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Subject: Abiti Puliti

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2011-02-16 01:15:35
akiro [del] to All
sito italiano della Clean Clothes Campaign il cui scopo è quello di migliorare le condizioni di lavoro dei di donne e uomini nel settore tessile.

In particolare in questo momento stanno portando avanti una petizione contro i jeans sabbiati (per ricreare l'effetto usato) tanto di moda, tecnica che però "può causare una forma acuta di silicosi, malattia polmonare mortale".
Jeans "usati" fabbricati per moda e morti sul lavoro sono un'aberrazione solo umana.

Qui l'appello.


il sito: Abiti Puliti
2011-02-16 21:25:41
la gente è veramente fuori di testa : S
2011-02-17 00:27:53
per scegliere degli abiti "usurati" artificialmente un piccolo tarlo deve esserci XD se poi questi sono causa di vittime...
2012-11-29 16:16:24
Bangladesh, aziende mortali

Le imprese tessili sono trappole. Dove in 3 mln lavorano per 27 euro al mese. E dal 2006 500 operai hanno perso la vita.
lettera43.it
2012-11-29 17:10:27
C'è già un thread sull'Ilva...
Opsss... non stai parlando dell'Ilva?
Scusa... mi sembrava in effetti che i morti fossero troppo pochi...
2013-04-26 20:10:20
Argomento che andrebbe bene sia in "crisi economica" che in "Politica" o "morti sul lavoro"...


L’ennesimo sacrificio umano Crolla un edificio in Bangladesh. Almeno 170 i morti.


rana_plazaLa Campagna Abiti Puliti (sezione italiana della Clean Clothes Campaign), insieme con i sindacati e le organizzazioni per i diritti dei lavoratori attivi in Bangladesh e in tutto il mondo, chiede un intervento immediato da parte dei marchi internazionali a seguito del crollo del Rana Plaza a Savar, nella regione di Dhaka in Bangladesh, un edificio di otto piani, contente tre stabilimenti e un centro commerciale, costato la vita ad almeno 170 persone e il ferimento di oltre 1000.

Gli attivisti dei diritti umani sono riusciti ad accedere alle macerie del Rana Plaza, dove hanno trovato etichette e documentazione che collega alcuni grandi marchi europei a questa ennesima tragedia: la spagnola Mango, l’inglese Primark e l’italiana Benetton, oltre ad altri marchi italiani. Sul loro sito web, le aziende elencano tra i loro clienti altrettanti noti brand, tra cui C&A, KIK e Wal-Mart, già noti alle cronache per l’incendio nella fabbrica bengalese Tazreen, dove 112 lavoratori sono morti esattamente cinque mesi fa, e, per quanto riguarda la tedesca KIK, per l’incendio della pakistana Ali Enterprises, dove quasi 300 lavoratori sono morti lo scorso settembre.

I lavoratori morti e feriti stavano producendo capi di abbigliamento quando lo stabile che ospitava più fabbriche tessili - con piani costruiti presumibilmente in maniera illegale - improvvisamente ha ceduto generando un enorme frastuono e lasciando intatto solo il piano terra. Questo crollo fornisce ulteriori prove a conferma dell’inefficacia del ruolo delle società di auditing nella protezione della vita dei lavoratori. Gli attivisti impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori sono convinti che tali decessi continueranno fino a quando le imprese e i funzionari di governo non sottoscriveranno un programma per la sicurezza degli edifici indipendente e vincolante.

“Tragedie come questa mostrano la totale inadeguatezza dei sistemi di controllo e delle ispezioni condotte dalle imprese senza il coinvolgimento dei sindacati e dei lavoratori” spiega Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, “non possiamo continuare ad assistere ad un tale sacrificio di vite umane dovuto alla totale irresponsabilità di un sistema produttivo basato sulla competizione al ribasso. Le famiglie delle vittime e i feriti rimaste senza reddito e supporto ora hanno diritto a cure adeguate e risarcimento appropriato da parte delle imprese coinvolte per gli irreparabili danni subiti, oltre a giustizia immediata e assunzione di responsabilità da parte di tutti colore che dovevano prevenire questa carneficina”

Per mettere fine a questi incidenti, la Campagna Abiti Puliti esorta i marchi che si riforniscono in Bangladesh a firmare immediatamente il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement. La CCC, insieme con i sindacati locali e globali e le organizzazioni per i diritti dei lavoratori, ha messo a punto un programma specifico di azione che include ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza. È un’operazione di fondamentale trasparenza che deve essere sostenuta da tutti gli attori principali bengalesi e internazionali.

L'accordo è già stato sottoscritto lo scorso anno dalla società statunitense PVH Corp (proprietaria di Calvin Klein e Tommy Hilfiger) e dal distributore tedesco Tchibo. È il momento che tutti i principali brand del settore si impegnino per garantirne una rapida attuazione. Il programma può salvare la vita di centinaia di migliaia di lavoratori attualmente a rischio in fabbriche insicure e costruite illegalmente.
2013-05-08 23:17:55
Leggi lo speciale di Valori sugli incendi nelle fabbriche tessili in Bangladesh
2013-05-09 09:16:39
2013-05-09 09:26:47
Grazie Akiro per le info
2013-05-20 22:50:35
«Chi compra i prodotti dal nostro paese spendendo pochissimo fa sì che il costo del lavoro in Bangladesh resti tra i più bassi al mondo. I compratori stranieri non si preoccupano dei salari dei lavoratori e della questione della sicurezza. Per questo sia i proprietari delle fabbriche, che il governo che anche i compratori stranieri sono responsabili di questa tragedia»



ilpost
2013-06-28 00:10:48
2013-06-28 09:27:27
A volte sono "costretto" a dover risparmiare anche sui vestiti che acquisto, secondo voi come posso selezionare delle marche che non arrechino danno a qualcuno?
2013-06-28 09:38:34
buona domanda.
anche io ho lo stesso problema (anche con le scarpe!!)
2013-06-28 17:31:17
Io guardo un po' le analisi di Altroconsumo, a volte indaga su come le aziende trattano i lavoratori.
Altrimenti i negozi di Altromercato, chico mendes, garabombo,... ed altre cooperative sono un po' ovunque, senza contare che a volte ci sono anche fiere (tipo "fa la cosa giusta") in cui si possono trovare informazioni su un po' di produttori.

ps. fa la cosa giusta viene utile anche per il catalogo con l'elenco degli espositori...
(edited)
2013-07-03 15:30:40
I vestiti fatti in Bangladesh
Il Wall Street Journal racconta - con molti dati - il paese con la manodopera peggio pagata al mondo che produce indumenti per marchi importantissimi

Negli ultimi anni la disponibilità di manodopera a basso costo ha reso il Bangladesh il secondo produttore di indumenti al mondo dopo la Cina: con un mercato da 20 miliardi di dollari all’anno, l’industria tessile bengalese nel 2012 ha garantito l’80 per cento delle esportazioni del paese, delle quali l’80 per cento verso l’Unione Europea. Manodopera a basso costo significa anche terribili condizioni di lavoro e sicurezza a rischio, come dimostrano i numerosi incidenti nelle fabbriche tessili degli ultimi anni: l’ultimo e il più noto è avvenuto a Dacca lo scorso 24 aprile, quando nel crollo di un edificio che ospitava cinque laboratori tessili sono morte oltre mille persone. Come racconta il Wall Street Journal, il Bangladesh non produce però soltanto indumenti per le marche cosiddette “low cost” (H&M, Zara, Walmart, per esempio) ma anche per molti marchi di stilisti importanti come Ralph Lauren, Hugo Boss e Giorgio Armani.

Secondo i registri di spedizione, scrive il Wall Street Journal, Armani l’anno scorso ha ricevuto quasi 10 tonnellate di magliette e biancheria intima realizzate in una fabbrica della città portuale di Chittagong. Armani ha dichiarato che la casa di moda italiana produce soltanto “un numero relativamente piccolo di capi” in Bangladesh e che “il presupposto comune che tutte le condizioni di produzione siano inadeguate non è un giusto riflesso della realtà della situazione e rende un cattivo servizio al paese”.

Il prezzo di un indumento base come la t-shirt può essere utile per capire l’incongruenza tra il prezzo all’ingrosso e quello al dettaglio, e come sia essenzialmente il marchio la caratteristica determinante per il prezzo. Una t-shirt prodotta in Bangladesh per la marca G-Star Raw in un negozio di Londra costa 60 sterline, l’equivalente di circa 70 euro; una della marca italiana Replay 35 sterline, circa 40 euro; una di Tommy Hilfiger quasi 40 dollari, circa 30 euro. «Marchi come Tommy Hilfiger, Calvin Klein o Giorgio Armani hanno un prezzo più alto perché il marchio ha una reputazione che fa la differenza», ha detto Ralston Fernandez, vice-presidente senior per le operazioni di “ZXY Apparel Buying Solutions”, una società bengalese che si occupa di piazzare gli ordini dei rivenditori alle fabbriche locali.

I prezzi al dettaglio delle marche più importanti includono altri costi come la pubblicità, l’affitto dei negozi e gli stipendi per i venditori, ma il divario tra i costi resta comunque altissimo: secondo Mohammad Zulficar Ali, direttore esecutivo di una società che si occupa di curare i rapporti tra le fabbriche produttrici e i grandi marchi, il costo di produzione di una t-shirt di Primark sarebbe l’equivalente di un euro e venti, 3,80 euro per una di Tommy Hilfiger e 4,60 dollari per una di G-Star Raw. Sia G-Star che Tommy Hilfiger hanno rifiutato di commentare i loro costi di produzione. Secondo i proprietari delle fabbriche tessili in Bangladesh i margini di profitto tendono a essere gli stessi indipendentemente dal cliente, e che tutti tendono ugualmente ad abbassare i costi di produzione. Per una lavoratrice dell’industria tessile il salario dipende dalla sua abilità e non ha nulla a che fare con il fatto che stia cucendo una maglietta di un marchio “costoso” o di uno più popolare ed economico.

Oltre alla materia prima, anche il costo del lavoro incide sui costi di produzione: il governo del Bangladesh, dopo l’incidente del 24 aprile, si è impegnato ad aumentare il salario minimo – che è attualmente l’equivalente di 29 euro al mese, uno dei più bassi al mondo, circa un quarto di quello cinese – per portarlo all’equivalente di 78 euro al mese. Come ha spiegato Abby Jamal, amministratore delegato di ZXY Apparel, raddoppiare il salario minimo significherebbe aggiungere tra i 7 e i 10 centesimi di euro al costo di produzione di ogni singola t-shirt.

Lo scorso 13 maggio 31 multinazionali tessili che operano in più di mille fabbriche in Bangladesh, insieme alla federazione internazionale IndustriALL Global Union (a cui aderiscono 900 sindacati di 140 paesi, con circa 20 milioni di iscritti), oltre a diverse ong, hanno firmato l’Accord on Fire and Building Safety, un protocollo sulla prevenzione degli incendi e la sicurezza negli edifici con cui ci si impegna a non fornire commesse alle fabbriche che non risultino in regola con le norme di sicurezza. L’accordo è stato firmato, tra gli altri, da H&M (la più grande acquirente di capi di abbigliamento dal Bangladesh), Benetton, le britanniche Primark e Tesco, la statunitense Abercrombie & Fitch e il gruppo spagnolo Inditex (che possiede, tra gli altri, i marchi Zara, Pull and Bear, Bershka, Oysho, Stradivarius).

Molte aziende, però, hanno rifiutato di aderire all’accordo per evitare di essere tenute a rispondere legalmente delle condizioni di lavoro delle fabbriche da cui si servono: l’agenzia statunitense Ecouterre ha reso noti i nomi di 15 di queste aziende, tra cui Foot Locker e VF Corporation (che possiede i marchi North Face, Timberland e Wrangler).
ilpost

che poi è pure un argomento da "crisi economica"
2013-07-04 17:48:45
mettila così: senza quello non avrebbero proprio nulla

è un po' come l'ilva di taranto: meglio morire di fame o potenzialmente morire di salute?
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