Subpage under development, new version coming soon!
Topic closed!!!
Subject: [POLITICA]
l'investimento informatico nella pubblica amministrazione è utilizzato in modo pessimo e nelle regioni la cosa è all'ennesima potenza
verissimo,
però ci sono isole felici di organizzazione ed efficienza anche nella PA. Non bisogna finire per generalizzare, una gestione efficente e soddisfacente come risultati è possibile anche in Italia!
l'investimento informatico nella pubblica amministrazione è utilizzato in modo pessimo e nelle regioni la cosa è all'ennesima potenza
verissimo,
però ci sono isole felici di organizzazione ed efficienza anche nella PA. Non bisogna finire per generalizzare, una gestione efficente e soddisfacente come risultati è possibile anche in Italia!
io non parlo (solo) della qualità del risultato finale, che comunque spesso è davvero molto bassa
io parlo del rapporto costo/benefici, le cosiddette "isole felici" (che io non ho mai visto) nell'informatica della pubblica amministrazione sicuramente costano almeno (e sono davvero molto prudente) dieci volte tanto il costo che hanno nel "mondo reale"
gli esempi ci sono (il registro delle imprese è il primo che mi viene in mente per dire)
cmq il tuo discorso resta valido in generale, dicevo solo di non dare per scontato che siccome è pubblico non funziona, se c'è la volontà di farlo funzionare.. funziona!
cmq il tuo discorso resta valido in generale, dicevo solo di non dare per scontato che siccome è pubblico non funziona, se c'è la volontà di farlo funzionare.. funziona!
Mah...io lavoravo per un'azienda che forniva software per i comuni (ufficio tributi, anagrafe...etc..etc...)
Ero nella sezione Polizia Municipale...installavo sw e facevo corsi di formazione per il personale.
I costi erano nella norma, lontanissimi parenti da quelli riportati dalle varie regioni
Ero nella sezione Polizia Municipale...installavo sw e facevo corsi di formazione per il personale.
I costi erano nella norma, lontanissimi parenti da quelli riportati dalle varie regioni
dicevo solo di non dare per scontato che siccome è pubblico non funziona, se c'è la volontà di farlo funzionare.. funziona!
ah, beh
se spendi dieci volte tanto il costo reale devi davvero impegnarti a fare qualcosa di non funzionante
anzi, con il volume degli investimenti informatici della pubblica amministrazione, dovresti stupirti che i loro prodotti informatici non siano solo prodotti di qualità superiore
invece la quasi totalità è di qualità così bassa che ci stupiamo di trovare qualcosa di funzionante
ah, beh
se spendi dieci volte tanto il costo reale devi davvero impegnarti a fare qualcosa di non funzionante
anzi, con il volume degli investimenti informatici della pubblica amministrazione, dovresti stupirti che i loro prodotti informatici non siano solo prodotti di qualità superiore
invece la quasi totalità è di qualità così bassa che ci stupiamo di trovare qualcosa di funzionante
Mah...io lavoravo per un'azienda che forniva software per i comuni (ufficio tributi, anagrafe...etc..etc...)
Ero nella sezione Polizia Municipale...installavo sw e facevo corsi di formazione per il personale.
I costi erano nella norma, lontanissimi parenti da quelli riportati dalle varie regioni
esatto
il problema sono i costi quando si mette di mezzo una società informatica "partecipata" pubblica
allora devi moltiplicare tutti i costi almeno per 10
Ero nella sezione Polizia Municipale...installavo sw e facevo corsi di formazione per il personale.
I costi erano nella norma, lontanissimi parenti da quelli riportati dalle varie regioni
esatto
il problema sono i costi quando si mette di mezzo una società informatica "partecipata" pubblica
allora devi moltiplicare tutti i costi almeno per 10
ribadisco che non è vero SEMPRE, anche se è la regola, ti ho fatto anche l'esempio del registro delle imprese (che non costa nulla allo stato, anzi..)
ribadisco che non è vero SEMPRE, anche se è la regola, ti ho fatto anche l'esempio del registro delle imprese (che non costa nulla allo stato, anzi..)
chi paga?
chi paga?
altra PA altra gestione clientelare!!!
con l'aggravante di provare a fare passare per privacy il tentativo di non farsi sgamare..
con l'aggravante di provare a fare passare per privacy il tentativo di non farsi sgamare..
quasi quattro anni per pubblicare una lista, e la pubblicano senza nomi... in italia la privacy ce l'han solo i delinquenti.
un bell'articolo della Spinelli
IL COMMENTO
Il sermone della decenza
di BARBARA SPINELLI Dovrebbe esser ormai chiaro a tutti, anche a chi vorrebbe parlar d'altro e tapparsi le orecchie, anche a chi non vede l'enormità della vergogna che colpisce una delle massime cariche dello Stato, che una cosa è ormai del tutto improponibile: che il presidente del Consiglio resti dov'è senza neppure presentarsi al Tribunale, e che addirittura pretenda di candidarsi in future elezioni come premier. Molti lo pensano da tempo, da quando per evitare condanne il capo di Fininvest considerò la politica come un sotterfugio.
Non un piano nobile dove si sale ma uno scantinato in cui si "scende", si traffica, ci si acquatta meglio. La stessa ascesa al Colle resta, nei suoi sogni, una discesa in sotterranei sempre più inviolabili. Molti sono convinti che i suoi rapporti con la malavita, la stretta complicità con chi in due gradi di giudizio è stato condannato per concorso in associazione mafiosa (Dell'Utri), il contatto con un uomo - Mangano - che si faceva chiamare stalliere ed era il ricattatore distaccato da Cosa Nostra a Arcore - erano già motivi sufficienti per precludergli un luogo, il comando politico, che si suppone occupato da chi ha avuto una vita rispettosa della legge.
Ma adesso l'impegno a fermare quest'uomo infinitamente ricattabile perché incapace di controllare la sua sessualità deve esser esplicitamente preso dai responsabili politici tutti, dalla classe dirigente in senso lato, e non solo detto a mezza voce. È una specie di sermone
che deve essere pronunciato, solenne come i giuramenti che costellano la vita dei popoli. Un sermone che non deleghi per l'ennesima volta il giudizio morale e civile alla magistratura. Che pur rispettando la presunzione d'innocenza, certifichi l'esistenza di un ceto politico determinato a considerare l'evidenza dello scandalo e a trarne le conseguenze prima ancora che i tribunali si pronuncino. Ci sono reati complessi da districare, per i giudici. Questo non vieta, anzi impone alla politica di delimitare in piena autonomia la dignità o non dignità dei potenti.
Non è più solo questione del conflitto di interessi, che grazie alla legge del 1957 avrebbe sin dall'inizio potuto vietare l'accesso a responsabilità politiche di un titolare di pubbliche concessioni (specie televisive). Chi è sospettato d'aver pagato prostitute o ragazze minorenni, d'aver indotto - sfruttando il proprio potere - un pubblico ufficiale a fare cose illecite, chi è talmente impaurito dall'arresto di Ruby dal presentarla in questura come nipote di Mubarak, chi ha avuto rapporti con mafiosi e corrotto testimoni o giudici, deve trovare chiuse le porte della politica, anche se i Tribunali ancora tacciono o se vi son state prescrizioni. Attorno a lui deve essere eretto una sorta di alto muro, che impersoni la legge, la riluttanza interiore d'un popolo a farsi rappresentare da un individuo dal losco passato e dal losco presente. Tra Berlusconi e la politica questo muro non è stato mai eretto, nemmeno dall'opposizione quando governava. Se non ora, quando?
È così da millenni, nella nostra civiltà: una società ha anticorpi che espellono le cellule malate, o non li ha e decade. L'ostracismo fu un prodotto della democrazia ateniese, nel VI secolo a. C. Eraclito scrive: "Combattere a difesa della legge è necessario, per il popolo, proprio come a difesa delle mura". Berlusconi non avrebbe dovuto divenire premier, e non perché si disprezzi il popolo che lo ha eletto: non avrebbe dovuto neanche potersi candidare. Comunque, oggi, non può restare o tornare in luoghi del comando che hanno una loro sacralità: non può, se la coerenza non è una quisquilia, nemmeno presentarsi come patrono del proprio successore. Non è un monarca che va in pensione.
Gli italiani più restii a vedere lo sanno, altrimenti non avrebbero acclamato in simultanea, da 16 anni, Berlusconi e tre capi dello Stato. È segno che in un angolo della coscienza, sognano quel decalogo che nelle parole di Thomas Mann "altro non è che la quintessenza dell'umana decenza": il non rubare, il non pronunciare il nome di Dio invano, il non dire il falso, il non sbandierare valori senza rispettarli, il non adulterare ciò che è chiaro e puro confondendolo con il torbido e l'impuro. È come se i padri costituenti avessero presentito tutto questo, vietando plebisciti di capi di governo o di Stato: come se condividessero la diffidenza di Piero Calamandrei per l'inclinazione italiana alla "putrefazione morale, all'indifferenza, alla sistematica vigliaccheria".
La responsabilità del sermone è dunque per intero nelle mani dei parlamentari, liberi per legge da vincolo di mandato. Così come è in mano ai contro-poteri che costituzionalmente limitano il dominio d'uno solo (parlamento, magistratura, stampa). Contro-poteri su cui la sovranità popolare non ha il primato, se è vero che essa viene "esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art 1).
Già una volta, nella "chiamata di correo" di Craxi, i politici caddero nel baratro, degradando se stessi. Fu il buco nero di Tangentopoli, e spiega come mai ancora abitiamo un girone dantesco fatto di menzogna e omertosi sortilegi. Il buco nero sono le parole di Craxi in Parlamento, il 3 luglio '92: "Nessun partito è in grado di scagliare la prima pietra. (...) Ciò che bisogna dire, e che tutti del resto sanno, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(...) Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia (...) criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi, i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro".
Difficile dimenticare il silenzio che seguì: nessun deputato si alzò, e ancor oggi la nostra storia stenta a non essere storia criminale. Ancor oggi si vorrebbe sapere perché i deputati che si ritenevano onesti rimasero appiccicati alla poltrona. Craxi pagò appropriatamente, perché le sentenze erano passate in giudicato e la legge è legge, ma pagò per molti: anche per Berlusconi, che con il suo aiuto costruì il proprio apparato di persuasione televisiva e profittò del crollo della Prima Repubblica sostituendola con un suo privato giro di corrotti e corruttori.
I deputati rischiano di restar seduti anche oggi, come allora: per schiavitù volontaria, o peggio. Il sermone oggi necessario deve essere un impegno a che simili ignominie non si ripetano. Proprio perché il conflitto d'interessi è sorpassato, e siamo di fronte a un conflitto fra decenza e oscenità, fra servizio dello Stato e servizio dei propri comodi, fra libertinaggio innocente e libertinaggio commisto a reati. Da molto tempo, c'è chi ha smesso di parlare di Palazzo Chigi: preferisce parlare di palazzo Grazioli come sede dell'esecutivo, e fa bene. Che si salvi, almeno, l'aura associata ai luoghi italiani del potere.
Domenica scorsa, Berlusconi ha fatto dichiarazioni singolari, oltre che ridicole. Definendo gravissima, inaccettabile, illegale, l'intromissione dei magistrati nella vita degli italiani ha detto: "Perché quello che i cittadini di una libera democrazia fanno nelle mura domestiche riguarda solo loro. Questo è un principio valido per tutti, e deve valere per tutti. Anche per me". L'uguaglianza fra cittadini equivale per lui alla libertà di fare quel che si vuole, in casa: anche un reato, magari. Non riguarda certo l'uguaglianza di fronte alla legge. L'antinomia stride, e offende. Siamo ben lontani dall'ingiunzione di Eraclito, se tutto diventa lecito nelle mura domestiche, e non appena succede qualcosa di criminoso l'uguaglianza cessa d'un colpo, e comincia l'età dei porci di Orwell, in cui tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
(19 gennaio 2011)
(edited)
IL COMMENTO
Il sermone della decenza
di BARBARA SPINELLI Dovrebbe esser ormai chiaro a tutti, anche a chi vorrebbe parlar d'altro e tapparsi le orecchie, anche a chi non vede l'enormità della vergogna che colpisce una delle massime cariche dello Stato, che una cosa è ormai del tutto improponibile: che il presidente del Consiglio resti dov'è senza neppure presentarsi al Tribunale, e che addirittura pretenda di candidarsi in future elezioni come premier. Molti lo pensano da tempo, da quando per evitare condanne il capo di Fininvest considerò la politica come un sotterfugio.
Non un piano nobile dove si sale ma uno scantinato in cui si "scende", si traffica, ci si acquatta meglio. La stessa ascesa al Colle resta, nei suoi sogni, una discesa in sotterranei sempre più inviolabili. Molti sono convinti che i suoi rapporti con la malavita, la stretta complicità con chi in due gradi di giudizio è stato condannato per concorso in associazione mafiosa (Dell'Utri), il contatto con un uomo - Mangano - che si faceva chiamare stalliere ed era il ricattatore distaccato da Cosa Nostra a Arcore - erano già motivi sufficienti per precludergli un luogo, il comando politico, che si suppone occupato da chi ha avuto una vita rispettosa della legge.
Ma adesso l'impegno a fermare quest'uomo infinitamente ricattabile perché incapace di controllare la sua sessualità deve esser esplicitamente preso dai responsabili politici tutti, dalla classe dirigente in senso lato, e non solo detto a mezza voce. È una specie di sermone
che deve essere pronunciato, solenne come i giuramenti che costellano la vita dei popoli. Un sermone che non deleghi per l'ennesima volta il giudizio morale e civile alla magistratura. Che pur rispettando la presunzione d'innocenza, certifichi l'esistenza di un ceto politico determinato a considerare l'evidenza dello scandalo e a trarne le conseguenze prima ancora che i tribunali si pronuncino. Ci sono reati complessi da districare, per i giudici. Questo non vieta, anzi impone alla politica di delimitare in piena autonomia la dignità o non dignità dei potenti.
Non è più solo questione del conflitto di interessi, che grazie alla legge del 1957 avrebbe sin dall'inizio potuto vietare l'accesso a responsabilità politiche di un titolare di pubbliche concessioni (specie televisive). Chi è sospettato d'aver pagato prostitute o ragazze minorenni, d'aver indotto - sfruttando il proprio potere - un pubblico ufficiale a fare cose illecite, chi è talmente impaurito dall'arresto di Ruby dal presentarla in questura come nipote di Mubarak, chi ha avuto rapporti con mafiosi e corrotto testimoni o giudici, deve trovare chiuse le porte della politica, anche se i Tribunali ancora tacciono o se vi son state prescrizioni. Attorno a lui deve essere eretto una sorta di alto muro, che impersoni la legge, la riluttanza interiore d'un popolo a farsi rappresentare da un individuo dal losco passato e dal losco presente. Tra Berlusconi e la politica questo muro non è stato mai eretto, nemmeno dall'opposizione quando governava. Se non ora, quando?
È così da millenni, nella nostra civiltà: una società ha anticorpi che espellono le cellule malate, o non li ha e decade. L'ostracismo fu un prodotto della democrazia ateniese, nel VI secolo a. C. Eraclito scrive: "Combattere a difesa della legge è necessario, per il popolo, proprio come a difesa delle mura". Berlusconi non avrebbe dovuto divenire premier, e non perché si disprezzi il popolo che lo ha eletto: non avrebbe dovuto neanche potersi candidare. Comunque, oggi, non può restare o tornare in luoghi del comando che hanno una loro sacralità: non può, se la coerenza non è una quisquilia, nemmeno presentarsi come patrono del proprio successore. Non è un monarca che va in pensione.
Gli italiani più restii a vedere lo sanno, altrimenti non avrebbero acclamato in simultanea, da 16 anni, Berlusconi e tre capi dello Stato. È segno che in un angolo della coscienza, sognano quel decalogo che nelle parole di Thomas Mann "altro non è che la quintessenza dell'umana decenza": il non rubare, il non pronunciare il nome di Dio invano, il non dire il falso, il non sbandierare valori senza rispettarli, il non adulterare ciò che è chiaro e puro confondendolo con il torbido e l'impuro. È come se i padri costituenti avessero presentito tutto questo, vietando plebisciti di capi di governo o di Stato: come se condividessero la diffidenza di Piero Calamandrei per l'inclinazione italiana alla "putrefazione morale, all'indifferenza, alla sistematica vigliaccheria".
La responsabilità del sermone è dunque per intero nelle mani dei parlamentari, liberi per legge da vincolo di mandato. Così come è in mano ai contro-poteri che costituzionalmente limitano il dominio d'uno solo (parlamento, magistratura, stampa). Contro-poteri su cui la sovranità popolare non ha il primato, se è vero che essa viene "esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art 1).
Già una volta, nella "chiamata di correo" di Craxi, i politici caddero nel baratro, degradando se stessi. Fu il buco nero di Tangentopoli, e spiega come mai ancora abitiamo un girone dantesco fatto di menzogna e omertosi sortilegi. Il buco nero sono le parole di Craxi in Parlamento, il 3 luglio '92: "Nessun partito è in grado di scagliare la prima pietra. (...) Ciò che bisogna dire, e che tutti del resto sanno, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(...) Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia (...) criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi, i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro".
Difficile dimenticare il silenzio che seguì: nessun deputato si alzò, e ancor oggi la nostra storia stenta a non essere storia criminale. Ancor oggi si vorrebbe sapere perché i deputati che si ritenevano onesti rimasero appiccicati alla poltrona. Craxi pagò appropriatamente, perché le sentenze erano passate in giudicato e la legge è legge, ma pagò per molti: anche per Berlusconi, che con il suo aiuto costruì il proprio apparato di persuasione televisiva e profittò del crollo della Prima Repubblica sostituendola con un suo privato giro di corrotti e corruttori.
I deputati rischiano di restar seduti anche oggi, come allora: per schiavitù volontaria, o peggio. Il sermone oggi necessario deve essere un impegno a che simili ignominie non si ripetano. Proprio perché il conflitto d'interessi è sorpassato, e siamo di fronte a un conflitto fra decenza e oscenità, fra servizio dello Stato e servizio dei propri comodi, fra libertinaggio innocente e libertinaggio commisto a reati. Da molto tempo, c'è chi ha smesso di parlare di Palazzo Chigi: preferisce parlare di palazzo Grazioli come sede dell'esecutivo, e fa bene. Che si salvi, almeno, l'aura associata ai luoghi italiani del potere.
Domenica scorsa, Berlusconi ha fatto dichiarazioni singolari, oltre che ridicole. Definendo gravissima, inaccettabile, illegale, l'intromissione dei magistrati nella vita degli italiani ha detto: "Perché quello che i cittadini di una libera democrazia fanno nelle mura domestiche riguarda solo loro. Questo è un principio valido per tutti, e deve valere per tutti. Anche per me". L'uguaglianza fra cittadini equivale per lui alla libertà di fare quel che si vuole, in casa: anche un reato, magari. Non riguarda certo l'uguaglianza di fronte alla legge. L'antinomia stride, e offende. Siamo ben lontani dall'ingiunzione di Eraclito, se tutto diventa lecito nelle mura domestiche, e non appena succede qualcosa di criminoso l'uguaglianza cessa d'un colpo, e comincia l'età dei porci di Orwell, in cui tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
(19 gennaio 2011)
(edited)
L'Unità
Terremoti: a uccidere
è soprattutto la corruzione
di Pietro Greco
«La corruzione uccide», titola Nature. L’83% di tutte le vittime di un terremoto sono morte in paesi con un indice di corruzione eccezionalmente alto, sostengono gli autori dell’articolo che sta sotto quel titolo, firmato dall’inglese Nicholas Ambraseys, del Dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Imperial College di Londra, e dall’americano Roger Bilham, geologo in forze University of Colorado di Boulder, in Colorado.
La ricerca che ha portata Nature, Ambraseys e Bilham a pubblicare risultati che suonano come una veemente denuncia è nata per rispondere a una domanda semplice e purtroppo attuale: come mai lo scorso anno due terremoti della medesima intensità (7 di magnitudo Richter) verificatisi uno ad Haiti e l’altro in Nuova Zelanda hanno avuto effetti così diversi: almeno 230.000 morti nell’isola caraibica, e nessuna vittima nell’arcipelago australe?
Fatta salva la densità demografica, il motivo è molto semplice. In Nuova Zelanda non ci sono stati collassi disastrosi di case ed edifici. E, dunque, il sisma non ha provocato vittime. A Port-au-Prince e nel resto di Haiti le case e gli edifici, invece, sono venuti giù quasi tutti. E le costruzioni in muratura, collassando, hanno causato la strage.
Ma perché ad Haiti tutti quei crolli rovinosi e in Nuova Zelanda no. Non basta la differenza di ricchezza relativa, che ha consentito ai neozelandesi di costruire edifici più sicuri e agli haitiani no. In alcuni paesi paragonabili per ricchezza relativa alla Nuova Zelanda (compresa l’Italia) terremoti anche di più modesta intensità hanno causato molte vittime in seguito a crolli anche di edifici nuovi, di recente costruzione e costruiti, sulla carta, con tutte le più moderne tecnologie antisismiche.
Non è che per caso gli edifici che crollano sono mal costruiti? E sono mal costruiti a causa di una serie di pratiche che rimandano tutte alla corruzione (costruttori infedeli, controllori corrotti)? In fondo si sa che l’edilizia, che muove qualcosa come 7.500 miliardi di dollari l’anno (più o meno quattro volta la ricchezza prodotta in Italia), è il settore industriale con il massimo grado di corruzione. Persone senza scrupoli costruiscono edifici poco sicuri contando (grazie alla corruzione) su controllori che chiudono entrambi gli occhi.
Così Nicholas Ambraseys e Roger Bilham hanno costruito una mappa tridimensionale di tutti i paesi del mondo distribuiti lungo tre coordinate: la ricchezza relativa (reddito pro capite), il numero di morti per terremoti e la corruzione anomale (intesa come la differenza della corruzione attesa in funzione del reddito e quella percepita). Ebbene, la Nuova Zelanda si è ritrovata da una parte (alto reddito, nessuna vittima, indice di corruzione eccezionalmente basso) e Haiti nel settore opposto. Ma la sorpresa è stata quando i due ricercatori hanno rilevato che l’82,6% delle vittime dei crolli di edifici provocati da terremoti tra il 1995 e il 2010 si trovava in paesi on un indice di corruzione anomalo (più alto dell’atteso).
È la corruzione che uccide. Più della povertà. E malgrado gli ingegneri abbiamo messo a punto tecnologie antisismiche sicure. L’Italia, inutile dirlo, si trova ampiamente nell’area dei paesi col più alto indice di corruzione anomala. E il pensiero corre ai morti dell’Aquila.
incipit dell'articolo originale : Nature
nota bene perchi non conoscesse la rivista Nature(cito da wikipedia):
Nature è una delle più antiche ed importanti riviste scientifiche esistenti, forse in assoluto quella considerata di maggior prestigio nell'ambito della comunità scientifica internazionale (insieme a Science). Viene pubblicata fin dal 4 novembre 1869.
Terremoti: a uccidere
è soprattutto la corruzione
di Pietro Greco
«La corruzione uccide», titola Nature. L’83% di tutte le vittime di un terremoto sono morte in paesi con un indice di corruzione eccezionalmente alto, sostengono gli autori dell’articolo che sta sotto quel titolo, firmato dall’inglese Nicholas Ambraseys, del Dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Imperial College di Londra, e dall’americano Roger Bilham, geologo in forze University of Colorado di Boulder, in Colorado.
La ricerca che ha portata Nature, Ambraseys e Bilham a pubblicare risultati che suonano come una veemente denuncia è nata per rispondere a una domanda semplice e purtroppo attuale: come mai lo scorso anno due terremoti della medesima intensità (7 di magnitudo Richter) verificatisi uno ad Haiti e l’altro in Nuova Zelanda hanno avuto effetti così diversi: almeno 230.000 morti nell’isola caraibica, e nessuna vittima nell’arcipelago australe?
Fatta salva la densità demografica, il motivo è molto semplice. In Nuova Zelanda non ci sono stati collassi disastrosi di case ed edifici. E, dunque, il sisma non ha provocato vittime. A Port-au-Prince e nel resto di Haiti le case e gli edifici, invece, sono venuti giù quasi tutti. E le costruzioni in muratura, collassando, hanno causato la strage.
Ma perché ad Haiti tutti quei crolli rovinosi e in Nuova Zelanda no. Non basta la differenza di ricchezza relativa, che ha consentito ai neozelandesi di costruire edifici più sicuri e agli haitiani no. In alcuni paesi paragonabili per ricchezza relativa alla Nuova Zelanda (compresa l’Italia) terremoti anche di più modesta intensità hanno causato molte vittime in seguito a crolli anche di edifici nuovi, di recente costruzione e costruiti, sulla carta, con tutte le più moderne tecnologie antisismiche.
Non è che per caso gli edifici che crollano sono mal costruiti? E sono mal costruiti a causa di una serie di pratiche che rimandano tutte alla corruzione (costruttori infedeli, controllori corrotti)? In fondo si sa che l’edilizia, che muove qualcosa come 7.500 miliardi di dollari l’anno (più o meno quattro volta la ricchezza prodotta in Italia), è il settore industriale con il massimo grado di corruzione. Persone senza scrupoli costruiscono edifici poco sicuri contando (grazie alla corruzione) su controllori che chiudono entrambi gli occhi.
Così Nicholas Ambraseys e Roger Bilham hanno costruito una mappa tridimensionale di tutti i paesi del mondo distribuiti lungo tre coordinate: la ricchezza relativa (reddito pro capite), il numero di morti per terremoti e la corruzione anomale (intesa come la differenza della corruzione attesa in funzione del reddito e quella percepita). Ebbene, la Nuova Zelanda si è ritrovata da una parte (alto reddito, nessuna vittima, indice di corruzione eccezionalmente basso) e Haiti nel settore opposto. Ma la sorpresa è stata quando i due ricercatori hanno rilevato che l’82,6% delle vittime dei crolli di edifici provocati da terremoti tra il 1995 e il 2010 si trovava in paesi on un indice di corruzione anomalo (più alto dell’atteso).
È la corruzione che uccide. Più della povertà. E malgrado gli ingegneri abbiamo messo a punto tecnologie antisismiche sicure. L’Italia, inutile dirlo, si trova ampiamente nell’area dei paesi col più alto indice di corruzione anomala. E il pensiero corre ai morti dell’Aquila.
incipit dell'articolo originale : Nature
nota bene perchi non conoscesse la rivista Nature(cito da wikipedia):
Nature è una delle più antiche ed importanti riviste scientifiche esistenti, forse in assoluto quella considerata di maggior prestigio nell'ambito della comunità scientifica internazionale (insieme a Science). Viene pubblicata fin dal 4 novembre 1869.
detto da chi ha Cosentino nel proprio ministero è proprio una barzelletta di cattivo gusto...
????
????
e che c'entra sta roba?
o meglio che c'entra il tuo commento?
o meglio che c'entra il tuo commento?