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Subject: [POLITICA]
I NUMERI DEI CONSIGLIERI REGIONALI
di Massimo Bordignon 28.10.2011
Nel dibattito sui costi della politica in Italia un ruolo rilevante lo giocano le rappresentanze politiche locali; non tanto quelle comunali, che per quanto numerose sono generalmente pagate miseramente, quanto quelle regionali, che invece sono in genere profumatamente retribuite. Sugli stipendi dei consiglieri regionali e sulla loro strana distribuzione per territori e funzioni abbiamo già discusso; qui guardiamo all’altra faccia della medaglia, cioè alla numerosità dei consiglieri regionali rapportati alla popolazione. E anche qui qualche sorpresa non manca. Per l’effetto costi fissi della politica, ci si sarebbe potuto aspettare un rapporto consiglieri/popolazione più elevato nelle regioni più piccole: e in effetti, il Molise ha un consigliere ogni 10.000 abitanti, mentre la Lombardia ne ha uno ogni 120.000 abitanti. Ma altre differenze appaiono poco spiegabili e poco giustificabili. Per esempio, la Toscana, con una popolazione minore ha più consiglieri dell’Emilia Romagna; la Sicilia, benché abbia poco più della metà della popolazione della Lombardia ha dieci consiglieri in più, mentre il Lazio ha più o meno gli stessi consiglieri della Lombardia con una popolazione poco superiore a quella della Sicilia. E in genere tutte le Regioni a statuto speciale appaiono molte generose in termini di rappresentanza politica; addirittura la Valle d’Aosta ha un consigliere ogni 3.600 abitanti. È vero che la numerosità della rappresentanza è parte dell’autonomia riconosciuta alle Regioni; ma qualche razionalizzazione, in periodi di vacche magrissime, andrebbe perseguita.
di Massimo Bordignon 28.10.2011
Nel dibattito sui costi della politica in Italia un ruolo rilevante lo giocano le rappresentanze politiche locali; non tanto quelle comunali, che per quanto numerose sono generalmente pagate miseramente, quanto quelle regionali, che invece sono in genere profumatamente retribuite. Sugli stipendi dei consiglieri regionali e sulla loro strana distribuzione per territori e funzioni abbiamo già discusso; qui guardiamo all’altra faccia della medaglia, cioè alla numerosità dei consiglieri regionali rapportati alla popolazione. E anche qui qualche sorpresa non manca. Per l’effetto costi fissi della politica, ci si sarebbe potuto aspettare un rapporto consiglieri/popolazione più elevato nelle regioni più piccole: e in effetti, il Molise ha un consigliere ogni 10.000 abitanti, mentre la Lombardia ne ha uno ogni 120.000 abitanti. Ma altre differenze appaiono poco spiegabili e poco giustificabili. Per esempio, la Toscana, con una popolazione minore ha più consiglieri dell’Emilia Romagna; la Sicilia, benché abbia poco più della metà della popolazione della Lombardia ha dieci consiglieri in più, mentre il Lazio ha più o meno gli stessi consiglieri della Lombardia con una popolazione poco superiore a quella della Sicilia. E in genere tutte le Regioni a statuto speciale appaiono molte generose in termini di rappresentanza politica; addirittura la Valle d’Aosta ha un consigliere ogni 3.600 abitanti. È vero che la numerosità della rappresentanza è parte dell’autonomia riconosciuta alle Regioni; ma qualche razionalizzazione, in periodi di vacche magrissime, andrebbe perseguita.
Un maxiemendamento
Si è chiuso il Consiglio dei Ministri sulla crisi: è fallita l'ipotesi di un decreto e, secondo le prime anticipazioni, non ci saranno la patrimoniale né il prelievo forzoso sui conti corrente
Sono terminati gli incontri in cui erano coinvolte Italia e Grecia alla vigilia del G20. In Italia è fallita, per ora, l’ipotesi di un decreto: il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un maxiemendamento alla legge di stabilità con le norme anti crisi. Solo in un secondo tempo si procederà con un decreto e un disegno di legge. A influenzare la decisione sarebbe stato Giorgio Napolitano: nel provvedimento era previsto l’inserimento di misure che non avevano a che fare con l’emergenza economica. Anche Giulio Tremonti aveva espresso obiezioni sul decreto dichiarandosi invece favorevole alla via parlamentare.
Nel comunicato pubblicato dopo la chiusura del Consiglio si parla di un maxiemendamento senza però alcuna indicazione sulle misure approvate.
«Il Consiglio dei ministri, appositamente convocato in via straordinaria, ha esaminato un complesso di misure urgenti a sostegno della economia italiana nello scenario di una sfavorevole congiuntura che sta investendo l’Europa. A seguito degli indirizzi da parte della Banca Centrale europea e delle intese raggiunte nell’ultimo Vertice dell’Unione, il Consiglio ha in particolare approvato un maxi emendamento al disegno di legge di stabilità, che recepisce sul piano normativo gli impegni assunti dal Presidente Berlusconi nella sua lettera all’Unione europea del 26 ottobre scorso»
Secondo alcune anticipazioni, non dovrebbero esserci i prelievi forzosi sui conti correnti (lo ha riferito il ministro dello Sviluppo Paolo Romani), la patrimoniale, i condoni, l’aumento dell’età pensionabile. Tra le misure approvate potrebbero comparire, invece, la vendita di immobili del patrimonio pubblico, le liberalizzazioni del trasporto locale e degli ordini professionali, il pacchetto lavoro (rilancio per giovani e donne, ma non la flessibilità in uscita) e le norme sulla velocizzazione delle opere pubbliche. Misure già apparse nelle bozze del decreto sviluppo.
In una nota, Silvio Berlusconi avverte però che «eventuali testi in circolazione non corrispondono a quanto esaminato e approvato nel Consiglio dei Ministri appena concluso».
Via libera, invece, a uno schema di regolamento che riconosce ai Comuni capoluogo di provincia, alle Unioni dei Comuni e ai Comuni inclusi negli elenchi regionali come località turistiche o città d’arte, la possibilità di istituire una tassa di soggiorno a chi alloggia nelle strutture ricettive di quel territorio.
Si torna a parlare, e mentre il Consiglio è ancora in corso, di una lettera di frondisti: un gruppo di parlamentari del Pdl avrebbe preparato e anche firmato un documento in cui si chiede a Silvio Berlusconi un passo indietro, un nuovo esecutivo e l’allargamento della maggioranza. Maurizio Paniz, nella squadra degli avvocati del premier e deputato del Pdl, ha escluso una nuova candidatura di Berlusconi nel 2013 proponendo Gianni Letta o Renato Schifani alla guida di un governo del centrodestra che porti il Paese a fine legislatura.
A Cannes, nel frattempo, si è svolto il vertice tra Nicolas Sarkozy, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier George Papandreou convocato d’urgenza dopo la sua decisione di indire un referendum sul piano di aiuti europeo alla Grecia. Nella conferenza stampa finale, Sarkozy ha detto che il referendum «si potrebbe tenere il 4 e il 5 dicembre» ma che l’Unione europea e il Fondo Monetario non verseranno la tranche di aiuti fino a quando Atene non «avrà adottato l’accordo di Bruxelles del 26 ottobre».
ilpost
Si è chiuso il Consiglio dei Ministri sulla crisi: è fallita l'ipotesi di un decreto e, secondo le prime anticipazioni, non ci saranno la patrimoniale né il prelievo forzoso sui conti corrente
Sono terminati gli incontri in cui erano coinvolte Italia e Grecia alla vigilia del G20. In Italia è fallita, per ora, l’ipotesi di un decreto: il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un maxiemendamento alla legge di stabilità con le norme anti crisi. Solo in un secondo tempo si procederà con un decreto e un disegno di legge. A influenzare la decisione sarebbe stato Giorgio Napolitano: nel provvedimento era previsto l’inserimento di misure che non avevano a che fare con l’emergenza economica. Anche Giulio Tremonti aveva espresso obiezioni sul decreto dichiarandosi invece favorevole alla via parlamentare.
Nel comunicato pubblicato dopo la chiusura del Consiglio si parla di un maxiemendamento senza però alcuna indicazione sulle misure approvate.
«Il Consiglio dei ministri, appositamente convocato in via straordinaria, ha esaminato un complesso di misure urgenti a sostegno della economia italiana nello scenario di una sfavorevole congiuntura che sta investendo l’Europa. A seguito degli indirizzi da parte della Banca Centrale europea e delle intese raggiunte nell’ultimo Vertice dell’Unione, il Consiglio ha in particolare approvato un maxi emendamento al disegno di legge di stabilità, che recepisce sul piano normativo gli impegni assunti dal Presidente Berlusconi nella sua lettera all’Unione europea del 26 ottobre scorso»
Secondo alcune anticipazioni, non dovrebbero esserci i prelievi forzosi sui conti correnti (lo ha riferito il ministro dello Sviluppo Paolo Romani), la patrimoniale, i condoni, l’aumento dell’età pensionabile. Tra le misure approvate potrebbero comparire, invece, la vendita di immobili del patrimonio pubblico, le liberalizzazioni del trasporto locale e degli ordini professionali, il pacchetto lavoro (rilancio per giovani e donne, ma non la flessibilità in uscita) e le norme sulla velocizzazione delle opere pubbliche. Misure già apparse nelle bozze del decreto sviluppo.
In una nota, Silvio Berlusconi avverte però che «eventuali testi in circolazione non corrispondono a quanto esaminato e approvato nel Consiglio dei Ministri appena concluso».
Via libera, invece, a uno schema di regolamento che riconosce ai Comuni capoluogo di provincia, alle Unioni dei Comuni e ai Comuni inclusi negli elenchi regionali come località turistiche o città d’arte, la possibilità di istituire una tassa di soggiorno a chi alloggia nelle strutture ricettive di quel territorio.
Si torna a parlare, e mentre il Consiglio è ancora in corso, di una lettera di frondisti: un gruppo di parlamentari del Pdl avrebbe preparato e anche firmato un documento in cui si chiede a Silvio Berlusconi un passo indietro, un nuovo esecutivo e l’allargamento della maggioranza. Maurizio Paniz, nella squadra degli avvocati del premier e deputato del Pdl, ha escluso una nuova candidatura di Berlusconi nel 2013 proponendo Gianni Letta o Renato Schifani alla guida di un governo del centrodestra che porti il Paese a fine legislatura.
A Cannes, nel frattempo, si è svolto il vertice tra Nicolas Sarkozy, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier George Papandreou convocato d’urgenza dopo la sua decisione di indire un referendum sul piano di aiuti europeo alla Grecia. Nella conferenza stampa finale, Sarkozy ha detto che il referendum «si potrebbe tenere il 4 e il 5 dicembre» ma che l’Unione europea e il Fondo Monetario non verseranno la tranche di aiuti fino a quando Atene non «avrà adottato l’accordo di Bruxelles del 26 ottobre».
ilpost
che cosa sono "i temutissimi uccelli paduli?"
e soprattutto, ma perché mi tocca chiederlo nel thread politica??
e soprattutto, ma perché mi tocca chiederlo nel thread politica??
l'uccello padulo è quello che se ti distrai ti fa il nido nel
ah! Ok, capito.
Sarà un casino spiegarlo a Sarkò e Merky
Sarà un casino spiegarlo a Sarkò e Merky
Ecco allora le ipotesi sul tavolo. Un paio di settimane fa la più consistente era quella di un Governo Letta, oggi invece prende più quota l'opzione di un Esecutivo di Mario Monti. È la prima scelta del Pd e del terzo polo ma può diventare anche quella di una larga parte del Pdl. Le previsioni dell'opposizione raccontano di un piccolo blocco Pdl che si scongelerebbe adesso per far cadere il Cavaliere e di una sessantina di deputati che si aggiungerebbero solo dopo, una volta che la crisi è in atto. La ragione? Una, per esempio: scongiurare le elezioni anticipate anche per non vedersi sfuggire il vitalizio che si può ottenere (per chi è parlamentare di prima nomina) solo alla fine della legislatura. L'altra ragione è che – visti i sondaggi – molti non tornerebbero in Parlamento. Insomma, queste ragioni – insieme al senso di responsabilità per la crisi – porterebbe un blocco della maggioranza a votare per Monti.
che senso di responsabilità!complimentia tutti!
che senso di responsabilità!complimentia tutti!
La democrazia è spazzatura
Il referendum indetto da Papandreou ha scatenato l’indignazione di tutta Europa, ma si tratta di un basilare esercizio di sovranità popolare. Il sacrificio dei valori fondamentali sull’altare dei mercati è ormai compiuto.
Il referendum indetto da Papandreou ha scatenato l’indignazione di tutta Europa, ma si tratta di un basilare esercizio di sovranità popolare. Il sacrificio dei valori fondamentali sull’altare dei mercati è ormai compiuto.
Firma il manifesto della campagna
La finanza speculativa sposta montagne di soldi. Non costruisce nemmeno una vite, ma 24 ore su 24 cerca solo il massimo profitto. Il valore degli scambi di “titoli” è immenso, rispetto a quello dell’economia che “fa le cose”. Per fare solo un esempio, pensiamo alle valute: nell'economia reale si scambiano 15.000 miliardi di dollari all'anno, nel mondo finanziario 4.000 al giorno!
Noi cittadini stiamo pagando un prezzo altissimo per la crisi. Il nostro denaro è stato investito in un “casinò finanziario” per la ricchezza di pochi. E mentre sono stati usati soldi pubblici per tappare le falle create proprio dall’irresponsabilità degli speculatori, la speculazione finanziaria è già ripartita. Intanto noi stiamo ancora aspettando leggi sulla finanza per evitare una nuova crisi.
FINALMENTE UNA TASSA SULLE SPECULAZIONI
La tassa - pari allo 0,05% sul valore di ogni transazione sui mercati finanziari - è di importo molto contenuto. Piccolissima - il costo di un caffè su 2.000 euro di titoli - per chi investe sui mercati in un’ottica sana di medio-lungo periodo e a sostegno dell’economia reale (i risparmiatori o chi ha un’azienda). Giusta perché in grado di arginare gli eccessi di chi acquista e vende titoli migliaia di volte in un solo giorno, anche nell’arco di pochi secondi, per guadagnare sulle piccole oscillazioni del loro valore.
VANTAGGI
Frena la speculazione. Può generare 200 miliardi di euro nella sola Europa e di 650 miliardi di dollari all’anno su scala globale, da destinare alle politiche sociali, alla cooperazione allo sviluppo, alla lotta contro i cambiamenti climatici, ai settori danneggiati dalla crisi. Ma c’è altro:
1. maggiore giustizia: oggi chi specula paga meno tasse di chi lavora;
2. redistribuzione delle ricchezze: pagano la crisi i grandi speculatori che l’hanno provocata, risarcendo almeno in parte tutti i cittadini;
3. controllo: la politica – cioè noi cittadini – torna a regolare la finanza.
4. investire nell'economia reale: si liberano le risorse utilizzate a fini speculativi, per fare “cose” o “servizi”;
5. trasparenza: i flussi finanziari lasciano una traccia (tracciabilità) dei loro movimenti, consentendo così controlli in entrata e in uscita dai Paesi. Francia, Spagna e Germania, si sono già impegnati in questa direzione. Se si aggiungesse l'Italia, la TTF potrebbe essere adottata nell'area euro in tempi brevi. I vantaggi sarebbero sentiti soprattutto dalle nostre piccole e medie imprese: minore rischio di speculazioni sulle valute per chi esporta; il costo del petrolio e delle materie prime sarebbe più stabile e prevedibile; diminuirebbero le possibilità di attacchi speculativi sui Titoli di Stato a tutela dei piccoli risparmiatori e molto altro.
La lezione l’abbiamo imparata a nostre spese! Mai più finanza selvaggia a danno dei risparmiatori!
http://www.zerozerocinque.it/index.php?option=com_content&view=article&id=175&Itemid=101
La finanza speculativa sposta montagne di soldi. Non costruisce nemmeno una vite, ma 24 ore su 24 cerca solo il massimo profitto. Il valore degli scambi di “titoli” è immenso, rispetto a quello dell’economia che “fa le cose”. Per fare solo un esempio, pensiamo alle valute: nell'economia reale si scambiano 15.000 miliardi di dollari all'anno, nel mondo finanziario 4.000 al giorno!
Noi cittadini stiamo pagando un prezzo altissimo per la crisi. Il nostro denaro è stato investito in un “casinò finanziario” per la ricchezza di pochi. E mentre sono stati usati soldi pubblici per tappare le falle create proprio dall’irresponsabilità degli speculatori, la speculazione finanziaria è già ripartita. Intanto noi stiamo ancora aspettando leggi sulla finanza per evitare una nuova crisi.
FINALMENTE UNA TASSA SULLE SPECULAZIONI
La tassa - pari allo 0,05% sul valore di ogni transazione sui mercati finanziari - è di importo molto contenuto. Piccolissima - il costo di un caffè su 2.000 euro di titoli - per chi investe sui mercati in un’ottica sana di medio-lungo periodo e a sostegno dell’economia reale (i risparmiatori o chi ha un’azienda). Giusta perché in grado di arginare gli eccessi di chi acquista e vende titoli migliaia di volte in un solo giorno, anche nell’arco di pochi secondi, per guadagnare sulle piccole oscillazioni del loro valore.
VANTAGGI
Frena la speculazione. Può generare 200 miliardi di euro nella sola Europa e di 650 miliardi di dollari all’anno su scala globale, da destinare alle politiche sociali, alla cooperazione allo sviluppo, alla lotta contro i cambiamenti climatici, ai settori danneggiati dalla crisi. Ma c’è altro:
1. maggiore giustizia: oggi chi specula paga meno tasse di chi lavora;
2. redistribuzione delle ricchezze: pagano la crisi i grandi speculatori che l’hanno provocata, risarcendo almeno in parte tutti i cittadini;
3. controllo: la politica – cioè noi cittadini – torna a regolare la finanza.
4. investire nell'economia reale: si liberano le risorse utilizzate a fini speculativi, per fare “cose” o “servizi”;
5. trasparenza: i flussi finanziari lasciano una traccia (tracciabilità) dei loro movimenti, consentendo così controlli in entrata e in uscita dai Paesi. Francia, Spagna e Germania, si sono già impegnati in questa direzione. Se si aggiungesse l'Italia, la TTF potrebbe essere adottata nell'area euro in tempi brevi. I vantaggi sarebbero sentiti soprattutto dalle nostre piccole e medie imprese: minore rischio di speculazioni sulle valute per chi esporta; il costo del petrolio e delle materie prime sarebbe più stabile e prevedibile; diminuirebbero le possibilità di attacchi speculativi sui Titoli di Stato a tutela dei piccoli risparmiatori e molto altro.
La lezione l’abbiamo imparata a nostre spese! Mai più finanza selvaggia a danno dei risparmiatori!
http://www.zerozerocinque.it/index.php?option=com_content&view=article&id=175&Itemid=101
Troy_McLure to
felix
Il mio truce sospetto è che poi proveranno (anzi più che un sospetto è una certezza) ad incularci da tutti e due i lati. Accumulo del montante contributivo secondo le leggi finanziarie e poi restituzione del capitale con mensilità tassate secondo criteri retributivi.
?!?
me lo rispieghi come se avessi 5 anni? Grazie.
?!?
me lo rispieghi come se avessi 5 anni? Grazie.
Berlusconi: «Non c'è crisi»|Video
E Napolitano: manca fiducia in Italia
Il premier: «Siamo Paese benestante. I ristoranti sono tutti pieni».
Sta regredendo.
E Napolitano: manca fiducia in Italia
Il premier: «Siamo Paese benestante. I ristoranti sono tutti pieni».
Sta regredendo.
da oggi siamo ufficialmente come l'Argentina negli istanti precedenti la tragedia!
da oggi siamo ufficialmente come l'Argentina negli istanti precedenti la tragedia!
E da mo che Pinkerton, io e altri 3-4 lo diciamo...
però i ristoranti sono pieni....
P.S. ah... come al solito B. mente, non ha rifiutato i soldi del FMI perchè semplicemente non glieli hanno offerti... meditate gente, meditate
E da mo che Pinkerton, io e altri 3-4 lo diciamo...
però i ristoranti sono pieni....
P.S. ah... come al solito B. mente, non ha rifiutato i soldi del FMI perchè semplicemente non glieli hanno offerti... meditate gente, meditate
Forse stavolta l'Italia s'è desta
di EUGENIO SCALFARI
CHE IL tempo di Berlusconi fosse scaduto era chiaro a tutti da un pezzo, ma la cosa singolare è che ormai è finalmente diventato chiaro anche allo stato maggiore del suo partito e, a quanto sembra, anche a lui.
Altrettanto chiaro è che la via delle elezioni anticipate non è praticabile; la sconfitta del Pdl e della Lega sembra inevitabile e catastrofica. Ma c'è anche un'altra e più stringente ragione: l'Italia non si può permettere due mesi di campagna elettorale con i mercati che porterebbero lo "spread" a 600 punti base e il rendimento dei titoli pluriennali all'8 per cento.
Non resta che un governo del Presidente guidato da una personalità al di fuori dei partiti, che abbia grande autorevolezza internazionale e l'appoggio di tutte le forze responsabili rappresentate in Parlamento. Tra queste ci deve essere anche il Pdl affinché la fiducia parlamentare sia solida e non esposta a trabocchetti che avrebbero un effetto devastante sulla crisi economica.
Questi sono i dati ormai certi della situazione. Incerte sono ancora - ma non lo saranno per molto poiché il tempo stringe - le modalità del "passo indietro" berlusconiano: farsi battere in Parlamento o dare le dimissioni prima che la sconfitta sia certificata da un voto?
Gianni Letta, che insieme ad Alfano e a Verdini ha informato il presidente del Consiglio che la sua maggioranza numerica non c'è più, propende per le dimissioni prima d'un voto di sfiducia. L'occasione potrebbe esser
quella dell'8 novembre, giorno in cui si voterà alla Camera il Rendiconto economico dello Stato.
Questo documento è essenziale perché, in mancanza della sua approvazione, non è possibile approvare la legge di Bilancio e quella di stabilizzazione economica.
Le opposizioni potrebbero astenersi e l'ex maggioranza approvare il Rendiconto, in tal modo apparirebbe chiaro che la maggioranza ha appunto cessato di esistere perché è scesa al di sotto dei numeri che la rendono tale.
A quel punto il presidente del Consiglio si presenterebbe dimissionario al Quirinale e la partita passerebbe nelle mani di Napolitano. Il resto riguarda il capo dello Stato verso il quale si concentra da tempo la fiducia del Paese e di tutti i governi dell'Europa e dell'Occidente.
Questo è uno dei possibili passaggi, ma altri ce ne sono che conducono allo stesso risultato: un nuovo governo presieduto da un "Papa straniero" con l'appoggio di tutti e in particolare dell'Europa, della Bce e del Fondo monetario internazionale. Con quale programma?
* * *
Alcuni dicono che il programma è quello contenuto nella lettera d'intenti che Berlusconi presentò pochi giorni fa alle Autorità europee e che queste avevano corretto e integrato prima ancora di riceverla. Ma quel documento era comunque assai vago e non conteneva alcuni elementi fondamentali.
Altri dicono che il programma sia quello contenuto nella lettera della Bce firmata da Trichet e da Draghi inviata al nostro governo lo scorso agosto e parzialmente recepita nelle successive e raffazzonate manovre berlusconiane (con Tremonti alla finestra).
Conclusione: il futuro governo dovrebbe assumersi un durissimo compito di macelleria sociale che aumenterebbe la disistima della pubblica opinione verso la "casta", cioè verso tutti i partiti aumentando pericolosamente il solco tra il Paese reale e le istituzioni.
Ebbene, a mio avviso questa diagnosi è completamente sbagliata.
* * *
Il nuovo governo dovrà fare una scelta di fondo prima ancora di metter mano ai concreti provvedimenti che la realizzino e dovrà farla in pochissimi giorni.
Ma io credo che questa scelta sia già stata fatta e coincida con quanto sostengono da tempo sia Draghi (ormai insediato alla guida della Bce) sia il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama: crescita e rigore, ma probabilmente prima crescita e poi rigore.
Francamente non so quanto questa scelta coincida con le ondivaghe indicazioni delle Autorità europee e soprattutto della Germania. Finora l'Europa e la Germania in particolare hanno privilegiato il rigore, ma gli effetti sono stati assai poco soddisfacenti.
Il rigore è certamente necessario per arrestare, anzi per far diminuire il peso dei debiti sovrani e il rischio d'un blocco del sistema bancario internazionale. I governi interessati - in particolare quello italiano - hanno cercato di eludere quella precettistica senza tuttavia imboccare la strada della crescita. Le conseguenze - già in parte verificatesi e ancor più incombenti - aggravano il rischio di una deflazione e insieme di un'emergente inflazione per mancata offerta di beni e servizi, cioè l'anticamera d'una devastante recessione.
La lettera della Bce dello scorso agosto e le numerose esternazioni successive di Mario Draghi segnalavano la necessità di abbinare rigore e crescita, ma per il primo indicavano anche misure e tempi, per la seconda formulavano solo esortazioni. Successivamente, il 2 novembre, Draghi ormai nel pieno delle sue nuove funzioni, ha deciso con l'appoggio unanime del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, la diminuzione significativa del tasso di sconto dell'euro.
La sua prima mossa da Francoforte ha dunque indicato la via della crescita.
Obama dal canto suo è stato ancora più netto: ha esortato l'Europa a puntare sullo sviluppo produttivo, sulla creazione di nuovi posti di lavoro e su una rete di protezione dei disoccupati e dei lavoratori precari prima ancora di passare a nuove strette rigoriste.
Queste diagnosi e le conseguenti terapie dovrebbero - dovranno - costituire la base d'azione del futuro governo del Presidente. Lo definiamo così perché il nostro Presidente è il solo depositario della fiducia interna e internazionale ed è dunque il solo garante effettivo dell'azione di governo.
Uscito di scena Berlusconi non avremo più bisogno d'esser commissariati dalla Commissione di Bruxelles e dall'Fmi se non per il rispetto delle regole che abbiamo a suo tempo approvate con tutti i Paesi membri dell'Unione. Il controllo sulla situazione italiana sarà il Quirinale ad effettuarlo per quanto riguarda l'aderenza della sua politica alle scelte di fondo per uscire dal drammatico stallo in cui ci troviamo.
L'obiettivo è dunque chiarissimo: bisogna che il prodotto interno lordo cresca a ritmi più adeguati perché solo la sua crescita contribuisce a far diminuire il deficit e a far aumentare il saldo delle partite correnti.
Per ottenere questo risultato è necessario un aumento della domanda per consumi e investimenti e quindi uno sgravio fiscale consistente sul lavoro e sulle imprese. E poiché queste agevolazioni non possono esser fatte accrescendo il fabbisogno e quindi il debito, occorre spostare l'onere tributario dalle spalle dei più deboli a quelle dei più abbienti e degli evasori, dalle aziende alle persone, dai redditi ai patrimoni. Un'altra terapia riguarda i redditi dei disoccupati e dei precari affinché essi possano contribuire all'aumento della domanda. E qui si apre anche il capitolo delle pensioni.
Il nuovo governo dovrebbe impegnarsi alla costruzione di un patto generazionale tra padri e figli, facendo passare tutti gli attuali pensionati - con l'esclusione dei lavori usuranti - al sistema contributivo e ad un prolungamento dell'età pensionabile, a condizione che i risparmi derivanti da quest'operazione siano interamente destinati ad una nuova rete di "welfare" che preveda salari minimi di disoccupazione e copertura previdenziale sul lavoro precario discontinuo.
Infine, per quanto riguarda la riforma del lavoro, occorre adottare le proposte di Ichino e di Boeri che consentono maggior libertà di entrata e di uscita dal posto di lavoro, impedendo licenziamenti discriminatori e incentivando l'assunzione di giovani. Va da sé che l'evasione fiscale e il taglio delle spese superflue debbono essere tenacemente perseguiti. Per evitare che il miglioramento strutturale si accompagni ad ulteriori aumenti di spesa e di evasione come purtroppo finora è avvenuto.
Un governo di questa natura non ha certo davanti a sé una strada fiorita di rose, ma neppure di macelleria sociale. È un programma di ricostruzione economica che manca da dieci anni, culminati nel disastro in cui ora ci troviamo.
* * *
Ma un governo di ricostruzione non si può limitare al capitolo, pur di estrema importanza, dell'economia e della finanza. Deve - dovrà - ricostruire l'etica pubblica devastata dal ventennio berlusconiano. Deve - dovrà - riformare la legge elettorale restituendo agli elettori la possibilità di scegliere i loro rappresentanti attraverso le preferenze o, meglio ancora, i collegi uninominali almeno per una parte notevole dei seggi in palio. E dovrà dimezzare il numero dei parlamentari, abolire i vitalizi degli ex membri del Parlamento, tagliare le spese politiche al centro e negli enti territoriali.
Ma deve soprattutto unire le forze della sinistra e quelle del centro nell'opera ricostruttiva che ha giganteschi appuntamenti: i giovani, le donne, i vecchi, il Sud, l'immigrazione, la lotta alla violenza e al crimine organizzato. Un anno non basta a realizzare questi obiettivi. Ci vorrà una legislatura costituente nel senso sostanziale del termine, come auspicò Aldo Moro quando promosse l'apertura al Pci di Berlinguer pochi giorni prima del suo rapimento.
Le sue parole - che ho ricordato su queste pagine due settimane fa - ancora risuonano per la loro attualità e sono oggi tanto più facili da tradurre in concrete decisioni in quanto non si tratta di un accordo tra forze antagoniste ma tra forze che torneranno ad essere alternative non appena la ricostruzione sarà stata avviata verso il suo compimento e nuove regole saranno entrate nella politica e soprattutto nel costume.
Mentre scrivo queste mie riflessioni una folla di aderenti e sostenitori del Pd si è riunita in piazza San Giovanni per dar forza al nuovo corso e arriva la notizia che sono più di venti i deputati che hanno abbandonato il Pdl. È un numero sufficiente per costituire subito un gruppo autonomo, ma è sensazione generale che lo smottamento continuerà in Parlamento e ancora di più tra i cittadini elettori. La svolta che questo giornale invoca da anni è dunque ormai un fatto compiuto.
Concludo con le parole del nostro Inno nazionale: Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta.
di EUGENIO SCALFARI
CHE IL tempo di Berlusconi fosse scaduto era chiaro a tutti da un pezzo, ma la cosa singolare è che ormai è finalmente diventato chiaro anche allo stato maggiore del suo partito e, a quanto sembra, anche a lui.
Altrettanto chiaro è che la via delle elezioni anticipate non è praticabile; la sconfitta del Pdl e della Lega sembra inevitabile e catastrofica. Ma c'è anche un'altra e più stringente ragione: l'Italia non si può permettere due mesi di campagna elettorale con i mercati che porterebbero lo "spread" a 600 punti base e il rendimento dei titoli pluriennali all'8 per cento.
Non resta che un governo del Presidente guidato da una personalità al di fuori dei partiti, che abbia grande autorevolezza internazionale e l'appoggio di tutte le forze responsabili rappresentate in Parlamento. Tra queste ci deve essere anche il Pdl affinché la fiducia parlamentare sia solida e non esposta a trabocchetti che avrebbero un effetto devastante sulla crisi economica.
Questi sono i dati ormai certi della situazione. Incerte sono ancora - ma non lo saranno per molto poiché il tempo stringe - le modalità del "passo indietro" berlusconiano: farsi battere in Parlamento o dare le dimissioni prima che la sconfitta sia certificata da un voto?
Gianni Letta, che insieme ad Alfano e a Verdini ha informato il presidente del Consiglio che la sua maggioranza numerica non c'è più, propende per le dimissioni prima d'un voto di sfiducia. L'occasione potrebbe esser
quella dell'8 novembre, giorno in cui si voterà alla Camera il Rendiconto economico dello Stato.
Questo documento è essenziale perché, in mancanza della sua approvazione, non è possibile approvare la legge di Bilancio e quella di stabilizzazione economica.
Le opposizioni potrebbero astenersi e l'ex maggioranza approvare il Rendiconto, in tal modo apparirebbe chiaro che la maggioranza ha appunto cessato di esistere perché è scesa al di sotto dei numeri che la rendono tale.
A quel punto il presidente del Consiglio si presenterebbe dimissionario al Quirinale e la partita passerebbe nelle mani di Napolitano. Il resto riguarda il capo dello Stato verso il quale si concentra da tempo la fiducia del Paese e di tutti i governi dell'Europa e dell'Occidente.
Questo è uno dei possibili passaggi, ma altri ce ne sono che conducono allo stesso risultato: un nuovo governo presieduto da un "Papa straniero" con l'appoggio di tutti e in particolare dell'Europa, della Bce e del Fondo monetario internazionale. Con quale programma?
* * *
Alcuni dicono che il programma è quello contenuto nella lettera d'intenti che Berlusconi presentò pochi giorni fa alle Autorità europee e che queste avevano corretto e integrato prima ancora di riceverla. Ma quel documento era comunque assai vago e non conteneva alcuni elementi fondamentali.
Altri dicono che il programma sia quello contenuto nella lettera della Bce firmata da Trichet e da Draghi inviata al nostro governo lo scorso agosto e parzialmente recepita nelle successive e raffazzonate manovre berlusconiane (con Tremonti alla finestra).
Conclusione: il futuro governo dovrebbe assumersi un durissimo compito di macelleria sociale che aumenterebbe la disistima della pubblica opinione verso la "casta", cioè verso tutti i partiti aumentando pericolosamente il solco tra il Paese reale e le istituzioni.
Ebbene, a mio avviso questa diagnosi è completamente sbagliata.
* * *
Il nuovo governo dovrà fare una scelta di fondo prima ancora di metter mano ai concreti provvedimenti che la realizzino e dovrà farla in pochissimi giorni.
Ma io credo che questa scelta sia già stata fatta e coincida con quanto sostengono da tempo sia Draghi (ormai insediato alla guida della Bce) sia il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama: crescita e rigore, ma probabilmente prima crescita e poi rigore.
Francamente non so quanto questa scelta coincida con le ondivaghe indicazioni delle Autorità europee e soprattutto della Germania. Finora l'Europa e la Germania in particolare hanno privilegiato il rigore, ma gli effetti sono stati assai poco soddisfacenti.
Il rigore è certamente necessario per arrestare, anzi per far diminuire il peso dei debiti sovrani e il rischio d'un blocco del sistema bancario internazionale. I governi interessati - in particolare quello italiano - hanno cercato di eludere quella precettistica senza tuttavia imboccare la strada della crescita. Le conseguenze - già in parte verificatesi e ancor più incombenti - aggravano il rischio di una deflazione e insieme di un'emergente inflazione per mancata offerta di beni e servizi, cioè l'anticamera d'una devastante recessione.
La lettera della Bce dello scorso agosto e le numerose esternazioni successive di Mario Draghi segnalavano la necessità di abbinare rigore e crescita, ma per il primo indicavano anche misure e tempi, per la seconda formulavano solo esortazioni. Successivamente, il 2 novembre, Draghi ormai nel pieno delle sue nuove funzioni, ha deciso con l'appoggio unanime del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, la diminuzione significativa del tasso di sconto dell'euro.
La sua prima mossa da Francoforte ha dunque indicato la via della crescita.
Obama dal canto suo è stato ancora più netto: ha esortato l'Europa a puntare sullo sviluppo produttivo, sulla creazione di nuovi posti di lavoro e su una rete di protezione dei disoccupati e dei lavoratori precari prima ancora di passare a nuove strette rigoriste.
Queste diagnosi e le conseguenti terapie dovrebbero - dovranno - costituire la base d'azione del futuro governo del Presidente. Lo definiamo così perché il nostro Presidente è il solo depositario della fiducia interna e internazionale ed è dunque il solo garante effettivo dell'azione di governo.
Uscito di scena Berlusconi non avremo più bisogno d'esser commissariati dalla Commissione di Bruxelles e dall'Fmi se non per il rispetto delle regole che abbiamo a suo tempo approvate con tutti i Paesi membri dell'Unione. Il controllo sulla situazione italiana sarà il Quirinale ad effettuarlo per quanto riguarda l'aderenza della sua politica alle scelte di fondo per uscire dal drammatico stallo in cui ci troviamo.
L'obiettivo è dunque chiarissimo: bisogna che il prodotto interno lordo cresca a ritmi più adeguati perché solo la sua crescita contribuisce a far diminuire il deficit e a far aumentare il saldo delle partite correnti.
Per ottenere questo risultato è necessario un aumento della domanda per consumi e investimenti e quindi uno sgravio fiscale consistente sul lavoro e sulle imprese. E poiché queste agevolazioni non possono esser fatte accrescendo il fabbisogno e quindi il debito, occorre spostare l'onere tributario dalle spalle dei più deboli a quelle dei più abbienti e degli evasori, dalle aziende alle persone, dai redditi ai patrimoni. Un'altra terapia riguarda i redditi dei disoccupati e dei precari affinché essi possano contribuire all'aumento della domanda. E qui si apre anche il capitolo delle pensioni.
Il nuovo governo dovrebbe impegnarsi alla costruzione di un patto generazionale tra padri e figli, facendo passare tutti gli attuali pensionati - con l'esclusione dei lavori usuranti - al sistema contributivo e ad un prolungamento dell'età pensionabile, a condizione che i risparmi derivanti da quest'operazione siano interamente destinati ad una nuova rete di "welfare" che preveda salari minimi di disoccupazione e copertura previdenziale sul lavoro precario discontinuo.
Infine, per quanto riguarda la riforma del lavoro, occorre adottare le proposte di Ichino e di Boeri che consentono maggior libertà di entrata e di uscita dal posto di lavoro, impedendo licenziamenti discriminatori e incentivando l'assunzione di giovani. Va da sé che l'evasione fiscale e il taglio delle spese superflue debbono essere tenacemente perseguiti. Per evitare che il miglioramento strutturale si accompagni ad ulteriori aumenti di spesa e di evasione come purtroppo finora è avvenuto.
Un governo di questa natura non ha certo davanti a sé una strada fiorita di rose, ma neppure di macelleria sociale. È un programma di ricostruzione economica che manca da dieci anni, culminati nel disastro in cui ora ci troviamo.
* * *
Ma un governo di ricostruzione non si può limitare al capitolo, pur di estrema importanza, dell'economia e della finanza. Deve - dovrà - ricostruire l'etica pubblica devastata dal ventennio berlusconiano. Deve - dovrà - riformare la legge elettorale restituendo agli elettori la possibilità di scegliere i loro rappresentanti attraverso le preferenze o, meglio ancora, i collegi uninominali almeno per una parte notevole dei seggi in palio. E dovrà dimezzare il numero dei parlamentari, abolire i vitalizi degli ex membri del Parlamento, tagliare le spese politiche al centro e negli enti territoriali.
Ma deve soprattutto unire le forze della sinistra e quelle del centro nell'opera ricostruttiva che ha giganteschi appuntamenti: i giovani, le donne, i vecchi, il Sud, l'immigrazione, la lotta alla violenza e al crimine organizzato. Un anno non basta a realizzare questi obiettivi. Ci vorrà una legislatura costituente nel senso sostanziale del termine, come auspicò Aldo Moro quando promosse l'apertura al Pci di Berlinguer pochi giorni prima del suo rapimento.
Le sue parole - che ho ricordato su queste pagine due settimane fa - ancora risuonano per la loro attualità e sono oggi tanto più facili da tradurre in concrete decisioni in quanto non si tratta di un accordo tra forze antagoniste ma tra forze che torneranno ad essere alternative non appena la ricostruzione sarà stata avviata verso il suo compimento e nuove regole saranno entrate nella politica e soprattutto nel costume.
Mentre scrivo queste mie riflessioni una folla di aderenti e sostenitori del Pd si è riunita in piazza San Giovanni per dar forza al nuovo corso e arriva la notizia che sono più di venti i deputati che hanno abbandonato il Pdl. È un numero sufficiente per costituire subito un gruppo autonomo, ma è sensazione generale che lo smottamento continuerà in Parlamento e ancora di più tra i cittadini elettori. La svolta che questo giornale invoca da anni è dunque ormai un fatto compiuto.
Concludo con le parole del nostro Inno nazionale: Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta.
già postato in un altro thread ma è bene metterlo anche qui.
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corriere
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