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Subject: [POLITICA]

2011-12-11 10:01:19
L'otto per mille, le scuole, gli ospedali, gli insegnanti di religione e i grandi eventi
Ogni anno, dallo Stato, arrivano alle strutture ecclesiastiche circa 4 miliardi di euro

I conti della Chiesa
ecco quanto ci costa

di CURZIO MALTESE
"Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati". Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l'arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall'arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall'86 e presidente dal '91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all'interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell'ascesa di Ruini sono legate all'intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un'altra chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull'Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all'anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l'ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.

Dall'otto per mille, la voce più nota, parte l'inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all'anno. "Una mezza finanziaria" per "far mangiare il ceto politico". "L'equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all'anno".

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all'ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell'otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell'ora di religione ("Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire", nell'opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c'è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all'ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell'ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione Europea per "aiuti di Stato". L'elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l'Ici (stime "non di mercato" dell'associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l'elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell'84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell'otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull'otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all'estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all'autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all'interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l'altro paradosso: se al "voto" dell'otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il danaro dell'otto per mille "per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa". Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell'Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L'altra faccia dell'otto per mille", Beretta osserva: "Chi gestisce i danari dell'otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici". Continua: "Quale vescovo per esempio - sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale - alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?". "E infatti - conclude l'autore - i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere...".

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco dall'editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e all'uso "ideologico" dell'otto per mille non è affatto nell'universo dei credenti. Non mancano naturalmente i "vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: "I vescovi non parlano più, aspettano l'input dai vertici... Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato". Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: "Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono".

La Chiesa di vent'anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall'egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall'universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire" l'antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l'impegno di don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta.
Dopo vent'anni di "cura Ruini" la Chiesa all'apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l'agenda dei media e influisce sull'intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent'anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell'illusoria equazione mediatica "visibilità uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d'inverarsi la terribile profezia lanciata trent'anni fa da un teologo progressista: "La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo". Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

(28 settembre 2007)
2011-12-11 10:24:12
Condivido gran parte dell'articolo, ma voglio far notare una cosa.
Quando facciamo il conto di "quanto ci costa la chiesa in Italia", dobbiamo anche calcolare quanto ci porta la chiesa.
Mi piacerebbe sapere, cioè, quanto ci portano in termini di giro d'affari i pellegrini e i turisti che vengono in Italia per visitare, almeno in parte, i luoghi di culto (e poi mi piacerebbe sapere quanto di questo turnover resta in termini di cash flow per lo stato, perché se i pellegrini dormono in conventi che non pagano l'ICI ed altre tasse allora è inutile, ma credo che sia fuori discussione che un certo numero di stranieri venga a spendere soldi in Italia in parte per motivi religiosi).
Poi mi piacerebbe sapere quanto la chiesa fa risparmiare allo stato in termini di aiuti sociali per le fasce più povere. Tra l'altro mi pare che nella chiesa, a confronto con lo stato, sia presente una visione nettamente più utile (a mio giudizio) sull'aiutare i più bisognosi: dare un aiuto non solo fine a sé stesso, ma che possa servire alla persona aiutata a diventare autosufficiente e che possa presto vivere senza questo aiuto.

Perciò insomma credo che vadano pesati entrambi i piatti della bilancia.
2011-12-11 11:12:36
Il totale supera i quattro miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni.

4 miliardi. Chissá come hanno fatto i francesi a fare il pont de millau con 400 milioni
2011-12-11 11:52:00
Ma una settimana senza carità cristiana l'Italia non se la merita e non se la potrebbe permettere, soprattutto oggi".

il problema sta proprio lì, la carità cristiana è un clichè, non esiste o se esiste è fatta da persone che si mantengono autonomamente o quasi, senza l'aiuto diretto della chiesa.
La chiesa di per se è ricca e destina a beneficenza ed opere solo il 10% (a dir tanto...).

Una religione che destina il 100% (o quasi) esiste in italia, e l'ultima dichiarazione dei redditi ho devoluto il mio esiguo 8x1000 proprio a loro.
2011-12-11 12:02:53
Quoto diamanti.
Se, come dice l'articolo il mondo del turismo cattolico, gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini, penso proprio che il giro di affari per l'economia sia discreto.

Per quanto riguarda l'8xmille per me la cosa che non va è che si tratta di un voto, non di una percentuale delle proprie tasse che si decide di destinare a qualcuno.
Mi spiego: se "A" paga 1milione di Euro di tasse e indica l'8xmille in favore di "X" e "B" paga 1000 Euro di tasse e indica l'8xmille in favore di "Y", a "X" e "Y" arrivano esattamente gli stessi soldi, cioè un 8xmille ciascuno sul totale di tasse pagate.
E' chiaro che questo sistema è semplice, ma sicuramente è ingiusto.
2011-12-11 12:09:57
Che bello, tra un po' l'Europa ci sparera' un multone da antologia del dolore per aiuti di stato, a causa dell'ICI che la chiesa non ha pagato. Cornuti e .....
2011-12-11 12:16:32
i valdesi?
2011-12-11 12:21:50
senza contare le mega multe per lo schifo della camorra/munnezza a napoli..................

2011-12-11 12:24:49
skytg24 > politica
Slitta il taglio agli stipendi dei parlamentari
Il provvedimento non sarà contenuto nella manovra. Corsaro (Pdl): "Si sta lavorando a un emendamento che fissi una data certa". E aggiunge: “Spetta al Parlamento decidere, non al governo". Fini: "Nessuna intenzione dilatatoria"

Slitta l'annunciato taglio alle indennità dei parlamentari. La commissione Affari Costituzionali della Camera ha dato parere negativo al comma 7 dell'articolo 23 della manovra, la norma che prevedeva appunto la riduzione. Si tratta infatti di un atto di competenza del parlamento e non del governo. Uno stop che però non ha mancato di far discutere e di sollevare diverse proteste. A gettare acqua sul fuoco ci prova il deputato del Pdl Massimo Corsaro (video qui sopra) che spiega come "sul taglio degli stipendi dei parlamentari vogliamo tempi certi, pertanto presenteremo un emendamento alla manovra che cancelli la norma del governo e che fissi un termine entro il quale la commissione Giovannini dovrà presentare il suo studio comparativo sulle indennità europee".

Il termine fissato per un'altra data - "Non è vero che slittano i tempi per tagliare le indennità dei parlamentari - assicura Corsaro - è vero invece il contrario. La maggioranza presenterà una proposta di modifica proprio per fissare una data certa scaduta la quale il Parlamento avrà 30 giorni di tempo per adeguare i nostri stipendi a quelli del resto d'Europa". Detto questo, Corsaro tiene a specificare che "in ogni caso, si tratta di un atto che deve fare il Parlamento e non il governo".

La norma prevista dal governo - Nella norma scritta dal governo si diceva che la commissione Giovannini per il livellamento retributivo Italia-Europa avrebbe dovuto completare i suoi lavori il 31 dicembre del 2011. Ora è molto probabile che il termine venga fissato ad altra data, probabilmente a marzo (altro termine fissato nella legge istitutiva della commissione). Il che vorrebbe dire che il Parlamento avrebbe tempo fino ad aprile per adeguare le retribuzioni di deputati e senatori.
Ma la norma del governo, spiega il deputato del Pd Gianclaudio Bressa, era stata "scritta male" perché non si può "annunciare in un decreto che si interverrà con un altro decreto" che è un provvedimento d'urgenza. "La commissione Affari Costituzionali dunque non è entrata nel merito della norma - conclude - ma ha solo dato parere negativo per il metodo usato, per come era stata scritta".

Fini: "Escludo ipotesi dilatatoria" - Sul tema è intervenuto anche Gianfranco Fini, escludendo "che ci possa essere un'azione dilatoria o di contrasto nei confronti di quello che inopportunamente il Governo ha inserito nel decreto: la riforma delle indennità e del trattamento economico degli stipendi dei parlamentari, adeguandoli alla media di quelli degli altri paesi europei". Fini ha ricordato che è stata istituita una commissione presieduta dal presidente dell'Istat con lo scopo di per "individuare una modalità che non si discosti troppo da quella già in atto negli altri paesi europei".

Renzi protesta su Facebook - Intanto però non sono mancate le voci di protesta. Matteo Renzi, sul suo profilo Facebook, si chiede: "Ma è davvero possibile che i parlamentari italiani stiano cercando di far saltare dalla manovra la parte che riguarda il loro (piccolo) contributo ai sacrifici?". Il sindaco di Firenze poi ricorda che "noi amministratori per chiudere i bilanci facciamo i salti mortali per evitare di tagliare i servizi ai cittadini. E i signori che siedono in Parlamento fanno i giochini sulle loro indennità che sono le più alte d'Europa? Mi accuseranno di demagogia, ma se è vero loro sono senza vergogna...".

Tabacci: "Polemiche strumentali" - Diversa invece l'opinione di Bruno Tabacci, secondo cui la realtà è più complessa. Secondo il deputato dell'Udc, infatti, lo stipendio di un parlamentare è di 7mila euro ed è garanzia che in Parlamento non ci vadano solo i ricchi. "Io sono figlio di un contadino - rivendica - non ho nessun problema a tornare da dove vengo"

Parificare gli italiani alla media europea - L'ipotesi allo studio è quella di parificare lo stipendio degli onorevoli italiani alla media dei loro colleghi europei. Attualmente un parlamentare a Roma guadagna 11.700 euro, mentre la media dei suoi colleghi nell'area della moneta comune è di 5.400 euro
2011-12-11 12:48:34
Lo so che è una notizia vecchia, ma forse non tutti sanno che

La Commissione Europea ha deciso di chiedere nuovamente l'intervento della Corte di Giustizia Europea contro l'Italia per le inadempienze sulla localizzazione delle chiamate ai numeri di emergenza in Italia ed in particolare relativamente al 112, numero unico di emergenza Europeo.
Dopo la condanna dell'Italia lo scorso 15 Gennaio 2009, ora la Commissione chiede una severa multa che potrebbe costare al Governo 39680 euro al giorno dalla data della sentenza e 178560 euro al giorno dal momento in cui la Corte di Giustizia Europea emetterà la sentenza pecuniaria.
Facendo un rapido calcolo, ad oggi l'Italia dovrà pagare 19 milioni di euro, cioè quasi la metà di quanto già stanziato per la sperimentazione della localizzazione delle chiamate ai numeri di emergenza lo scorso settembre 2009.


In quanto a sprechi e autolesionismo in Europa non ci batte nessuno!
2011-12-11 13:11:22
non lo sapevo.
e la motivazione? che in italia abbiamo anche 113, 117, 118?

si, in effetti è un caos tremendo........... cn costi decuplicati ovviamente

mi viene in mente l'america, dove il 911 è unificato e smista a chi di dovere

ma del resto siamo il paese dalle 70 forze di polizia, preso in giro da tutto il mondo..............
2011-12-11 13:18:50
Il motivo è che se oggi chiami il 112 la tua chiamata non è localizzabile, come invece richiesto dalle normative europee.

Credo - ma qui non sono sicuro - che il problema sia legato al fatto che il 112 è dei carabinieri, mentre in Italia il numero di emergenza sarebbe il 113, ma non riusciamo ad armonizzarci con resto dell'Europa.
2011-12-11 13:20:36
ah ecco

poi vabbè, io odio con tutto me stesso l'inutile 117

se chiami per emergenze ti dicono "chiama carabinieri, polizia, ambulanza"
se chiami per cose fiscali ti dicono "venga domani in ufficio a fare un esposto"

ci stanno solo colleghi a mangiare stipendi a tradimento................

ma si può?
2011-12-11 14:07:57
Mi piacerebbe sapere, cioè, quanto ci portano in termini di giro d'affari i pellegrini e i turisti che vengono in Italia per visitare, almeno in parte, i luoghi di culto (e poi mi piacerebbe sapere quanto di questo turnover resta in termini di cash flow per lo stato, perché se i pellegrini dormono in conventi che non pagano l'ICI ed altre tasse allora è inutile, ma credo che sia fuori discussione che un certo numero di stranieri venga a spendere soldi in Italia in parte per motivi religiosi).


non ho idea di come si possa determinarlo... anzi sì: nuclearizziamo il Vaticano e poi vediamo se c'è una diminuzione delle affluenze in italia
semplice


Poi mi piacerebbe sapere quanto la chiesa fa risparmiare allo stato in termini di aiuti sociali per le fasce più povere. Tra l'altro mi pare che nella chiesa, a confronto con lo stato, sia presente una visione nettamente più utile (a mio giudizio) sull'aiutare i più bisognosi: dare un aiuto non solo fine a sé stesso, ma che possa servire alla persona aiutata a diventare autosufficiente e che possa presto vivere senza questo aiuto.



la chiesa secondo quell'articolo ricava dai contribuenti tramite l'8xmille circa 1 miliardo l'anno, dei quali 0,2 vanno in opere di carità.
Quindi possiamo dire che l'italia, se la chiesa non ci fosse, spenderebbe 0,2 miliardi l'anno per la carità (ma di propria iniziativa e sottoposti ai propri controlli, non lasciandoli in mano ad uno stato estero, differenza non da poco), risparmiando quindi circa 0,8 miliardi l'anno.
Torna come ragionamento?

(edited)
2011-12-11 14:15:02
Torna come ragionamento?

Direi di no, ma va bene lo stesso, non pretende di convincere nessuno, solo di poter manifestare il mio pensiero.

Comunque se fosse l'Italia a spendere, sttoposti ai propri controlli 0,2 miliardi l'anno, stai pur tranquillo che andrebbero ai poveri .. politici.
2011-12-11 14:16:54
ok, non torna, ma perchè?
spiegami per favore