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Subject: [POLITICA]
nel silenzio quasi minzoliniano del forum approfitto per congratularmi con quanti ieri (come me) hanno aderito in ogni parte del mondo all'iniziativa per e con le donne, un giorno in cui, anche se per poche ore, s'è tornato a respirare quel "fresco profumo di libertà"
Ecco, bravo. Così ora appena rimetti giù la testa senti tutta la puzza.
Invece noi che ormai siamo abituati quasi non la sentiamo più ;)
Invece noi che ormai siamo abituati quasi non la sentiamo più ;)
provate con sedute di aerosol
fa bene sai...poi non vorresti tornare più indietro :D
fa bene sai...poi non vorresti tornare più indietro :D
nel silenzio quasi minzoliniano
sei in gran forma stamattina :D
sei in gran forma stamattina :D
s'è tornato a respirare quel "fresco profumo di libertà" apparente
;)
;)
ottima la manifestazione ma secondo me pecca (come al solito quando si parla di dignità della persona) di sessismo
quando ci si oppone al sessismo maschilista invitando tutte le donne (e non tutte le persone) a ribellarsi si commette un grave atto di miopia, poichè gli uomini in queste dinamiche sono "solo" ospiti e invece dovrebbero essere parte attiva
siamo nel 2011 e non nel 1968
inoltre si corre il rischio di non valutare che ogni persona (che sia donna o uomo) ha il diritto di trattare il proprio corpo come meglio crede, anche mercificarlo se gli va
il discorso bisogna riportarlo su binari politici e giudiziari
lasciamo che l'etica e la morale sia una cosa privata e facciamo in modo che la questione si focalizzi sui reati commessi e sulle conseguenze politiche del caso
è vero che Al Capone è stato incastrato "solo" con l'evasione fiscale ma non perdiamo di vista gli omicidi che ha commesso.
(edited)
quando ci si oppone al sessismo maschilista invitando tutte le donne (e non tutte le persone) a ribellarsi si commette un grave atto di miopia, poichè gli uomini in queste dinamiche sono "solo" ospiti e invece dovrebbero essere parte attiva
siamo nel 2011 e non nel 1968
inoltre si corre il rischio di non valutare che ogni persona (che sia donna o uomo) ha il diritto di trattare il proprio corpo come meglio crede, anche mercificarlo se gli va
il discorso bisogna riportarlo su binari politici e giudiziari
lasciamo che l'etica e la morale sia una cosa privata e facciamo in modo che la questione si focalizzi sui reati commessi e sulle conseguenze politiche del caso
è vero che Al Capone è stato incastrato "solo" con l'evasione fiscale ma non perdiamo di vista gli omicidi che ha commesso.
(edited)
credo che tu abbia leggermente frainteso il senso della mobilitazione aperta a tutti (almeno a roma c'erano più uomini che donne) per manifestare al tempo stesso dissenso verso l'immagine della donna portata avanti negli ultimi venti anni (dalla calzettara/massaia/succube dell'uomo preberlusconiana alla tette/culo/fica/succube dell'uomo berlusconiana) e per dirsi tra donne che non sono più disposte ad accettare questo andazzo e che se sarà il caso di prendere e portare il tutto in politica, in maniera trasversale.
Per quanto riguarda i binari politico-giudiziari prova tu se ci riesci a far leggere e capire senza avere mezzi di informazione sufficienti e trovandosi di fronte (purtroppo) uomini e donne dalla competenza limitata i faldoni dei processi sulle stragi di mafia, su capaci, sulla strage di via d'amelio, i tanti processi ammazzati dal parlamento in cui figurava il nostro attuale pdc come imputato, il processo di corruzione di magistrati col fido previti imputato/condannato (insieme ad altri), il processo dell'utri, il processo cuffaro.....e quanti altri ne vuoi....
la gente non ha gli strumenti per conoscere e poi al massimo capire...sono cose troppo grandi...ma la gente potrebbe forse riscoprire di avere un'ETICA o una MORALE (che poi sono la stessa cosa), risvegliarla dal torpore e utilizzarla come metro di giudizio per giudicare la società in cui vive.
Se non ti muovi ti fossilizzi.
Per quanto riguarda i binari politico-giudiziari prova tu se ci riesci a far leggere e capire senza avere mezzi di informazione sufficienti e trovandosi di fronte (purtroppo) uomini e donne dalla competenza limitata i faldoni dei processi sulle stragi di mafia, su capaci, sulla strage di via d'amelio, i tanti processi ammazzati dal parlamento in cui figurava il nostro attuale pdc come imputato, il processo di corruzione di magistrati col fido previti imputato/condannato (insieme ad altri), il processo dell'utri, il processo cuffaro.....e quanti altri ne vuoi....
la gente non ha gli strumenti per conoscere e poi al massimo capire...sono cose troppo grandi...ma la gente potrebbe forse riscoprire di avere un'ETICA o una MORALE (che poi sono la stessa cosa), risvegliarla dal torpore e utilizzarla come metro di giudizio per giudicare la società in cui vive.
Se non ti muovi ti fossilizzi.
ma figurati se non concordo con la tua ultima frase
dico solo: occhio a come ci muoviamo, non facciamolo con le stesse modalità (anche di forma) di chi contestiamo, non indiciamo manifestazioni intitolandole : "la rivolta delle donne" ma bensì "la rivolta delle persone"
che poi alla manifestazione siano andati più uomini che donne è un bene, ma sottolineare come nelle pieghe della contestazione antisessista sia insito il seme sessista è un dovere di chi vuole davvero cambiare il mondo
sui binari politico-giudiziari concordo purtroppo ma per non fossilizzarmi davvero devo muovermi verso questa strada che trovo più centrata di quella etica
dico solo: occhio a come ci muoviamo, non facciamolo con le stesse modalità (anche di forma) di chi contestiamo, non indiciamo manifestazioni intitolandole : "la rivolta delle donne" ma bensì "la rivolta delle persone"
che poi alla manifestazione siano andati più uomini che donne è un bene, ma sottolineare come nelle pieghe della contestazione antisessista sia insito il seme sessista è un dovere di chi vuole davvero cambiare il mondo
sui binari politico-giudiziari concordo purtroppo ma per non fossilizzarmi davvero devo muovermi verso questa strada che trovo più centrata di quella etica
premetto che sono un niubbetto; in Francia dove la gente scende in piazza per ogni str...ta mi sembra che abbiano ottenuto tanto
I TAGLI CHE NON FANNO RUMORE
di Sergio Pasquinelli 10.02.2011
I servizi sociali sono stati pesantemente penalizzati dai tagli di spesa. Ma nessuno ne parla. Persino sull'azzeramento del Fondo per la non autosufficienza, le reazioni sono state modeste anche da parte di sindacati, associazioni del terzo settore e comuni. Il governo punta a disimpegnarsi dal welfare dei servizi, mentre mantiene salda la gestione del welfare monetario, un insieme di misure poco efficienti, che assorbono gran parte della spesa sociale. Urgente una riforma complessiva della spesa e dei servizi sociali.
I servizi sociali sono stati pesantemente penalizzati dai tagli di spesa. Come fare a rispondere a bisogni crescenti con risorse che diminuiscono?Èuna domanda divenuta centrale per Regioni ed enti locali, soprattutto dove è netto il contrasto tra riduzioni in corso e bisogni in aumento, come nel caso degli anziani non autosufficienti.
IL SILENZIO DI TUTTI
Colpisce il silenzio che regna intorno a questi tagli. Rispetto ad altri ambiti di policy e anche ad altri paesi, la comunicazione pubblica sul welfare dei servizi è molto carente e frammentaria. Quello dei tagli di spesa sembra essere un tema troppo tecnico per essere affrontato dai media nazionali. Oppure talmente delicato da rinviare a questioni più generali da trattare in chiave politica. E ideologica. Non c'è stato un vero dibattito sui tagli possibili: in quale modo esercitarli, chi preservare dalle scelte più difficili, che cosa mantenere e che cosa sacrificare.
Persino ex post, sull’azzeramento del Fondo per la non autosufficienza, 400 milioni di euro che vengono a mancare da quest’anno, le reazioni sono state a dir poco modeste da parte di sindacati, associazioni del terzo settore e soprattutto rappresentanza dei comuni. Sono loro infatti che più di tutti pagheranno il taglio, perché prevalenti beneficiari di un fondo a destinazione sociale, che l’anno scorso ha rappresentato un quarto della loro spesa sociale per la terza età. (1)
I TAGLI
L’unico “successo” si è registrato per il non profit, con i fondi in parte ripristinati sul 5 per mille. Per il resto il panorama è desolante. A partire dal Fondo nazionale per le politiche sociali, un po’ il padre di tutti i fondi per il sociale, nato tre anni prima della legge 328/00 e quest’anno ridotto a 275 milioni di euro: erano più del triplo solo tre anni fa. E che dire del Fondo per la famiglia, passato dai 185 milioni dell’anno scorso a 51? Avrebbe dovuto dare le gambe al lungo elenco di propositi emerso nella Conferenza nazionale di Milano dell’8-10 novembre 2010: ora sappiamo che quelle intenzioni rimarranno in larga misura tali.
Principali fondi statali a carattere sociale (milioni di euro)
2008 2009 2010 2011
Fondo nazionale politiche sociali 929,3 583,9 453,3 275
Fondo politiche per la famiglia 346,5 186 185,3 52,5
Fondo per la non autosufficienza 300 400 400 0
Fondo per le politiche giovanili 137,4 79,8 94,1 32,9
Fondo servizi per l’infanzia-Piano Nidi 100 100 0 0
Fondo sociale per l’affitto 205,6 161,1 143,8 33,5
Fondo per il servizio civile 299,6 171,4 170,3 113
Fonte: A. Misiani, Finanziaria 2011: fine delle politiche sociali? e legge di stabilità 2011.
Cresce poi il numero dei fondi letteralmente svuotati: dopo il Piano straordinario per i nidi è toccato al Fondo per la non autosufficienza. Altri, come quello per gli affitti, sono ridotti a una cifra simbolica: giovani coppie e famiglie in crisi potranno sperare quasi soltanto negli aiuti che Regioni e comuni, in ordine molto sparso, hanno deciso di mantenere. Mentre le riduzioni sul servizio civile rischiano di mortificare un’esperienza il cui valore è riconosciuto a livello europeo. Nel complesso, se nel 2008 per i principali fondi sociali lo stanziamento superava i due miliardi di euro, quest’anno siamo a meno di un quarto (vedi tabella).
E le prestazioni monetarie? I tagli colpiscono la rete dei servizi, il livello territoriale. Prestazioni gestite a livello nazionale, preponderanti in termini di spesa, non sono state minimamente sfiorate da alcuna ipotesi di riforma. Valga per tutti l’esempio dell’indennità di accompagnamento: una misura granitica per cui verranno spesi quest’anno tredici miliardi di euro. Tutti i servizi sociali dei comuni italiani costano la metà di questa sola misura: 6,6 miliardi nel 2008 secondo l’Istat.
Il messaggio che il governo manda è esplicito: ci disimpegniamo dal welfare dei servizi, mentre manteniamo salda la gestione del welfare monetario, quello che riguarda i vari assegni familiari, per l’assistenza e l’invalidità. Un insieme di misure ingessate, poco efficienti e perequative, che assorbono i quattro quinti della nostra spesa sociale.
COSA (NON) SI FA PER LA NON AUTOSUFFICIENZA
La forbice tra domanda di aiuti e risorse disponibili si allarga particolarmente per i non autosufficienti. Per loro oggi l’offerta di assistenza poggia essenzialmente su due colonne portanti.
Da una parte, la rete dei servizi domiciliari, residenziali e intermedi, che Regioni ed enti locali governano e producono. Per mantenere e sviluppare questa rete, ancora sotto-dotata rispetto a molti paesi europei, le Regioni dovranno sempre più attingere risorse dalla sanità e dal socio-sanitario, che presentano disponibilità ben maggiori del sociale. (2) Con il rischio di “sanitarizzare” l’assistenza, di spostarla verso le situazioni più gravi e di ridurne i contenuti più propriamente sociali, di accompagnamento, promozionali, preventivi, ambientali, di comunità.
Dall’altra, un’erogazione monetaria nata trent’anni fa e da allora mai migliorata, l’indennità di accompagnamento, insensibile alle condizioni economiche di chi la percepisce e priva di alcun vincolo di utilizzo, quindi votata a essere la fonte primaria del welfare fai-da-te, quello del mercato sommerso delle assistenti familiari.
Serve una vera ristrutturazione della spesa sociale: per riformare le erogazioni monetarie nazionali di tipo sociale, superandone i crescenti limiti; per rafforzare un sistema dei servizi penalizzato in Italia a favore dei trasferimenti economici; per qualificare in modo non episodico il lavoro privato di cura. Non c’è bisogno della bacchetta magica, serve una visione di sistema, l’intenzione di cambiare e la capacità di scegliere.
(1)Sui servizi per gli anziani cfr. Network Non Autosufficienza (a cura di), L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia. Secondo Rapporto, Maggioli Editore, 2010.
(2)I Fondi regionali per la non autosufficienza già oggi attingono risorse dalla sanità. L’Emilia Romagna per esempio ha stanziato 487 milioni di euro per il 2010 di cui 307 provengono dal Fondo sanitario regionale.
lavoce
per veder la tabella meglio andare direttamente sul sito
(edited)
di Sergio Pasquinelli 10.02.2011
I servizi sociali sono stati pesantemente penalizzati dai tagli di spesa. Ma nessuno ne parla. Persino sull'azzeramento del Fondo per la non autosufficienza, le reazioni sono state modeste anche da parte di sindacati, associazioni del terzo settore e comuni. Il governo punta a disimpegnarsi dal welfare dei servizi, mentre mantiene salda la gestione del welfare monetario, un insieme di misure poco efficienti, che assorbono gran parte della spesa sociale. Urgente una riforma complessiva della spesa e dei servizi sociali.
I servizi sociali sono stati pesantemente penalizzati dai tagli di spesa. Come fare a rispondere a bisogni crescenti con risorse che diminuiscono?Èuna domanda divenuta centrale per Regioni ed enti locali, soprattutto dove è netto il contrasto tra riduzioni in corso e bisogni in aumento, come nel caso degli anziani non autosufficienti.
IL SILENZIO DI TUTTI
Colpisce il silenzio che regna intorno a questi tagli. Rispetto ad altri ambiti di policy e anche ad altri paesi, la comunicazione pubblica sul welfare dei servizi è molto carente e frammentaria. Quello dei tagli di spesa sembra essere un tema troppo tecnico per essere affrontato dai media nazionali. Oppure talmente delicato da rinviare a questioni più generali da trattare in chiave politica. E ideologica. Non c'è stato un vero dibattito sui tagli possibili: in quale modo esercitarli, chi preservare dalle scelte più difficili, che cosa mantenere e che cosa sacrificare.
Persino ex post, sull’azzeramento del Fondo per la non autosufficienza, 400 milioni di euro che vengono a mancare da quest’anno, le reazioni sono state a dir poco modeste da parte di sindacati, associazioni del terzo settore e soprattutto rappresentanza dei comuni. Sono loro infatti che più di tutti pagheranno il taglio, perché prevalenti beneficiari di un fondo a destinazione sociale, che l’anno scorso ha rappresentato un quarto della loro spesa sociale per la terza età. (1)
I TAGLI
L’unico “successo” si è registrato per il non profit, con i fondi in parte ripristinati sul 5 per mille. Per il resto il panorama è desolante. A partire dal Fondo nazionale per le politiche sociali, un po’ il padre di tutti i fondi per il sociale, nato tre anni prima della legge 328/00 e quest’anno ridotto a 275 milioni di euro: erano più del triplo solo tre anni fa. E che dire del Fondo per la famiglia, passato dai 185 milioni dell’anno scorso a 51? Avrebbe dovuto dare le gambe al lungo elenco di propositi emerso nella Conferenza nazionale di Milano dell’8-10 novembre 2010: ora sappiamo che quelle intenzioni rimarranno in larga misura tali.
Principali fondi statali a carattere sociale (milioni di euro)
2008 2009 2010 2011
Fondo nazionale politiche sociali 929,3 583,9 453,3 275
Fondo politiche per la famiglia 346,5 186 185,3 52,5
Fondo per la non autosufficienza 300 400 400 0
Fondo per le politiche giovanili 137,4 79,8 94,1 32,9
Fondo servizi per l’infanzia-Piano Nidi 100 100 0 0
Fondo sociale per l’affitto 205,6 161,1 143,8 33,5
Fondo per il servizio civile 299,6 171,4 170,3 113
Fonte: A. Misiani, Finanziaria 2011: fine delle politiche sociali? e legge di stabilità 2011.
Cresce poi il numero dei fondi letteralmente svuotati: dopo il Piano straordinario per i nidi è toccato al Fondo per la non autosufficienza. Altri, come quello per gli affitti, sono ridotti a una cifra simbolica: giovani coppie e famiglie in crisi potranno sperare quasi soltanto negli aiuti che Regioni e comuni, in ordine molto sparso, hanno deciso di mantenere. Mentre le riduzioni sul servizio civile rischiano di mortificare un’esperienza il cui valore è riconosciuto a livello europeo. Nel complesso, se nel 2008 per i principali fondi sociali lo stanziamento superava i due miliardi di euro, quest’anno siamo a meno di un quarto (vedi tabella).
E le prestazioni monetarie? I tagli colpiscono la rete dei servizi, il livello territoriale. Prestazioni gestite a livello nazionale, preponderanti in termini di spesa, non sono state minimamente sfiorate da alcuna ipotesi di riforma. Valga per tutti l’esempio dell’indennità di accompagnamento: una misura granitica per cui verranno spesi quest’anno tredici miliardi di euro. Tutti i servizi sociali dei comuni italiani costano la metà di questa sola misura: 6,6 miliardi nel 2008 secondo l’Istat.
Il messaggio che il governo manda è esplicito: ci disimpegniamo dal welfare dei servizi, mentre manteniamo salda la gestione del welfare monetario, quello che riguarda i vari assegni familiari, per l’assistenza e l’invalidità. Un insieme di misure ingessate, poco efficienti e perequative, che assorbono i quattro quinti della nostra spesa sociale.
COSA (NON) SI FA PER LA NON AUTOSUFFICIENZA
La forbice tra domanda di aiuti e risorse disponibili si allarga particolarmente per i non autosufficienti. Per loro oggi l’offerta di assistenza poggia essenzialmente su due colonne portanti.
Da una parte, la rete dei servizi domiciliari, residenziali e intermedi, che Regioni ed enti locali governano e producono. Per mantenere e sviluppare questa rete, ancora sotto-dotata rispetto a molti paesi europei, le Regioni dovranno sempre più attingere risorse dalla sanità e dal socio-sanitario, che presentano disponibilità ben maggiori del sociale. (2) Con il rischio di “sanitarizzare” l’assistenza, di spostarla verso le situazioni più gravi e di ridurne i contenuti più propriamente sociali, di accompagnamento, promozionali, preventivi, ambientali, di comunità.
Dall’altra, un’erogazione monetaria nata trent’anni fa e da allora mai migliorata, l’indennità di accompagnamento, insensibile alle condizioni economiche di chi la percepisce e priva di alcun vincolo di utilizzo, quindi votata a essere la fonte primaria del welfare fai-da-te, quello del mercato sommerso delle assistenti familiari.
Serve una vera ristrutturazione della spesa sociale: per riformare le erogazioni monetarie nazionali di tipo sociale, superandone i crescenti limiti; per rafforzare un sistema dei servizi penalizzato in Italia a favore dei trasferimenti economici; per qualificare in modo non episodico il lavoro privato di cura. Non c’è bisogno della bacchetta magica, serve una visione di sistema, l’intenzione di cambiare e la capacità di scegliere.
(1)Sui servizi per gli anziani cfr. Network Non Autosufficienza (a cura di), L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia. Secondo Rapporto, Maggioli Editore, 2010.
(2)I Fondi regionali per la non autosufficienza già oggi attingono risorse dalla sanità. L’Emilia Romagna per esempio ha stanziato 487 milioni di euro per il 2010 di cui 307 provengono dal Fondo sanitario regionale.
lavoce
per veder la tabella meglio andare direttamente sul sito
(edited)
Raccolta firme: firmare per accorpare il referendum con le amministrative
Da quanto capisco si tratta di evitare che si spendano milioni per fare il referendum una data differente dalle amministrative con notevole spreco di soldi e risultati scontati..
NB:
quelli di sto sito però non li conosco..
Da quanto capisco si tratta di evitare che si spendano milioni per fare il referendum una data differente dalle amministrative con notevole spreco di soldi e risultati scontati..
NB:
quelli di sto sito però non li conosco..
se passa la legge dell'UE sul risanamento del debito pubblico sarà una gran cosa secondo me
ogni stato dovrà cominciare a razionare per forza le spese e l'Italia tirerà la cinghia finalmete, 45 mld l'anno per il risanamento !!!
W GERMANIA E FRANCIA !!!
ogni stato dovrà cominciare a razionare per forza le spese e l'Italia tirerà la cinghia finalmete, 45 mld l'anno per il risanamento !!!
W GERMANIA E FRANCIA !!!
analisi interessante
Ilfattoquotidiano.it intervista Aldo Giannuli, profondo conoscitore delle trame eversive in Italia e già collaboratore della Commissione stragi. Secondo lui il vero colpo di stato si produsse nel 1993 quando l'Italia abbandonò il sistema proporzionale.
La crisi mondiale? In principio era il delirio delle solite cassandre catastrofiste; poi in effetti qualcosa scricchiolava, ma solo per colpa di Al Qaeda e degli speculatori finanziari; quindi era già passata e l’Italia l’aveva superata meglio degli altri; poi però s’incazzano in medio oriente e la crisi ritorna di attualità. Eppure basta leggere “2012: la grande crisi”, l’ultimo libro-inchiesta di Aldo Giannuli, per rendersi conto che le cose non stanno e non sono andate proprio così. Ne abbiamo parlato con l’autore, i cui studi multi-disciplinari hanno affrontato svariati argomenti, dai servizi segreti alla controinformazione, dalla strategia della tensione alle stragi nazifasciste, dal costo del grano alle rivolte in medio oriente. Perché, come vedremo, oggi più che mai un battito d’ali di farfalla in Sudamerica può davvero diventare un uragano in Europa. Dunque, oggi più che mai, occorre non perdere di vista alcun battito d’ali di nessuna farfallina. Non solo ad Arcore, ma anche nel resto del mondo.
Professor Giannuli, con le grandi scadenze che da qui al 2012 rischiano di mandare in frantumi il sistema mondiale dell’economia, cosa può succedere all’Italia?
Di tutto e di più. Il rischio più grosso è indubbiamente se salta l’euro. A quel punto se la scelta ricadrà sui due euro, noi rischiamo davvero la secessione. È un rischio molto vicino, si badi bene. Detto questo, gli scenari sono molti. Anche perché la nostra politica estera schizofrenica, sempre per colpa di Berlusconi, alla lunga si può rivelare un boomerang. L’Italia negli ultimi anni si è alternata tra il ruolo di pasdaran dell’americanismo e quello di maggiore partner di Putin. E l’accordo con Gazpron è lì a dimostrarlo. Ma tenere il piede in due scarpe in un momento di instabilità può essere deleterio.
E per la questione eminentemente politica?
Vuole dire Berlusconi? Be’, Berlusconi in questi ultimi decenni ha in un certo senso tenuto insieme l’Italia. L’ha divisa, di fatto concorrendo a mantenere unita e in vita la sinistra. Ma dopo di lui cosa sarà? Saprà la sinistra andare avanti senza sgretolarsi? E cosa accadrà alla destra, la quale è divisa politicamente e geograficamente? Difficile prevederlo.
Che idea si è fatto di quel che avvenne nel ’93, ossia quando il berlusconismo da subcultura televisiva divenne una realtà politica?
Anche nel ’93, un po’ come oggi, lo scenario internazionale è stato predominante. Con il crollo del bipolarismo s’instaura il pensiero unico, il quale pretende omologazione. Ma la omologazione della nuova globalizzazione conosce un solo dogma: smantellare il sistema dei partiti e soprattutto il welfare state. Questo porta a un collasso e ciò favorisce, come sempre è accaduto in questi casi, la salita al potere degli avventurieri.
Dunque è stato un golpe.
Dobbiamo capirci sui termini. Nella storia d’Italia ci sono stati parecchi tentativi di colpo di stato. Ma se proprio dobbiamo dirla tutta, l’unico veramente riuscito è stato quello di Occhetto e Segni sul referendum del ’93. Liquidando il proporzionale produssero uno scollamento della costituzione, portandola verso un maggioritario spurio. Intendiamoci, non che Occhetto e Segni ne fossero consapevoli; ma siccome non sono delle aquile hanno favorito loro malgrado il golpe. Inoltre, non dimentichiamolo, in quegli anni il neoliberismo spingeva per i cambiamenti, in nome della modernizzazione. Così sia a livello internazionale che a casa nostra si creò un vuoto di rappresentanza. E per gli avventurieri fu un gioco da ragazzi infilarsi nella mischia.
Insomma, maggioritario e Berlusconi riprodussero in Italia un’altra divisione tipo Don Camillo e Peppone.
In un certo senso sì. E questo grazie al populismo, che poi significa imporre sempre un nuovo nemico. E dopo tangentopoli si dovevano trovare dei colpevoli per quel che era accaduto. Fu un’arma che Umberto Bossi non seppe sfruttare appieno e che invece Berlusconi utilizzò come rifugio per l’anti-politica e l’anti-partitocrazia. Tra l’altro con due risultati apparentemente contraddittori: da una parte fornire l’approdo a quel blocco moderato anti-comunista che mai e poi mai avrebbe votato per gli eredi del Pci; dall’altra permettere alla vecchia partitocrazia di riciclarsi.
E le bombe?
Le bombe del ‘93, il black out del ’94, tutto va studiato in base alla rottura di vecchi equilibri. Abbiamo detto che, senza più l’Unione Sovietica, i partiti e il welfare diventano ferri vecchi, dei costi che qualcuno non vuole più sostenere. Ma in Italia questa trasformazione assume anche altri connotati. Innanzi tutto il Sisde viene smantellato e questa è una novità. Poi sono arrestati parecchi funzionari dei servizi, un altro fatto nuovo. Il rischio di non riuscire più a controllare la situazione diviene concreto. A quel punto la mafia teme per la sua incolumità. Perché non avrebbe dovuto battere a suo modo un colpo?
Al fine di trovare nuovi canali di contatto…
Certo, perché a quel punto nessuno si sente più sicuro, gli schemi sono saltati. I Ros dei carabinieri si trovano in mezzo a un guado. Mori e Ciancimino non riescono più a garantire per le rispettive parti. Si voltano indietro, ma dietro non hanno più nessuno. È per questo che la mafia dapprima tiene un profilo basso, diciamo “pacifista”. Vuole capire cosa sta succedendo e così lancia, tramite Ciancimino, l’esca della trattativa. Ma poi il sistema crolla e con esso i vecchi referenti. L’instabilità politica ci mette del suo, impedendo che nuovi contatti si ricreino naturalmente. Non scordiamo che, nel giro di quattro anni, a palazzo Chigi si alternano prima Amato, poi Ciampi, poi Berlusconi, poi Dini; e in mezzo ci sono le bombe. Alla fine Mori porta a casa l’arresto di Totò Riina, di cui probabilmente Bernardo Provenzano sa qualcosa. Le bombe sono insomma un interludio, un riequilibrarsi di poteri; dopodiché ritorna la pax mafiosa.
Però i vecchi corleonesi, Provenzano compreso, vengono arrestati.
Perché la mafia oggi non è più Riina e Provenzano, ma Matteo Messina Denaro. Ma voi ve li immaginate ‘u Cùrtu e Binnu u tratturi che camminano per la City di Londra? Nel nostro tempo le mafie intervengono nelle guerre valutarie, prendono i dollari in America e li mettono nei titoli di stato giapponesi, che valgono di più; oppure investono in commodities, i cui sbalzi di prezzi possono avere effetti sull’offerta di grano, cacao, rame, petrolio, eccetera. E dal momento che oggi gli spazi d’azione sono enormi, la mafia, che dispone di ingenti capitali incontrollati, può mettere in difficoltà uno stato, può far vacillare una moneta. Per questo la nuova Cosa Nostra è Matteo Messina Denaro, che infatti t’aspetteresti di vedere a Londra o a Wall Street, e non Provenzano, che viceversa se ne stava a Corleone. Oggi la mafia è molto meno appariscente, meno evidente, ma gioca molto più in grande: dunque è più pericolosa.
Insomma si è globalizzata, nel senso più finanziario del termine.
La globalizzazione ha cambiato nel profondo anche la mafia, come ha fatto con tutto. Si può dire che dopo il mercato borsistico, dopo quello delle valute e delle materie prime, arriva la mafia. È un quarto incomodo pronto a inserirsi nella guerra per i soldi che si scatenerà nel 2012, quando il mondo si accorgerà che non c’è abbastanza liquidità in circolo per coprire i debiti di tutti. A quel punto penso che le mafie agiranno soprattutto nel mercato valutario. Ma a quel punto sarà la guerra di tutti contro tutti.
Giovanni Arrighi, in Il Lungo XX secolo, ha mostrato come nella storia dell’economia mondiale dopo un periodo trentennale di finanziarizzazione arrivano sempre trent’anni di guerra (la Guerra dei Trent’anni; le guerre napoleoniche; le due guerre mondiali). E dalla fine di Bretton Woods di anni ne sono passati quaranta.
E infatti chi vi dice che la guerra non sia già in atto? Probabilmente un nuovo modo di fare la guerra. Militare, ma anche non. Perché la globalizzazione porta a nuove forme di conflitto che investono l’economia, la società, la finanza; sempre per costringere qualcuno a piegarsi. Magari attraverso un attacco batteriologico, o informatico, o satellitare, o finanziario, o terroristico. L’importante è la forza che hanno queste di essere coercitive. Wikileaks cosa è dopotutto? Tuttavia sarà sempre più difficile sapere chi ci sta dietro. Ma non è detto che i cannoni non tornino a sparare. Per esempio in Africa, dove presumibilmente Cina e America, o chi per loro, compatteranno presto una guerra per il controllo delle risorse.
Intanto in Africa la crisi ha cominciato a riversarsi nelle piazze.
Era prevedibile. Anche perché la crisi non è stata curata. La Fed ha solo allargato i canali di finanziamento, immettendo dollari. Ciò ha prodotto un rincaro di tutte le materie prime, rendendo fragile il sistema. Il signoraggio, poi, esporta sempre inflazione. Così, quando la burrascosa estate russa ha di fatto espulso questo paese dall’esportazione di grano, aumentandone il prezzo, il Medio Oriente più di tutti ne ha subito l’impatto (l’Egitto è il maggiore importatore di grano al mondo, ndr). Pertanto la rivolta è stata una conseguenza naturale. Come l’aumento del prezzo del greggio. Adesso è lecito chiedersi: cosa succederà nei prossimi mesi? Probabilmente, per far fronte alla rivolta, i paesi del Maghreb compreranno grano. Ma proprio nei giorni scorsi anche la Cina si è detta intenzionata ad aumentare le scorte di grano. Mentre la Russia dovrà vendere più gas. Ciò però potrebbe portare a una crisi in Bolivia, influendo sul prezzo del rame. Questa è la globalizzazione. Un gioco di sponda che rischia di avere ricadute dove meno te l’aspetti.
Immanuel Wallerstain ha paragonato la globalizzazione a un’auto senza freni e senza sterzo che accelera di fronte al precipizio.
Possiamo anche dire che la globalizzazione è come un biliardo cui abbiano sostituito le sponde. Se una volta per fare un’ottavina ci voleva una determinata forza, ora ne basta molto meno per vedere la palla carambolare avanti e indietro all’infinito. E non è detto che qualcuno, in futuro, non si prenda una biglia in faccia. Ma la domanda che dobbiamo farci è un’altra. Siamo in grado di governare il gioco? E cosa accadrà adesso? Fino ad oggi ci siamo limitati a cure sintomatologiche, come se la crisi fosse una febbre passeggera. Nessuno si è preoccupato di capire cosa fosse realmente successo. Ecco perché, dopo il pasticcio dei subprime, tutto è tornato come prima: le banche, i bonus ai manager, le ricette economiche. Per questo dico che oggi i nemici dell’economia mondiale sono il dollaro, le banche e i manager. Perché è come se si chiedesse al mondo di pagare i costi di un Impero, quello americano, che però non è più in grado di garantire la stabilità al sistema internazionale. E nel frattempo c’è chi si arricchisce.
Ma perché non si è voluto vedere la crisi (che pure era stata abbondantemente prevista)?
Il problema è l’ideologia… Un pensiero unico che non incontra ostacoli è pericoloso, perché finisce per negare l’evidenza. Forse la vittoria contro l’est sovietico, che pure si meritava di perdere, non gli ha permesso di capire che i problemi non erano risolti. Che di nuovi ne sarebbero arrivati. Ma d’altronde tutti i paradigmi nascono come eresie e muoiono come dogmi. Così il liberalismo.
Ci possiamo ancora salvare?
Certo, ma bisogna tornare alle eresie. E alla politica. Occorre cercare di pensare in maniera trasversale, multidisciplinare. E in questo senso la Storia è per sua natura multidisciplinare. Dunque spetta agli storici questa sorta di missione. Perché la globalizzazione necessita di nuovi strumenti metodologici. Di ridiscutere i paradigmi. Insomma, per uscire dal guado bisogna leggere tutto con nuove lenti, passare dal microscopio al telescopio, capire che ogni effetto non è una somma di cause, ma può essere molto di più e molto di meno. La storia, d’ora in poi, deve imparare a ragionare così.
Ilfattoquotidiano.it intervista Aldo Giannuli, profondo conoscitore delle trame eversive in Italia e già collaboratore della Commissione stragi. Secondo lui il vero colpo di stato si produsse nel 1993 quando l'Italia abbandonò il sistema proporzionale.
La crisi mondiale? In principio era il delirio delle solite cassandre catastrofiste; poi in effetti qualcosa scricchiolava, ma solo per colpa di Al Qaeda e degli speculatori finanziari; quindi era già passata e l’Italia l’aveva superata meglio degli altri; poi però s’incazzano in medio oriente e la crisi ritorna di attualità. Eppure basta leggere “2012: la grande crisi”, l’ultimo libro-inchiesta di Aldo Giannuli, per rendersi conto che le cose non stanno e non sono andate proprio così. Ne abbiamo parlato con l’autore, i cui studi multi-disciplinari hanno affrontato svariati argomenti, dai servizi segreti alla controinformazione, dalla strategia della tensione alle stragi nazifasciste, dal costo del grano alle rivolte in medio oriente. Perché, come vedremo, oggi più che mai un battito d’ali di farfalla in Sudamerica può davvero diventare un uragano in Europa. Dunque, oggi più che mai, occorre non perdere di vista alcun battito d’ali di nessuna farfallina. Non solo ad Arcore, ma anche nel resto del mondo.
Professor Giannuli, con le grandi scadenze che da qui al 2012 rischiano di mandare in frantumi il sistema mondiale dell’economia, cosa può succedere all’Italia?
Di tutto e di più. Il rischio più grosso è indubbiamente se salta l’euro. A quel punto se la scelta ricadrà sui due euro, noi rischiamo davvero la secessione. È un rischio molto vicino, si badi bene. Detto questo, gli scenari sono molti. Anche perché la nostra politica estera schizofrenica, sempre per colpa di Berlusconi, alla lunga si può rivelare un boomerang. L’Italia negli ultimi anni si è alternata tra il ruolo di pasdaran dell’americanismo e quello di maggiore partner di Putin. E l’accordo con Gazpron è lì a dimostrarlo. Ma tenere il piede in due scarpe in un momento di instabilità può essere deleterio.
E per la questione eminentemente politica?
Vuole dire Berlusconi? Be’, Berlusconi in questi ultimi decenni ha in un certo senso tenuto insieme l’Italia. L’ha divisa, di fatto concorrendo a mantenere unita e in vita la sinistra. Ma dopo di lui cosa sarà? Saprà la sinistra andare avanti senza sgretolarsi? E cosa accadrà alla destra, la quale è divisa politicamente e geograficamente? Difficile prevederlo.
Che idea si è fatto di quel che avvenne nel ’93, ossia quando il berlusconismo da subcultura televisiva divenne una realtà politica?
Anche nel ’93, un po’ come oggi, lo scenario internazionale è stato predominante. Con il crollo del bipolarismo s’instaura il pensiero unico, il quale pretende omologazione. Ma la omologazione della nuova globalizzazione conosce un solo dogma: smantellare il sistema dei partiti e soprattutto il welfare state. Questo porta a un collasso e ciò favorisce, come sempre è accaduto in questi casi, la salita al potere degli avventurieri.
Dunque è stato un golpe.
Dobbiamo capirci sui termini. Nella storia d’Italia ci sono stati parecchi tentativi di colpo di stato. Ma se proprio dobbiamo dirla tutta, l’unico veramente riuscito è stato quello di Occhetto e Segni sul referendum del ’93. Liquidando il proporzionale produssero uno scollamento della costituzione, portandola verso un maggioritario spurio. Intendiamoci, non che Occhetto e Segni ne fossero consapevoli; ma siccome non sono delle aquile hanno favorito loro malgrado il golpe. Inoltre, non dimentichiamolo, in quegli anni il neoliberismo spingeva per i cambiamenti, in nome della modernizzazione. Così sia a livello internazionale che a casa nostra si creò un vuoto di rappresentanza. E per gli avventurieri fu un gioco da ragazzi infilarsi nella mischia.
Insomma, maggioritario e Berlusconi riprodussero in Italia un’altra divisione tipo Don Camillo e Peppone.
In un certo senso sì. E questo grazie al populismo, che poi significa imporre sempre un nuovo nemico. E dopo tangentopoli si dovevano trovare dei colpevoli per quel che era accaduto. Fu un’arma che Umberto Bossi non seppe sfruttare appieno e che invece Berlusconi utilizzò come rifugio per l’anti-politica e l’anti-partitocrazia. Tra l’altro con due risultati apparentemente contraddittori: da una parte fornire l’approdo a quel blocco moderato anti-comunista che mai e poi mai avrebbe votato per gli eredi del Pci; dall’altra permettere alla vecchia partitocrazia di riciclarsi.
E le bombe?
Le bombe del ‘93, il black out del ’94, tutto va studiato in base alla rottura di vecchi equilibri. Abbiamo detto che, senza più l’Unione Sovietica, i partiti e il welfare diventano ferri vecchi, dei costi che qualcuno non vuole più sostenere. Ma in Italia questa trasformazione assume anche altri connotati. Innanzi tutto il Sisde viene smantellato e questa è una novità. Poi sono arrestati parecchi funzionari dei servizi, un altro fatto nuovo. Il rischio di non riuscire più a controllare la situazione diviene concreto. A quel punto la mafia teme per la sua incolumità. Perché non avrebbe dovuto battere a suo modo un colpo?
Al fine di trovare nuovi canali di contatto…
Certo, perché a quel punto nessuno si sente più sicuro, gli schemi sono saltati. I Ros dei carabinieri si trovano in mezzo a un guado. Mori e Ciancimino non riescono più a garantire per le rispettive parti. Si voltano indietro, ma dietro non hanno più nessuno. È per questo che la mafia dapprima tiene un profilo basso, diciamo “pacifista”. Vuole capire cosa sta succedendo e così lancia, tramite Ciancimino, l’esca della trattativa. Ma poi il sistema crolla e con esso i vecchi referenti. L’instabilità politica ci mette del suo, impedendo che nuovi contatti si ricreino naturalmente. Non scordiamo che, nel giro di quattro anni, a palazzo Chigi si alternano prima Amato, poi Ciampi, poi Berlusconi, poi Dini; e in mezzo ci sono le bombe. Alla fine Mori porta a casa l’arresto di Totò Riina, di cui probabilmente Bernardo Provenzano sa qualcosa. Le bombe sono insomma un interludio, un riequilibrarsi di poteri; dopodiché ritorna la pax mafiosa.
Però i vecchi corleonesi, Provenzano compreso, vengono arrestati.
Perché la mafia oggi non è più Riina e Provenzano, ma Matteo Messina Denaro. Ma voi ve li immaginate ‘u Cùrtu e Binnu u tratturi che camminano per la City di Londra? Nel nostro tempo le mafie intervengono nelle guerre valutarie, prendono i dollari in America e li mettono nei titoli di stato giapponesi, che valgono di più; oppure investono in commodities, i cui sbalzi di prezzi possono avere effetti sull’offerta di grano, cacao, rame, petrolio, eccetera. E dal momento che oggi gli spazi d’azione sono enormi, la mafia, che dispone di ingenti capitali incontrollati, può mettere in difficoltà uno stato, può far vacillare una moneta. Per questo la nuova Cosa Nostra è Matteo Messina Denaro, che infatti t’aspetteresti di vedere a Londra o a Wall Street, e non Provenzano, che viceversa se ne stava a Corleone. Oggi la mafia è molto meno appariscente, meno evidente, ma gioca molto più in grande: dunque è più pericolosa.
Insomma si è globalizzata, nel senso più finanziario del termine.
La globalizzazione ha cambiato nel profondo anche la mafia, come ha fatto con tutto. Si può dire che dopo il mercato borsistico, dopo quello delle valute e delle materie prime, arriva la mafia. È un quarto incomodo pronto a inserirsi nella guerra per i soldi che si scatenerà nel 2012, quando il mondo si accorgerà che non c’è abbastanza liquidità in circolo per coprire i debiti di tutti. A quel punto penso che le mafie agiranno soprattutto nel mercato valutario. Ma a quel punto sarà la guerra di tutti contro tutti.
Giovanni Arrighi, in Il Lungo XX secolo, ha mostrato come nella storia dell’economia mondiale dopo un periodo trentennale di finanziarizzazione arrivano sempre trent’anni di guerra (la Guerra dei Trent’anni; le guerre napoleoniche; le due guerre mondiali). E dalla fine di Bretton Woods di anni ne sono passati quaranta.
E infatti chi vi dice che la guerra non sia già in atto? Probabilmente un nuovo modo di fare la guerra. Militare, ma anche non. Perché la globalizzazione porta a nuove forme di conflitto che investono l’economia, la società, la finanza; sempre per costringere qualcuno a piegarsi. Magari attraverso un attacco batteriologico, o informatico, o satellitare, o finanziario, o terroristico. L’importante è la forza che hanno queste di essere coercitive. Wikileaks cosa è dopotutto? Tuttavia sarà sempre più difficile sapere chi ci sta dietro. Ma non è detto che i cannoni non tornino a sparare. Per esempio in Africa, dove presumibilmente Cina e America, o chi per loro, compatteranno presto una guerra per il controllo delle risorse.
Intanto in Africa la crisi ha cominciato a riversarsi nelle piazze.
Era prevedibile. Anche perché la crisi non è stata curata. La Fed ha solo allargato i canali di finanziamento, immettendo dollari. Ciò ha prodotto un rincaro di tutte le materie prime, rendendo fragile il sistema. Il signoraggio, poi, esporta sempre inflazione. Così, quando la burrascosa estate russa ha di fatto espulso questo paese dall’esportazione di grano, aumentandone il prezzo, il Medio Oriente più di tutti ne ha subito l’impatto (l’Egitto è il maggiore importatore di grano al mondo, ndr). Pertanto la rivolta è stata una conseguenza naturale. Come l’aumento del prezzo del greggio. Adesso è lecito chiedersi: cosa succederà nei prossimi mesi? Probabilmente, per far fronte alla rivolta, i paesi del Maghreb compreranno grano. Ma proprio nei giorni scorsi anche la Cina si è detta intenzionata ad aumentare le scorte di grano. Mentre la Russia dovrà vendere più gas. Ciò però potrebbe portare a una crisi in Bolivia, influendo sul prezzo del rame. Questa è la globalizzazione. Un gioco di sponda che rischia di avere ricadute dove meno te l’aspetti.
Immanuel Wallerstain ha paragonato la globalizzazione a un’auto senza freni e senza sterzo che accelera di fronte al precipizio.
Possiamo anche dire che la globalizzazione è come un biliardo cui abbiano sostituito le sponde. Se una volta per fare un’ottavina ci voleva una determinata forza, ora ne basta molto meno per vedere la palla carambolare avanti e indietro all’infinito. E non è detto che qualcuno, in futuro, non si prenda una biglia in faccia. Ma la domanda che dobbiamo farci è un’altra. Siamo in grado di governare il gioco? E cosa accadrà adesso? Fino ad oggi ci siamo limitati a cure sintomatologiche, come se la crisi fosse una febbre passeggera. Nessuno si è preoccupato di capire cosa fosse realmente successo. Ecco perché, dopo il pasticcio dei subprime, tutto è tornato come prima: le banche, i bonus ai manager, le ricette economiche. Per questo dico che oggi i nemici dell’economia mondiale sono il dollaro, le banche e i manager. Perché è come se si chiedesse al mondo di pagare i costi di un Impero, quello americano, che però non è più in grado di garantire la stabilità al sistema internazionale. E nel frattempo c’è chi si arricchisce.
Ma perché non si è voluto vedere la crisi (che pure era stata abbondantemente prevista)?
Il problema è l’ideologia… Un pensiero unico che non incontra ostacoli è pericoloso, perché finisce per negare l’evidenza. Forse la vittoria contro l’est sovietico, che pure si meritava di perdere, non gli ha permesso di capire che i problemi non erano risolti. Che di nuovi ne sarebbero arrivati. Ma d’altronde tutti i paradigmi nascono come eresie e muoiono come dogmi. Così il liberalismo.
Ci possiamo ancora salvare?
Certo, ma bisogna tornare alle eresie. E alla politica. Occorre cercare di pensare in maniera trasversale, multidisciplinare. E in questo senso la Storia è per sua natura multidisciplinare. Dunque spetta agli storici questa sorta di missione. Perché la globalizzazione necessita di nuovi strumenti metodologici. Di ridiscutere i paradigmi. Insomma, per uscire dal guado bisogna leggere tutto con nuove lenti, passare dal microscopio al telescopio, capire che ogni effetto non è una somma di cause, ma può essere molto di più e molto di meno. La storia, d’ora in poi, deve imparare a ragionare così.
io ho trovato molto interessante questo (da il fatto quotidiano):
I sondaggi silenziosi di Pagnoncelli e Diamanti
Sto leggendo i dati di due rilevazioni:
Ipsos (Nando Pagnoncelli), realizzato il 7 febbraio e reso pubblico durante il consueto appuntamento settimanale di Ballarò;
Demos (Ilvo Diamanti), realizzato tra il 9 e l’11 febbraio e pubblicato ieri da Repubblica;
Sono dati per certi versi incredibili, soprattutto dopo settimane in cui i media (e anche alcuni sondaggi) hanno continuato a ribadire che “il bunga bunga non sposta un voto”. Floris, durante l’ultimo appuntamento con il suo talk show su Rai 3, aveva parlato di un sondaggio particolarmente clamoroso, e non a torto. A quei dati, che sono sempre da interpretare sulla base di un trend temporale e mai sul dato crudo, si aggiunge un’altra rilevazione, anch’essa effettuata sistematicamente dall’istituto Demos, che non si discosta di molto dalle rilevazioni di Ipsos. Questi due sondaggi disegnano una nuova conformazione dell’opinione pubblica italiana. Incrociando i dati, provo a illustrare quali sono le principali interpretazioni che i rilevamenti autorizzano a portare alla vostra attenzione;
- Il Pdl è sotto il 30%. Circa tre italiani su quattro non intendono votare Berlusconi;
- La coalizione di centro-sinistra vince con qualsiasi configurazione e con qualunque candidato leader tra quelli “chiacchierati” in questi mesi. Anche se con differenti sfumature, a due o a tre poli, con Bersani, Casini o Vendola, il centro-destra perde sempre. L’unica eccezione a questa regola, per altro inverosimile, è che il Pd rompa con Vendola e Di Pietro e che questi ultimi vadano da soli, tra l’altro ottenendo un’incredibile risultato elettorale almeno stando alle rilevazioni di Diamanti (28%, solo due punti in meno della somma di Pd + Terzo polo. Vendola supererebbe così il 20%);
- L’ipotesi di “tutti contro Berlusconi”, almeno per ora, porta a una coalizione che veleggia oltre il 50%. L’ipotesi “tattica” dell’alleanza anti-berlusconiana sembra dunque quella più blindata, ovviamente a condizione che si riesca a tenere insieme le forze politiche da Vendola a Fini e al netto di una campagna elettorale che, con questa configurazione, sarebbe molto facile per Berlusconi;
- Nell’ipotesi a due poli, Bersani avrebbe un +10% nei confronti di Berlusconi; Casini addirittura un +12%. A tre poli, Bersani avrebbe un +4% (con Casini candidato al 19%) e Vendola sarebbe avanti di un punto rispetto al premier (con Casini al 21%), un dato che fece indignare Sacconi durante la diretta di Ballarò di martedì;
- L’unico assetto premiante per il Pd è in compagnia di Sel e Idv. Nelle due ipotesi alternative (grande coalizione o in alleanza con il solo terzo polo), il Partito Democratico subirebbe un’emorragia di voti, nel primo caso verso destra, nel secondo verso sinistra. Nella migliore delle ipotesi, facendo la media delle due rilevazioni, il Pd si assesta attorno al 25% e dunque continua a calare con la stessa velocità del Pdl;
- Isoliamo i trend delle forze politiche nell’intervallo temporale compreso tra le politiche 2008 e febbraio 2011, circa tre anni di storia politica italiana. Pdl: – 10%; Pd: -9%; Lega: +3,5%; Udc: +1,5%; Idv: +1,5%; Sel: +5% rispetto alla Sinistra Arcobaleno, somma di Sel + Fds. A questi vanno aggiunte le forze politiche non in lizza nelle ultime politiche: Fli, che vanta un 5% abbondante, e il Movimento 5 Stelle che viaggia intorno al 3%.
- Il primo effetto del calo dei partiti principali è che Pdl + Pd sono intorno al 50%: il bipartitismo all’italiana è dunque definitivamente fallito;
- Il 52% degli italiani pensa che Berlusconi è colpevole e non sarà condannato, il 59% che il premier continuerà a governare. Emerge un atteggiamento quasi arrendista dell’opinione pubblica, parzialmente compensato dal fatto che il 26% degli intervistati si dichiara pronto a manifestare continuativamente contro il Governo (dato Demos);
- La fiducia degli italiani nei confronti di Silvio Berlusconi è al 30,4% (-4,6% in un mese). Sette italiani su dieci non si fidano più del premier. Nel frattempo Tremonti cresce di quasi 8 punti (50,4%, primo posto in assoluto, fatto salvo l’80% abbondante di Napolitano); Vendola di 7% (48,8%, secondo); Casini di quasi 5 punti (40,2%); Bersani di quasi 4 punti (39,2%). Persino Fini cresce di ben 6 punti, posizionandosi al 35,3%. In sintesi, cresce la fiducia in tutta la classe politica italiana (a sorpresa), eccezion fatta per Silvio Berlusconi.
Perché ho messo insieme tutti questi dati? Per una semplice ragione: sono profondamente sorpreso che nessuno, a sinistra o al centro, ne abbia parlato.
Nessuno ha detto esplicitamente, dati alla mano, che andando a votare Berlusconi perderebbe. Questo, in verità, si era intuito, ma è sempre bello dirlo ad alta voce, per galvanizzare gli elettori di sinistra e demotivare ulteriormente quelli di centro-destra;
Nessuno ha detto che Berlusconi ha perso circa tre milioni di voti in due anni e mezzo e che la storia della legittimazione popolare non regge, dato che tre quarti del Paese non lo votano;
Ma soprattutto, nessuno ha detto che la fiducia e il consenso personale di Berlusconi non è mai stato così basso nella storia recente dell’Italia. Nessuno sbatte quel 30% in prima pagina e il premier continuerà a confondere l’elettorato parlando di dati che non esistono, di sostegno popolare senza pari nel mondo occidentale.
So bene che fare la guerra dei sondaggi è poco elegante, ma anche fare la parte dei fessi lo è.
I sondaggi silenziosi di Pagnoncelli e Diamanti
Sto leggendo i dati di due rilevazioni:
Ipsos (Nando Pagnoncelli), realizzato il 7 febbraio e reso pubblico durante il consueto appuntamento settimanale di Ballarò;
Demos (Ilvo Diamanti), realizzato tra il 9 e l’11 febbraio e pubblicato ieri da Repubblica;
Sono dati per certi versi incredibili, soprattutto dopo settimane in cui i media (e anche alcuni sondaggi) hanno continuato a ribadire che “il bunga bunga non sposta un voto”. Floris, durante l’ultimo appuntamento con il suo talk show su Rai 3, aveva parlato di un sondaggio particolarmente clamoroso, e non a torto. A quei dati, che sono sempre da interpretare sulla base di un trend temporale e mai sul dato crudo, si aggiunge un’altra rilevazione, anch’essa effettuata sistematicamente dall’istituto Demos, che non si discosta di molto dalle rilevazioni di Ipsos. Questi due sondaggi disegnano una nuova conformazione dell’opinione pubblica italiana. Incrociando i dati, provo a illustrare quali sono le principali interpretazioni che i rilevamenti autorizzano a portare alla vostra attenzione;
- Il Pdl è sotto il 30%. Circa tre italiani su quattro non intendono votare Berlusconi;
- La coalizione di centro-sinistra vince con qualsiasi configurazione e con qualunque candidato leader tra quelli “chiacchierati” in questi mesi. Anche se con differenti sfumature, a due o a tre poli, con Bersani, Casini o Vendola, il centro-destra perde sempre. L’unica eccezione a questa regola, per altro inverosimile, è che il Pd rompa con Vendola e Di Pietro e che questi ultimi vadano da soli, tra l’altro ottenendo un’incredibile risultato elettorale almeno stando alle rilevazioni di Diamanti (28%, solo due punti in meno della somma di Pd + Terzo polo. Vendola supererebbe così il 20%);
- L’ipotesi di “tutti contro Berlusconi”, almeno per ora, porta a una coalizione che veleggia oltre il 50%. L’ipotesi “tattica” dell’alleanza anti-berlusconiana sembra dunque quella più blindata, ovviamente a condizione che si riesca a tenere insieme le forze politiche da Vendola a Fini e al netto di una campagna elettorale che, con questa configurazione, sarebbe molto facile per Berlusconi;
- Nell’ipotesi a due poli, Bersani avrebbe un +10% nei confronti di Berlusconi; Casini addirittura un +12%. A tre poli, Bersani avrebbe un +4% (con Casini candidato al 19%) e Vendola sarebbe avanti di un punto rispetto al premier (con Casini al 21%), un dato che fece indignare Sacconi durante la diretta di Ballarò di martedì;
- L’unico assetto premiante per il Pd è in compagnia di Sel e Idv. Nelle due ipotesi alternative (grande coalizione o in alleanza con il solo terzo polo), il Partito Democratico subirebbe un’emorragia di voti, nel primo caso verso destra, nel secondo verso sinistra. Nella migliore delle ipotesi, facendo la media delle due rilevazioni, il Pd si assesta attorno al 25% e dunque continua a calare con la stessa velocità del Pdl;
- Isoliamo i trend delle forze politiche nell’intervallo temporale compreso tra le politiche 2008 e febbraio 2011, circa tre anni di storia politica italiana. Pdl: – 10%; Pd: -9%; Lega: +3,5%; Udc: +1,5%; Idv: +1,5%; Sel: +5% rispetto alla Sinistra Arcobaleno, somma di Sel + Fds. A questi vanno aggiunte le forze politiche non in lizza nelle ultime politiche: Fli, che vanta un 5% abbondante, e il Movimento 5 Stelle che viaggia intorno al 3%.
- Il primo effetto del calo dei partiti principali è che Pdl + Pd sono intorno al 50%: il bipartitismo all’italiana è dunque definitivamente fallito;
- Il 52% degli italiani pensa che Berlusconi è colpevole e non sarà condannato, il 59% che il premier continuerà a governare. Emerge un atteggiamento quasi arrendista dell’opinione pubblica, parzialmente compensato dal fatto che il 26% degli intervistati si dichiara pronto a manifestare continuativamente contro il Governo (dato Demos);
- La fiducia degli italiani nei confronti di Silvio Berlusconi è al 30,4% (-4,6% in un mese). Sette italiani su dieci non si fidano più del premier. Nel frattempo Tremonti cresce di quasi 8 punti (50,4%, primo posto in assoluto, fatto salvo l’80% abbondante di Napolitano); Vendola di 7% (48,8%, secondo); Casini di quasi 5 punti (40,2%); Bersani di quasi 4 punti (39,2%). Persino Fini cresce di ben 6 punti, posizionandosi al 35,3%. In sintesi, cresce la fiducia in tutta la classe politica italiana (a sorpresa), eccezion fatta per Silvio Berlusconi.
Perché ho messo insieme tutti questi dati? Per una semplice ragione: sono profondamente sorpreso che nessuno, a sinistra o al centro, ne abbia parlato.
Nessuno ha detto esplicitamente, dati alla mano, che andando a votare Berlusconi perderebbe. Questo, in verità, si era intuito, ma è sempre bello dirlo ad alta voce, per galvanizzare gli elettori di sinistra e demotivare ulteriormente quelli di centro-destra;
Nessuno ha detto che Berlusconi ha perso circa tre milioni di voti in due anni e mezzo e che la storia della legittimazione popolare non regge, dato che tre quarti del Paese non lo votano;
Ma soprattutto, nessuno ha detto che la fiducia e il consenso personale di Berlusconi non è mai stato così basso nella storia recente dell’Italia. Nessuno sbatte quel 30% in prima pagina e il premier continuerà a confondere l’elettorato parlando di dati che non esistono, di sostegno popolare senza pari nel mondo occidentale.
So bene che fare la guerra dei sondaggi è poco elegante, ma anche fare la parte dei fessi lo è.
i sondaggi sono utili sempre ma non sempre tengono conto della nebulosa elettorale...nei 2 mesi di campagna le cose sono sempre soggette a cambiamenti radicali come accadde nel periodo febbraio-marzo 2006
i sondaggi a dicembre davano l'unione a quasi 10 punti di vantaggio sul centrodestra (governo uscente) e poi sappiamo tutti come andò a finire (poche migliaia di voti di scarto e pochi seggi in più al senato)
una cosa è certa...i dati dimostrano che l'italia non è un paese per il maggioritario bipartitico e anche bipolare e dovremmo presto uscire da questa ottusa mentalità che tiene fuori dal parlamento forze fino all'8% al senato (paradossalmente 2 milioni di persone potrebbero non essere rappresentate) in nome di una governabilità di "facciata"
negli USA il sistema prevede (ed impone) che il capo di stato e del governo operi anche senza una maggioranza che lo appoggi...in italia pur dovendola avere per forza non sempre è possibile governare, se governare sottintende occuparsi spesso e volentieri di problemi individuali di membri del governo e non di problemi generali del Paese.
i sondaggi a dicembre davano l'unione a quasi 10 punti di vantaggio sul centrodestra (governo uscente) e poi sappiamo tutti come andò a finire (poche migliaia di voti di scarto e pochi seggi in più al senato)
una cosa è certa...i dati dimostrano che l'italia non è un paese per il maggioritario bipartitico e anche bipolare e dovremmo presto uscire da questa ottusa mentalità che tiene fuori dal parlamento forze fino all'8% al senato (paradossalmente 2 milioni di persone potrebbero non essere rappresentate) in nome di una governabilità di "facciata"
negli USA il sistema prevede (ed impone) che il capo di stato e del governo operi anche senza una maggioranza che lo appoggi...in italia pur dovendola avere per forza non sempre è possibile governare, se governare sottintende occuparsi spesso e volentieri di problemi individuali di membri del governo e non di problemi generali del Paese.
una cosa è certa...i dati dimostrano che l'italia non è un paese per il maggioritario bipartitico e anche bipolare e dovremmo presto uscire da questa ottusa mentalità che tiene fuori dal parlamento forze fino all'8% al senato (paradossalmente 2 milioni di persone potrebbero non essere rappresentate) in nome di una governabilità di "facciata"
quoto. rivoglio il proporzionale. e voglio vedere chi oggi ha il coraggio di dire che col maggioritario di garantisce una maggiore azione di governo...
quoto. rivoglio il proporzionale. e voglio vedere chi oggi ha il coraggio di dire che col maggioritario di garantisce una maggiore azione di governo...