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Subject: [POLITICA]
posto anche qui un articolo interessantissimo anche per la fonte postato in skinternational sulle tasse:
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Ue: "Tobin tax pronta ad ottobre" 67 – La Ue presenterà il proprio progetto di Tobin Tax a ottobre. "La commissione", ha detto la portavoce Christina Arigho, "sta preparando una proposta legislativa per una tassa sulle transazioni finanziarie. Il lavoro è stato avviato. La proposta sarà presentata a ottobre o, in ogni caso, prima della prossima riunione del G20" in programma a inizio novembre.
In relazione alla crisi economica e alle ventilate ipotesi di introduzione della "Tobin" tax trovo piuttosto triste che oggi nessuno dia atto al movimento no-global (quello di Genova per capirsi) che avevano completamente ragione. E ce l'avevano già 10 anni fa...
Nel frattempo l'opera di mistificazione realizzata in mondovisione ci ha fatto discutere di altro. Ora paghiamo il conto.
In relazione alla crisi economica e alle ventilate ipotesi di introduzione della "Tobin" tax trovo piuttosto triste che oggi nessuno dia atto al movimento no-global (quello di Genova per capirsi) che avevano completamente ragione. E ce l'avevano già 10 anni fa...
Nel frattempo l'opera di mistificazione realizzata in mondovisione ci ha fatto discutere di altro. Ora paghiamo il conto.
Avevano ragione su cosa, scusa?
Non voglio fare polemica... solo per capire.
Non voglio fare polemica... solo per capire.
sulla necessità della tassazione delle transazioni finanziarie.
segnalo chi da tempi non sospetti si occupa di derive finanziarie e sostiene la TTF
http://www.valori.it/
e poi il sito promotore della campagna sulla tassa http://www.zerozerocinque.it/
http://www.valori.it/
e poi il sito promotore della campagna sulla tassa http://www.zerozerocinque.it/
Archivio cartaceo | di Caterina Perniconi
18 agosto 2011
Tasse, i “santissimi” privilegi del Vaticano
Alberghi, bus e turismo religioso: le attività della Santa Sede esentasse costano allo Stato fino a 3 miliardi l'anno. La denuncia dei Radicali: "Non vogliamo l'ici per le chiese, ma se vogliono fare gli imprenditori allora paghino le imposte come tutti"
Alberghi di lusso con terrazze sulla Capitale, società che organizzano viaggi per i turisti della fede, scuole e ospedali. Tutto esentasse o quasi, grazie ai privilegi di cui gode il Vaticano. La denuncia del segretario dei Radicali italiani, Mario Staderini è chiara: con qualche ritocco alle esenzioni della Chiesa cattolica, lo Stato potrebbe risparmiare fino a 3 miliardi l’anno. Nel mirino del partito radicale, Ici, Ires e 8 x mille.
La legge istitutiva dell’Ici aveva previsto precise esenzioni per gli immobili destinati al culto e ad usi “meritevoli” (come le attività assistenziali, didattiche o ricreative). Nel 2004, la Cassazione ha dovuto precisare che tale dispensa poteva essere applicata solo fino a quando nell’immobile fosse esercitata in via esclusiva una delle attività “meritevoli”. Nel 2007 fu bocciato un emendamento socialista che proponeva di abbattere l’Ici per gli immobili della Chiesa adibiti a scopi commerciali e grazie a un provvedimento del governo di centrosinistra, adesso basta che non siano “esclusivamente dedicati” al commercio. Quindi sono ancora migliaia gli istituti religiosi in Italia che non pagano questa tassa, convertiti in veri e propri alberghi. E non solo. Basta un chiostro dedicato alla preghiera e qualsiasi immobile o attività può dirsi salvo dalla tassa. A pagare, secondo l’Associazione nazionale dei comuni italiani, sono meno del 10 per cento di chi dovrebbe farlo, con un danno erariale di circa 500 milioni l’anno. Il caso che ha fatto più volte parlare è il convento delle suore brigidine, nella storica cornice di piazza Farnese a Roma, diventato uno degli hotel tra i più gettonati dai turisti stranieri. “Per non parlare dell’incompiuto del Bernini a Trastevere – racconta Staderini – dato in concessione a una catena alberghiera che l’ha trasformato in una residenza 4 stelle, Villa Donna Camilla Savelli”.
Tra i privilegi a cui il Vaticano non rinuncia e che i radicali contestano c’è anche l’abbattimento dell’Ires del 50 per cento nei confronti degli enti di assistenza e beneficenza. Per arrivare al contributo dell’8 x mille del gettito Irpef dei cittadini, che supera i 900 milioni l’anno, e viene usato per il sostentamento dei sacerdoti, per interventi caritativi in Italia e nel terzo mondo, per le iniziative nelle diocesi e la nuova edilizia di culto.
“Noi non pretendiamo di rimettere l’Ici sulle chiese – spiega ancora Staderini – ma almeno sulle attività commerciali. Lo Stato, in un momento di crisi come questo potrebbe risparmiare fino a 3 miliardi l’anno e il Vaticano pagare con i profitti ricavati dalle attività come tutti gli altri imprenditori”.
Il turismo religioso viene valutato dai radicali un giro d’affari da 4,5 miliardi euro l’anno solo in Italia (e considerando esclusivamente i servizi di carattere ricettivo e di trasporto). Sono 35 i milioni di turisti che ogni anno partecipano ad attività di turismo di carattere religioso nel nostro paese, il 30 per cento dei quali viene dall’estero, impegnando 120.000 camere, pari al 15 per cento della capacità ricettiva nazionale. In Italia ci sono oltre 200 mila i posti letto gestiti da enti religiosi, per un totale di 3.300 indirizzi, con circa 55 milioni di presenze ogni anno.
Ma gli alberghi non sono l’unica fonte d’introito da turismo per la Chiesa cattolica. L’Opera romana pellegrinaggi, “un’attività del Vicariato di Roma, organo della Santa Sede, alle dirette dipendenze del Cardinale Vicario del Papa”, come si legge nel sito di presentazione, organizza da 75 anni tour per i pellegrini da e per tutto il mondo. Quasi esentasse, nonostante una sede in pieno centro a Roma, in via dei Cestari, e i 7 pullman gialli a due piani che imperversano nelle vie della Capitale, alla cifra di 18 euro a passeggero, noti alle cronache per la denuncia da parte dei lavoratori che venivano pagati in nero.
Il meccanismo, raccontato da Valeria Pireddu, una hostess dei bus di “Roma cristiana” al programma Le Iene, era semplice: lei prendeva un euro su ogni biglietto venduto, quindi non era assunta dal gruppo ma in pratica una libera volontaria. In teoria, invece, avrebbe dovuto emettere fattura anche per i 30-40 euro al giorno guadagnati. Che le avrebbero permesso trasparenza, contributi, ferie, maternità. Naturalmente non compresi nel lavoro che le era stato affidato.
“L’appiglio di Opr alla deroga derivante dai Patti Lateranensi relativa al servizio di trasporto è palesemente non corretto – conclude Staderini – in primo luogo perche le garanzie previste dalla citata legge fanno riferimento ai soggetti che si recano nella Città del Vaticano per finalità religiose, mentre non comprendono le attività di carattere commerciale quale il servizio di trasporto di linea turistica Roma Cristiana. Poi perché il servizio opera sul territorio della città di Roma e solo incidentalmente lambisce il Vaticano, al pari delle altre linee di bus a due piani, di cui ripercorre i percorsi e le fermate”.
18 agosto 2011
Tasse, i “santissimi” privilegi del Vaticano
Alberghi, bus e turismo religioso: le attività della Santa Sede esentasse costano allo Stato fino a 3 miliardi l'anno. La denuncia dei Radicali: "Non vogliamo l'ici per le chiese, ma se vogliono fare gli imprenditori allora paghino le imposte come tutti"
Alberghi di lusso con terrazze sulla Capitale, società che organizzano viaggi per i turisti della fede, scuole e ospedali. Tutto esentasse o quasi, grazie ai privilegi di cui gode il Vaticano. La denuncia del segretario dei Radicali italiani, Mario Staderini è chiara: con qualche ritocco alle esenzioni della Chiesa cattolica, lo Stato potrebbe risparmiare fino a 3 miliardi l’anno. Nel mirino del partito radicale, Ici, Ires e 8 x mille.
La legge istitutiva dell’Ici aveva previsto precise esenzioni per gli immobili destinati al culto e ad usi “meritevoli” (come le attività assistenziali, didattiche o ricreative). Nel 2004, la Cassazione ha dovuto precisare che tale dispensa poteva essere applicata solo fino a quando nell’immobile fosse esercitata in via esclusiva una delle attività “meritevoli”. Nel 2007 fu bocciato un emendamento socialista che proponeva di abbattere l’Ici per gli immobili della Chiesa adibiti a scopi commerciali e grazie a un provvedimento del governo di centrosinistra, adesso basta che non siano “esclusivamente dedicati” al commercio. Quindi sono ancora migliaia gli istituti religiosi in Italia che non pagano questa tassa, convertiti in veri e propri alberghi. E non solo. Basta un chiostro dedicato alla preghiera e qualsiasi immobile o attività può dirsi salvo dalla tassa. A pagare, secondo l’Associazione nazionale dei comuni italiani, sono meno del 10 per cento di chi dovrebbe farlo, con un danno erariale di circa 500 milioni l’anno. Il caso che ha fatto più volte parlare è il convento delle suore brigidine, nella storica cornice di piazza Farnese a Roma, diventato uno degli hotel tra i più gettonati dai turisti stranieri. “Per non parlare dell’incompiuto del Bernini a Trastevere – racconta Staderini – dato in concessione a una catena alberghiera che l’ha trasformato in una residenza 4 stelle, Villa Donna Camilla Savelli”.
Tra i privilegi a cui il Vaticano non rinuncia e che i radicali contestano c’è anche l’abbattimento dell’Ires del 50 per cento nei confronti degli enti di assistenza e beneficenza. Per arrivare al contributo dell’8 x mille del gettito Irpef dei cittadini, che supera i 900 milioni l’anno, e viene usato per il sostentamento dei sacerdoti, per interventi caritativi in Italia e nel terzo mondo, per le iniziative nelle diocesi e la nuova edilizia di culto.
“Noi non pretendiamo di rimettere l’Ici sulle chiese – spiega ancora Staderini – ma almeno sulle attività commerciali. Lo Stato, in un momento di crisi come questo potrebbe risparmiare fino a 3 miliardi l’anno e il Vaticano pagare con i profitti ricavati dalle attività come tutti gli altri imprenditori”.
Il turismo religioso viene valutato dai radicali un giro d’affari da 4,5 miliardi euro l’anno solo in Italia (e considerando esclusivamente i servizi di carattere ricettivo e di trasporto). Sono 35 i milioni di turisti che ogni anno partecipano ad attività di turismo di carattere religioso nel nostro paese, il 30 per cento dei quali viene dall’estero, impegnando 120.000 camere, pari al 15 per cento della capacità ricettiva nazionale. In Italia ci sono oltre 200 mila i posti letto gestiti da enti religiosi, per un totale di 3.300 indirizzi, con circa 55 milioni di presenze ogni anno.
Ma gli alberghi non sono l’unica fonte d’introito da turismo per la Chiesa cattolica. L’Opera romana pellegrinaggi, “un’attività del Vicariato di Roma, organo della Santa Sede, alle dirette dipendenze del Cardinale Vicario del Papa”, come si legge nel sito di presentazione, organizza da 75 anni tour per i pellegrini da e per tutto il mondo. Quasi esentasse, nonostante una sede in pieno centro a Roma, in via dei Cestari, e i 7 pullman gialli a due piani che imperversano nelle vie della Capitale, alla cifra di 18 euro a passeggero, noti alle cronache per la denuncia da parte dei lavoratori che venivano pagati in nero.
Il meccanismo, raccontato da Valeria Pireddu, una hostess dei bus di “Roma cristiana” al programma Le Iene, era semplice: lei prendeva un euro su ogni biglietto venduto, quindi non era assunta dal gruppo ma in pratica una libera volontaria. In teoria, invece, avrebbe dovuto emettere fattura anche per i 30-40 euro al giorno guadagnati. Che le avrebbero permesso trasparenza, contributi, ferie, maternità. Naturalmente non compresi nel lavoro che le era stato affidato.
“L’appiglio di Opr alla deroga derivante dai Patti Lateranensi relativa al servizio di trasporto è palesemente non corretto – conclude Staderini – in primo luogo perche le garanzie previste dalla citata legge fanno riferimento ai soggetti che si recano nella Città del Vaticano per finalità religiose, mentre non comprendono le attività di carattere commerciale quale il servizio di trasporto di linea turistica Roma Cristiana. Poi perché il servizio opera sul territorio della città di Roma e solo incidentalmente lambisce il Vaticano, al pari delle altre linee di bus a due piani, di cui ripercorre i percorsi e le fermate”.
...se vogliono fare gli imprenditori allora paghino le imposte come tutti".
quoto...ed è per questo che mi stanno parecchio sulle scatole i preti ultimamente...se vendessero una delle loro vesti o anelli sfamerebbero 1000 persone per una settimana, a occhio e croce...sono i più grandi ipocriti che esistano
(edited)
quoto...ed è per questo che mi stanno parecchio sulle scatole i preti ultimamente...se vendessero una delle loro vesti o anelli sfamerebbero 1000 persone per una settimana, a occhio e croce...sono i più grandi ipocriti che esistano
(edited)
tra evasori,favori alla chiesa,soldi pubblici buttati al vento,fondi dell'unione europea non utilizzati,criminalità organizzata,certo che di risorse ce ne sarebbero!e ci siamo ridotti alla manovra di ferragosto per cercare di salvare il salvabile,ma che vadano aff.....o!!!!
Quello che la Chiesa non paga
Un punto della situazione su privilegi ed esenzioni, tornati d'attualità visto che si parla di tagli
20 agosto 2011
La manovra economica in corso di approvazione da parte del governo richiede sacrifici ai cittadini e aumenterà la pressione fiscale. Il momento di difficoltà dei conti pubblici ha fatto tornare di attualità un dibattito che ciclicamente si ripresenta nell’opinione pubblica italiana: quello riguardo i benefici economici che lo Stato assicura alla Chiesa cattolica attraverso riduzioni delle imposte e diverse altre forme di contributi. Negli ultimi giorni ne hanno parlato Beppe Severgnini, Massimo Gramellini sulla Stampa e Filippo Facci su Libero. Se n’è parlato meno nel mondo politico con l’eccezione dei Radicali, che intendono presentare un emendamento alla manovra per eliminare l’esenzione dal pagamento dell’ICI dei beni ecclesiastici. Cerchiamo di capire di che cosa stiamo parlando.
Le agevolazioni fiscali
La Chiesa cattolica usufruisce di forti agevolazioni fiscali, motivate soprattutto dalle finalità assistenziali, sanitarie o educative di alcune sue attività. Ad esempio l’IRES, l’imposta sul reddito delle società introdotta nel 2003 al posto di un’imposta precedente, è ridotta del 50 per cento per tutti gli enti che hanno un fine di assistenza, beneficenza e istruzione (non solo quelli riconducibili alla Chiesa, dunque).
La Chiesa cattolica italiana non ha mai pagato l’ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) sui beni immobiliari che utilizzava per fini non commerciali, come previsto già dal decreto legislativo che introdusse la tassa nel 1992 e con un risparmio per la Chiesa che venne stimato dall’associazione dei comuni italiani in diverse centinaia di milioni di euro l’anno. Quanto agli immobili utilizzati per attività commerciali, la questione è stata oggetto di diversi pronunciamenti giuridici e di modifiche legislative nel corso degli anni: a partire dal 2005, la legge ha previsto l’esenzione tout court per tutti gli immobili. Questa decisione, presa dal governo Berlusconi a pochi mesi dallo scioglimento delle camere e all’inizio della campagna elettorale, fece molto discutere. Nel 2007 il governo Prodi limò la normativa, prevedendo che l’esenzione dell’ICI si potesse applicare solo agli immobili dalle finalità “non esclusivamente commerciali”. Quell’avverbio – “esclusivamente” – ha permesso alla Chiesa di usufruire dell’esenzione anche per strutture turistiche, alberghi, ospedali, centri vacanze, negozi: è sufficiente la presenza di una cappella all’interno della struttura. Il risparmio annuo per la Chiesa – e la perdita netta, per il fisco italiano – si avvicina ai due miliardi di euro. La legge in questione è da tempo oggetto di indagini da parte dell’Unione Europea.
Ci sono inoltre diverse altre agevolazioni fiscali di minor rilievo. Le merci dirette dall’estero alla Città del Vaticano e a tutti gli uffici vaticani del territorio italiano sono esenti da imposte doganali e daziarie. I lavoratori italiani che lavorano in società con sede in Vaticano, anche se la loro sede di lavoro è in territorio italiano, non pagano l’IRPEF (la tassa sul reddito delle persone fisiche).
L’otto per mille e gli altri finanziamenti alla Chiesa cattolica
Oltre alle esenzioni fiscali che abbiamo elencato, lo Stato italiano dà direttamente o indirettamente molti fondi alla Chiesa cattolica per le sue attività religiose, caritative e educative.
Il principale strumento è quello dell’otto per mille: lo Stato italiano decise, con la legge 222 del 1985, di destinare l’otto per mille del gettito raccolto tramite l’IRPEF “in parte, a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e, in parte, a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica” a partire dall’anno fiscale 1990. Negli anni successivi, altre confessioni religiose hanno firmato intese con lo Stato italiano, e oggi tutti i singoli cittadini (non quindi enti o aziende) che presentano la dichiarazione dei redditi possono scegliere di esprimersi sulla destinazione dell’otto per mille dell’IRPEF scegliendo tra sette opzioni: lo Stato italiano, la Chiesa cattolica, l’Unione delle Chiese cristiane avventiste del Settimo giorno, le Assemblee di Dio in Italia, l’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia oppure l’Unione Comunità Ebraiche Italiane.
Circa il 40 per cento dei cittadini decide a chi destinare l’otto per mille, e tra questi più dell’80 per cento sceglie la Chiesa cattolica. Chi dice esplicitamente che intende destinare l’otto per mille alla Chiesa cattolica è insomma circa un terzo dei contribuenti. C’è un però: stando alla legge, non è il singolo contribuente a decidere a chi destinare la sua quota di IRPEF ma è lo Stato che consulta i cittadini – facendo quindi una sorta di “sondaggio” – per decidere a chi dare l’otto per mille del gettito dell’IRPEF. In questo modo alla Chiesa cattolica va l’80 per cento di tutto l’otto per mille, non solo di quelli che l’hanno dichiarato esplicitamente: una cifra che si aggira intorno al miliardo di euro l’anno. Come dichiara la stessa Chiesa cattolica, più di un terzo della cifra viene utilizzato per pagare gli “stipendi” dei sacerdoti, mentre agli “interventi caritativi” va circa un quarto del totale. Le modalità di destinazione dell’otto per mille e il suo impiego da parte della Chiesa sono stati spesso oggetto di discussione e polemiche.
Altri fondi che lo Stato versa a vario titolo alla Chiesa cattolica o per finanziare attività confessionali cattoliche sono: i sovvenzionamenti statali alle scuole private confessionali; gli stipendi degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche; altre agevolazioni, una delle più curiose delle quali è forse la fornitura idrica gratuita alla Città del Vaticano, prevista dall’articolo 6 del Trattato tra il Vaticano e il Regno d’Italia del 1929 (accordo non toccato dalla revisione del Concordato del 1985).
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Un punto della situazione su privilegi ed esenzioni, tornati d'attualità visto che si parla di tagli
20 agosto 2011
La manovra economica in corso di approvazione da parte del governo richiede sacrifici ai cittadini e aumenterà la pressione fiscale. Il momento di difficoltà dei conti pubblici ha fatto tornare di attualità un dibattito che ciclicamente si ripresenta nell’opinione pubblica italiana: quello riguardo i benefici economici che lo Stato assicura alla Chiesa cattolica attraverso riduzioni delle imposte e diverse altre forme di contributi. Negli ultimi giorni ne hanno parlato Beppe Severgnini, Massimo Gramellini sulla Stampa e Filippo Facci su Libero. Se n’è parlato meno nel mondo politico con l’eccezione dei Radicali, che intendono presentare un emendamento alla manovra per eliminare l’esenzione dal pagamento dell’ICI dei beni ecclesiastici. Cerchiamo di capire di che cosa stiamo parlando.
Le agevolazioni fiscali
La Chiesa cattolica usufruisce di forti agevolazioni fiscali, motivate soprattutto dalle finalità assistenziali, sanitarie o educative di alcune sue attività. Ad esempio l’IRES, l’imposta sul reddito delle società introdotta nel 2003 al posto di un’imposta precedente, è ridotta del 50 per cento per tutti gli enti che hanno un fine di assistenza, beneficenza e istruzione (non solo quelli riconducibili alla Chiesa, dunque).
La Chiesa cattolica italiana non ha mai pagato l’ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) sui beni immobiliari che utilizzava per fini non commerciali, come previsto già dal decreto legislativo che introdusse la tassa nel 1992 e con un risparmio per la Chiesa che venne stimato dall’associazione dei comuni italiani in diverse centinaia di milioni di euro l’anno. Quanto agli immobili utilizzati per attività commerciali, la questione è stata oggetto di diversi pronunciamenti giuridici e di modifiche legislative nel corso degli anni: a partire dal 2005, la legge ha previsto l’esenzione tout court per tutti gli immobili. Questa decisione, presa dal governo Berlusconi a pochi mesi dallo scioglimento delle camere e all’inizio della campagna elettorale, fece molto discutere. Nel 2007 il governo Prodi limò la normativa, prevedendo che l’esenzione dell’ICI si potesse applicare solo agli immobili dalle finalità “non esclusivamente commerciali”. Quell’avverbio – “esclusivamente” – ha permesso alla Chiesa di usufruire dell’esenzione anche per strutture turistiche, alberghi, ospedali, centri vacanze, negozi: è sufficiente la presenza di una cappella all’interno della struttura. Il risparmio annuo per la Chiesa – e la perdita netta, per il fisco italiano – si avvicina ai due miliardi di euro. La legge in questione è da tempo oggetto di indagini da parte dell’Unione Europea.
Ci sono inoltre diverse altre agevolazioni fiscali di minor rilievo. Le merci dirette dall’estero alla Città del Vaticano e a tutti gli uffici vaticani del territorio italiano sono esenti da imposte doganali e daziarie. I lavoratori italiani che lavorano in società con sede in Vaticano, anche se la loro sede di lavoro è in territorio italiano, non pagano l’IRPEF (la tassa sul reddito delle persone fisiche).
L’otto per mille e gli altri finanziamenti alla Chiesa cattolica
Oltre alle esenzioni fiscali che abbiamo elencato, lo Stato italiano dà direttamente o indirettamente molti fondi alla Chiesa cattolica per le sue attività religiose, caritative e educative.
Il principale strumento è quello dell’otto per mille: lo Stato italiano decise, con la legge 222 del 1985, di destinare l’otto per mille del gettito raccolto tramite l’IRPEF “in parte, a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e, in parte, a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica” a partire dall’anno fiscale 1990. Negli anni successivi, altre confessioni religiose hanno firmato intese con lo Stato italiano, e oggi tutti i singoli cittadini (non quindi enti o aziende) che presentano la dichiarazione dei redditi possono scegliere di esprimersi sulla destinazione dell’otto per mille dell’IRPEF scegliendo tra sette opzioni: lo Stato italiano, la Chiesa cattolica, l’Unione delle Chiese cristiane avventiste del Settimo giorno, le Assemblee di Dio in Italia, l’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia oppure l’Unione Comunità Ebraiche Italiane.
Circa il 40 per cento dei cittadini decide a chi destinare l’otto per mille, e tra questi più dell’80 per cento sceglie la Chiesa cattolica. Chi dice esplicitamente che intende destinare l’otto per mille alla Chiesa cattolica è insomma circa un terzo dei contribuenti. C’è un però: stando alla legge, non è il singolo contribuente a decidere a chi destinare la sua quota di IRPEF ma è lo Stato che consulta i cittadini – facendo quindi una sorta di “sondaggio” – per decidere a chi dare l’otto per mille del gettito dell’IRPEF. In questo modo alla Chiesa cattolica va l’80 per cento di tutto l’otto per mille, non solo di quelli che l’hanno dichiarato esplicitamente: una cifra che si aggira intorno al miliardo di euro l’anno. Come dichiara la stessa Chiesa cattolica, più di un terzo della cifra viene utilizzato per pagare gli “stipendi” dei sacerdoti, mentre agli “interventi caritativi” va circa un quarto del totale. Le modalità di destinazione dell’otto per mille e il suo impiego da parte della Chiesa sono stati spesso oggetto di discussione e polemiche.
Altri fondi che lo Stato versa a vario titolo alla Chiesa cattolica o per finanziare attività confessionali cattoliche sono: i sovvenzionamenti statali alle scuole private confessionali; gli stipendi degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche; altre agevolazioni, una delle più curiose delle quali è forse la fornitura idrica gratuita alla Città del Vaticano, prevista dall’articolo 6 del Trattato tra il Vaticano e il Regno d’Italia del 1929 (accordo non toccato dalla revisione del Concordato del 1985).
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Cronaca | di Giancarlo Castelli
21 agosto 2011
Aielli, dedicata una piazza allo zio fascista di Gianni Letta
Alla fine, senza pompa magna e senza la presenza del prestigioso nipote Gianni, Aielli ha dedicato una delle sue piazze centrali a Guido Letta, prefetto in orbace e decorato dell’Aquila nazista. Le polemiche, seguite all’annuncio della cerimonia fissata per il 17 luglio scorso e poi rinviata, hanno sortito soltanto un effetto-sordina per cui il 20 agosto, alla presenza del sindaco di Aielli, Benedetto Di Censo, lista civica di centrodestra, del presidente della Provincia de L’Aquila, Antonio Del Corvo e del senatore Filippo Piccone (Pdl) hanno partecipato soltanto alcuni dipendenti comunali, richiamati in fretta e furia dal primo cittadino per fare numero.
Niente rinvio a settembre, insomma, come annunciato dal sindaco (ufficialmente per motivi legati a impegni del sottosegretario Letta). L’occasione presa al volo è stata la festa per l’Immacolata Concezione, cominciata a cavallo del weekend, all’interno della quale le autorità hanno compiuto un vero e proprio blitz dedicando piazza e busto al prefetto fascista al posto del vecchio nome di piazza Risorgimento (alla faccia della retorica sui 150 anni).
Motivo di tanta solerzia? “Questioni di ordine pubblico dopo le proteste provenienti dall’estrema sinistra”: questa la motivazione ufficiale secondo quanto hanno riportato gli attivisti del “Popolo delle carriole”, i primi a denunciare l’avvenuta commemorazione. Un’“estrema sinistra”, in realtà l’Anpi locale e un gruppo di “indignados” di Aielli che aveva denunciato, con foto e documentazioni, il passato ingombrante dello zio fascista di Letta (in cui spicca il suo intervento presso il Duce a favore di Amerigo Dumini, il sicario che uccise Giacomo Matteotti). Nonché dello spreco di denaro pubblico visto che l’evento sarebbe costato 20mila euro provenienti dal fondo per la ricostruzione post-terremoto. La questione ha fatto molto arrabbiare i cittadini aquilani e la home page del Comune di Aielli è rimasta, fino a sera, molto intasata.
21 agosto 2011
Aielli, dedicata una piazza allo zio fascista di Gianni Letta
Alla fine, senza pompa magna e senza la presenza del prestigioso nipote Gianni, Aielli ha dedicato una delle sue piazze centrali a Guido Letta, prefetto in orbace e decorato dell’Aquila nazista. Le polemiche, seguite all’annuncio della cerimonia fissata per il 17 luglio scorso e poi rinviata, hanno sortito soltanto un effetto-sordina per cui il 20 agosto, alla presenza del sindaco di Aielli, Benedetto Di Censo, lista civica di centrodestra, del presidente della Provincia de L’Aquila, Antonio Del Corvo e del senatore Filippo Piccone (Pdl) hanno partecipato soltanto alcuni dipendenti comunali, richiamati in fretta e furia dal primo cittadino per fare numero.
Niente rinvio a settembre, insomma, come annunciato dal sindaco (ufficialmente per motivi legati a impegni del sottosegretario Letta). L’occasione presa al volo è stata la festa per l’Immacolata Concezione, cominciata a cavallo del weekend, all’interno della quale le autorità hanno compiuto un vero e proprio blitz dedicando piazza e busto al prefetto fascista al posto del vecchio nome di piazza Risorgimento (alla faccia della retorica sui 150 anni).
Motivo di tanta solerzia? “Questioni di ordine pubblico dopo le proteste provenienti dall’estrema sinistra”: questa la motivazione ufficiale secondo quanto hanno riportato gli attivisti del “Popolo delle carriole”, i primi a denunciare l’avvenuta commemorazione. Un’“estrema sinistra”, in realtà l’Anpi locale e un gruppo di “indignados” di Aielli che aveva denunciato, con foto e documentazioni, il passato ingombrante dello zio fascista di Letta (in cui spicca il suo intervento presso il Duce a favore di Amerigo Dumini, il sicario che uccise Giacomo Matteotti). Nonché dello spreco di denaro pubblico visto che l’evento sarebbe costato 20mila euro provenienti dal fondo per la ricostruzione post-terremoto. La questione ha fatto molto arrabbiare i cittadini aquilani e la home page del Comune di Aielli è rimasta, fino a sera, molto intasata.
C'è da chiedersi perché tutta questa insistenza a voler per forza intitolare questa piazza allo zio di Letta.
Alla fine crea a Letta nipote + imbarazzo che prestigio!
Alla fine crea a Letta nipote + imbarazzo che prestigio!
adesso, ma fra 20-30 anni?
questi non son mica normali eh
questi non son mica normali eh
Politica & Palazzo | di Redazione Il Fatto Quotidiano
24 agosto 2011
Manovra, il governo diserta la Commissione affari costituzionali del Senato
Si discute la legittimità del decreto "lacrime e sangue", ma in aula non si presenta neppure un sottosegretario. Il presidente Vizzini (Pdl): "Disappunto e stupore". Giallo sulla relazione tecnica di accompagnamento. Sanna (Pd): "Non è la stessa inviata a Napolitano"
La Commissione affari costituzionali del Senato esamina la manovra economica e nessun esponente del governo si presenta in aula. Nessuno, zero, neanche l’ultimo dei sottosegretari. Tanto da suscitare l’ira del presidente Carlo Vizzini, che pure è del Pdl: “La Commissione intera – scrive in una nota – ha espresso il proprio fermo disappunto e l’assoluto stupore per la circostanza che nessuno dei 60 componenti dell’esecutivo riesce a garantire una presenza anche allo scopo di fornire risposte e spiegazioni ai rilievi mossi da tutti i Gruppi”. Lo stesso Vizzini ha più volte sollecitato la presenza del Governo, dato che la commissione deve fornire l’importante parere di costituzionalità sui contenuto del decreto governativo appena approdato in parlamento.
Ieri la Commissione ha approvato all’unanimità la relazione favorevole del presidente Vizzini sulla sussistenza dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza sulla manovra economica, a eccezione dell’articolo 8, relativo alla contrattazione collettiva, sul quale il parere favorevole è stato approvato a maggioranza. A chiedere il voto separato sul ‘pacchetto lavoro’ era stato il Pd, valutando che per quelle norme sul lavoro non ci fosse il requisito di urgenza. Nella discussione disertata oggi dal governo, la Commissione entra nel merito della costituzionalità di ciascun articolo del decreto.
Sempre ieri, il senatore democratico Francesco Sanna, componente della Commissione, ha avanzato il sospetto che la relazione illustrativa della manovra approvata dal Consiglio dei ministri possa essere diversa da quella inviata alla presidenza della Repubblica. “Dalla relazione del governo – afferma – le Regioni devono ridurre il numero di consiglieri regionali ed assessori, con l’aggiunta, per quelle a statuto speciale, dell’obbligo di sopprimere le piccole province. Nel decreto legge che il Senato sta esaminando, invece, l’obbligo di sopprimere le province non c’è, mentre appare una sanzione che non riguarda le regioni ordinarie, ma solo quelle autonome. Se non si farà come dice il decreto, lo Stato non dovrà più assicurare alle regioni autonome ‘il conseguimento degli obiettivi costituzionali di solidarietà e perequazionè previsto dal federalismo fiscale”.
Secondo il senatore del Pd, il pasticcio potrebbe derivare da correzioni apportate fuori tempo massimo, dopo l’approvazione in consiglio dei ministri.
24 agosto 2011
Manovra, il governo diserta la Commissione affari costituzionali del Senato
Si discute la legittimità del decreto "lacrime e sangue", ma in aula non si presenta neppure un sottosegretario. Il presidente Vizzini (Pdl): "Disappunto e stupore". Giallo sulla relazione tecnica di accompagnamento. Sanna (Pd): "Non è la stessa inviata a Napolitano"
La Commissione affari costituzionali del Senato esamina la manovra economica e nessun esponente del governo si presenta in aula. Nessuno, zero, neanche l’ultimo dei sottosegretari. Tanto da suscitare l’ira del presidente Carlo Vizzini, che pure è del Pdl: “La Commissione intera – scrive in una nota – ha espresso il proprio fermo disappunto e l’assoluto stupore per la circostanza che nessuno dei 60 componenti dell’esecutivo riesce a garantire una presenza anche allo scopo di fornire risposte e spiegazioni ai rilievi mossi da tutti i Gruppi”. Lo stesso Vizzini ha più volte sollecitato la presenza del Governo, dato che la commissione deve fornire l’importante parere di costituzionalità sui contenuto del decreto governativo appena approdato in parlamento.
Ieri la Commissione ha approvato all’unanimità la relazione favorevole del presidente Vizzini sulla sussistenza dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza sulla manovra economica, a eccezione dell’articolo 8, relativo alla contrattazione collettiva, sul quale il parere favorevole è stato approvato a maggioranza. A chiedere il voto separato sul ‘pacchetto lavoro’ era stato il Pd, valutando che per quelle norme sul lavoro non ci fosse il requisito di urgenza. Nella discussione disertata oggi dal governo, la Commissione entra nel merito della costituzionalità di ciascun articolo del decreto.
Sempre ieri, il senatore democratico Francesco Sanna, componente della Commissione, ha avanzato il sospetto che la relazione illustrativa della manovra approvata dal Consiglio dei ministri possa essere diversa da quella inviata alla presidenza della Repubblica. “Dalla relazione del governo – afferma – le Regioni devono ridurre il numero di consiglieri regionali ed assessori, con l’aggiunta, per quelle a statuto speciale, dell’obbligo di sopprimere le piccole province. Nel decreto legge che il Senato sta esaminando, invece, l’obbligo di sopprimere le province non c’è, mentre appare una sanzione che non riguarda le regioni ordinarie, ma solo quelle autonome. Se non si farà come dice il decreto, lo Stato non dovrà più assicurare alle regioni autonome ‘il conseguimento degli obiettivi costituzionali di solidarietà e perequazionè previsto dal federalismo fiscale”.
Secondo il senatore del Pd, il pasticcio potrebbe derivare da correzioni apportate fuori tempo massimo, dopo l’approvazione in consiglio dei ministri.
Cerro Che doversi nascondere per non far sapere Che si intitola una piazza ad un fascista e' alquanto triste. Altro Che uomini di destra
La Rai annuncia provvedimenti nei confronti dei responsabili della trasmissione radiofonica di Radio2 'Attenda in linea'. Il direttore generale, Lorenza Lei si riserva di valutare il caso, sollevato dal presidente del Senato, Renato Schifani.
Sotto accusa il commento del conduttore, Max Laudadio, a una telefonata nella trasmissione in onda questa mattina tra le 10 e le 11. Al telefono, in diretta, un privato cittadino, con toni ironici ma pacati, criticava il prezzo dei pasti consumati in un ristorante riservato a parlamentari. Laudadio commentava: «Se 'sti delinquenti' facessero il loro lavoro, sarebbe tutto a posto, il problema è che non lo fanno. Capito?»
Il presidente del Senato, in una lettera al direttore generale della Rai scrive: «Non posso consentire che la pur comprensibile critica di alcuni aspetti di quelli che ormai vengono comunemente chiamati 'costi della politica' trascenda in espressioni indiscriminatamente oltraggiose, tanto più da parte di un professionista del servizio pubblico». Schifani precisa di aver deciso di intervenire anche in seguito alle segnalazioni di diversi senatori. Per tutelare la «dignità e dell'impegno di tanti parlamentari». Anche perché «una denuncia costruttiva, che è doveroso comprendere ed accogliere - precisa - è cosa ben diversa da un compiaciuto qualunquismo che vuole solo denigrare le istituzioni e coloro che le rappresentano».
se i politici fossero così pronti e fermi anche nel risolvere i decennali problemi di questo paese!Laudadio sono con te!!!
Sotto accusa il commento del conduttore, Max Laudadio, a una telefonata nella trasmissione in onda questa mattina tra le 10 e le 11. Al telefono, in diretta, un privato cittadino, con toni ironici ma pacati, criticava il prezzo dei pasti consumati in un ristorante riservato a parlamentari. Laudadio commentava: «Se 'sti delinquenti' facessero il loro lavoro, sarebbe tutto a posto, il problema è che non lo fanno. Capito?»
Il presidente del Senato, in una lettera al direttore generale della Rai scrive: «Non posso consentire che la pur comprensibile critica di alcuni aspetti di quelli che ormai vengono comunemente chiamati 'costi della politica' trascenda in espressioni indiscriminatamente oltraggiose, tanto più da parte di un professionista del servizio pubblico». Schifani precisa di aver deciso di intervenire anche in seguito alle segnalazioni di diversi senatori. Per tutelare la «dignità e dell'impegno di tanti parlamentari». Anche perché «una denuncia costruttiva, che è doveroso comprendere ed accogliere - precisa - è cosa ben diversa da un compiaciuto qualunquismo che vuole solo denigrare le istituzioni e coloro che le rappresentano».
se i politici fossero così pronti e fermi anche nel risolvere i decennali problemi di questo paese!Laudadio sono con te!!!