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Subject: [POLITICA]
http://www.quotidianamente.net/cronaca/fatti-dallitalia/dal-pdl-a-fli-muro-trasversale-contro-la-norma-2727.html
La casta? La lobby degli avvocati? Così la pensa il sottosegretario all’Ambiente, Gianpiero Catone: «Come auspicava Giorgio Almirante è giusto e logico che le corporazioni tutelino i propri interessi…» . Per tutelare i propri interessi la «casta» degli 87 deputati e dei 47 senatori forensi è riuscita a stoppare sul nascere un emendamento alla manovra che puntava a liberalizzare le professioni. Al grido di battaglia «chi tocca gli Ordini muore, fosse pure Tremonti in persona…», gli onorevoli civilisti e penalisti del Pdl hanno alzato le barricate e fatto tremare la maggioranza. Finché, a sera, la norma è stata neutralizzata. Alla Camera sono partite due raccolte di firme e i campioni del liberalismo economico hanno fatto a gara per apporvi il loro nome. «Ho firmato per primo — rivendica Maurizio Paniz, titolare e fondatore dell’omonimo e prestigioso studio bellunese —. Quella norma era sbagliata» . Di Pietro accusa la casta di anteporre i propri interessi a quelli dei cittadini. E Paniz: «La casta? Non so se si rende conto di cosa voglia dire aprire la professione a tutti i laureati in legge senza averne valutato le capacità» . Porte ben chiuse dunque, esame di Stato e Ordine non si toccano. Niccolò Ghedini, avvocato del premier, ricorda che sull’abolizione degli Ordini l’articolo 41 della Costituzione parla chiaro: «L’emendamento era incompatibile con il nostro ordinamento. Detto questo io sono sul mercato, per me che ci sia o no l’Ordine degli avvocati è indifferente». Elio Belcastro, Noi Sud, era stato ancora più tranchant: «Io la manovra non la voto» . È rivolta. Gli onorevoli Mancuso, Marsilio, Rampelli, Ghiglia e Barani del Pdl esprimono «forte preoccupazione» e bussano a quattrini: «La liberalizzazione comporterebbe la distruzione del sistema di cassa degli Ordini…» . Terrore bipartisan, condiviso da Pierluigi Mantini dell’Udc: «No al colpo di spugna» . Nino Lo Presti, Fli: «Finte liberalizzazioni devastanti» . La protesta è appassionata e «non irragionevole» , la appoggia il ministro (avvocato) Ignazio La Russa. Emma Marcegaglia si scaglia contro «i deputati che difendono i privilegi» e Antonino Caruso, senatore del Pdl, replica duro: «Un emendamento inquietante che trasforma gli avvocati in dipendenti degli industriali» . Per il senatore del Pd Luigi Zanda, che però non esercita la professione, «la concorrenza deve essere piena» . Intanto alla Camera anche Roberto Cassinelli, amministrativista del Pdl, si dà da fare: «Ho raccolto una ventina di firme e le ho consegnate al capogruppo. I nomi? Vitali, Scelli, Pittelli, Frassinetti, Abrignani, Berruti, Costa, Formichella, Lisi, Sisto…» . Ma lei, Cassinelli, non era un liberale? «Liberale convinto! Ma se proprio dobbiamo privatizzare cominciamo da energia e finanza» . Ma sì, che comincino gli altri. Che si apra una riflessione, si avvii un supplemento d’indagine. Come dice Annagrazia Calabria, la più giovane tra gli onorevoli avvocati del Pdl, prima di abolire gli Ordini bisogna «discuterne con le categorie» …
La casta? La lobby degli avvocati? Così la pensa il sottosegretario all’Ambiente, Gianpiero Catone: «Come auspicava Giorgio Almirante è giusto e logico che le corporazioni tutelino i propri interessi…» . Per tutelare i propri interessi la «casta» degli 87 deputati e dei 47 senatori forensi è riuscita a stoppare sul nascere un emendamento alla manovra che puntava a liberalizzare le professioni. Al grido di battaglia «chi tocca gli Ordini muore, fosse pure Tremonti in persona…», gli onorevoli civilisti e penalisti del Pdl hanno alzato le barricate e fatto tremare la maggioranza. Finché, a sera, la norma è stata neutralizzata. Alla Camera sono partite due raccolte di firme e i campioni del liberalismo economico hanno fatto a gara per apporvi il loro nome. «Ho firmato per primo — rivendica Maurizio Paniz, titolare e fondatore dell’omonimo e prestigioso studio bellunese —. Quella norma era sbagliata» . Di Pietro accusa la casta di anteporre i propri interessi a quelli dei cittadini. E Paniz: «La casta? Non so se si rende conto di cosa voglia dire aprire la professione a tutti i laureati in legge senza averne valutato le capacità» . Porte ben chiuse dunque, esame di Stato e Ordine non si toccano. Niccolò Ghedini, avvocato del premier, ricorda che sull’abolizione degli Ordini l’articolo 41 della Costituzione parla chiaro: «L’emendamento era incompatibile con il nostro ordinamento. Detto questo io sono sul mercato, per me che ci sia o no l’Ordine degli avvocati è indifferente». Elio Belcastro, Noi Sud, era stato ancora più tranchant: «Io la manovra non la voto» . È rivolta. Gli onorevoli Mancuso, Marsilio, Rampelli, Ghiglia e Barani del Pdl esprimono «forte preoccupazione» e bussano a quattrini: «La liberalizzazione comporterebbe la distruzione del sistema di cassa degli Ordini…» . Terrore bipartisan, condiviso da Pierluigi Mantini dell’Udc: «No al colpo di spugna» . Nino Lo Presti, Fli: «Finte liberalizzazioni devastanti» . La protesta è appassionata e «non irragionevole» , la appoggia il ministro (avvocato) Ignazio La Russa. Emma Marcegaglia si scaglia contro «i deputati che difendono i privilegi» e Antonino Caruso, senatore del Pdl, replica duro: «Un emendamento inquietante che trasforma gli avvocati in dipendenti degli industriali» . Per il senatore del Pd Luigi Zanda, che però non esercita la professione, «la concorrenza deve essere piena» . Intanto alla Camera anche Roberto Cassinelli, amministrativista del Pdl, si dà da fare: «Ho raccolto una ventina di firme e le ho consegnate al capogruppo. I nomi? Vitali, Scelli, Pittelli, Frassinetti, Abrignani, Berruti, Costa, Formichella, Lisi, Sisto…» . Ma lei, Cassinelli, non era un liberale? «Liberale convinto! Ma se proprio dobbiamo privatizzare cominciamo da energia e finanza» . Ma sì, che comincino gli altri. Che si apra una riflessione, si avvii un supplemento d’indagine. Come dice Annagrazia Calabria, la più giovane tra gli onorevoli avvocati del Pdl, prima di abolire gli Ordini bisogna «discuterne con le categorie» …
In che misura la pubblicità influenza la linea editoriale dei giornali? Una ricerca su 13 società quotate e sei quotidiani italiani dice che se un'impresa aumenta di 50 mila euro l'investimento promozionale mensile in una data testata, "guadagna" mediamente 13 articoli in più al mese.
QUELL'INFORMAZIONE COMPRATA CON LA PUBBLICITÀ
di Marco Gambaro e Riccardo Puglisi 12.07.2011
Avere informazioni credibili e obiettive costituisce un modo con cui i cittadini possono osservare e controllare le decisioni politiche ed economiche. Se la pubblicità può influenzare i contenuti editoriali, si produce un cortocircuito pericoloso dove assumono importanza le informazioni riservate. Una ricerca mostra che i quotidiani pubblicano più articoli sulle società quotate che fanno più pubblicità sulla loro testata.
Con le recenti vicende relative alla fantomatica "P4", che hanno portato all'arresto del lobbista Luigi Bisignani, si è anche ricominciato a riflettere sul tema dell’influenza della pubblicità sui mass media. Si tratta di un problema che riguarda molte testate. La trasparenza dell’informazione emerge come fattore centrale nel controllo e monitoraggio dei processi decisionali e la possibilità che l’informazione economica relativa alle imprese sia influenzabile dalle imprese stesse attraverso gli investimenti pubblicitari dovrebbe suscitare riflessioni.
LA RICERCA
A prescindere dalla discussione del caso singolo, il tema degli effetti della pubblicità sulla copertura giornalistica - in particolare da parte dei quotidiani - può essere analizzato in maniera sistematica, utilizzando dati sugli acquisti pubblicitari e sfruttando gli archivi online dei giornali stessi. In un recente lavoro, disponibile qui, ci siamo focalizzati sul caso italiano e abbiamo raccolto dati sulla copertura mediatica di tredici societàquotate medio-grandi da parte di sei quotidiani, durante il biennio 2006-2007. L’analisi mostra la presenza di un legame positivo, statisticamente ed economicamente significativo, tra l’ammontare di pubblicità acquistata mensilmente su un dato quotidiano da una data società e il numero di articoli che menzionano quella società su quel quotidiano.
Nella fattispecie, le società considerate sono Campari, Edison, Enel, Eni, Fiat, Finmeccanica, Geox, Indesit, Luxottica, Mediolanum, Telecom Italia, Tiscali e Tod’s, mentre i quotidiani sono Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa,Il Resto del Carlino, Il Mattino di Padova e Il Tirreno. Evidentemente le varie società hanno un diverso livello medio di rilevanza mediatica, così come i quotidiani potrebbero avere una diversa propensione a trattare di temi finanziari, e di queste imprese in modo particolare. Non bisogna poi dimenticare l’esistenza di legami proprietari tra Fiat e La Stampa, e tra Fiat, Telecom Italia e Tod’s con Il Corriere della Sera tramite la partecipazione al patto di sindacato. Dal punto di vista statistico, la presenza di una molteplicità di quotidiani e di imprese permette di incorporare medie diverse di copertura per la singola impresa sui diversi quotidiani, e per il singolo quotidiano a proposito delle diverse imprese, e infine di tenere conto dei legami proprietari di cui sopra. Ebbene, tenendo conto di questi fattori, l’analisi statistica mostra un legame positivo e significativo tra la pubblicità e la copertura mediatica: dal punto di vista quantitativo un aumento di 50mila euro nella pubblicità mensile acquistata da una data impresa su un quotidiano si associa in media con tredici articoli aggiuntivi al mese che menzionano quell’impresa.
Per quanto concerne i legami proprietari, mentre non osserviamo una differenza significativa sul Corriere per le tre imprese che partecipano al patto di sindacato, troviamo che vi sono sistematicamente più articoli che menzionano la Fiat su La Stampa. Naturalmente, la proprietà comune potrebbe non essere l’unica spiegazione di causalità. Il fatto che ambedue siano a Torino potrebbe suggerire una spiegazione sul lato della domanda, attraverso le preferenze dei lettori piemontesi.
L'EFFETTO DEL COMUNICATO STAMPA
L’attività comunicativa delle imprese non si estrinseca soltanto nell'acquisto di pubblicità ma anche nella emissione di comunicati stampa, talora necessitati - per le imprese quotate - dall’obbligo di diffondere in una maniera regolamentata informazioni price sensitive, cioè che possono influenzare il prezzo in borsa. Per le imprese nel nostro campione abbiamo ricavato dai siti istituzionali delle imprese stesse la data esatta in cui è stato emesso un comunicato stampa. Nessuno dovrebbe stupirsi che - il giorno dopo l’uscita di un comunicato da parte dell’impresa X - vi sono sistematicamente più articoli che menzionano quell’impresa. L’aspetto cruciale della cosa è che l'aumento di notizie dopo un comunicato stampa è significativamente maggiore sui quotidiani su cui l’impresa X compra più pubblicità. Traspare dunque una sinergia interessante tra l’acquisto di pubblicità e l’attività di relazioni pubbliche.
Come spiegare questi risultati? Secondo un'interpretazione benevola, esiste un effetto riflettore della pubblicità, per cui la società che compra più spazi acquista notorietà anche agli occhi dei giornalisti, che trovano più facile ricordarsene e menzionarla nei propri pezzi. Secondo l'altra interpretazione, vagamente più malevola, le imprese, in modo più o meno implicito, non comprano soltanto spazi pubblicitari, ma anche l’attenzione aggiuntiva dei quotidiani all’interno degli articoli.
Sull'influenza della pubblicità, l'effetto della concorrenza può essere ambiguo. Da un lato, un grado maggiore di concorrenza può spingere i giornali a meglio accontentare i lettori, evitando di farsi catturare dagli inserzionisti pubblicitari, ma d’altra parte un mercato più frammentato implica giornali più piccoli che hanno meno potere contrattuale con le imprese.
lavoce
QUELL'INFORMAZIONE COMPRATA CON LA PUBBLICITÀ
di Marco Gambaro e Riccardo Puglisi 12.07.2011
Avere informazioni credibili e obiettive costituisce un modo con cui i cittadini possono osservare e controllare le decisioni politiche ed economiche. Se la pubblicità può influenzare i contenuti editoriali, si produce un cortocircuito pericoloso dove assumono importanza le informazioni riservate. Una ricerca mostra che i quotidiani pubblicano più articoli sulle società quotate che fanno più pubblicità sulla loro testata.
Con le recenti vicende relative alla fantomatica "P4", che hanno portato all'arresto del lobbista Luigi Bisignani, si è anche ricominciato a riflettere sul tema dell’influenza della pubblicità sui mass media. Si tratta di un problema che riguarda molte testate. La trasparenza dell’informazione emerge come fattore centrale nel controllo e monitoraggio dei processi decisionali e la possibilità che l’informazione economica relativa alle imprese sia influenzabile dalle imprese stesse attraverso gli investimenti pubblicitari dovrebbe suscitare riflessioni.
LA RICERCA
A prescindere dalla discussione del caso singolo, il tema degli effetti della pubblicità sulla copertura giornalistica - in particolare da parte dei quotidiani - può essere analizzato in maniera sistematica, utilizzando dati sugli acquisti pubblicitari e sfruttando gli archivi online dei giornali stessi. In un recente lavoro, disponibile qui, ci siamo focalizzati sul caso italiano e abbiamo raccolto dati sulla copertura mediatica di tredici societàquotate medio-grandi da parte di sei quotidiani, durante il biennio 2006-2007. L’analisi mostra la presenza di un legame positivo, statisticamente ed economicamente significativo, tra l’ammontare di pubblicità acquistata mensilmente su un dato quotidiano da una data società e il numero di articoli che menzionano quella società su quel quotidiano.
Nella fattispecie, le società considerate sono Campari, Edison, Enel, Eni, Fiat, Finmeccanica, Geox, Indesit, Luxottica, Mediolanum, Telecom Italia, Tiscali e Tod’s, mentre i quotidiani sono Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa,Il Resto del Carlino, Il Mattino di Padova e Il Tirreno. Evidentemente le varie società hanno un diverso livello medio di rilevanza mediatica, così come i quotidiani potrebbero avere una diversa propensione a trattare di temi finanziari, e di queste imprese in modo particolare. Non bisogna poi dimenticare l’esistenza di legami proprietari tra Fiat e La Stampa, e tra Fiat, Telecom Italia e Tod’s con Il Corriere della Sera tramite la partecipazione al patto di sindacato. Dal punto di vista statistico, la presenza di una molteplicità di quotidiani e di imprese permette di incorporare medie diverse di copertura per la singola impresa sui diversi quotidiani, e per il singolo quotidiano a proposito delle diverse imprese, e infine di tenere conto dei legami proprietari di cui sopra. Ebbene, tenendo conto di questi fattori, l’analisi statistica mostra un legame positivo e significativo tra la pubblicità e la copertura mediatica: dal punto di vista quantitativo un aumento di 50mila euro nella pubblicità mensile acquistata da una data impresa su un quotidiano si associa in media con tredici articoli aggiuntivi al mese che menzionano quell’impresa.
Per quanto concerne i legami proprietari, mentre non osserviamo una differenza significativa sul Corriere per le tre imprese che partecipano al patto di sindacato, troviamo che vi sono sistematicamente più articoli che menzionano la Fiat su La Stampa. Naturalmente, la proprietà comune potrebbe non essere l’unica spiegazione di causalità. Il fatto che ambedue siano a Torino potrebbe suggerire una spiegazione sul lato della domanda, attraverso le preferenze dei lettori piemontesi.
L'EFFETTO DEL COMUNICATO STAMPA
L’attività comunicativa delle imprese non si estrinseca soltanto nell'acquisto di pubblicità ma anche nella emissione di comunicati stampa, talora necessitati - per le imprese quotate - dall’obbligo di diffondere in una maniera regolamentata informazioni price sensitive, cioè che possono influenzare il prezzo in borsa. Per le imprese nel nostro campione abbiamo ricavato dai siti istituzionali delle imprese stesse la data esatta in cui è stato emesso un comunicato stampa. Nessuno dovrebbe stupirsi che - il giorno dopo l’uscita di un comunicato da parte dell’impresa X - vi sono sistematicamente più articoli che menzionano quell’impresa. L’aspetto cruciale della cosa è che l'aumento di notizie dopo un comunicato stampa è significativamente maggiore sui quotidiani su cui l’impresa X compra più pubblicità. Traspare dunque una sinergia interessante tra l’acquisto di pubblicità e l’attività di relazioni pubbliche.
Come spiegare questi risultati? Secondo un'interpretazione benevola, esiste un effetto riflettore della pubblicità, per cui la società che compra più spazi acquista notorietà anche agli occhi dei giornalisti, che trovano più facile ricordarsene e menzionarla nei propri pezzi. Secondo l'altra interpretazione, vagamente più malevola, le imprese, in modo più o meno implicito, non comprano soltanto spazi pubblicitari, ma anche l’attenzione aggiuntiva dei quotidiani all’interno degli articoli.
Sull'influenza della pubblicità, l'effetto della concorrenza può essere ambiguo. Da un lato, un grado maggiore di concorrenza può spingere i giornali a meglio accontentare i lettori, evitando di farsi catturare dagli inserzionisti pubblicitari, ma d’altra parte un mercato più frammentato implica giornali più piccoli che hanno meno potere contrattuale con le imprese.
lavoce
Rossella sensi assessore a Roma.
Chiamate pure mandrake, er pomata, venticello e er pupone....ci salveremo tutti
Chiamate pure mandrake, er pomata, venticello e er pupone....ci salveremo tutti
akiro sto stampando l'elenco ma mi escono fogli bianchi come mai
niente da fare esce un foglio pasticciato poi solo fogli bianchi forse lo avranno protetto.
l'unica è il copia incolla manuale... più che protetto è in dhtml ho una cosa simile e non avran pensato di formattarlo per la stampa.
merita
Il 3 agosto 2011, quasi dieci anni dopo le Torri Gemelle, si potrebbe consumare la vendetta di Bin Laden. Gli Stati Uniti sono sull'orlo del default. Se il Congresso non troverà entro il 2 agosto un accordo per alzare il tetto del debito, fissato per legge a 14.294 miliardi di dollari, il Paese più potente del mondo andrà in bancarotta. Sembra fantaeconomia, ma è tutto vero. Cosa c'entra Osama con il debito pubblico americano? Prima dell'11 settembre, il debito era sotto controllo, inferiore ai 6.000 miliardi. Dopo gli attentati è esploso a causa delle spese militari per le guerre in Iraq e in Afghanistan. Oggi ha largamente superato i 14.000 miliardi. Una jihad economica di Al Qaeda. Gli Stati Uniti spendono ogni anno in armamenti circa 10 volte più di ogni altro Paese, pari a circa 680 miliardi di dollari (dato 2010). Le basi USA sono ovunque, dal Giappone all'Italia, dalla Bosnia alla Turchia, dal Perù alla Corea del Sud. E' paradossale che la Cina, il principale avversario economico dell'America, ne finanzi l'apparato militare (che la circonda...) con l'acquisto dei suoi titoli pubblici. Peraltro, le ultime aste dei titoli sono ormai surreali. I titoli si stanno trasformando in carta straccia. La Fed, la banca centrale americana, infatti, acquista il 70% dei titoli emessi dal Tesoro. Si stampano i titoli e se li comprano. Farebbero prima a venderne solo il 30%. Gli Stati Uniti, per continuare a vivere, hanno bisogno di chiedere in prestito ogni giorno 4,5 miliardi di dollari (*). Sono il mendicante più in vista del pianeta. Un barbone con la tripla A, ma non dovrebbe avere la tripla C? Su che basi le agenzie valutano il rating statunitense, la sua solidità? Sul numero di testate atomiche che possiede? Democratici e repubblicani stanno discutendo da mesi su come ridurre il debito. Sembrano la brutta copia del Parlamento italiano, e ce ne vuole. Da una riduzione di 4.000 miliardi in dieci anni si è passati a una di 2.000 miliardi. Semplificando, i democratici vogliono più tasse per le classi abbienti, i repubblicani tagli dello Stato sociale. Eppure la soluzione è semplice. Si tolgano dai coglioni dal resto del mondo con i loro sommergibili atomici, ordigni nucleari, droni, basi militari, eserciti, portaerei, cacciabombardieri. Eviteranno il default e staranno meglio anche gli altri.
Il 3 agosto 2011, quasi dieci anni dopo le Torri Gemelle, si potrebbe consumare la vendetta di Bin Laden. Gli Stati Uniti sono sull'orlo del default. Se il Congresso non troverà entro il 2 agosto un accordo per alzare il tetto del debito, fissato per legge a 14.294 miliardi di dollari, il Paese più potente del mondo andrà in bancarotta. Sembra fantaeconomia, ma è tutto vero. Cosa c'entra Osama con il debito pubblico americano? Prima dell'11 settembre, il debito era sotto controllo, inferiore ai 6.000 miliardi. Dopo gli attentati è esploso a causa delle spese militari per le guerre in Iraq e in Afghanistan. Oggi ha largamente superato i 14.000 miliardi. Una jihad economica di Al Qaeda. Gli Stati Uniti spendono ogni anno in armamenti circa 10 volte più di ogni altro Paese, pari a circa 680 miliardi di dollari (dato 2010). Le basi USA sono ovunque, dal Giappone all'Italia, dalla Bosnia alla Turchia, dal Perù alla Corea del Sud. E' paradossale che la Cina, il principale avversario economico dell'America, ne finanzi l'apparato militare (che la circonda...) con l'acquisto dei suoi titoli pubblici. Peraltro, le ultime aste dei titoli sono ormai surreali. I titoli si stanno trasformando in carta straccia. La Fed, la banca centrale americana, infatti, acquista il 70% dei titoli emessi dal Tesoro. Si stampano i titoli e se li comprano. Farebbero prima a venderne solo il 30%. Gli Stati Uniti, per continuare a vivere, hanno bisogno di chiedere in prestito ogni giorno 4,5 miliardi di dollari (*). Sono il mendicante più in vista del pianeta. Un barbone con la tripla A, ma non dovrebbe avere la tripla C? Su che basi le agenzie valutano il rating statunitense, la sua solidità? Sul numero di testate atomiche che possiede? Democratici e repubblicani stanno discutendo da mesi su come ridurre il debito. Sembrano la brutta copia del Parlamento italiano, e ce ne vuole. Da una riduzione di 4.000 miliardi in dieci anni si è passati a una di 2.000 miliardi. Semplificando, i democratici vogliono più tasse per le classi abbienti, i repubblicani tagli dello Stato sociale. Eppure la soluzione è semplice. Si tolgano dai coglioni dal resto del mondo con i loro sommergibili atomici, ordigni nucleari, droni, basi militari, eserciti, portaerei, cacciabombardieri. Eviteranno il default e staranno meglio anche gli altri.
credo che oggi come oggi sia un ragionamento che vale anche per noi...siamo in braghe di tela ma spendiamo miliardi di euro per mantenere le missioni militari in mezzo mondo.£E non riusciamo in patria ad evitare a meta africa di trasferirsi qui da noi...come se l'italia fosse il bengodi.
interessante, spero che il mondo vada in default, attualmente gli stati stanno puntando troppo su concorrenza e produzione, devono ricalibrare e rivedere le priorità.
Da oggi torna il ticket
Ed entrano in vigore le altre norme previste dalla manovra
Entrano in vigore oggi, dopo la pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale», le norme previste dalla manovra economica approvata a tempo di record dal Parlamento. Torna, dunque, il ticket sanitario da 10 euro sulle prestazioni specialistiche (già applicato in alcune Regioni), a cui si aggiunge quello da 25 euro sui ricorsi impropri al pronto soccorso, i cosiddetti «codici bianchi». Un avvio con polemiche, visto che alcune Regioni hanno deciso di non applicare il ticket.
Oltre alla normativa sui ticket sanitari scatteranno subito i rincari del bollo sul deposito titoli, il superbollo per le auto di lusso sopra i 225 kw, la stretta sulle stock option e l’aumento dell’Irap sulle concessionarie dello Stato. Il nuovo «bollo» scatta da subito. Non cambia nulla solo per chi ha un portafoglio titoli inferiore ai 50 mila euro: continuerà a pagare 34,20 euro l’anno. Sopra questa soglia, la somma cresce a 70 euro fino a 150.000 euro di titoli, a 240 euro per investimenti fino a 500 mila euro, a 680 euro sopra questo valore. Il bollo si paga sulle comunicazioni.
ilpost
Ed entrano in vigore le altre norme previste dalla manovra
Entrano in vigore oggi, dopo la pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale», le norme previste dalla manovra economica approvata a tempo di record dal Parlamento. Torna, dunque, il ticket sanitario da 10 euro sulle prestazioni specialistiche (già applicato in alcune Regioni), a cui si aggiunge quello da 25 euro sui ricorsi impropri al pronto soccorso, i cosiddetti «codici bianchi». Un avvio con polemiche, visto che alcune Regioni hanno deciso di non applicare il ticket.
Oltre alla normativa sui ticket sanitari scatteranno subito i rincari del bollo sul deposito titoli, il superbollo per le auto di lusso sopra i 225 kw, la stretta sulle stock option e l’aumento dell’Irap sulle concessionarie dello Stato. Il nuovo «bollo» scatta da subito. Non cambia nulla solo per chi ha un portafoglio titoli inferiore ai 50 mila euro: continuerà a pagare 34,20 euro l’anno. Sopra questa soglia, la somma cresce a 70 euro fino a 150.000 euro di titoli, a 240 euro per investimenti fino a 500 mila euro, a 680 euro sopra questo valore. Il bollo si paga sulle comunicazioni.
ilpost
mi sembra che gli stati uniti stampino anche un mucchio di dollari in piu senza dichiararli a bilancio.
interessante, spero che il mondo vada in default, attualmente gli stati stanno puntando troppo su concorrenza e produzione, devono ricalibrare e rivedere le priorità.
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Fini: “Tagli alla Casta si può
Vedremo chi ci sta”
Il presidente della Camera: condivido l'appello del Fatto. Il Parlamento può fare la sua parte se i partiti lo vogliono
“Condivido l’appello del Fatto Quotidiano affinché il Parlamento faccia tutto quanto è in suo potere per convincere gli italiani che le Camere non sono il luogo dove una casta privilegiata si chiude a difesa dei suoi interessi. Sono certo che entrambe le Camere faranno la loro parte e, per quanto riguarda Montecitorio, assieme al Collegio dei Questori metterò a punto le proposte di riduzione dei costi e di trasparenza, che entro luglio saranno discusse dall’Ufficio di Presidenza e votate in aula prima della pausa estiva.
La politica, e men che meno la democrazia, non può essere definita un costo, ma è certo che a fronte dei tanti sacrifici imposti agli italiani per la precarietà dei nostri conti pubblici, un esempio in tal senso deve venire soprattutto da chi ha il dovere di rappresentare per davvero la volontà popolare, quale che sia il modo con cui è stato eletto. Le possibilità di farlo ci sono. C’è materiale per tagli significativi. Va verificato se c’è la volontà di farlo.
Per una elementare regola di correttezza nei confronti dell’Ufficio di Presidenza e dei colleghi, ritengo di non poter anticipare le misure concrete di riduzione della spesa che proporrò. Entro qualche giorno gli italiani avranno comunque gli elementi per giudicare, e mi auguro che nessun gruppo politico voglia sottrarsi al dovere civile di non allargare ulteriormente la distanza che separa il cosiddetto Palazzo dai cittadini. Dovere che riguarda ovviamente, e ancor più, il rispetto del principio costituzionale per cui la legge è uguale per tutti.
di Gianfranco Fini
da Il Fatto Quotidiano del 17 luglio 2011
Vedremo chi ci sta”
Il presidente della Camera: condivido l'appello del Fatto. Il Parlamento può fare la sua parte se i partiti lo vogliono
“Condivido l’appello del Fatto Quotidiano affinché il Parlamento faccia tutto quanto è in suo potere per convincere gli italiani che le Camere non sono il luogo dove una casta privilegiata si chiude a difesa dei suoi interessi. Sono certo che entrambe le Camere faranno la loro parte e, per quanto riguarda Montecitorio, assieme al Collegio dei Questori metterò a punto le proposte di riduzione dei costi e di trasparenza, che entro luglio saranno discusse dall’Ufficio di Presidenza e votate in aula prima della pausa estiva.
La politica, e men che meno la democrazia, non può essere definita un costo, ma è certo che a fronte dei tanti sacrifici imposti agli italiani per la precarietà dei nostri conti pubblici, un esempio in tal senso deve venire soprattutto da chi ha il dovere di rappresentare per davvero la volontà popolare, quale che sia il modo con cui è stato eletto. Le possibilità di farlo ci sono. C’è materiale per tagli significativi. Va verificato se c’è la volontà di farlo.
Per una elementare regola di correttezza nei confronti dell’Ufficio di Presidenza e dei colleghi, ritengo di non poter anticipare le misure concrete di riduzione della spesa che proporrò. Entro qualche giorno gli italiani avranno comunque gli elementi per giudicare, e mi auguro che nessun gruppo politico voglia sottrarsi al dovere civile di non allargare ulteriormente la distanza che separa il cosiddetto Palazzo dai cittadini. Dovere che riguarda ovviamente, e ancor più, il rispetto del principio costituzionale per cui la legge è uguale per tutti.
di Gianfranco Fini
da Il Fatto Quotidiano del 17 luglio 2011
per ridurre le spese dovevano aspettare l'appello di un giornale? sennò da soli non ci arrivavano?che stanno lì a fare?