "lampadina dei poveri". "Wit" è semplice e disponibile a chiunque: una bottiglia di plastica riempita d’acqua a cui si aggiunge un po’di candeggina per preservarla dalle alghe. Il flacone viene posto in un foro sul tetto e dotato di resina poliestere. Il risultato? Illuminazione libera e organica durante il giorno, particolarmente utile per gli edifici e baracche che a malapena hanno finestre. A seconda dell’intensità del sole, la potenza di queste lampade artigianali si aggira tra i tra 40 e i 60 watt. "E ‘una luce divina. Dio creò il sole e la sua luce è quindi per tutti", ha riferito Moser alla BBC. "Non costa un centesimo ed è impossibile che si fulmini." Anche se l’inventore ha ricevuto piccole ricompense per le installazioni di Wit nelle case e in aziende locali, la sua idea non lo ha reso ricco. "Conosco un uomo che ha inserito le bottiglie e in un mese aveva risparmiato abbastanza per comprare beni di prima necessità per il loro bambino appena nato", dice soddisfatto. Negli ultimi due anni l’invenzione ha fatto il giro del mondo. La Fondazione MyShelter (mio rifugio) nelle Filippine ha accolto con entusiasmo l’idea. MyShelter è specializzata in costruzioni alternative utilizzando materiali come il bambù, pneumatici o su carta. In Cina, dove il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e l’elettricità è particolarmente costosa, ci sono 140.000 famiglie che hanno fatto ricorso a questo sistema di illuminazione. Le bottiglie-lampadine sono diffuse in almeno quindici paesi, tra cui India, Bangladesh, Fiji e Tanzania. "Non ho mai immaginato che la mia invenzione avrebbe avuto un tale impatto", afferma Moser. "Solo a pensarci mi viene la pelle d’oca." El confidencial
2) Ecco come riscaldare casa con 8 centesimi al giorno
Con pochi oggetti, infatti, è riuscito a riscaldare una stanza per 8 ore utilizzando i principi scientifici di trasferimento del calore.
La spesa riguarda: lumini, un vaschetta di metallo e due vasi di terracotta di dimensioni diverse.
Il sistema è molto semplice.
1) La lampadina dei poveri
Non abbiamo bisogno di elettricità, gas, carbone. Abbiamo bisogno di luce, caldo, freddo. Non abbiamo bisogno di più energia, ma di nuove tecnologie.
"Alfredo Moser è un meccanico brasiliano che ha avuto un’idea brillante nel 2002, dopo aver subito uno dei frequenti black-out che interessano Uberaba, la città dove vive nel sud del Brasile. Stanco di guasti elettrici, Moser ha iniziato a giocare con l’idea della rifrazione della luce solare in acqua e in poco tempo ha inventato la "lampadina dei poveri". "Wit" è semplice e disponibile a chiunque: una bottiglia di plastica riempita d’acqua a cui si aggiunge un po’di candeggina per preservarla dalle alghe. Il flacone viene posto in un foro sul tetto e dotato di resina poliestere. Il risultato? Illuminazione libera e organica durante il giorno, particolarmente utile per gli edifici e baracche che a malapena hanno finestre. A seconda dell’intensità del sole, la potenza di queste lampade artigianali si aggira tra i tra 40 e i 60 watt. "E ‘una luce divina. Dio creò il sole e la sua luce è quindi per tutti", ha riferito Moser alla BBC. "Non costa un centesimo ed è impossibile che si fulmini." Anche se l’inventore ha ricevuto piccole ricompense per le installazioni di Wit nelle case e in aziende locali, la sua idea non lo ha reso ricco. "Conosco un uomo che ha inserito le bottiglie e in un mese aveva risparmiato abbastanza per comprare beni di prima necessità per il loro bambino appena nato", dice soddisfatto. Negli ultimi due anni l’invenzione ha fatto il giro del mondo. La Fondazione MyShelter (mio rifugio) nelle Filippine ha accolto con entusiasmo l’idea. MyShelter è specializzata in costruzioni alternative utilizzando materiali come il bambù, pneumatici o su carta. In Cina, dove il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e l’elettricità è particolarmente costosa, ci sono 140.000 famiglie che hanno fatto ricorso a questo sistema di illuminazione. Le bottiglie-lampadine sono diffuse in almeno quindici paesi, tra cui India, Bangladesh, Fiji e Tanzania. "Non ho mai immaginato che la mia invenzione avrebbe avuto un tale impatto", afferma Moser. "Solo a pensarci mi viene la pelle d’oca." El confidencial
2) Ecco come riscaldare casa con 8 centesimi al giorno
Con pochi oggetti, infatti, è riuscito a riscaldare una stanza per 8 ore utilizzando i principi scientifici di trasferimento del calore.
La spesa riguarda: lumini, un vaschetta di metallo e due vasi di terracotta di dimensioni diverse.
Il sistema è molto semplice.