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Subject: [POLITICA]
su questo si può parlarne.
Io sinceramente la pausa pranzo spostata a fine turno non la condivido.
a parte che è solo prevista come possibilitò e non come obbligo,
pensa che io è una delle norme che condivido maggiornemente!
le statistiche dicono che nella prima ora dopo il pasto gli infortuni hanno una impennata, io porrei il pasto a fine turno come obbligo
Così come l'oblbigatorietà a fare tutti quegli straordinari e l'arbitrarietà da parte dell'azienda ad obbligarti a fermarti senza preavviso.
vale solo per lo straordinario collettivo
e l'obbligo degli straordinari collettivi esiste già, solo che le norme attuali prevede che debba essere frutto di accordi sindacali siglati volta per volta, spesso con trattative estenuanti da fare con ogni singolo sindacato, ora è stato messo un limite annuo massimo, chiaramente sempre solo come possibilità, visto che lo straordinario collettivo non può coesistere con la cassa integrazione
l'ultima parte della frase (questa: obbligarti a fermarti senza preavviso) non mi è chiara, a quale norme ti riferisci?
Io sinceramente la pausa pranzo spostata a fine turno non la condivido.
a parte che è solo prevista come possibilitò e non come obbligo,
pensa che io è una delle norme che condivido maggiornemente!
le statistiche dicono che nella prima ora dopo il pasto gli infortuni hanno una impennata, io porrei il pasto a fine turno come obbligo
Così come l'oblbigatorietà a fare tutti quegli straordinari e l'arbitrarietà da parte dell'azienda ad obbligarti a fermarti senza preavviso.
vale solo per lo straordinario collettivo
e l'obbligo degli straordinari collettivi esiste già, solo che le norme attuali prevede che debba essere frutto di accordi sindacali siglati volta per volta, spesso con trattative estenuanti da fare con ogni singolo sindacato, ora è stato messo un limite annuo massimo, chiaramente sempre solo come possibilità, visto che lo straordinario collettivo non può coesistere con la cassa integrazione
l'ultima parte della frase (questa: obbligarti a fermarti senza preavviso) non mi è chiara, a quale norme ti riferisci?
non hai letto il mio post
il referendum conteneva ANCHE le norme per l'abolizione delle RSU e ovviamente dove c'è maggior presa delle rsu molti han votato no
le altre norme sono accettate dalla stragrande maggioranaza dei lavoratori, non intaccano in modo serio nessun diritto fondamentale
infatti mi sarei comportato in altro modo nei panni di FIOM, avrei ceduto su qualche paletto pur di non essere fagocitato dal ricatto
ma nè io nè te siamo operai della FIOM, quindi qualunque possa essere stata la loro valutazione di fatto sono stati vergognosamente ricattati dalle dichiarazioni di Marchionne sul destino della fabbrica nel caso avessero prevalso i no all'accordo. Non mi pare che questo si possa negare.
Tutto questo a prescindere dall'emarginazione della FIOM ddla RSU, cosa su cui ci sarò probabilmente una retromarcia data la sua palese assurdità.
il referendum conteneva ANCHE le norme per l'abolizione delle RSU e ovviamente dove c'è maggior presa delle rsu molti han votato no
le altre norme sono accettate dalla stragrande maggioranaza dei lavoratori, non intaccano in modo serio nessun diritto fondamentale
infatti mi sarei comportato in altro modo nei panni di FIOM, avrei ceduto su qualche paletto pur di non essere fagocitato dal ricatto
ma nè io nè te siamo operai della FIOM, quindi qualunque possa essere stata la loro valutazione di fatto sono stati vergognosamente ricattati dalle dichiarazioni di Marchionne sul destino della fabbrica nel caso avessero prevalso i no all'accordo. Non mi pare che questo si possa negare.
Tutto questo a prescindere dall'emarginazione della FIOM ddla RSU, cosa su cui ci sarò probabilmente una retromarcia data la sua palese assurdità.
infatti mi sarei comportato in altro modo nei panni di FIOM, avrei ceduto su qualche paletto pur di non essere fagocitato dal ricatto
l'errore commesso è stato pesante, anche perchè nei fatti ha significato ufficializzare la rottura completa dell'unità sindacale
l'errore commesso è stato pesante, anche perchè nei fatti ha significato ufficializzare la rottura completa dell'unità sindacale
l'ultima parte della frase (questa: obbligarti a fermarti senza preavviso) non mi è chiara, a quale norme ti riferisci?
questa norma non ho presente quale sia. Ho letto però che l'azienda potrebbe decidere di fare straordinario quando vuole. Ricordo male?
pensa che io è una delle norme che condivido maggiornemente!
le statistiche dicono che nella prima ora dopo il pasto gli infortuni hanno una impennata, io porrei il pasto a fine turno come obbligo
e in caso di 8 ore filate i dati dicono che diminuirebero gli infortuni?
questa norma non ho presente quale sia. Ho letto però che l'azienda potrebbe decidere di fare straordinario quando vuole. Ricordo male?
pensa che io è una delle norme che condivido maggiornemente!
le statistiche dicono che nella prima ora dopo il pasto gli infortuni hanno una impennata, io porrei il pasto a fine turno come obbligo
e in caso di 8 ore filate i dati dicono che diminuirebero gli infortuni?
l'ultima parte della frase (questa: obbligarti a fermarti senza preavviso) non mi è chiara, a quale norme ti riferisci?
questa norma non ho presente quale sia. Ho letto però che l'azienda potrebbe decidere di fare straordinario quando vuole. Ricordo male?
come ho scritto prima gli straordinari collettivi obbligatori ci sono sempre stati, ma questo non vuol dire che siano attuati senza preavviso, anzi! per poter essere effettuati strarodinari colletivi devono per forza essere coordinati con l'intera forza lavoro aziendale perchè se no è impossibile far camminare la catena di montaggio
pensa che io è una delle norme che condivido maggiornemente!
le statistiche dicono che nella prima ora dopo il pasto gli infortuni hanno una impennata, io porrei il pasto a fine turno come obbligo
e in caso di 8 ore filate i dati dicono che diminuirebero gli infortuni?
si, la cosa avviene già in moltissime fabbriche in tutta italia, tra l'altro consente ai dipendenti che non intendono di usufruire della mensa aziendale di andarsene a casa mezzora prima
fermo restando che ci saranno ANCHE le tre pause di 10 minuti ciascuna e che la mezzora è sottratta alle oere di produzione, che quindi scendono a 7 ore effettive intervallate dalle tre pause
questa norma non ho presente quale sia. Ho letto però che l'azienda potrebbe decidere di fare straordinario quando vuole. Ricordo male?
come ho scritto prima gli straordinari collettivi obbligatori ci sono sempre stati, ma questo non vuol dire che siano attuati senza preavviso, anzi! per poter essere effettuati strarodinari colletivi devono per forza essere coordinati con l'intera forza lavoro aziendale perchè se no è impossibile far camminare la catena di montaggio
pensa che io è una delle norme che condivido maggiornemente!
le statistiche dicono che nella prima ora dopo il pasto gli infortuni hanno una impennata, io porrei il pasto a fine turno come obbligo
e in caso di 8 ore filate i dati dicono che diminuirebero gli infortuni?
si, la cosa avviene già in moltissime fabbriche in tutta italia, tra l'altro consente ai dipendenti che non intendono di usufruire della mensa aziendale di andarsene a casa mezzora prima
fermo restando che ci saranno ANCHE le tre pause di 10 minuti ciascuna e che la mezzora è sottratta alle oere di produzione, che quindi scendono a 7 ore effettive intervallate dalle tre pause
adesso bisogna trovare un impiego...quando si navigherà in acque migliori si potranno fare le crociate sindacali
se davvero volessero dare un impiego basterebbe lavorare tutti ma meno.
la disoccupazione, evidentemente, è utile a qualcuno
che non fa altro che ingrassare sempre di più:
Opzioni e titoli gratuiti portano i compensi del leader Fiat a 38 milioni l' anno
..
Morale: ogni anno Marchionne guadagna 1.037 volte il suo dipendente medio.
corriere
se davvero volessero dare un impiego basterebbe lavorare tutti ma meno.
la disoccupazione, evidentemente, è utile a qualcuno
che non fa altro che ingrassare sempre di più:
Opzioni e titoli gratuiti portano i compensi del leader Fiat a 38 milioni l' anno
..
Morale: ogni anno Marchionne guadagna 1.037 volte il suo dipendente medio.
corriere
telefonata intercettata dal telefono di Ruby che conversa con un amico ...
... All’amico che gli chiede: «Come lo chiami?», lei risponde: «Papi. Noemi è la pupilla, io sono il c...». ...
... All’amico che gli chiede: «Come lo chiami?», lei risponde: «Papi. Noemi è la pupilla, io sono il c...». ...
Articolo di Luca Sofri dal suo blog: wittgenstein
A casa sua
Un argomento baldanzosamente e fieramente usato dai difensori di Silvio Berlusconi su questo puttanaio (citazione) è quello per cui si tratterebbe di “vicende private”, che “uno è libero di fare quel che vuole a casa sua”, che “la vita privata”, eccetera. Confrontati con queste ragioni, i critici di Berlusconi ricorrono non senza accusare il colpo alla pur giusta tesi che nel caso del Presidente del Consiglio la sua vita privata non può essere quella di un qualunque cittadino, altrimenti non doveva fare il Presidente del Consiglio, e che ci sono maggiori responsabilità, maggiori attenzioni etiche e all’esempio e alla dignità, eccetera.
Ma è un argomento di retroguardia e che si fa mettere in difesa da un’assoluta scemenza: perché non è vero manco per il cavolo che “uno è libero di fare quel che vuole a casa sua” e che “la vita privata” sarebbe una terra di nessuno di deregulation e liberi tutti. A casa propria la gente picchia i bambini e violenta le mogli, a casa propria la gente fa telefonate oscene e persecutorie, nella “vita privata” siamo in grado di mettere in pratica turpitudini deplorevoli e veri e propri reati.
E quindi Berlusconi non “fa quello che vuole a casa sua”, no. O meglio, lo fa, ma come per ogni altro cittadino – adesso sì – il giudizio su di lui che ne discende è pessimo e di totale condanna: come quello che avremmo per il nostro vicino di casa settantenne che usi i suoi amici e i suoi soldi per ottenere che gli portino a casa minorenni e maggiorenni a cui toccare il culo con assiduità e dipendenza e vada a raccontare balle in questura per poter tornare a pagarle per andare con lui. E persino lo stesso Berlusconi lo sa e saggiamente non usa l’argomento “a casa mia faccio le porcate da vecchio arrapato che voglio”, ma dice che quello che avviene avviene nel più assoluto decoro.
Negare tutto è l’unico, tra gli argomenti: o meglio lo era, una volta.
A casa sua
Un argomento baldanzosamente e fieramente usato dai difensori di Silvio Berlusconi su questo puttanaio (citazione) è quello per cui si tratterebbe di “vicende private”, che “uno è libero di fare quel che vuole a casa sua”, che “la vita privata”, eccetera. Confrontati con queste ragioni, i critici di Berlusconi ricorrono non senza accusare il colpo alla pur giusta tesi che nel caso del Presidente del Consiglio la sua vita privata non può essere quella di un qualunque cittadino, altrimenti non doveva fare il Presidente del Consiglio, e che ci sono maggiori responsabilità, maggiori attenzioni etiche e all’esempio e alla dignità, eccetera.
Ma è un argomento di retroguardia e che si fa mettere in difesa da un’assoluta scemenza: perché non è vero manco per il cavolo che “uno è libero di fare quel che vuole a casa sua” e che “la vita privata” sarebbe una terra di nessuno di deregulation e liberi tutti. A casa propria la gente picchia i bambini e violenta le mogli, a casa propria la gente fa telefonate oscene e persecutorie, nella “vita privata” siamo in grado di mettere in pratica turpitudini deplorevoli e veri e propri reati.
E quindi Berlusconi non “fa quello che vuole a casa sua”, no. O meglio, lo fa, ma come per ogni altro cittadino – adesso sì – il giudizio su di lui che ne discende è pessimo e di totale condanna: come quello che avremmo per il nostro vicino di casa settantenne che usi i suoi amici e i suoi soldi per ottenere che gli portino a casa minorenni e maggiorenni a cui toccare il culo con assiduità e dipendenza e vada a raccontare balle in questura per poter tornare a pagarle per andare con lui. E persino lo stesso Berlusconi lo sa e saggiamente non usa l’argomento “a casa mia faccio le porcate da vecchio arrapato che voglio”, ma dice che quello che avviene avviene nel più assoluto decoro.
Negare tutto è l’unico, tra gli argomenti: o meglio lo era, una volta.
riguarda l'america ma va bene anche per noi, anche se son cose che dovrebbero essere risapute ormai.
SE LA CRISI NASCE DALLA DISUGUAGLIANZA
di Marco Leonardi 18.01.2011
La crisi economico-finanziaria non nasce solo dagli squilibri internazionali. Ha come causa anche una crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti. I salari dei lavoratori con basso tasso di istruzione sono infatti fermi da trent'anni, mentre l'economia americana è cresciuta del 100 per cento. Per adeguare i consumi a quel livello di crescita economica, la metà della popolazione ha fatto ricorso al debito, alla fine diventato insostenibile. La soluzione della crisi passa per politiche redistributive politicamente difficili da accettare.
Molte analisi e commenti sostengono che gli squilibri internazionali siano la causa prima della crisi economica. Soprattutto, lo squilibrio nella bilancia commerciale e dei pagamenti tra Cina, paese esportatore e risparmiatore, e Stati Uniti, paese importatore. Per questa ragione, gran parte del dibattito sulle vie d’uscita dalla crisi riguarda l’aggiustamento dei tassi di cambio tra Cina e resto del mondo. I tassi di cambio delle monete possono contribuire alla soluzione degli squilibri internazionali, ma ben poco possono fare per risolvere la seconda causa importante della crisi economica: il crescente squilibrio della distribuzione dei redditi negli Stati Uniti.
SALARI FERMI DA TRENT'ANNI
Èpassato in secondo piano il fatto che la crisi sia stata scatenata anche da un forte squilibrio interno agli Stati Uniti, in particolare da una crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Tanto è vero che anche la crisi del settore finanziario dovuta ai crediti facili ha la sua origine ultima nelle disuguaglianze di reddito. La figura 1 mostra l’andamento dei salari reali negli Usa per titolo di studio fino al 2007, l’anno precedente alla crisi. Sono rimasti stabili, o perfino diminuiti, i salari degli americani che hanno un titolo di studio di scuola superiore o che non hanno neanche quello; e sono cresciuti pochissimo i salari di chi ha frequentato qualche anno di università. Eppure, la somma di questi due gruppi costituisce più del 50 per cento della popolazione degli Stati Uniti. In altre parole, la figura mostra chiaramente che negli ultimi trenta anni i salari reali della maggioranza degli americani sono rimasti pressoché costanti.
Nello stesso arco di tempo l’economia americana è cresciuta in termini reali di circa il 100 per cento e la maggior parte della crescita è andata ad aumentare i profitti d’impresa o i salari di pochi fortunati al vertice della distribuzione del reddito. Se i salari non crescono, l’americano medio deve ovviamente prendere denaro a prestito per adeguare i suoi consumi a un’economia che nel frattempo è cresciuta moltissimo. Si crea quindi una formidabile domanda di credito che la finanza trova il modo di soddisfare. La crisi del mercato finanziario non è dunque dovuta solo all’ingordigia e all’irresponsabilità dei banchieri, ma anche a una domanda di credito fondata sul basso tasso di crescita dei salari di più del 50 per cento della popolazione.
Anche dopo la crisi, la disuguaglianza negli Stati Uniti non ha cessato di aumentare. La figura 2 mostra il tasso di crescita dell’indice di disuguaglianza di Gini: gli ultimi dati del 2009 si riferiscono al periodo post-crisi e non mostrano nessun accenno di diminuzione. In realtà, l’argomento è dibattuto, ma spesso le crisi economiche aumentano le disuguaglianze (attraverso la povertà e la disoccupazione) e quindi non c’è da aspettarsi una riduzione dell’indice di Gini in futuro.
LA REGOLAMENTAZIONE NON BASTA
Se mettiamo la disuguaglianza di reddito al centro della crisi, le soluzioni incentrate solo sulla regolamentazione dei mercati finanziari non sembrano andare al cuore del problema perché, con una disuguaglianza in continua crescita, l’esigenza di ottenere denaro a credito si ripresenterà presto per più della metà della popolazione. A quel punto i mercati finanziari faranno il loro lavoro e concederanno il credito richiesto e forse non sarà sufficiente regolare in maniera più stringente la concessione di credito al consumo e dei mutui delle case per evitare che un numero assai alto di persone si indebiti di nuovo in modo insostenibile.
Il cuore del problema è che il salario dell’americano medio non aumenta e quindi i suoi consumi non possono stare al passo della crescita economica. Accade del resto in tanti altri paesi del mondo, dove le cose vanno meglio solo se gli individui, contrariamente agli americani, possono contare su uno stock di risparmio privato per finanziare i consumi. La soluzione non è semplice perché da trenta anni la crescita va a favore dei profitti piuttosto che dei salari nella maggior parte dei paesi sviluppati. I salari dei lavoratori con basso titolo di studio (più del 50 per cento della popolazione) non crescono perché la loro produttività è bassa e non si vede un’inversione di tendenza se non attraverso un aumento del grado di istruzione, che comunque richiede tempi lunghi. L’unica soluzione di breve periodo sarebbe un’operazione di redistribuzione dei redditi attraverso la politica fiscale, in modo da aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori a basso reddito ed evitare che si indebitino in maniera strutturale. Sebbene tale redistribuzione sia nell’interesse di tutti, e non solo dei redditi bassi, non è affatto scontato che ci sia la volontà politica di riconoscere che una crescita sempre più diseguale non è sostenibile. Nel dibattito di policy americano solo l’abolizione dei tax breaks per i più ricchi e la riforma sanitaria vanno nella direzione di maggiore redistribuzione, ma l’orizzonte di applicazione di queste misure è di là da venire e il consenso politico incerto.
lavoce
SE LA CRISI NASCE DALLA DISUGUAGLIANZA
di Marco Leonardi 18.01.2011
La crisi economico-finanziaria non nasce solo dagli squilibri internazionali. Ha come causa anche una crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti. I salari dei lavoratori con basso tasso di istruzione sono infatti fermi da trent'anni, mentre l'economia americana è cresciuta del 100 per cento. Per adeguare i consumi a quel livello di crescita economica, la metà della popolazione ha fatto ricorso al debito, alla fine diventato insostenibile. La soluzione della crisi passa per politiche redistributive politicamente difficili da accettare.
Molte analisi e commenti sostengono che gli squilibri internazionali siano la causa prima della crisi economica. Soprattutto, lo squilibrio nella bilancia commerciale e dei pagamenti tra Cina, paese esportatore e risparmiatore, e Stati Uniti, paese importatore. Per questa ragione, gran parte del dibattito sulle vie d’uscita dalla crisi riguarda l’aggiustamento dei tassi di cambio tra Cina e resto del mondo. I tassi di cambio delle monete possono contribuire alla soluzione degli squilibri internazionali, ma ben poco possono fare per risolvere la seconda causa importante della crisi economica: il crescente squilibrio della distribuzione dei redditi negli Stati Uniti.
SALARI FERMI DA TRENT'ANNI
Èpassato in secondo piano il fatto che la crisi sia stata scatenata anche da un forte squilibrio interno agli Stati Uniti, in particolare da una crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Tanto è vero che anche la crisi del settore finanziario dovuta ai crediti facili ha la sua origine ultima nelle disuguaglianze di reddito. La figura 1 mostra l’andamento dei salari reali negli Usa per titolo di studio fino al 2007, l’anno precedente alla crisi. Sono rimasti stabili, o perfino diminuiti, i salari degli americani che hanno un titolo di studio di scuola superiore o che non hanno neanche quello; e sono cresciuti pochissimo i salari di chi ha frequentato qualche anno di università. Eppure, la somma di questi due gruppi costituisce più del 50 per cento della popolazione degli Stati Uniti. In altre parole, la figura mostra chiaramente che negli ultimi trenta anni i salari reali della maggioranza degli americani sono rimasti pressoché costanti.
Nello stesso arco di tempo l’economia americana è cresciuta in termini reali di circa il 100 per cento e la maggior parte della crescita è andata ad aumentare i profitti d’impresa o i salari di pochi fortunati al vertice della distribuzione del reddito. Se i salari non crescono, l’americano medio deve ovviamente prendere denaro a prestito per adeguare i suoi consumi a un’economia che nel frattempo è cresciuta moltissimo. Si crea quindi una formidabile domanda di credito che la finanza trova il modo di soddisfare. La crisi del mercato finanziario non è dunque dovuta solo all’ingordigia e all’irresponsabilità dei banchieri, ma anche a una domanda di credito fondata sul basso tasso di crescita dei salari di più del 50 per cento della popolazione.
Anche dopo la crisi, la disuguaglianza negli Stati Uniti non ha cessato di aumentare. La figura 2 mostra il tasso di crescita dell’indice di disuguaglianza di Gini: gli ultimi dati del 2009 si riferiscono al periodo post-crisi e non mostrano nessun accenno di diminuzione. In realtà, l’argomento è dibattuto, ma spesso le crisi economiche aumentano le disuguaglianze (attraverso la povertà e la disoccupazione) e quindi non c’è da aspettarsi una riduzione dell’indice di Gini in futuro.
LA REGOLAMENTAZIONE NON BASTA
Se mettiamo la disuguaglianza di reddito al centro della crisi, le soluzioni incentrate solo sulla regolamentazione dei mercati finanziari non sembrano andare al cuore del problema perché, con una disuguaglianza in continua crescita, l’esigenza di ottenere denaro a credito si ripresenterà presto per più della metà della popolazione. A quel punto i mercati finanziari faranno il loro lavoro e concederanno il credito richiesto e forse non sarà sufficiente regolare in maniera più stringente la concessione di credito al consumo e dei mutui delle case per evitare che un numero assai alto di persone si indebiti di nuovo in modo insostenibile.
Il cuore del problema è che il salario dell’americano medio non aumenta e quindi i suoi consumi non possono stare al passo della crescita economica. Accade del resto in tanti altri paesi del mondo, dove le cose vanno meglio solo se gli individui, contrariamente agli americani, possono contare su uno stock di risparmio privato per finanziare i consumi. La soluzione non è semplice perché da trenta anni la crescita va a favore dei profitti piuttosto che dei salari nella maggior parte dei paesi sviluppati. I salari dei lavoratori con basso titolo di studio (più del 50 per cento della popolazione) non crescono perché la loro produttività è bassa e non si vede un’inversione di tendenza se non attraverso un aumento del grado di istruzione, che comunque richiede tempi lunghi. L’unica soluzione di breve periodo sarebbe un’operazione di redistribuzione dei redditi attraverso la politica fiscale, in modo da aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori a basso reddito ed evitare che si indebitino in maniera strutturale. Sebbene tale redistribuzione sia nell’interesse di tutti, e non solo dei redditi bassi, non è affatto scontato che ci sia la volontà politica di riconoscere che una crescita sempre più diseguale non è sostenibile. Nel dibattito di policy americano solo l’abolizione dei tax breaks per i più ricchi e la riforma sanitaria vanno nella direzione di maggiore redistribuzione, ma l’orizzonte di applicazione di queste misure è di là da venire e il consenso politico incerto.
lavoce
lol per fortuna c'è chi ci scherza sù ormai resta solo quello da fare
purtroppo in ITALIA chi ha la fortuna di nascere bella sfrutta la sua bellezza per arrivare in altro... almeno in america stavi sotto una scrivania e facevi la stagista...
qui stai in parlamento oppure in giunta regionale che amarezza :)
purtroppo in ITALIA chi ha la fortuna di nascere bella sfrutta la sua bellezza per arrivare in altro... almeno in america stavi sotto una scrivania e facevi la stagista...
qui stai in parlamento oppure in giunta regionale che amarezza :)
telefonata intercettata dal telefono di Ruby che conversa con un amico ...
... All’amico che gli chiede: «Come lo chiami?», lei risponde: «Papi. Noemi è la pupilla, io sono il c...». ...
se anche baluba si mette a fare gossip, è la Fine del Mondo.
... All’amico che gli chiede: «Come lo chiami?», lei risponde: «Papi. Noemi è la pupilla, io sono il c...». ...
se anche baluba si mette a fare gossip, è la Fine del Mondo.