Subpage under development, new version coming soon!
Topic closed!!!
Subject: [POLITICA]
Alemanno sindaco di roma.I manifestanti dovevano rimanere in galera.
Ha ragione...ma sbirciando nel suo armadio....
Da wikipedia.
Sul finire del periodo turbolento degli anni di piombo, Alemanno fu coinvolto marginalmente in alcuni episodi: venne fermato nel novembre 1981 per avere partecipato insieme ad altri quattro componenti del Fronte della Gioventù all'aggressione di uno studente di 23 anni. Venne poi assolto[34].
Nel 1982 fu arrestato con l'accusa di aver lanciato una bomba Molotov contro l'ambasciata dell'Unione Sovietica a Roma, scontando 8 mesi di carcere a Rebibbia[35], ma è stato assolto per non aver commesso il fatto.[36] (ANSA, 15/05/1988)
Il 29 maggio 1989, insieme ad altri militanti del Fronte della Gioventù, fu arrestato a Nettuno e scarcerato dopo pochi giorni, per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, e tentato blocco di corteo ufficiale, in occasione della visita del Presidente degli Stati Uniti d'America, George H. W. Bush, al cimitero di guerra americano. È stato poi assolto da ogni accusa.[36][37] (ANSA 29 e 30/05/1989)
Indagato dal Tribunale dei ministri per presunti finanziamenti illeciti ricevuti da Calisto Tanzi, tramite Bernardoni Romano, per la sua rivista «Area» (85mila euro), è stato assolto l'11 gennaio 2007 perché il fatto non sussiste.[38]
Ha ragione...ma sbirciando nel suo armadio....
Da wikipedia.
Sul finire del periodo turbolento degli anni di piombo, Alemanno fu coinvolto marginalmente in alcuni episodi: venne fermato nel novembre 1981 per avere partecipato insieme ad altri quattro componenti del Fronte della Gioventù all'aggressione di uno studente di 23 anni. Venne poi assolto[34].
Nel 1982 fu arrestato con l'accusa di aver lanciato una bomba Molotov contro l'ambasciata dell'Unione Sovietica a Roma, scontando 8 mesi di carcere a Rebibbia[35], ma è stato assolto per non aver commesso il fatto.[36] (ANSA, 15/05/1988)
Il 29 maggio 1989, insieme ad altri militanti del Fronte della Gioventù, fu arrestato a Nettuno e scarcerato dopo pochi giorni, per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, e tentato blocco di corteo ufficiale, in occasione della visita del Presidente degli Stati Uniti d'America, George H. W. Bush, al cimitero di guerra americano. È stato poi assolto da ogni accusa.[36][37] (ANSA 29 e 30/05/1989)
Indagato dal Tribunale dei ministri per presunti finanziamenti illeciti ricevuti da Calisto Tanzi, tramite Bernardoni Romano, per la sua rivista «Area» (85mila euro), è stato assolto l'11 gennaio 2007 perché il fatto non sussiste.[38]
vedi, loro fanno i securitari ma non hanno davvero nessun interesse a mantenere l'ordine pubblico, loro soffiano irresponsabilmente sul fuoco, si cibano di qualsiasi allarme o emergenza su cui imbastire campagne mediatiche. Non hanno un solo argomento che serva davvero a spegnere le violenze, non una sola risposta politico/sociale. In questo quadro i precedenti teppistici di alemanno e compagnia sono solo la ciliegina sulla loro torta ipocrita.
Invece la violenza sgangherata stile banlieu di questi dimostranti giovanissimi sarebbe proprio affar loro, il modello urbanistico e sociale che perseguono prevede borgate e periferie abbandonate alla povertà, degrado e precarietà, questo produce frustrazione e incazzatura, poi violenza. Prima solo di un'avanguardia studentesca, poi via via di altri blocchi sociali. Starebbe alla politica spegnere il fuoco correndo ai ripari, questi fanno il contrario.
Invece la violenza sgangherata stile banlieu di questi dimostranti giovanissimi sarebbe proprio affar loro, il modello urbanistico e sociale che perseguono prevede borgate e periferie abbandonate alla povertà, degrado e precarietà, questo produce frustrazione e incazzatura, poi violenza. Prima solo di un'avanguardia studentesca, poi via via di altri blocchi sociali. Starebbe alla politica spegnere il fuoco correndo ai ripari, questi fanno il contrario.
sucm [del] to
algir
Il giochino è semplice...
Mandare tutto in caciara.
Hanno paura dei contenuti.
Hanno SEMPRE avuto paura dei contenuti.
Sta a noi, in primis, anche su un forum freestyle in sokker, a non cadere in questo tranello è condividere opinioni, conoscenze, informazioni, su tematiche politiche.
Tanto lo sappiamo che quei personaggi sono degni del bagaglino.
Per esempio, il discorso sul costo della sanità tirato fuori qualche post fa era molto interessante.
A me pare che ci siano delle magagne nella sanità assurde... I costi mi sembrano pompatissimi...
Qualcuno ha riferimenti specifici da proporre, che vadano oltre una breve ricerca su gugol?
Mandare tutto in caciara.
Hanno paura dei contenuti.
Hanno SEMPRE avuto paura dei contenuti.
Sta a noi, in primis, anche su un forum freestyle in sokker, a non cadere in questo tranello è condividere opinioni, conoscenze, informazioni, su tematiche politiche.
Tanto lo sappiamo che quei personaggi sono degni del bagaglino.
Per esempio, il discorso sul costo della sanità tirato fuori qualche post fa era molto interessante.
A me pare che ci siano delle magagne nella sanità assurde... I costi mi sembrano pompatissimi...
Qualcuno ha riferimenti specifici da proporre, che vadano oltre una breve ricerca su gugol?
bell'intervista della solita ottima Barbara Spinelli
Il piombo è solo nelle orecchie di chi non ascolta
Spinelli: "Non sono gli anni '70, questi ragazzi lasciati fuori dalla politica". Sulle cause della rivolta: "L'errore è imporre sacrifici solo a chi già emarginato, perché alla fine la bolla scoppia"
Anni di piombo è diventato un tormentone: inutile, e al tempo stesso banale e provocatorio. Ma il metallo sembra essere nelle orecchie di chi non sa ascoltare: parola di Barbara Spinelli.
Giovedì ad Annozero Santoro ha detto ai politici in studio: noi domandiamo ai ragazzi se si vogliono dissociare dagli episodi di violenza, ma se loro non ci rispondono quello che vogliamo sentirci dire – come poi è accaduto – dobbiamo essere in grado di parlare con loro. D’accordo?
Completamente. È più che legittimo chiedere ai giovani di riflettere suoi pericoli che i gesti violenti possono ingenerare. Ma la questione qui non è il dissociarsi dei ragazzi, ma il dissociarsi dei politici da una discussione su una manifestazione di cittadini. Bisogna dare uno spazio di dialogo: i giovani che erano in piazza non hanno compiuto un attentato, non sono gente con il sangue nelle mani.
La Russa ha dato dei vigliacchi ai ragazzi. Se ne voleva andare, ma è rimasto.
So che va molto di moda la parola canagliesca, detta d’istinto, ma un ministro non dà queste risposte. Non minaccia d’andarsene, appena uno comincia a parlare. Forse sarebbe meglio se se ne andasse davvero, se non sa fare il suo mestiere. Nel curriculum di ogni terrorista c’è il non riconoscimento delle istituzioni, della politica stessa che è risoluzione dei conflitti tramite ricorso alla parola della ragione. La Russa fa come i terroristi: dice ai ragazzi e implicitamente alla politica: “Io non vi riconosco”.
Ma loro sono cittadini. Vuol dire che lo Stato non riconosce gli elettori?
Certo, questo Stato si mette fuori, perché è in guerra, tra l’altro non si capisce con chi, e sfrutta le paure della gente.
Casini da Santoro ha detto: i poliziotti erano lì per tutelare la culla della democrazia. E uno dei manifestanti ha avuto il coraggio di far osservare come quella culla fosse la bara di una democrazia “mercantile”.
I politici che lanciano l’appello a tutelare le istituzioni, le pensano in buona salute. La culla della democrazia parlamentare è vuota. Non dico che quindi bisogna tirare i sassi, ma ha ragione lo studente quando dice che questa non è la democrazia di Pericle.
Quella culla è anche un posto da cui si evoca con una certa frequenza il partito dell’odio.
Ogni dissenso, anche pacifico, ormai è criminalizzato, oltre che inascoltato. Plutarco scrive che nei paesi asiatici si diceva sempre sì, mentre in Europa, dove c’erano democrazie, si diceva no. Sto con Plutarco.
Un luogo comune logoro vuole che la società civile si sia progressivamente staccata dalla politica. In analisi logica, un moto da luogo della società. Non sarà che è la politica ad aver aumentato in maniera abissale la distanza che la separa da ciò che i cittadini chiedono?
Sì, è una responsabilità della politica, e se il divario diventa molto profondo vuol dire che la società non ha altri luoghi e modi di manifestare se stessa e i propri disagi diversi dalla piazza. I moti violenti sono pericolosissimi. Ma sono anche un monito che la classe politica deve ascoltare, pena la propria sconfitta. Lo si è visto nella rivolta dei ghetti neri a Los Angeles nel ’92: fu allora che venne coniata una parola nuova: sottoveglianza, cioè l’inverso della sorveglianza denunciata da Foucault. La società cominciava a sorvegliare il potere dal basso verso l’alto, era soggetto e non più solo oggetto d’un controllo. La novità in Italia è che questa sottoveglianza ormai esiste. E la politica deve tenerne conto, sapere che è sotto controllo costante.
Quindi la ricetta è una società aperta. Ma quali sono gli spazi di un dialogo finora non possibile?
I luoghi cui accedono i politici devono accogliere anche i giovani, gli stessi che avranno come pensione 360 euro al mese. Penso alla tv, per esempio. E poi non ci devono essere restrizioni di manifestazione del pensiero sul web. I politici devono cominciare ad ascoltare, perché non sono di fronte a terroristi. Penso alle dichiarazioni dei giovani nella rivolta delle banlieue parigine. Dicevano in tv: “Noi non riusciamo a parlare”. La domanda è di essere ascoltati, di entrare nell’agorà. Oggi c’è una forma di ghettizzazione: è come se una generazione intera fosse chiamata negra. Quando ho visto l’immagine di quel ragazzo picchiato in piazza del Popolo, l’altro giorno, mi è tornato alla mente il filmino sul pestaggio di Rodney King nel ‘91. Ripreso da persone che stavano lì – e qui torna la sottoveglianza – nel momento in cui la polizia picchiava il giovane nero. La rivolta dei ghetti nacque da lì.
Saviano ha scritto: “Gli infiltrati ci sono sempre, da quando il primo operaio ha deciso di sfilare. E da sempre possono avere gioco solo se hanno seguito. È su questo che vorrei dare l’allarme. Non deve mai più accadere. Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com’è possibile non riconoscerla? Com’è possibile non riconoscerne le premesse, sempre uguali? Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare”. Non sarà un po’ limitata la sua analisi?
Come lui condanno la violenza anche perché controproducente rispetto a ciò che si vuole ottenere. È vero anche che un movimento, anche di tipo diverso da quello degli anni di piombo, può essere accompagnato da una strategia della tensione e avere quindi gli stessi risultati. Approvo dunque la messa in guardia di Saviano. Al tempo stesso, la messa in guardia non può essere l’unica premessa, a mio parere, del discorso con questi giovani, perché in loro non c’è un disegno politico di tipo classico. C’è un disegno di chi è relegato fuori in maniera radicale dalla politica e vuole entrarci. Questo è un atto politico di persone che sono fuori dalla gestione pacifica dei conflitti.
Si fa il paragone con gli anni di piombo. Ma queste proteste non hanno nulla di ideologico. In piazza c’erano precari senza futuro, terremotati senza case, ricercatori che rischiano di sparire, napoletani sommersi dai rifiuti. Alemanno – uno che a qualche manifestazione non pacifica ha partecipato – ha detto: ”Non dobbiamo tornare agli anni ’70. Tutte le istituzioni facciano muro contro questa azione violenta perché non è più tollerabile”.
Sono un po’ stanca di sentire ricordati gli anni 70 e anche della frase “bisogna stare in guardia”. Dire “tutte le istituzioni facciano muro” significa solo che salta la pluralità delle istituzioni. Che tutte devono rispondere al comando di un unico capo. È la logica di un paese in guerra. Fare muro è un giudizio negativo sulla magistratura che ha appena scarcerato i giovani.
C’è poi un dato: il rapporto Stato-cittadini. Lo Stato non può chiamarsi fuori perché il rapporto non è paritetico.
Le analisi migliori le ho viste nei pezzi di Bonini e Bianconi. In quelle dei politici ho visto solo il desiderio di compiacere quella che loro immaginano sia la maggioranza silenziosa. Non vogliono risolvere i problemi, vogliono solo che la vetrina non sia rotta. Questo non è governare, è la risposta per ottenere una buona reazione da un eventuale sondaggio. Anche quella dei politici che si sottraggono al confronto è violenza.
Il direttore del Giornale, Sallusti, ha detto: “Se un uomo a 37 anni non può pagarsi il mutuo è colpa sua: vuol dire che è un fallito”.
Nemmeno gli avversari del ’68 usavano aggettivi simili. Dici a un’intera generazione che è fallita: tanto vale farla fuori.
Maggioranza e opposizione, salvo qualche eccezione, sembrano aver dismesso il mandato di rappresentanza dei cittadini. Vero?
Vedo anch’io una dismissione del mandato politico. In questi anni c’è stata una svendita: nessuno si occupa dei cittadini. Ogni giorno sentiamo politici appellarsi alla sovranità di un popolo per legittimare il loro agire politico. Ma come si permettono? C’è un enclave di persone che comandano e un muro che le separa dai barbari. Ma i barbari, attenzione, sono gli italiani.
Miopia o dolo?
L’errore maggiore è non saper prevedere, non ascoltare domande e non dare risposte . L’errore non è fare politiche austere, come dimostrano i casi di Grecia e Irlanda. L’errore è far fare i sacrifici solo a chi è già emarginato. Bisognava riconoscere la crisi, il nostro governo l’ha sempre negata, sostenendo che è un’invenzione dei media. Ma quando si vive nella menzogna, la bolla scoppia. Chi semina miseria senza spiegare perché raccoglie collera. E questo è vero da migliaia di anni.
da Il fatto quotidiano del 18 dicembre 2010
Il piombo è solo nelle orecchie di chi non ascolta
Spinelli: "Non sono gli anni '70, questi ragazzi lasciati fuori dalla politica". Sulle cause della rivolta: "L'errore è imporre sacrifici solo a chi già emarginato, perché alla fine la bolla scoppia"
Anni di piombo è diventato un tormentone: inutile, e al tempo stesso banale e provocatorio. Ma il metallo sembra essere nelle orecchie di chi non sa ascoltare: parola di Barbara Spinelli.
Giovedì ad Annozero Santoro ha detto ai politici in studio: noi domandiamo ai ragazzi se si vogliono dissociare dagli episodi di violenza, ma se loro non ci rispondono quello che vogliamo sentirci dire – come poi è accaduto – dobbiamo essere in grado di parlare con loro. D’accordo?
Completamente. È più che legittimo chiedere ai giovani di riflettere suoi pericoli che i gesti violenti possono ingenerare. Ma la questione qui non è il dissociarsi dei ragazzi, ma il dissociarsi dei politici da una discussione su una manifestazione di cittadini. Bisogna dare uno spazio di dialogo: i giovani che erano in piazza non hanno compiuto un attentato, non sono gente con il sangue nelle mani.
La Russa ha dato dei vigliacchi ai ragazzi. Se ne voleva andare, ma è rimasto.
So che va molto di moda la parola canagliesca, detta d’istinto, ma un ministro non dà queste risposte. Non minaccia d’andarsene, appena uno comincia a parlare. Forse sarebbe meglio se se ne andasse davvero, se non sa fare il suo mestiere. Nel curriculum di ogni terrorista c’è il non riconoscimento delle istituzioni, della politica stessa che è risoluzione dei conflitti tramite ricorso alla parola della ragione. La Russa fa come i terroristi: dice ai ragazzi e implicitamente alla politica: “Io non vi riconosco”.
Ma loro sono cittadini. Vuol dire che lo Stato non riconosce gli elettori?
Certo, questo Stato si mette fuori, perché è in guerra, tra l’altro non si capisce con chi, e sfrutta le paure della gente.
Casini da Santoro ha detto: i poliziotti erano lì per tutelare la culla della democrazia. E uno dei manifestanti ha avuto il coraggio di far osservare come quella culla fosse la bara di una democrazia “mercantile”.
I politici che lanciano l’appello a tutelare le istituzioni, le pensano in buona salute. La culla della democrazia parlamentare è vuota. Non dico che quindi bisogna tirare i sassi, ma ha ragione lo studente quando dice che questa non è la democrazia di Pericle.
Quella culla è anche un posto da cui si evoca con una certa frequenza il partito dell’odio.
Ogni dissenso, anche pacifico, ormai è criminalizzato, oltre che inascoltato. Plutarco scrive che nei paesi asiatici si diceva sempre sì, mentre in Europa, dove c’erano democrazie, si diceva no. Sto con Plutarco.
Un luogo comune logoro vuole che la società civile si sia progressivamente staccata dalla politica. In analisi logica, un moto da luogo della società. Non sarà che è la politica ad aver aumentato in maniera abissale la distanza che la separa da ciò che i cittadini chiedono?
Sì, è una responsabilità della politica, e se il divario diventa molto profondo vuol dire che la società non ha altri luoghi e modi di manifestare se stessa e i propri disagi diversi dalla piazza. I moti violenti sono pericolosissimi. Ma sono anche un monito che la classe politica deve ascoltare, pena la propria sconfitta. Lo si è visto nella rivolta dei ghetti neri a Los Angeles nel ’92: fu allora che venne coniata una parola nuova: sottoveglianza, cioè l’inverso della sorveglianza denunciata da Foucault. La società cominciava a sorvegliare il potere dal basso verso l’alto, era soggetto e non più solo oggetto d’un controllo. La novità in Italia è che questa sottoveglianza ormai esiste. E la politica deve tenerne conto, sapere che è sotto controllo costante.
Quindi la ricetta è una società aperta. Ma quali sono gli spazi di un dialogo finora non possibile?
I luoghi cui accedono i politici devono accogliere anche i giovani, gli stessi che avranno come pensione 360 euro al mese. Penso alla tv, per esempio. E poi non ci devono essere restrizioni di manifestazione del pensiero sul web. I politici devono cominciare ad ascoltare, perché non sono di fronte a terroristi. Penso alle dichiarazioni dei giovani nella rivolta delle banlieue parigine. Dicevano in tv: “Noi non riusciamo a parlare”. La domanda è di essere ascoltati, di entrare nell’agorà. Oggi c’è una forma di ghettizzazione: è come se una generazione intera fosse chiamata negra. Quando ho visto l’immagine di quel ragazzo picchiato in piazza del Popolo, l’altro giorno, mi è tornato alla mente il filmino sul pestaggio di Rodney King nel ‘91. Ripreso da persone che stavano lì – e qui torna la sottoveglianza – nel momento in cui la polizia picchiava il giovane nero. La rivolta dei ghetti nacque da lì.
Saviano ha scritto: “Gli infiltrati ci sono sempre, da quando il primo operaio ha deciso di sfilare. E da sempre possono avere gioco solo se hanno seguito. È su questo che vorrei dare l’allarme. Non deve mai più accadere. Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com’è possibile non riconoscerla? Com’è possibile non riconoscerne le premesse, sempre uguali? Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare”. Non sarà un po’ limitata la sua analisi?
Come lui condanno la violenza anche perché controproducente rispetto a ciò che si vuole ottenere. È vero anche che un movimento, anche di tipo diverso da quello degli anni di piombo, può essere accompagnato da una strategia della tensione e avere quindi gli stessi risultati. Approvo dunque la messa in guardia di Saviano. Al tempo stesso, la messa in guardia non può essere l’unica premessa, a mio parere, del discorso con questi giovani, perché in loro non c’è un disegno politico di tipo classico. C’è un disegno di chi è relegato fuori in maniera radicale dalla politica e vuole entrarci. Questo è un atto politico di persone che sono fuori dalla gestione pacifica dei conflitti.
Si fa il paragone con gli anni di piombo. Ma queste proteste non hanno nulla di ideologico. In piazza c’erano precari senza futuro, terremotati senza case, ricercatori che rischiano di sparire, napoletani sommersi dai rifiuti. Alemanno – uno che a qualche manifestazione non pacifica ha partecipato – ha detto: ”Non dobbiamo tornare agli anni ’70. Tutte le istituzioni facciano muro contro questa azione violenta perché non è più tollerabile”.
Sono un po’ stanca di sentire ricordati gli anni 70 e anche della frase “bisogna stare in guardia”. Dire “tutte le istituzioni facciano muro” significa solo che salta la pluralità delle istituzioni. Che tutte devono rispondere al comando di un unico capo. È la logica di un paese in guerra. Fare muro è un giudizio negativo sulla magistratura che ha appena scarcerato i giovani.
C’è poi un dato: il rapporto Stato-cittadini. Lo Stato non può chiamarsi fuori perché il rapporto non è paritetico.
Le analisi migliori le ho viste nei pezzi di Bonini e Bianconi. In quelle dei politici ho visto solo il desiderio di compiacere quella che loro immaginano sia la maggioranza silenziosa. Non vogliono risolvere i problemi, vogliono solo che la vetrina non sia rotta. Questo non è governare, è la risposta per ottenere una buona reazione da un eventuale sondaggio. Anche quella dei politici che si sottraggono al confronto è violenza.
Il direttore del Giornale, Sallusti, ha detto: “Se un uomo a 37 anni non può pagarsi il mutuo è colpa sua: vuol dire che è un fallito”.
Nemmeno gli avversari del ’68 usavano aggettivi simili. Dici a un’intera generazione che è fallita: tanto vale farla fuori.
Maggioranza e opposizione, salvo qualche eccezione, sembrano aver dismesso il mandato di rappresentanza dei cittadini. Vero?
Vedo anch’io una dismissione del mandato politico. In questi anni c’è stata una svendita: nessuno si occupa dei cittadini. Ogni giorno sentiamo politici appellarsi alla sovranità di un popolo per legittimare il loro agire politico. Ma come si permettono? C’è un enclave di persone che comandano e un muro che le separa dai barbari. Ma i barbari, attenzione, sono gli italiani.
Miopia o dolo?
L’errore maggiore è non saper prevedere, non ascoltare domande e non dare risposte . L’errore non è fare politiche austere, come dimostrano i casi di Grecia e Irlanda. L’errore è far fare i sacrifici solo a chi è già emarginato. Bisognava riconoscere la crisi, il nostro governo l’ha sempre negata, sostenendo che è un’invenzione dei media. Ma quando si vive nella menzogna, la bolla scoppia. Chi semina miseria senza spiegare perché raccoglie collera. E questo è vero da migliaia di anni.
da Il fatto quotidiano del 18 dicembre 2010
Non si puo' andare piu' avanti.Lo deve capire in primis il cavaliere :S!!Ca succerera' o'48 vuo' vre'?
Elezioni Bielorussia: scontri dopo la comunicazione dei risultati
Lukashenko ottiene il 79,67% dei voti, ma l'opposizione denuncia brogli. Scontri in piazza a Minsk
Elezioni Bielorussia. Alexander Lukashenko, come previsto, è stato rieletto al primo turno Presidente della Repubblica con il 79,67% delle preferenze, mentre almeno quattro candidati alle elezioni presidenziali Andrei Sannikov, Nikolai Statkevitch, Rygor Kastussev e Vitali Rymachevskii sono stati arrestati nella notte insieme ad altre decine di manifestanti che protestavano contro la rielezione di Lukashenko nella capitale Minsk. La manifestazione è degenerata in scontri con la polizia che ha sgombrato i manifestanti con la forza. Secondo la Commissione elettorale, più di cinque milioni (5.122.866) di persone hanno votato a favore del capo di Stato uscente mentre l'opposizione parla di frodi elettorali massicce.
parlare di brogli con questo esito elettorale (il presidente è in carica dal '94) non credo sia fuori luogo.
Lukashenko ottiene il 79,67% dei voti, ma l'opposizione denuncia brogli. Scontri in piazza a Minsk
Elezioni Bielorussia. Alexander Lukashenko, come previsto, è stato rieletto al primo turno Presidente della Repubblica con il 79,67% delle preferenze, mentre almeno quattro candidati alle elezioni presidenziali Andrei Sannikov, Nikolai Statkevitch, Rygor Kastussev e Vitali Rymachevskii sono stati arrestati nella notte insieme ad altre decine di manifestanti che protestavano contro la rielezione di Lukashenko nella capitale Minsk. La manifestazione è degenerata in scontri con la polizia che ha sgombrato i manifestanti con la forza. Secondo la Commissione elettorale, più di cinque milioni (5.122.866) di persone hanno votato a favore del capo di Stato uscente mentre l'opposizione parla di frodi elettorali massicce.
parlare di brogli con questo esito elettorale (il presidente è in carica dal '94) non credo sia fuori luogo.
hai qualcosa contro il popolo sovrano ?
altro che satira!!! ;DD
altro che satira!!! ;DD
Lo fa apposta, sta gia´in campagna elettorale.
"La cerimonia dello scambio degli auguri di natale tra le piu´alte cariche dello stato".
Ti viene sonno solo a leggere il titolo.
"La cerimonia dello scambio degli auguri di natale tra le piu´alte cariche dello stato".
Ti viene sonno solo a leggere il titolo.
In Calabria, quando la politicachiede aiuto alla ‘ndrangheta
Le relazioni pericolose tra il consigliere regionale del Popolo della libertà Santi Zappalà e il boss della cosca di San Luca Giuseppe Pellle arrestato mesi dai carabinieri
Andavano in fila, spioni, politici e candidati a rendere omaggio a Peppe Pelle, figlio e erede incontrastato di ‘Ntoni Pelle, detto Gambazza. Stiamo parlando di ‘ndrangheta alta, quella che comanda a San Luca e nella Jonica, ma che sa dettare legge anche nei palazzi della politica. Tutti dal figlio del mammasantissima, perché la novità è questa: in Calabria non sono più i boss che si rivolgono alla politica, ma i politici che chiedono aiuto e sostegno elettorale ai capi della ‘ndrangheta. E lo fanno con deferenza, sapendo che il consenso, quello vero, è nelle loro mani. “Vediamo se possiamo trovare un accordo, se ci sono le condizioni. Se io faccio una straordinaria affermazione elettorale per arrivare sicuramente nei primi tre…”.
E’ il 27 febbraio 2010 e Santi Zappalà sta per fare il grande salto alla Regione. Medico, dal 2001 sindaco di Bagnara Calabra, consigliere provinciale di Reggio Calabria, è finalmente candidato. La destra ha la strada spianata dopo il fallimento del centrosinistra. All’orizzonte si affaccia Peppe Scopelliti, sindaco di Reggio, che si presenta col volto del rinnovatore. Zappalà è uno dei suoi fedelissimi e si piazza nelle prime file della lista Pdl. Sapendo che in Calabria i voti si conquistano facendo le visite giuste. Quella in via Borrello a Bovalino, dove vive Giuseppe Pelle, è una meta obbligata. Chiede appoggio Zappalà. Il figlio del grande boss ascolta, valuta, pesa le parole. “Da parte nostra, dottore, ci sarà il massimo impegno”. Zappalà è contento, “lo so”, replica.
Ma ci sono alcune condizioni. Le detta un imprenditore che ha accompagnato il futuro onorevole a casa di Pelle. “Quando sposo una causa – dice l’uomo – e quindi io e gli amici miei diamo il massimo, nello stesso tempo noi desidereremmo avere quell’attenzione per come poi ce la accattiviamo, per simpatia ma per amicizia prima di tutto”.
Tutti amici, tutti insieme appassionatamente, politici e mafiosi. Pelle chiede al futuro onorevole Zappalà l’interessamento per trasferire il fratello Salvatore dal carcere di Rebibbia, “un avvicinamento”. Zappalà fa presente che la situazione è cambiata, l’imprenditore che lo ha accompagnato ricorda i tempi belli quando le carceri erano hotel a cinque stelle per i boss. “Fino al 1991 entravano pranzi interi dentro le carceri. Dal ’92 in pi è cambiato tutto”. Secondo gli investigatori del Ros, Santi Zappalà ha avuto più di un incontro con Pelle, al quale ha anche raccontato come è nata la sua candidatura.
“Alberto mi ha voluto, è lui che mi ha imposto”. Alberto è Sarra, ex dirigente di An, oggi sottosegretario alla presidenza della Regione.
Sempre i Ros in un’altra inchiesta lo ritengono punto di riferimento della famiglia Lampada di Milano, in pratica i riciclatori del patrimonio del superboss Pasquale Condello. “Io con Alberto Sarra – continua Zappalà – ho una vecchissima amicizia, Alberto è molto vicino ad Antonio Bonfiglio che è il sottosegretario alle Politiche Agricole, in pratica è mio fratello”. Tutti fratelli e tutti contenti di appoggiare Santi Zappalà, che arriva in Consiglio regionale con 11052 voti, secondo degli eletti nella lista Pdl. Un boom. “E se voi ritenete opportuno aiutarci, d’accordo?”. Il boss Pelle: “Tranquillo, dottore, qui si parla di amicizia”. Voti e mafia, inchieste, misteri e polemiche. Nella richiesta di arresto della Procura reggina a carico del capitano Saverio Tracuzzi della Dia, accusato di essere pappa e ciccia con la famiglia mafiosa dei Lo Giudice, spunta una rimessa di barche gestita da un presunto prestanome della ‘ndrangheta. Un maresciallo dei carabinieri annota che lì attraccano alcuni magistrati, tra questi anche un generico giudice Macrì. Vincenzo Macrì, per anni alla Dna, oggi procuratore generale di Ancona, parla di “falsità grossolane e indecorose che non avrebbero dovuto trovare ingresso nel documento. Non ho mai posseduto barche, mi riservo ogni forma di tutela contro chi ha diffuso tale falsità”. Ancora più dura la reazione del dottor Carlo Macrì, oggi procuratore dei minori: “ Non ho mai posseduto una barca. Denuncio che la falsità di questo dato poteva essere accertata in poche ore con i potenti mezzi di cui dispone la Dda di Reggio Calabria”.
di Enrico Fierro e Lucio Musolino
da Il Fatto quotidiano del 21 dicembre 2010
Le relazioni pericolose tra il consigliere regionale del Popolo della libertà Santi Zappalà e il boss della cosca di San Luca Giuseppe Pellle arrestato mesi dai carabinieri
Andavano in fila, spioni, politici e candidati a rendere omaggio a Peppe Pelle, figlio e erede incontrastato di ‘Ntoni Pelle, detto Gambazza. Stiamo parlando di ‘ndrangheta alta, quella che comanda a San Luca e nella Jonica, ma che sa dettare legge anche nei palazzi della politica. Tutti dal figlio del mammasantissima, perché la novità è questa: in Calabria non sono più i boss che si rivolgono alla politica, ma i politici che chiedono aiuto e sostegno elettorale ai capi della ‘ndrangheta. E lo fanno con deferenza, sapendo che il consenso, quello vero, è nelle loro mani. “Vediamo se possiamo trovare un accordo, se ci sono le condizioni. Se io faccio una straordinaria affermazione elettorale per arrivare sicuramente nei primi tre…”.
E’ il 27 febbraio 2010 e Santi Zappalà sta per fare il grande salto alla Regione. Medico, dal 2001 sindaco di Bagnara Calabra, consigliere provinciale di Reggio Calabria, è finalmente candidato. La destra ha la strada spianata dopo il fallimento del centrosinistra. All’orizzonte si affaccia Peppe Scopelliti, sindaco di Reggio, che si presenta col volto del rinnovatore. Zappalà è uno dei suoi fedelissimi e si piazza nelle prime file della lista Pdl. Sapendo che in Calabria i voti si conquistano facendo le visite giuste. Quella in via Borrello a Bovalino, dove vive Giuseppe Pelle, è una meta obbligata. Chiede appoggio Zappalà. Il figlio del grande boss ascolta, valuta, pesa le parole. “Da parte nostra, dottore, ci sarà il massimo impegno”. Zappalà è contento, “lo so”, replica.
Ma ci sono alcune condizioni. Le detta un imprenditore che ha accompagnato il futuro onorevole a casa di Pelle. “Quando sposo una causa – dice l’uomo – e quindi io e gli amici miei diamo il massimo, nello stesso tempo noi desidereremmo avere quell’attenzione per come poi ce la accattiviamo, per simpatia ma per amicizia prima di tutto”.
Tutti amici, tutti insieme appassionatamente, politici e mafiosi. Pelle chiede al futuro onorevole Zappalà l’interessamento per trasferire il fratello Salvatore dal carcere di Rebibbia, “un avvicinamento”. Zappalà fa presente che la situazione è cambiata, l’imprenditore che lo ha accompagnato ricorda i tempi belli quando le carceri erano hotel a cinque stelle per i boss. “Fino al 1991 entravano pranzi interi dentro le carceri. Dal ’92 in pi è cambiato tutto”. Secondo gli investigatori del Ros, Santi Zappalà ha avuto più di un incontro con Pelle, al quale ha anche raccontato come è nata la sua candidatura.
“Alberto mi ha voluto, è lui che mi ha imposto”. Alberto è Sarra, ex dirigente di An, oggi sottosegretario alla presidenza della Regione.
Sempre i Ros in un’altra inchiesta lo ritengono punto di riferimento della famiglia Lampada di Milano, in pratica i riciclatori del patrimonio del superboss Pasquale Condello. “Io con Alberto Sarra – continua Zappalà – ho una vecchissima amicizia, Alberto è molto vicino ad Antonio Bonfiglio che è il sottosegretario alle Politiche Agricole, in pratica è mio fratello”. Tutti fratelli e tutti contenti di appoggiare Santi Zappalà, che arriva in Consiglio regionale con 11052 voti, secondo degli eletti nella lista Pdl. Un boom. “E se voi ritenete opportuno aiutarci, d’accordo?”. Il boss Pelle: “Tranquillo, dottore, qui si parla di amicizia”. Voti e mafia, inchieste, misteri e polemiche. Nella richiesta di arresto della Procura reggina a carico del capitano Saverio Tracuzzi della Dia, accusato di essere pappa e ciccia con la famiglia mafiosa dei Lo Giudice, spunta una rimessa di barche gestita da un presunto prestanome della ‘ndrangheta. Un maresciallo dei carabinieri annota che lì attraccano alcuni magistrati, tra questi anche un generico giudice Macrì. Vincenzo Macrì, per anni alla Dna, oggi procuratore generale di Ancona, parla di “falsità grossolane e indecorose che non avrebbero dovuto trovare ingresso nel documento. Non ho mai posseduto barche, mi riservo ogni forma di tutela contro chi ha diffuso tale falsità”. Ancora più dura la reazione del dottor Carlo Macrì, oggi procuratore dei minori: “ Non ho mai posseduto una barca. Denuncio che la falsità di questo dato poteva essere accertata in poche ore con i potenti mezzi di cui dispone la Dda di Reggio Calabria”.
di Enrico Fierro e Lucio Musolino
da Il Fatto quotidiano del 21 dicembre 2010
comunque... dice che hanno trovato un ordigno in un vagone della metro a Roma, stazione Rebibbia...
...da quanto ha intuito alemanno, poteva esplodere.
...da quanto ha intuito alemanno, poteva esplodere.