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Subject: [POLITICA]

2011-07-26 15:48:51
Se passa questo messaggio, magari qualcuno potrebbe insinuare che belpietro poteva assalire a mani nude il suo attentatore, invece di scappare in casa ...
2011-07-29 10:14:53
Senato verso il voto sul processo lungo
L’ultimo regalo ad personam per B.

Alle undici si voterà la 48esima fiducia posta dal governo del Cavaliere. Ma nella fretta i berluscones sbagliano riscrivere l'emendamento commettendo errori di diritto. Per questo, una volta arrivato alla Camera, il documento dovrà essere riscritto dalla maggioranza
Pongono la (48esima) fiducia a sorpresa, temendo di non riuscire a portarsi a casa prima della chiusura del Senato, l’ultima legge a favore del Cavaliere, il processo lungo. Ma nella fretta spasmodica di mettersi in tasca il risultato, sbagliano clamorosamente a riscrivere l’emendamento cuore dell’articolato (Mugnai) commettendo marchiani errori di diritto che costringeranno poi la maggioranza, una volta alla Camera, a rimetterci le mani. E, a ricominciare tutto daccapo.

Una figuraccia enorme, che vanifica ogni sforzo degli uomini di Berlusconi di costruire un articolato tale da permettere agli avvocati del Cavaliere di allungare a dismisura le liste dei testimoni per raggiungere serenamente la prescrizione di tutti i suoi principali processi. Quindi stamattina alle 11 voteranno un’inutile fiducia, posta anche per timore di non riuscire davvero a controllare le mosse della Lega, e poi se ne andranno tutti in vacanza. Con un pugno di mosche in mano.
2011-07-29 10:28:01
L’ultimo regalo ad personam per B.

Magari fosse l'ultimo
2011-07-29 11:19:49
mentre il titanic (italia) affonda l'orchestra (c'è bisogno di specificare?) suona...e stecca pure



2011-07-29 20:00:03
Nel toto aumenti i nostri lettori ci avevano preso. Ora è ufficiale: la giunta di Palazzo Marino varerà l’aumento del biglietto Atm a 1,5 euro questo il 29 luglio. Lo hanno annunciato gli assessori al Bilancio Bruno Tabacci e alla Mobilità Pierfrancesco Maran.

L’incremento entrerà in vigore da settembre e non riguarderà il costo dell’abbonamento annuale, che rimarrà invariato. La validità passa da 75 a 90 minuti e viaggeranno gratis gli over 70 con un reddito sotto i 16mila euro l’anno.

Una bella polpetta avvelenata che si aggiunge all’aumento dell’addizionale Irpef per i redditi superiori ai 26mila euro. Come ci informa Repubblica. Un consiglio? fate incetta di carnet da 10 biglietti, magari ricaricandoli con il ricaricaMI.


apperò
2011-07-29 20:00:33
Porci!
2011-07-30 18:27:59
insomma, il lavoro sporco lo facciamo fare sempre agli altri:

Cronaca | di Redazione Il Fatto Quotidiano

30 luglio 2011


Berlusconi: “Gheddafi vuole uccidere
me e i miei figli”. Poi smentisce
“Un florilegio di frasi e giudizi frutto della più fervida fantasia. Così Palazzo Chigi, in una nota, interveniene sulle “ricostruzioni giornalistiche” di oggi, secondo cui il Presidente del Consiglio avrebbe confidato di sentirsi “in pericolo di vita”, non solo per se stesso, ma anche per “i miei figli”. Lo sfogo veniva riportato questa mattina da Il Corriere della Sera. Il premier, secondo il quotidiano milanese, affermava di sentirsi “nel mirino” del colonnello libico, “perché così Gheddafi ha deciso. Lui me l’ha giurata”. Nella nota di smentita si aggiunge: “Valgano per tutte le presunte rivelazioni su Gheddafi, che il presidente Berlusconi non ha mai detto o confidato ad alcuno”.

Le fonti “certe” cui il premier faceva riferimento non sono ulteriormente specificate, ma di certo tra i motivi che alimenterebbero il rancore del colonnello ci sarebbe la partecipazione dell’Italia alla guerra in Libia. “A Tripoli c’erano manifesti giganti che mi ritraevano con Gheddafi – proseguiva il premier – mentre ci stringevamo la mano. E lui ha preso il nostro intervento militare come un tradimento”.

Il Cavaliere ricordava la sua contrarietà iniziale a partecipare al conflitto. “A suo tempo avevo messo in guardia i nostri partner internazionali e anche in patria avevo spiegato che l’operazione non sarebbe stata facile e che ci avrebbe potuto danneggiare”. “Poi, davanti alle pressioni degli Stati Uniti, alla presa di posizione di Napolitano e al voto del nostro Parlamento – aggiungeva – che potevo fare? Non sono io a decidere. Ma vai a spiegarlo a chi è abituato a comandare come Gheddafi. Le regole della democrazia non le capisce”.
2011-07-31 01:53:25
Faremo scudo con il nostro corpo per salvare il Cavaliere!
2011-07-31 08:51:08
Quello che stupisce è l'accondiscendenza della lega che in 19 anni di si alle gabole di berlusconi con avalli ricatti la lega ha ottenuto un pugno di mosche rispetto al suo programma....a dimostrazione che l'unica cosa a cui teneva bossi eC. era il denaro ed il potere...fregandosene allegramente di federalismo (quella specie attuale è farlocca)....ma prestando particolare attenzione alle gnocche che generosamente berlusconi offriva prelevandole dal suo harem personale.Una burletta di itpo veneziano medioevale.
2011-07-31 18:45:44


2011-08-02 13:23:44
Ottomila in piazza a Bologna: “Siamo tutti parenti delle vittime”. Assente il governo

La commemorazione del 2 agosto 1980 aperta da 85 bambini di Marzabotto che hanno letto una poesia di Roberto Roversi. Dopo il minuto di silenzio il discorso del presidente dei familiari vittime, Paolo Bolognesi: "“La nostra battaglia civile non è ancora finita perché all’appello mancano i mandanti. Basta mettere in fila i fatti e analizzarli con onestà e buonsenso e ponendo finalmente fine al segreto di stato”
“Mai più”, gridano dal piazzale davanti alla stazione gli 85 bambini di Marzabotto che aprono la cerimonia di commemorazione della strage del 2 agosto ‘80, leggendo una poesia di Roberto Roversi. Sfilano in corteo i fiori bianchi appuntati sulle giacche e le tshirt dei parenti delle vittime della strage: Piazza Maggiore, via Indipendenza, piazza XX Settembre, viale Pietramellara, piazza Medaglie d’Oro. Bologna per qualche ora si ricompone fiera in un lungo e silenzioso corteo, fatto di bimbi ed anziani, donne e uomini, autorità e gonfaloni di ogni parte d’Italia.

Potrebbe sembrare retorica a buon mercato, ma la strage alla stazione è uno squarcio nella mente e nella pelle dei bolognesi, una ferita che ogni giorno sanguina senza mai smettere da trentun anni. Lo dice Paolo Bolognesi dal palco, mentre davanti a sé si riuniscono almeno ottomila persone sotto un sole agostano che promette solo umida calura: “Non possiamo dimenticare lo scempio della vita dei nostri cari. Non possiamo dimenticare questo piazzale della stazione trasformato in uno scenario di guerra”.

85 morti e 200 feriti, un attentato che ha sempre spaventato per dimensione e ferocia. E che ha sempre suscitato fin dal 1981, indignazione e sorpresa tra parenti delle vittime e tra gli italiani tutti. Perché la strage di Bologna è una sorta di crocevia politico nel quale si è arenato lo sviluppo e il compimento del sistema democratico italiano e si è condensata la cancrena di una frattura storica che lacera ancora oggi l’Italia intera.

L’Italia dei depistaggi e dei servizi segreti, delle infinite e criminali logge massoniche infiltrate nelle istituzioni dello stato a coprire la verità. “Per impedire agli inquirenti di arrivare alla verità, si cominciò a depistare fin dal minuto successivo allo scoppio della bomba”, racconta accorato Bolognesi, “si depistava affannosamente per difendere gli imputati in modo da complicare le indagini, far dimenticare e rendere più facile l’impunità dei mandanti. Ancora oggi si depista e il modo per depistare è molto spesso il non raccontare, il silenzio”.

Appare così tremendamente grave, l’assenza di un qualsivoglia rappresentante del governo italiano. Paura dei fischi e timore delle contestazioni a parte, ciò che fa più impressione di questa mancanza è l’idea che a nessun membro dell’esecutivo sfiori la necessità, prima di tutto umana, di dare conforto, di sentirsi vicini ai parenti delle vittime. Come se questi ultimi fossero tutti dei pericolosi eversivi o un covo di antiberlusconiani.

L’indifferenza di questo governo, con questo meschino ritrarsi di fronte alla responsabilità di giustizia e verità su un momento significativo della storia nazionale, evidenzia il solito scontro dicotomico tra casacche, destra contro sinistra, che non giova, anzi distrugge, la credibilità democratica del nostro paese. “La nostra battaglia civile non è ancora finita perché all’appello mancano i mandanti”, precisa Bolognesi, “basta mettere in fila i fatti e analizzarli con onestà e buonsenso e ponendo finalmente fine al segreto di stato”.

E chiedere a gran voce giustizia e verità non può diventare il solito pretesto per continuare a nascondersi dietro al logorante ed infinito scontro politico. “Il 9 maggio di quest’anno, il presidente del Consiglio Berlusconi, per attirare l’attenzione su di sé dichiarava tra l’altro: per questo diciamo basta all’umiliazione delle vittime e dei loro parenti. Per questo dichiaro l’impegno del governo a contribuire ad aprire tutti gli armadi della vergogna, perché nessuna strage rimanga avvolta nel mistero”, chiosa Bolognesi, “ma ad oggi non una sola pagina della ricchissima documentazione esistente è giunta alla procura di Bologna. Anche qui si è dimostrata una leggerezza e un disprezzo enorme verso i familiari e tutti i cittadini di Bologna”.
2011-08-02 18:27:12
doveva essere tolto il segreto di stato su quella strage ma berlusconi si è opposto....credo che quella strage sia la conseguenza degli accordi Andreotti-olp...ma difficile dirlo..la mia è solo una supposizione da incompetente.
2011-08-02 19:38:59
stamani ho sentito una parte di un'intervista a Bolognesi, su rainew24
ha detto che ci sono state 14 stragi a carattere terroristico in Italia (escludendo quelle di mafia) e che in nessuna di queste si è mai arrivati a sapere chi fossero i mandanti, che secondo lui i servizi segreti hanno sempre depistato le indagini e che il segreto di stato non è mai stato tolto... impressionante!
2011-08-02 19:41:57
se per "fattaccio" Marrazzo una trans è stata suicidata, un ricattatore è stato overdosato, un appartamento bruciato, un laptop sparito...

tu figurati per questioni ben più "pesanti" cosa siano stati capaci di fare in quegli anni...
2011-08-03 00:39:51
Costo del lavoro...

La competitività non dipende dal costo del lavoro
I salari italiani sono più bassi che negli altri paesi avanzati, che però guadagnano lo stesso quote di mercato. D'altra parte i livelli di Cina o India sono irraggiungibili. Sarebbe ora di affrontare il problema nei suoi termini reali

Marco Panara

Una multinazionale europea (non italiana) nel settore meccanico, che ha stabilimenti in 23 paesi, ha messo a confronto il salario orario che paga ai suoi dipendenti. Le differenze sono impressionanti: si va da 28,69 euro l' ora in Svezia fino a 0,49
euro l' ora in India. Quella multinazionale ha stabilimenti anche in Italia dove, per un' ora di lavoro, spende 18,03 euro. Per rendere più chiaro il confronto abbiamo preso la remunerazione in Italia (18,03 euro = 100) e misurato su questa base la remunerazione di un' ora di lavoro negli altri paesi.
Anche tenendo conto che non è un dato generale ma una esperienza specifica e concreta, quello che ne emerge dovrebbe farci riflettere molto. Per un' ora di lavoro in Germania quella multinazionale spende una volta e mezzo rispetto a quanto spende
in Italia, il trenta per cento in più lo spende negli Stati Uniti, il 15 per cento in più in Francia. Solo l' 8 per cento in meno lo spende in Spagna e il 10 per cento in meno in Corea.

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COSTO ORARIO DEL LAVORO
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Paese Euro all'ora Indice (Italia = 100)
Svezia 28,69 159,12
Germania 27,14 150,53
Giappone 25,42 140,99
Stati Uniti 24,29 134,72
Francia 20,88 115,81
Belgio 19,71 109,32
Italia 18,03 100,00
Spagna 16,72 92,73
Corea 16,39 90,90
Portogallo 6,01 33,33
Turchia 5,23 29,01
Repubblica Ceca 4,54 25,18
Ungheria 4,33 24,02
Argentina 4,12 22,85
Brasile 3,43 19,02
Messico 2,97 16,47
Polonia 2,55 14,14
Sud Africa 2,25 12,48
Marocco 2,10 11,65
Cina 1,98 10,98
Romania 1,74 9,65
Tunisia 1,52 8,43
India 0,49
2,72

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Se si passa agli altri il confronto è assolutamente impari: rispetto all' Italia un' ora di lavoro in Portogallo costa un terzo, un po' meno costa in Turchia, un quarto nella Repubblica Ceca e in Ungheria, per scendere fino a un decimo in Cina e Romania e un quarantesimo in India. Non tutti gli stabilimenti producono le stesse cose e richiedono lo stesso livello di formazione, ma non sempre e non necessariamente il livello di sofisticazione delle produzioni corrisponde al livello dei salari.
Non ci interessa qui comprendere cosa aspetta la multinazionale in questione a spostare tutte le sue attività in India, avrà per fortuna le sue ragioni. Quello che ci interessa è capire cosa ci dice questo confronto sull' Italia e sui suoi destini.
La prima cosa che ci dice è che il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nel gruppo dei paesi industrializzati. Tra quelli censiti in questa occasione solo la Spagna e la Corea sono sotto di noi e neppure di molto, mentre la maggioranza ha un costo del lavoro più alto, e questo non sembra essere un vincolo determinante per esempio alla capacità di mantenere o accrescere la propria quota del commercio mondiale. Il fatto che l' Italia perda posizioni nel commercio mondiale mentre la Germania o il Giappone, che hanno un costo del lavoro sostanzialmente più alto, invece no, ci fa capire con chiarezza che non è il costo del lavoro la chiave della nostra perdita di competitività né per un suo eventuale recupero.

Abbiamo impegnato anni a discutere e scontrarci su questo punto, ma basta guardare i dati della tabella che pubblichiamo per capire che tutto quel tempo e quell' impegno sono stati spesi male: l'abisso che ci separa non solo dall' India e dalla Cina, ma anche
dalla Repubblica Ceca e dall' Ungheria è tale che a meno di un impoverimento generalizzato e rivoluzionario del nostro paese èimpensabile e non auspicabile colmare.
Il problema però esiste, perché la perdita di competitività dell' Italia non dipende dal
fatto che lavoriamo poco, poiché anzi lavoriamo più ore della media dell' Europa a 15, dipende piuttosto dal fatto che ciascuna ora di lavoro non sempre produce tutto il valore che sarebbe necessario per consentirci di essere sicuri del nostro presente e
ottimisti sul nostro futuro.
Ci sono molti modi per capire meglio la natura di questo problema. Andrew Warner, senior economist alla Millennium Challenge Corporation, ha fatto uno studio accurato
sulla produttività del lavoro nei vari paesi, e uno dei parametri che adotta è la crescita del pil per ora lavorata. Ebbene, tra il 1995 e il 2000 la crescita del pil per ora lavorata è stata del 9,20 per cento in Irlanda, paese leader di questa classifica, tra il 2,2 e il 2,6 per cento nel Regno Unito, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, solo dell' 1,73 per cento in Italia, fanalino di coda tra i 18 paesi presi in considerazione.
In quello stesso studio Warner individua quattro barriere alla crescita della produttività oraria e mette a confronto su di esse i vari paesi. Le barriere sono: la formazione, l' organizzazione del lavoro, le normative e la qualità delle infrastrutture. In tutti e quattro la posizione dell' Italia è peggiore di quella degli altri grandi paesi industrializzati e, nel caso delle infrastrutture, è tra le peggiori in assoluto. Le conclusioni alle quali questa analisi ci porta è che puntare sulla compressione del costo del lavoro per
rilanciare la competitività dell' Italia non solo non è realistico ma rischia di essere un grave errore strategico. Il che non vuol dire che il costo del lavoro è una variabile indipendente, ma che in questo momento della storia e dell' economia mondiale, quello
su cui si deve incidere assai più che il costo è invece il contenuto del lavoro.
Bisogna aumentare da una parte la produttività e dall' altra il valore delle cose prodotte, in maniera tale da remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale e consentire di porre le premesse per un aumento costante ed economicamente sostenibile dei redditi e del benessere futuro. E' una questione che riguarda tutti, la politica e le istituzioni, la pubblica amministrazione, le imprese e i sindacati. La scelta è
tra puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni, oppure come è accaduto negli ultimi anni limitarsi a mantenere il modello produttivo e competitivo esistente cercando finché possibile di tenerlo in piedi comprimendo i costi.

Ovviamente non ci possiamo permettere di buttare via nulla, né sarebbe giusto farlo, quindi lo sforzo che le imprese stanno facendo per restare a galla è legittimo e anche lodevole. Se però dopo la resistenza non si passa alla crescita, per molti rischia di essere solo un prolungamento dell' agonia.
Ma cosa vuol dire scegliere di puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni? Vuol dire cambiare mentalità. Vuol dire concentrarsi sui problemi veri e impegnarsi per rimuovere le barriere all' aumento della produttività, investire in tecnologia, in formazione, in qualità manageriale. Vuol dire aumentare la flessibilità del lavoro, che serve come il pane, ma che è utile al sistema se rende più efficiente l'organizzazione del lavoro, e diventa invece negativa se rende il lavoro precario al solo scopo di abbassarne il costo. Vuol dire esaminare ogni legge, già in vigore o nuova, valutandone la comprensibilità, la semplicità di applicazione, l' effetto sulla modernizzazione del sistema. Vuol dire rischiare uscendo dai settori tradizionali non aspettandosi di raccogliere già domani. Vuol dire capire che i problemi dell'Italia di oggi non sono quelli di vent' anni fa e che gli strumenti di vent' anni fa non sono più quelli giusti perrisolverli.

Questo articolo è stato pubblicato su Affari & Finanza de La Repubblica

http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=361

ps. non condivido la soluzione finale sull'aumento di produttività, piuttosto sarebbe meglio puntare sull'aumento di qualità ed ottimizzazione delle merci.
2011-08-03 08:00:25
18.03 in italia vuol dire finale con i carichi sociali e fiscali euro 38.05.
il motivo per cui l'italia è abbandonata è perchè il costo totale del lavoro soffre degli enormi carichi fiscali dovuti all'enorme costo dello stato e della politica,a questo aggiungiamo il rischio di dover pagare il pizzo per evitare guai maggiori ed ecco il motivo per cui le multinazionali tendono a lasciare l'italia ed a trasferirsi in paesi piu a buon mercato e piu sicuri.