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Subject: [POLITICA]

2010-10-05 16:27:19
[i]se il 90% di quello che scrivo è falso non dovrebbe essere un problema per te farmi notare alcuni di questi errori come io ho fatto con te quando hai parlato di banda armata

Bastano solo queste ultime righe.
E´stato travaglio che ha scritto che la banda armata era stata di fatto abolita.
Io non ne ho mai parlato, all'inizio ho addirittura chiesto chiarimenti proprio a te che ne stavi parlando (± pag 181).

(Peraltro non ci vuole Perry Mason per vedere che se non vieti a monte una struttura militare privata poi configurare il reato di banda armata diventa problematico e quindi Travaglio non la fa fuori dal vaso. )

Tutto il fumo che hai fatto sulla questione era solo un diversivo perche´legare la pericolosita´di un organizzazione militare alla presenza delle armi e' da incoscienti.
Le armi - una volta che c'é l'esercito - riescono a procurarsele anche in Congo dove non c'e´neanche la farina, figuriamoci che problema sarebbe mai trovarle in Italia dove le producono e le vendono.

Non parliamo poi dei patetici tentativi di dimostrare che i boy-scout sono un organizzazione militare. Si vede che andavi in campeggio con bin laden, che ne so.
2010-10-05 16:32:11
Chi è il nuovo ministro Romani

Paolo Romani, l’autore del decreto che ha fatto conoscere al mondo la sudditanza del web italiano, non è un parvenu dei media, e sarebbe sbagliato pensare che dietro le sue azioni ci sia soltanto quell’arretratezza culturale che caratterizza molti altri esponenti del centrodestra.

Al contrario, l’uomo messo da Berlusconi al governo per difendere gli interessi di Mediaset in rapporto a ogni forma di concorrenza – da Sky al web – è un profondo conoscitore dei meccanismi economici che stanno dietro ogni modello di consumo audiovisivo, dall’audience alla pubblicità.

Milanese, classe 1947, Romani inizia prestissimo a occuparsi di emittenza privata, abbandonando l’università per fondare nel 1975 una delle prime «tv libere» – come si chiamavano allora – nate in Italia: Telelivorno, in seguito Tvl.

Tra i suoi compagni d’avventura, il futuro esponente radicale e poi di Forza Italia Marco Taradash e il futuro dirigente Mediaset Leonardo Pasquinelli.

Da quella prima esperienza pionieristica, Romani passa nel 1976 alla corte di Alberto Peruzzo, editore cartaceo che si è appena buttato nell’emittenza con quella che poi diventerà rete A, celebre per le televendite (da Wanna Marchi al testimonial del mobilificio Aiazzone, Guido Angeli), per la telenovela “Anche i ricchi piangono” e per aver ospitato un telegiornale firmato da Emilio Fede nel breve periodo in cui questi aveva già lasciato la Rai e non era ancora approdato a Fininvest.

A metà degli anni Ottanta Romani viene chiamato dall’imprenditore Salvatore Ligresti ai vertici di Telelombardia, di cui diventa amministratore delegato. Il mandato della proprietà è semplice: nella cosiddetta Milano da bere guidata dai socialisti – sulla quale Ligresti ha enormi interessi immobiliari – bisogna creare una televisione che pubblicizzi a ogni ora del giorno le realizzazioni in città del Psi di Paolo Pillitteri e del suo assessore all’urbanistica, Attilio Schemmari (anni dopo finiranno entrambi a San Vittore e verranno condannati per tangenti, mentre lo stesso Ligresti patteggerà due anni e quattro mesi per corruzione).

Così in via Bordoni 2, dove ha sede l’emittente, Romani chiama due giovani giornalisti d’area socialista, Biagio Longo (direttore) e Dario Carelli (caporedattore): i telegiornali sono un’ode senza soluzioni di continuità per Craxi e i suoi uomini, le interviste a Pillitteri si alternano a quelle a Schemmari, senza tralasciare gli altri papaveri del garofano meneghino, da Walter Armanini al rampante Mario Chiesa, che ottiene servizi video di quattro o cinque minuti ogni volta che il suo Pio Albergo Trivulzio inaugura una nuova sala.

Ma il ruolo di Romani non si esaurisce qui: tra i suoi compiti c’è anche quello di finanziare l’amante di Bettino Craxi, Anja Pieroni, a cui il segretario del Psi ha regalato una televisione locale a Roma, Gbr. Come funziona il meccanismo? Molto semplice: quando l’ex attrice ha bisogno di soldi li domanda a Bettino, che li chiede al suo amico Ligresti, il quale a sua volta ordina a Romani di acquistare un po’ di programmi prodotti da Gbr, non importa se belli o brutti, se interessanti o no per il pubblico di Milano e dintorni. Sicché gli spettatori milanesi o comaschi, attoniti, facendo zapping su Telelombardia trovano misteriosi approfondimenti sui nuovi negozi della Garbatella o sull’arrivo della primavera alla collina Fleming.

Nel 1992 Romani rompe bruscamente con Ligresti ma dispone ormai di know how e contanti sufficienti per diventare imprenditore in proprio. Così fonda una sua emittente, Lombardia 7, nota per i servizi a luci rosse attraverso il 144. Due anni dopo Lombardia 7 verrà condannata dal pretore di Monza per una trasmissione pornografica intitolata Vizi privati e pubbliche virtù, condotta dal transessuale Maurizia Paradiso. Ma quando arriva la sentenza, Romani è già volato altrove: ha venduto Lombardia 7 (che fallirà quattro anni dopo, sommersa da un mare di debiti) e grazie alle sue conoscenze nella concessionaria Publitalia 80 di Silvio Berlusconi è stato chiamato per una candidatura con Forza Italia, a Montecitorio, circoscrizione di Cinisello Balsamo.

È l’inizio di una brillante carriera che lo porterà alla presidenza della commissione Telecomunicazioni alla Camera e poi – nel 2008 – alla poltrona di viceministro dello Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni: dove, del tutto dimentico del suo passato di pornografo, arriverà a proporre l’istituzione di un sistema gestito dal ministero per avvisare i genitori via sms nel caso qualcuno in casa navighi in internet su siti a luci rosse.

Ma, sms a parte, è evidente che l’incarico alle Comunicazioni riveste un’importanza cruciale per gli interessi del capo: Romani deve occuparsi di tv in generale, di digitale terreste e ovviamente di rapporti con Sky. Un settore quest’ultimo in cui l’ex editore socialista offre per anni il meglio di sé, riducendo la pubblicità e aumentando le tasse al principale concorrente del Cavaliere, ritardando il più possibile il suo ingresso nel Dtt e imponendo alla Rai di oscurare molti eventi che prima mandava sul satellite per convincere con le buone o con le cattive i telespettatori a rinunciare alla padella in terrazzo e a preferire il decoder terrestre.

Un’opera svolta con una continuità impressionante e il più possibile senza clamore: un basso profilo che probabilmente non impedirà a Romani di passare alla storia come uno dei più utili e servizievoli tra i famigli del Cavaliere.

Cresciuto a pane e tv, di web Paolo Romani non sa moltissimo (una volta in un’intervista ad Alessandro Longo ha ammesso di non sapere neppure cos’era il decreto Pisanu), ma intuisce abbastanza per capire che si tratta di un terreno assai sensibile non solo per gli interessi del suo referente diretto – il proprietario di Mediaset – ma anche di altri poteri forti con cui è importante tenere rapporti. Ad esempio, se le frequenze lasciate libere dalla tv analogica venissero assegnate alle connessioni internet senza fili, si farebbe un grave sgarbo a Telecom, proprietaria delle rete telefonica in rame: molto meglio assegnare quindi quelle frequenze alle tv locali, chiedendo contemporaneamente a Telecom di assumere tra i suoi massimi dirigenti uomini vicini al premier (Piero Vigorelli) e controllando che a quelli di La7 non venga mai in mente di costituire un vero terzo polo indipendente. E che poi questa decisione danneggi gravemente la rete veloce – con tutte le sue potenzialità in termini economici per il Paese – a Romani sembra del tutto secondario.

Fra l’altro è curioso notare come il viceministro Romani trovi il tempo di procurarsi anche una poltrona meno prestigiosa ma assai funzionale, quella di assessore all’Expo 2015 al comune di Monza. Per amore dell’ameno capoluogo brianzolo? Sicuramente. Ma forse anche per l’esigenza di sistemare un problema che sta molto a cuore al premier, cioè stabilire una «variante» che ha permesso il raddoppio del valore (da 40 a 90 milioni di euro) di una proprietà del fratello del Cavaliere, un’area di 500 mila metri quadri detta la Cascinazza. «Era una spina nel fianco di Berlusconi» ha spiegato serenamente il viceministro assessore.

Un po’ come la rete, insomma.

(dal libro “I nemici della Rete”‘, Di Corinto-Gilioli, Rizzoli 2010)


fonte piovonorane
(edited)
2010-10-05 16:35:30
mi autocito: vi invito a tornare a parlare degli argomenti IT evitando di scadere nel personale
2010-10-05 16:40:43
[i]se il 90% di quello che scrivo è falso non dovrebbe essere un problema per te farmi notare alcuni di questi errori come io ho fatto con te quando hai parlato di banda armata

Bastano solo queste ultime righe.
E´stato travaglio che ha scritto che la banda armata era stata di fatto abolita.


falso
prima di tutto lo hai scritto te nel post che hai rivolto proprio a me questa mattina alle 10:46:56
dove scrivi testuale:

e meno male.
altro che reato d'opinione e banda armata.
se uno puo´farsi l'esercito, poi come glielo spieghi che puo´usare solo le pistole ad acqua ? e in subordine uno che ha gia´un esercito che diavolo se ne fa di una banda armata ?


se anche Travaglio ha scritto una cagata, beh, son cose che capitano

in ogni caso come vedi non puoi imputare a me un errore di valutazione che è solo tuo





(Peraltro non ci vuole Perry Mason per vedere che se non vieti a monte una struttura militare privata poi configurare il reato di banda armata diventa problematico e quindi Travaglio non la fa fuori dal vaso. )

ah no?
non ci vuole perry mason?
forse si, dato che i procuratori italiani NON sono stati in grado di incriminare i leghisti per il reato di BANDA ARMATA ma solo per il divieto di formare formazioni con orgaizzazione militari in base all'articolo in corso di cancellazione




Tutto il fumo che hai fatto sulla questione era solo un diversivo perche´legare la pericolosita´di un organizzazione militare alla presenza delle armi e' da incoscienti.
Le armi - una volta che c'é l'esercito - riescono a procurarsele anche in Congo dove non c'e´neanche la farina, figuriamoci che problema sarebbe mai trovarle in Italia dove le producono e le vendono.


non ho fatto nessun fumo
ho parlato di FATTI, come sempre
ho fatto notare che la norma in oggetto è una norma che non ha nulla a che vedere con le armi



Non parliamo poi dei patetici tentativi di dimostrare che i boy-scout sono un organizzazione militare. Si vede che andavi in campeggio con bin laden, che ne so.

1) patetico lo dici a tua sorella
2) ho fatto l'esempio dei boyscout per far notare che non basta la semplice "organizzazione paramilitare" per creare i presupposti del pericolo, ma servono altri attributi
(edited)
2010-10-05 16:41:36
mi autocito: vi invito a tornare a parlare degli argomenti IT evitando di scadere nel personale

sarebbe bellissimo evitare di andare sul personale, ma come vedi sta continuando
2010-10-05 17:01:15
eh meno male che esiste ancora internet... queste informazioni altrimenti non sarebbero mai arrivate al popolo
2010-10-05 17:08:53
ad internet lui farà fare proprio un bel balzo... indietro.
2010-10-05 17:10:15
al massimo a livello di connessione (cosa che non avverrà perchè le aziende ormai non lo possono piu permettere), ma il potere sociale è intoccabile
2010-10-05 17:30:42
ho fatto l'esempio dei boyscout per far notare che non basta la semplice "organizzazione paramilitare" per creare i presupposti del pericolo, ma servono altri attributi

sì ma scusa, io non capisco proprio questo punto: i boyscout avranno anche un'organizzazione paramilitare, avranno anche fini politici. Ma se arrivi a leggere fino in fondo all'articolo appena cancellato c'è scritto che il reato esiste in caso di minacce o violenze. E gli scout non hanno mai fatto nè l'una nè l'altra (a parte a sé stessi, s'intende)
2010-10-05 17:36:57
cmq..
ecco un articolo interessante

Stiglitz: Germania fuori dall’euro o il continente sprofonda

La ristrutturazione dei bilanci continentali farà piombare l’Europa in una profonda recessione. La soluzione, secondo il premio Nobel per l’economia, è l’uscita della Germania da Eurolandia e la conseguente svalutazione della moneta unica
Costretta a fare i conti con una crisi sempre più conclamata, l’Unione europea si prepara alla messa a punto del più ambizioso piano di ristrutturazione debitoria di sempre. Dalle tragedie greche alle sommesse ballate irlandesi, passando per i noti guai iberici e i fardelli contabili italiani, i programmi “lacrime e sangue” cui tutti sembrano ormai rassegnati potrebbero non bastare. E il traguardo della definitiva ripresa potrebbe coincidere con l’affermazione di uno scenario a dir poco sconvolgente: la fine del sistema monetario europeo per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.

A lanciare l’allarme è stato niente meno che Joseph Stiglitz, non esattamente un osservatore qualsiasi. Secondo il premio Nobel per l’Economia 2001, quello intrapreso dai governi europei rischia di essere un viaggio senza ritorno. Almeno per la moneta unica. La situazione è grave, anzi, gravissima e i piani di austerity contabile, per quanto necessari, potrebbero rivelarsi controproducenti scatenando una recessione destinata a dilagare nell’intero continente. Da qui la clamorosa soluzione: l’addio alla moneta unica da parte della Germania, principale economia di Eurolandia, e il salutare abbandono a una conseguente e provvidenziale svalutazione dell’euro per gli altri Paesi.

Le tesi di Stiglitz, inserite nella prefazione alla nuova edizione del suo ultimo libro Freefall e rivelate in esclusiva dal Sunday Telegraph, sono a dir poco dirompenti. In pratica si tratterebbe di chiudere i conti con il modello di moneta unica conosciuto fino ad oggi abbattendo una volta per tutte quella che per molti Paesi rappresenta un’incrollabile certezza: la necessità di una valuta forte. L’ipotesi sembra folle ma a conti fatti nemmeno troppo illogica. Dopo aver soccorso il suo sistema finanziario (sborsando all’incirca 4mila miliardi di euro), l’Unione non può più fare a meno di ristrutturare i suoi conti. Il piano, che prevede forti manovre correttive per le nazioni caratterizzate da un rapporto debito/Pil superiore al 60%, appare però destinato a rinviare la ripresa a data da destinarsi.

E’ la solita vecchia storia della coperta troppo corta. Si tira per un verso – taglio alla spesa e pressione fiscale – allo scopo di adeguare i conti ma, così facendo, si lascia scoperta l’economia reale abbattendo i consumi e favorendo la recessione. Per ovviare al problema, almeno in parte, si dovrebbero tagliare i tassi per svalutare così la moneta e sostenere le esportazioni ma nell’ambiente attuale, caratterizzato da un costo del denaro prossimo allo zero, i margini di manovra nell’area euro restano ridottissimi. Una realtà di cui è ben consapevole il Fondo Monetario Internazionale che, in un rapporto pubblicato in questi giorni, ha sottolineato come le politiche di austerity perseguite oggi da tutte le economie avanzate siano destinate a provocare effetti positivi nel lungo periodo ma anche più negativi del solito nel breve. Una profezia difficile da smentire.

La moneta unica, lascia intendere Stiglitz, non rappresenta più in modo coerente un’Europa sempre più eterogenea. Mentre la Germania si avvia chiudere l’anno con il tasso di crescita più elevato dai tempi della riunificazione (+3,3% secondo il Fmi), nazioni come Spagna e Irlanda tendono ormai apertamente al collasso. La Spagna in particolare, spiega il premio Nobel, «rischia di entrare in quella spirale perversa che aveva caratterizzato l’Argentina nel decennio passato» prima che quest’ultima decidesse di abbandonare l’aggancio con il dollaro per tornare successivamente a crescere. Un’esperienza replicabile da qusta parte dell’oceano solo con un euro debole. A meno che qualcuno non rispolveri prima dracme e pesetas…
2010-10-05 18:15:55
il concetto di "tutti dentro" nell'euro ha creato dei presupposti poco salubri per la tenuta della moneta. Parallelamente la germania ha sempre avuto quel passaggio in più per uscire dalla crisi.
fuori la germania e poco altro e l'euro rimane buono come moneta per fare testa o croce. Ciò che mi preoccupa è la spagna; la sua politica di impostazione zapatera ha portato il paese con un piede nel baratro. se continua così ci mette anche l'altro.
il paese nostrum nel baratro c'è già, solo che durante la caduta ha trovato la classica radice che spunta dal bordo e si è impigliata nelle bretelle.
credo che una casa a montercarlo sia molto più importante, adesso....eh....
(edited)
2010-10-05 19:06:06
a quanto pare non ci si puo´piu´fidare neanche dei boyscout
2010-10-05 19:09:43
ah sì una casa a Montecarlo sarebbe più importante..ma averla per andarci!
:)

Io, che di economia non so nulla, credo che l'errore più grosso sia stato far entrare tutti così velocemente.
Adesso mi fa solo ridere il ricordo di quelli che dicevano che il vero malato d'Europa era la Germania e che noi tenevamo il loro passo, anzi meglio.

2010-10-05 19:10:22
articolo interessante di Telese su Pansa



Il Pansa convertito che vede il mondo in nero
E con questo siamo a sei. Esce domani il sesto volume della costellazione di saggi dedicati da Giampaolo Pansa alla Resistenza e alla guerra civile del 1943-‘45. Una vera e propria “pentalogia”, distillata in una miscela esplosiva difficilmente incasellabile tra i generi letterari. Un po’ romanzo, un po’ feuilleton, un po’ pamphlet e molto scavo saggistico: con questo libro il “pansismo” si fa saga. Così, l’uscita de I vinti non dimenticano, può diventare l’occasione per riflettere sul senso, il merito (e i limiti) di una battaglia storiografica che è allo stesso tempo figlia e debitrice del carattere del suo autore: eclettica, sanguigna, appassionata e condotta senza rete, tra polemiche, duelli, scambio di fendenti e persino spedizioni punitive (A Reggio Emilia, nel 2006, intervenne contro di lui un drappello di contestatori).

Fenomenologia di un ammutinamento
Ma procediamo con ordine: prima di assumere la sua stratigrafica monumentalità, il “ciclo dei vinti” (quello di Pansa, non quello di Giovanni Verga) si apre nel 2003 con un libro-choc. “Il sangue dei vinti“, primo folgorante episodio della serie, esaurisce trecentomila copie in un anno e poi diventa un libro carsico, un exemplum, un long seller, un tascabile e persino un film (prima in sala e poi sul piccolo schermo). Il libro scatena da subito un inferno di polemiche. I “Vinti” del 1945 sono ovviamente loro, “i fascisti”, le “carogne nere”. E nel mirino di Pansa, con un libro che si alimenta scientificamente di una storiografia minore messa al bando dagli storici, ma che è frutto di una minuziosa ricerca personale c’è il mito buonista della Resistenza. Governa le sinistre, la Liberazione è un totem intoccabile, “Il sangue” incide nella carne viva perché per la prima volta costringe gli storici a confrontarsi con qualcosa che hanno sempre ignorato. Ci sono state ai margini della lotta partigiana, stragi e misfatti perpetrati all’ombra del Cln? Apriti cielo. La prima accusa che si abbatte sulla testa di Pansa – che all’epoca, non va dimenticato – è ancora condirettore de L’espresso – è quella di aver recuperato le vecchie tesi dei libri di Giorgio Pisanò, indomabile storiografo missino. Ma è già la prima balla: Pansa tornava sui suoi passi a ben 43 anni dalla sua tesi di laurea, che era dedicata proprio alla Resistenza nel Nord Italia e che era già diventata un libro a metà degli anni Ottanta (L’esercito di Salò, Mondadori).

Tratti distintivi e patenti di fede
Ma i tratti distintivi del Sangue dei vinti erano altri, e li ritroviamo tutti anche nel prossimo volume della serie, I vinti non dimenticano. Pansa non usa note. Pansa usa espedienti dichiaratamente drammaturgici: ad esempio l’invenzione di Livia Bianchi, ipotetica bibliotecaria che lo aiuta nella ricerca e che in realtà altri non è che l’alter ego narrante dello scrittore. Ma è un gioco dichiarato fin dalla prima pagina: “L’unico personaggio immaginario è lei, la bibliotecaria di Firenze che mi affianca nella resa dei conti dopo il 25 aprile. Tutto il resto – recita il folgorante attacco di quel primo libro – è vero”. Infine c’è l’anomalia dell’autore. In tutta la campagna promozionale del libro e anche nei primi anni successivi il padre del bestiario continua a ripetere: “La Resistenza era e rimane la mia patria morale”. Il libro fa divampare la polemica e trova subito un seguito. Si tratta di “Sconosciuto 1945″. Siamo nel 2005, la casa editrice è sempre la Sperling & Kupfer, è fin dal primo capitolo di nuovo si incrociano gli ingredienti che hanno prodotto il primo successo. Molti degli storici progressisti non presero bene né il primo né il secondo libro. “Mancano le fonti”, scrissero (ma non era vero, perché erano sempre indicate). “La vena narrativa compromette l’attendibilità scientifica”, aggiunsero (e non era vero, perché come abbiamo visto, Pansa dichiarava con nettezza la separazione tra le due dimensioni). Dissero infine che attingeva a una storiografia di parte, squalificata e inattendibile. Ma con l’istinto del cronista, Pansa era già diventato una macchina da guerra: loro riportavano de relato da fonti ufficiali (e talvolta celebrative del dopoguerra) lui setacciava già i registri anagrafici.

Dissero allora che Pansa era “diventato di destra” e lui si arrabbiò sempre di più. Anche se a ben vedere era vero che Pansa (e lo dichiara esplicitamente in questo libro, dialogando con la solita bibliotecaria), stava cambiando: “Scrivere Il sangue de vinti e i libri successivi mi ha molto cambiato. Ho smesso di essere manicheo, di dividere il mondo in due, di qua i buoni, di là i cattivi” (I vinti non dimenticano, pag. 33). Ma era davvero solo questo? Quando nel 2006 avevo scritto Cuori neri (un libro in cui raccontavo gli anni di piombo partendo dalle storie delle vittime “di destra”, Pansa, che tutti i colleghi conoscono per la sua proverbiale generosità, mi chiamo per farmi dei complimenti, e aggiunse: “Adesso sei un revisionista pure tu”. Nacque allora una lunga discussione, tra noi, che abbiamo completato a cavallo di due o tre anni, ai margini di diverse presentazioni. Io ero convinto che “revisionismo” non fosse una bella parola. Né tantomeno la consideravo il termine adatto a raccontare quello che pensavo di avere fatto. “Il revisionismo” sul dopoguerra aveva partorito come estrema filiazione il “negazonismo”, ed era sempre e comunque un estremo. Ovvero – secondo una definizione che mi costruii proprio nel dialogo con Giampaolo – “il ribaltamento di un luogo comune storiografico nel suo contrario”. Ma era davvero questo il senso del suo lavoro? Si poteva affermare che la Resitenza era ancora oggi una “patria morale”, e subito dopo ribaltare lo stereotipo dei “fascisti bestire feroci” in quello dei partigiani assassini?

Quando il polemista sovrasta il quadro
Il terzo volume della serie “La grande bugia” (Sperling & Kupfer 2006) era uno squillo di tromba che lasciava questa domanda in sospeso. Era il polemista a prendere il sopravvento su tutto: “A me è successo di imbattermi in tre sorprese. La prima è di essere aggredito dalla mia parte culturale, quella antifascista. Non da tutti, ma da molti sì. La stima è scomparsa. E al suo posto è emersa l´ostilità”. Le nuove storie che continuano ad emergere dai lettori che gli scrivono si combinano con il duello contro i suoi detrattori (ad esempio lo storico Angelo D’Orsi) e l’autobiografia (con l’irresistibile aneddoto del direttore Italo Pietra che a Il Giorno chiedeva: “Chi di voi ha bruciato la mia casa in quel rastrellamento sul monte Penice?” (“La grande bugia”, pp.24).

Aneddoto folgorante: voleva dire che parlava a dei redattori che nella guerra del ´45 avevano combattuto sui fronti opposti e che nell´Italia spensierata degli anni sessanta la linea di demarcazione dell´odio sembrava finalmente sepolta. Il libro conteneva passaggi irresistibili contro l´ex sindaco di Milano Aniasi, contro la codardìa verificata dall´autore rispetto ad alcuni dirigenti (Fassino, Veltroni, prodighi di solidarietà in privato, ma assai avari in pubblico) strali micidiali contro Bocca, il rivale di sempre, che si era autoproclamato difensore della Resistenza: “Bocca – racconta Pansa a una immaginaria Emma – non è stato solo un campione della carta stampata: è stato anche, e lo è ancora, un campionissimo delle contraddizioni”. E poi, con lo stiletto tra i denti: “Oggi è un antifascista d´acciaio. Ma prima di fare il partigiano è stato anche un fascista e un antisemita. Oggi è tra i più aspri nemici di Berlusconi, ma ha lavorato per le televisioni del Cavaliere, e con ottimi contratti. L”ho fatto per soldi”, ha spiegato.

La Storia abbandonata
L´arma più micidiale di Pansa, il suo archivio, usato con uguale capacità contundente sia nella contemporaneità che nelle storiografia. Poi accadono due episodi di cui sono in qualche modo testimone oculare. Il quarto libro del ciclo “I gendarmi della memoria”, riproduce esattamente la formula del terzo, proprio come questo ultimo segue la falsariga del primo.
E´ un libro “autofago” e autogenerante. Perché come in un gioco di specchi Pansa può raccontare dei Militanti che a Reggio Emilia contestano la presentazione del suo libro precedente. Pansa, sul cassero del suo vascello di carta, composto ormai da più di un milione di copie diventa come Achab, alla caccia di Moby Dick. La “patria morale” è sempre più sullo sfondo, sempre più rarefatta. Anzi, ad un tratto scompare.

“I Tre inverni della paura” segna un altro passaggio. Qui la resistenza è diventata “cattiva”. Cattivi i fattori comunisti, ideologici e feroci, umanissimi i ragazzi che scelgono Salò. “Il Revionista” torna al saggio storico-autobiografico-pamphlettistico. Le storie sono tutte vere, rigorosamente verificate, ma a senso unico. Cercando di rincorrere tuti i fili e tutte le storie, Pansa abbandona dichiaratamente La Storia.

Sublima il suo revisionismo orgogliosamente proclamato in un paradosso relativistico in cui ci sono solo le atrocità dei Vincitori. E arriva a paragonare i partigiani ai terroristi: “Cosa sarebbe accaduto se il partito clandestino di Curcio e Moretti avesse potuto contare su centinaia di uomini diposti a sparare e ad uccidere in tutte le regioni italiane?”. Forse adesso sarebbe ora che Pansa fermasse il timone, schiodasse dall’albero maestro il doblone che ha inchiodato, mettesse da parte il nonno fascista di Franceschini e il fratello nero di Prodi e smettesse di inseguire la balena bianca della Resistenza.

da il Fatto Quotidiano del 5 ottobre 2010
2010-10-05 19:24:32
a quanto pare non ci si puo´piu´fidare neanche dei boyscout

:) belli gli scout... A me sembra solo da pazzi andare in giro in pantaloncini sempre e comunque, anche con 5 sottozero...
2010-10-05 19:36:02
intanto leggiti bene quella degli scouts e dimmi se non è MOLTO più vicino al militare della guardia vedersca (con tanto di salutino....stile Commonwealth's army

Gli scout non perseguono fini politici. Non erano proibite le associazioni paramilitari ma quelle che perseguivano fini politici.