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Subject: [POLITICA]
solita cosa, solletica il mandrillo-wannabe che è in ogni italiano.
è così che prende i voti della maggioranza silenziosa... charme da televenditore, immaginario da film di alvaro vitali, ganassate da bar peto. ah, e meno tasse!
è così che prende i voti della maggioranza silenziosa... charme da televenditore, immaginario da film di alvaro vitali, ganassate da bar peto. ah, e meno tasse!
Sì però, se ti fai rimontare da uno così deve anche venirti il dubbio circa la tua di statura politica; anche perchè dare agli italiani dei minorati politici e poi desiderare che ti votino per vincere mi pare un po' contraddittorio :)
p.s. la tua di Bersani intendo :)
(edited)
p.s. la tua di Bersani intendo :)
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ah, sottoschcrivo...
edit: però sono io che ho dato non del minorato ma dell'opportunista squallido e ipocrita alla maggioranza degli italiani, non bersani! :)
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edit: però sono io che ho dato non del minorato ma dell'opportunista squallido e ipocrita alla maggioranza degli italiani, non bersani! :)
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Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, òfferonti el sangue, la roba, la vita, e figliuoli come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e’ si rivoltano.
cito Machiavelli perchè esemplifica una visione antropologica pessimista che da sempre la sinistra attribuisce agli italiani. Io non la condivido e anzi ritengo questa visione una delle ragioni che storicamente mantengono la sinistra in Italia intorno al 34%.
Certo Bersani non dirà mai una cosa del genere, ma basta leggere Repubblica o seguire qualche forum politico per leggere quest'analisi, per me semplicistica, dell'elettorato italiano :)
Anche stavolta si rischia di non vincere (almeno non bene quanto servirebbe...) ma non perchè gli italiani sono bestie, traumatizzate dalla televisione e ammaliate da un ridicolo imbonitore; la ragione sta in una campagna debole, impalpabile, in cui perfino Monti si è mosso meglio (non parliamo di Grillo, Ingroia e ultimamente Giannino), e in cui i voti di chi non vota Berlusconi (il 70% degli italiani) bisognava andarseli a prendere
cito Machiavelli perchè esemplifica una visione antropologica pessimista che da sempre la sinistra attribuisce agli italiani. Io non la condivido e anzi ritengo questa visione una delle ragioni che storicamente mantengono la sinistra in Italia intorno al 34%.
Certo Bersani non dirà mai una cosa del genere, ma basta leggere Repubblica o seguire qualche forum politico per leggere quest'analisi, per me semplicistica, dell'elettorato italiano :)
Anche stavolta si rischia di non vincere (almeno non bene quanto servirebbe...) ma non perchè gli italiani sono bestie, traumatizzate dalla televisione e ammaliate da un ridicolo imbonitore; la ragione sta in una campagna debole, impalpabile, in cui perfino Monti si è mosso meglio (non parliamo di Grillo, Ingroia e ultimamente Giannino), e in cui i voti di chi non vota Berlusconi (il 70% degli italiani) bisognava andarseli a prendere
Il sindaco di Firenze, anzi di Firenzi, Matteo Renzi accusa Ingroia e Rivoluzione Civile di “autogol” perché farebbe “vincere Berlusconi”. Bersani ripete che “c’è un solo voto utile per battere la destra ed è il voto al Pd”. Per carità, in politica e soprattutto in campagna elettorale ciascuno tira l’acqua al suo mulino.
Ma c’è qualcosa di intellettualmente disonesto nel ricatto “o voti Pd o vince B.”. Non stiamo qui a ricordare tutte le volte in cui il centrosinistra resuscitò B. da morte sicura, o accusò noi antiberlusconiani di impedire il dialogo con B. e il reciproco riconoscimento fra destra e sinistra (prima l’accusa colpì i girotondi, poi fu usata dai vertici Ds per cacciare Colombo e Padellaro dall’Unità). Nel 2008 il neonato Pd predicava “le riforme insieme” a B., tant’è che in tutta la campagna elettorale Veltroni evitò accuratamente di nominare “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. E nel 2011 gli astuti strateghi del Pd dichiararono chiusa l’era del berlusconismo e dunque dell’antiberlusconismo (posti sullo stesso piano). I più furbi studiavano un salvacondotto per accompagnare B. alla tomba, essendosi bevuti l’ennesima balla: quella del suo ritiro in favore di Alfano (figuriamoci), con tanto di primarie Pdl (rifiguriamoci). Del resto, sentir dire da Bersani “faremo subito le leggi sul conflitto d’interessi, il falso in bilancio e la corruzione”, fa cascare le braccia: se fosse Renzi a dirlo, qualcuno potrebbe anche crederci, perché Renzi non era al governo né in Parlamento nelle cinque legislature della Seconda Repubblica in cui non si fece nessuna di quelle leggi, anzi se ne fecero parecchie di segno opposto. Ma Bersani in Parlamento e al governo c’era, dunque farebbe bene a non pronunciare più le parole conflitto d’interessi, falso in bilancio e anticorruzione finché le relative leggi non saranno sulla Gazzetta Ufficiale. E poi una legge anticorruzione il Pd l’ha appena votata assieme ai suoi alleati nella maggioranza che sostiene Monti, guidata dal Pdl, con cui governa da 14 mesi.
Una legge finta, anzi dannosa, che riduce le pene per la concussione: guardacaso, proprio il reato di cui risponde B. al processo Ruby. Come può chi governa da 14 mesi con B. accusare Ingroia o Grillo di fare il suo gioco? Dei leader attualmente in campo, gli unici che non hanno mai governato con B. sono proprio Ingroia e Grillo (Monti, Bersani, Fini, Casini e Maroni sono stati tutti in maggioranza con B., chi una, chi più volte). Ma soprattutto: se il Pd teme di perdere le elezioni a causa di Rivoluzione civile, perché non si è alleato con Rivoluzione civile prima del voto e non vuol farlo nemmeno dopo? Ingroia aveva offerto un’alleanza prima del voto: nessuna risposta. Ora offre un’alleanza dopo il voto: nessuna risposta. Anzi, picche. Invece Bersani annuncia a ogni pie’ sospinto che, dopo il voto, governerà con Monti (e tutto il cucuzzaro dei Fini e dei Casini), logorando Vendola ed escludendo a priori Ingroia. Di chi è dunque l’autogol? Renzi voleva addirittura cacciare Vendola dal centrosinistra, col risultato di sprecare i suoi voti, visto che Sel è data dai sondaggi sotto la soglia minima del 4% richiesta per entrare almeno alla Camera. Intanto B., com’è giusto fare col Porcellum che Pdl, Pd e Centro non han voluto cancellare, schiera una coalizione che tiene dentro tutta la destra. La sinistra invece, come al solito, è in ordine sparso.
Di chi è dunque l’autogol? Forse occorrerebbe un po’ più di umiltà e di rispetto per gli elettori. Chi vota Ingroia o Grillo lo fa perché preferisce programmi e comportamenti magari ingenui o sbagliati, ma radicalmente diversi dalla solita minestra fallimentare vista e rivista per vent’anni. Quei voti non appartengono a Ingroia o a Grillo, ma a quei cittadini. E chi vuole quei voti deve parlare a quei cittadini. Anzi, avrebbe dovuto.
Ma c’è qualcosa di intellettualmente disonesto nel ricatto “o voti Pd o vince B.”. Non stiamo qui a ricordare tutte le volte in cui il centrosinistra resuscitò B. da morte sicura, o accusò noi antiberlusconiani di impedire il dialogo con B. e il reciproco riconoscimento fra destra e sinistra (prima l’accusa colpì i girotondi, poi fu usata dai vertici Ds per cacciare Colombo e Padellaro dall’Unità). Nel 2008 il neonato Pd predicava “le riforme insieme” a B., tant’è che in tutta la campagna elettorale Veltroni evitò accuratamente di nominare “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. E nel 2011 gli astuti strateghi del Pd dichiararono chiusa l’era del berlusconismo e dunque dell’antiberlusconismo (posti sullo stesso piano). I più furbi studiavano un salvacondotto per accompagnare B. alla tomba, essendosi bevuti l’ennesima balla: quella del suo ritiro in favore di Alfano (figuriamoci), con tanto di primarie Pdl (rifiguriamoci). Del resto, sentir dire da Bersani “faremo subito le leggi sul conflitto d’interessi, il falso in bilancio e la corruzione”, fa cascare le braccia: se fosse Renzi a dirlo, qualcuno potrebbe anche crederci, perché Renzi non era al governo né in Parlamento nelle cinque legislature della Seconda Repubblica in cui non si fece nessuna di quelle leggi, anzi se ne fecero parecchie di segno opposto. Ma Bersani in Parlamento e al governo c’era, dunque farebbe bene a non pronunciare più le parole conflitto d’interessi, falso in bilancio e anticorruzione finché le relative leggi non saranno sulla Gazzetta Ufficiale. E poi una legge anticorruzione il Pd l’ha appena votata assieme ai suoi alleati nella maggioranza che sostiene Monti, guidata dal Pdl, con cui governa da 14 mesi.
Una legge finta, anzi dannosa, che riduce le pene per la concussione: guardacaso, proprio il reato di cui risponde B. al processo Ruby. Come può chi governa da 14 mesi con B. accusare Ingroia o Grillo di fare il suo gioco? Dei leader attualmente in campo, gli unici che non hanno mai governato con B. sono proprio Ingroia e Grillo (Monti, Bersani, Fini, Casini e Maroni sono stati tutti in maggioranza con B., chi una, chi più volte). Ma soprattutto: se il Pd teme di perdere le elezioni a causa di Rivoluzione civile, perché non si è alleato con Rivoluzione civile prima del voto e non vuol farlo nemmeno dopo? Ingroia aveva offerto un’alleanza prima del voto: nessuna risposta. Ora offre un’alleanza dopo il voto: nessuna risposta. Anzi, picche. Invece Bersani annuncia a ogni pie’ sospinto che, dopo il voto, governerà con Monti (e tutto il cucuzzaro dei Fini e dei Casini), logorando Vendola ed escludendo a priori Ingroia. Di chi è dunque l’autogol? Renzi voleva addirittura cacciare Vendola dal centrosinistra, col risultato di sprecare i suoi voti, visto che Sel è data dai sondaggi sotto la soglia minima del 4% richiesta per entrare almeno alla Camera. Intanto B., com’è giusto fare col Porcellum che Pdl, Pd e Centro non han voluto cancellare, schiera una coalizione che tiene dentro tutta la destra. La sinistra invece, come al solito, è in ordine sparso.
Di chi è dunque l’autogol? Forse occorrerebbe un po’ più di umiltà e di rispetto per gli elettori. Chi vota Ingroia o Grillo lo fa perché preferisce programmi e comportamenti magari ingenui o sbagliati, ma radicalmente diversi dalla solita minestra fallimentare vista e rivista per vent’anni. Quei voti non appartengono a Ingroia o a Grillo, ma a quei cittadini. E chi vuole quei voti deve parlare a quei cittadini. Anzi, avrebbe dovuto.
Anche stavolta si rischia di non vincere (almeno non bene quanto servirebbe...) ma non perchè gli italiani sono bestie, traumatizzate dalla televisione e ammaliate da un ridicolo imbonitore; la ragione sta in una campagna debole, impalpabile, in cui perfino Monti si è mosso meglio
più che nella campagna mediaticamente intesa, che sicuramente è deficitaria, secondo me il centrosinistra sembra aver perso, da tempo immemore, soprattutto la sua capacità di fascinazione.
capacità che deriverebbe dal saper proporre ricette chiare e alternative a quelle della destra. esempi: tu spari che togli l'IMU? bene, io propongo di reintrodurre i reati di bilancio e di impedire la delocalizzazione non in perdita, alla francese. tu parli di riduzione delle tasse, io incarico una task-force tecnica di elaborare finalmente un piano di emersione di evasione e nero. tu prometti condoni, io prometto equità fiscale. e di ogni proposta prevedo tempi e coperture.
ci vorrebbe poco, nonostante tutto.
più che nella campagna mediaticamente intesa, che sicuramente è deficitaria, secondo me il centrosinistra sembra aver perso, da tempo immemore, soprattutto la sua capacità di fascinazione.
capacità che deriverebbe dal saper proporre ricette chiare e alternative a quelle della destra. esempi: tu spari che togli l'IMU? bene, io propongo di reintrodurre i reati di bilancio e di impedire la delocalizzazione non in perdita, alla francese. tu parli di riduzione delle tasse, io incarico una task-force tecnica di elaborare finalmente un piano di emersione di evasione e nero. tu prometti condoni, io prometto equità fiscale. e di ogni proposta prevedo tempi e coperture.
ci vorrebbe poco, nonostante tutto.
e tu vorresti inseguire berlusconi su quel terreno?
là solo uno alla benigni lo può bruciare...
imho il centrosinistra non deve vergognarsi di non fare le campagne elettorali alla stanlio e ollio
invece deve vergognarsi di non essere in grado di rappresentare milioni di persone che glielo chiedono
là solo uno alla benigni lo può bruciare...
imho il centrosinistra non deve vergognarsi di non fare le campagne elettorali alla stanlio e ollio
invece deve vergognarsi di non essere in grado di rappresentare milioni di persone che glielo chiedono
lo dissi proprio dopo le primarie
bersani ha il carisma del fantasma formaggino, renzi per dirne uno no, manco vendola, ma bersani ha davvero lo spessore di un cartonato, terreno fertile per il b. che si è fiondato poco dopo la nomina di bersani
bersani ha il carisma del fantasma formaggino, renzi per dirne uno no, manco vendola, ma bersani ha davvero lo spessore di un cartonato, terreno fertile per il b. che si è fiondato poco dopo la nomina di bersani
ci vorrebbe poco, nonostante tutto.
Ma anche Renzi lo disse dopo la sparata del'IMU. Cito a memoria: Non dobbiamo inseguire Berlusconi ma imporre (implicitamente dal pdv mediatico) le nostre proposte.
La capacità di fascinazione l'aveva il comunismo; dismesso il quale, per le note e irresistibili ragioni, si è passati dalla cosa alla cosa della cosa per arrivare alla cosa attuale :)
resta sempre valido, e sempre più faticoso da seguire, il consiglio di Montanelli :)
Ma anche Renzi lo disse dopo la sparata del'IMU. Cito a memoria: Non dobbiamo inseguire Berlusconi ma imporre (implicitamente dal pdv mediatico) le nostre proposte.
La capacità di fascinazione l'aveva il comunismo; dismesso il quale, per le note e irresistibili ragioni, si è passati dalla cosa alla cosa della cosa per arrivare alla cosa attuale :)
resta sempre valido, e sempre più faticoso da seguire, il consiglio di Montanelli :)
Vabbè celebriamo, oggi sono in feeling con il Fatto :)
Il giorno in cui morì il Partito Comunista. Occhetto e la svolta della Bolognina
Cuori infranti dalla Svolta della Bolognina. “Ingenuamente pensavo che potessimo rimanere due comunisti oltreché due innamorati. Invece mi sbagliavo. Mi sembra di colpo che io e lui non abbiamo più nulla in comune: non gli ideali di una vita, non il senso di giustizia e di equità, non la voglia di costruire un mondo diverso da quello che viviamo”.
Lei, Anna è per il No ad Achille Occhetto. Suo marito Francesco, invece, è per il Sì. Si lasciano. La lettera di Anna, pubblicata da sociologa Gianna Schelotto su l’Unità del 29 gennaio 1990 suscita scandalo e disegna una nuova categoria: quella delle famiglie distrutte dal dibattito congressuale. Dietro il nome di Anna, rivelerà la Schelotto venti anni più tardi, si nasconde una parlamentare del Pci che ha preferito restare anonima. Ma come lei ci sono migliaia di famiglie.
Quando la sociologa – che è parlamentare anche lei – incontra nel transatlantico di Montecitorio, pochi giorni dopo, il leader della Svolta sbotta: “Mi hai fatto passare per uno sfasciafamiglie!”. Sono le tracce di un dramma collettivo. Un milione e 470mila di iscritti al Pci e i dieci milioni di elettori comunisti divisi tra il No e il Sì alla Svolta, il dibattito incontrollato che irrompe nelle sezioni, distrugge amicizie, terremota famiglie, divide parenti stretti, dissolve vincoli di antica data. Un dramma epico, e collettivo, l’ultimo della prima repubblica.
Domenica 12 novembre, quando Achille Occhetto mette piede nella sezione del Pci della Bolognina, nessuno, nemmeno lui, ha idea del terremoto che sta per suscitare il suo discorso. Occhetto è reduce da un drammatico incontro a Bruxelles, si è ritrovato nel’uffico di Neil Kinnock segretario dell’internazionale socialista proprio nelle ore in cui cade il muro di Berlino. Il leader socialdemocratico lo interroga a bruciapelo: “Adesso voi comunisti cambierete nome?”. E Occhetto: “E’ dif ficile…. è difficile, è difficile!”. Racconterà lo stesso Kinnock: “Tre giorni dopo, il lunedì mattina, leggo sul Times che il Pci ha cambiato nome. Curioso tipo questo mister Occhetto. Se avesse detto è ‘è difficile’ una volta solo forse cambiava nome la sera stessa”. La battuta in stile britannico è fulminante.
Solo che in quei tre giorni Occhetto si trova davvero in una tempesta emotiva. Atterra a Roma, non confida a nessuno il suo dramma interiore. Poi parte per l’Emilia Romagna. Da lì fa una puntata a Mantova per vedere gli affreschi di Giulio Romano a Palazzo Tè. Chiede a un amico partigiano, “il comandante William” che è a pranzo con lui e la moglie di indicargli una sezione dove ci sia un dibattito importante, quella domenica, ha un annuncio da fare. Il comandante William gli risponde: “Ci sarebbe la Bolognina…”. Appunto.
Alle porte di Bologna, ogni anno, i militanti del Pci commemorano dieci partigiani che sono morti per fermare i carroarmati nazisti. Quella mattina Occhetto celebra la sua Svolta quasi in contumacia. Non dice nulla ai dirigenti del partito, non avvisa i giornali. Agli ex partigiani, che non capiscono, dice una frase che lascia intuire qualcosa: “Dobbiamo inventare vie nuove”. Gli unici due giornalisti, presenti quasi per caso, Walter Dondi (dell’edizione locale de L’Unità) e Giampaolo Balestrini, corrispondente dell’Ansa, fanno una domanda in più e ottengono lo scoop del decennio: “Segretario, lei vuol dire che il Pci potrebbe cambiare nome?”. Occhetto è ieratico. “Tutto è possibile”.
Dalla mattina del giorno dopo nulla è più come prima. I centralinidelle federazioni, a partire da quella di Bologna, vengono presi d’assalto: “Pronto, sono un compagno di Corticella. Scusate non sarà mica impazzito il compagno Occhetto? ”. Una folla di quasi mille di persone si concentra sotto Botteghe Oscure per contestare i dirigenti che dicono sì alla Svolta. Portano con se uno strisiscione: “Comunisti sempre”. Dalla Spagna arriva il più pesante dei No. Quello di Pietro Ingrao. L’anziano leader della sinistra appare a Montecitorio con il viso scolpito: “Dissento e combatto”. La Svolta divide il partito e le generazioni. La Destra e la sinistra i vecchi e i giovani, i riformisti e i radicali. Gli intellettuali e i funzionari.
Sono per il No personalità diverse come Natalia Ginzburg, GianMaria Volontè, Gigi Proietti, il filosofo Cesasre Luporini. Fabio Mussi è sprezzante: “Per loro il partito è un bambolotto di pezza!”. Michele Serra schiera il suo Cuore: “Credetemi compagni è giusto così”. Nanni Moretti gira un documentario a caldo, nelle sezioni, e lo intitola con la parola chiave usata da Occhetto per definire il partito che ha in testa: “La Cosa”. Nel primo congresso, a Bologna, il segretario cita L’Ulisse di Tennyson (“Venite amici/ che non è tardi/ per scoprire un nuovo mondo”) e Ingrao inventa una espressione che diventerà proverbiale: “Chiedo che resti aperto l’orizzonte del comunismo”.
Ma anche dentro la maggioranza che sostiene Occhetto si annida un conflitto shakespiriano: il numero due del segretario, Massimo D’Alema, aspira anche lui alla leadership. Il conflitto nel conflitto produce un esito finale clamoroso. Dopo due anni di battaglie feroci (e due congressi) proprio quando crede di aver portato la nave in porto – a Rimini, nel gennaio del 1991 – Occhetto non riesce a conquistare il quorum necessario ad essere eletto. I dalemiani e i riformisti di Giorgio Napolitano ci hanno messo lo zampino, facendo mancare molti dei loro voti al segretario. Claudio Velardi, stretto collaboratore di D’Alema, mi ha raccontato quelle ore incandescenti con i toni di una battaglia: “Tornavamo a Roma con Massimo, e lui in macchina gridava: ‘Achille è morto!, è morto!’”.
Morto in senso figurato, s’intende. E quando Velardi chiede a D’Alema che cosa volesse fare, il futuro leader maximo gli risponde: “Adesso vado, riconvochiamo l’assemblea congressuale e lo rimetto su”. Aggiunge Velardi, venti anni dopo: “Questa idea di uccidere politicamente Occhetto per poi rimetterlo in sella aveva una matrice legata all’essere profondamente comunista di D’Alema. Lui non voleva banalmente sostituire Occhetto, come avrebbe potuto desiderare, chessò, un democristiano. Lui voleva portarlo a consunzione, svuotarlo di significato, cancellarlo per poi restare l’unica alternativa ”. Infatti la segreteria arrivò per lui solo nel 1994.
Ecco perché, la storia di quella battaglia è interessante al di là degli anniversari. Perché spiega anche molti dilemmi del Pd di oggi. Il gruppo dirigente della Svolta, da allora, ha replicato il modello della Bolognina altre due volte. Cambiando nome simbolo, ma mantenendo lo stesso gruppo dirigente. E senza riuscire a trovare – in questi venti lunghi anni – una nuova identità.
(Luca Telese, Il Fatto, 10-11-2009)
(c) Il Fatto Quotidiano
Il giorno in cui morì il Partito Comunista. Occhetto e la svolta della Bolognina
Cuori infranti dalla Svolta della Bolognina. “Ingenuamente pensavo che potessimo rimanere due comunisti oltreché due innamorati. Invece mi sbagliavo. Mi sembra di colpo che io e lui non abbiamo più nulla in comune: non gli ideali di una vita, non il senso di giustizia e di equità, non la voglia di costruire un mondo diverso da quello che viviamo”.
Lei, Anna è per il No ad Achille Occhetto. Suo marito Francesco, invece, è per il Sì. Si lasciano. La lettera di Anna, pubblicata da sociologa Gianna Schelotto su l’Unità del 29 gennaio 1990 suscita scandalo e disegna una nuova categoria: quella delle famiglie distrutte dal dibattito congressuale. Dietro il nome di Anna, rivelerà la Schelotto venti anni più tardi, si nasconde una parlamentare del Pci che ha preferito restare anonima. Ma come lei ci sono migliaia di famiglie.
Quando la sociologa – che è parlamentare anche lei – incontra nel transatlantico di Montecitorio, pochi giorni dopo, il leader della Svolta sbotta: “Mi hai fatto passare per uno sfasciafamiglie!”. Sono le tracce di un dramma collettivo. Un milione e 470mila di iscritti al Pci e i dieci milioni di elettori comunisti divisi tra il No e il Sì alla Svolta, il dibattito incontrollato che irrompe nelle sezioni, distrugge amicizie, terremota famiglie, divide parenti stretti, dissolve vincoli di antica data. Un dramma epico, e collettivo, l’ultimo della prima repubblica.
Domenica 12 novembre, quando Achille Occhetto mette piede nella sezione del Pci della Bolognina, nessuno, nemmeno lui, ha idea del terremoto che sta per suscitare il suo discorso. Occhetto è reduce da un drammatico incontro a Bruxelles, si è ritrovato nel’uffico di Neil Kinnock segretario dell’internazionale socialista proprio nelle ore in cui cade il muro di Berlino. Il leader socialdemocratico lo interroga a bruciapelo: “Adesso voi comunisti cambierete nome?”. E Occhetto: “E’ dif ficile…. è difficile, è difficile!”. Racconterà lo stesso Kinnock: “Tre giorni dopo, il lunedì mattina, leggo sul Times che il Pci ha cambiato nome. Curioso tipo questo mister Occhetto. Se avesse detto è ‘è difficile’ una volta solo forse cambiava nome la sera stessa”. La battuta in stile britannico è fulminante.
Solo che in quei tre giorni Occhetto si trova davvero in una tempesta emotiva. Atterra a Roma, non confida a nessuno il suo dramma interiore. Poi parte per l’Emilia Romagna. Da lì fa una puntata a Mantova per vedere gli affreschi di Giulio Romano a Palazzo Tè. Chiede a un amico partigiano, “il comandante William” che è a pranzo con lui e la moglie di indicargli una sezione dove ci sia un dibattito importante, quella domenica, ha un annuncio da fare. Il comandante William gli risponde: “Ci sarebbe la Bolognina…”. Appunto.
Alle porte di Bologna, ogni anno, i militanti del Pci commemorano dieci partigiani che sono morti per fermare i carroarmati nazisti. Quella mattina Occhetto celebra la sua Svolta quasi in contumacia. Non dice nulla ai dirigenti del partito, non avvisa i giornali. Agli ex partigiani, che non capiscono, dice una frase che lascia intuire qualcosa: “Dobbiamo inventare vie nuove”. Gli unici due giornalisti, presenti quasi per caso, Walter Dondi (dell’edizione locale de L’Unità) e Giampaolo Balestrini, corrispondente dell’Ansa, fanno una domanda in più e ottengono lo scoop del decennio: “Segretario, lei vuol dire che il Pci potrebbe cambiare nome?”. Occhetto è ieratico. “Tutto è possibile”.
Dalla mattina del giorno dopo nulla è più come prima. I centralinidelle federazioni, a partire da quella di Bologna, vengono presi d’assalto: “Pronto, sono un compagno di Corticella. Scusate non sarà mica impazzito il compagno Occhetto? ”. Una folla di quasi mille di persone si concentra sotto Botteghe Oscure per contestare i dirigenti che dicono sì alla Svolta. Portano con se uno strisiscione: “Comunisti sempre”. Dalla Spagna arriva il più pesante dei No. Quello di Pietro Ingrao. L’anziano leader della sinistra appare a Montecitorio con il viso scolpito: “Dissento e combatto”. La Svolta divide il partito e le generazioni. La Destra e la sinistra i vecchi e i giovani, i riformisti e i radicali. Gli intellettuali e i funzionari.
Sono per il No personalità diverse come Natalia Ginzburg, GianMaria Volontè, Gigi Proietti, il filosofo Cesasre Luporini. Fabio Mussi è sprezzante: “Per loro il partito è un bambolotto di pezza!”. Michele Serra schiera il suo Cuore: “Credetemi compagni è giusto così”. Nanni Moretti gira un documentario a caldo, nelle sezioni, e lo intitola con la parola chiave usata da Occhetto per definire il partito che ha in testa: “La Cosa”. Nel primo congresso, a Bologna, il segretario cita L’Ulisse di Tennyson (“Venite amici/ che non è tardi/ per scoprire un nuovo mondo”) e Ingrao inventa una espressione che diventerà proverbiale: “Chiedo che resti aperto l’orizzonte del comunismo”.
Ma anche dentro la maggioranza che sostiene Occhetto si annida un conflitto shakespiriano: il numero due del segretario, Massimo D’Alema, aspira anche lui alla leadership. Il conflitto nel conflitto produce un esito finale clamoroso. Dopo due anni di battaglie feroci (e due congressi) proprio quando crede di aver portato la nave in porto – a Rimini, nel gennaio del 1991 – Occhetto non riesce a conquistare il quorum necessario ad essere eletto. I dalemiani e i riformisti di Giorgio Napolitano ci hanno messo lo zampino, facendo mancare molti dei loro voti al segretario. Claudio Velardi, stretto collaboratore di D’Alema, mi ha raccontato quelle ore incandescenti con i toni di una battaglia: “Tornavamo a Roma con Massimo, e lui in macchina gridava: ‘Achille è morto!, è morto!’”.
Morto in senso figurato, s’intende. E quando Velardi chiede a D’Alema che cosa volesse fare, il futuro leader maximo gli risponde: “Adesso vado, riconvochiamo l’assemblea congressuale e lo rimetto su”. Aggiunge Velardi, venti anni dopo: “Questa idea di uccidere politicamente Occhetto per poi rimetterlo in sella aveva una matrice legata all’essere profondamente comunista di D’Alema. Lui non voleva banalmente sostituire Occhetto, come avrebbe potuto desiderare, chessò, un democristiano. Lui voleva portarlo a consunzione, svuotarlo di significato, cancellarlo per poi restare l’unica alternativa ”. Infatti la segreteria arrivò per lui solo nel 1994.
Ecco perché, la storia di quella battaglia è interessante al di là degli anniversari. Perché spiega anche molti dilemmi del Pd di oggi. Il gruppo dirigente della Svolta, da allora, ha replicato il modello della Bolognina altre due volte. Cambiando nome simbolo, ma mantenendo lo stesso gruppo dirigente. E senza riuscire a trovare – in questi venti lunghi anni – una nuova identità.
(Luca Telese, Il Fatto, 10-11-2009)
(c) Il Fatto Quotidiano
ho letto:
questo
e quindi mi sono messo a cercare ed ho trovato:
questaltro
chi mi sa dire se è una cazzata oppure è vero che con questo sistema si toglie il proprio voto dal premio di maggioranza?!?!
questo
e quindi mi sono messo a cercare ed ho trovato:
questaltro
chi mi sa dire se è una cazzata oppure è vero che con questo sistema si toglie il proprio voto dal premio di maggioranza?!?!
che gazzata...dai o si vota o non si vota pochi gazzi