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Subject: Rivolte africane
vieni qua in UAE....coi stipendi che ci sono...
li fai intelligenti quelli che partono sapendo di trovare l'inferno all'arrivo, tra parentesi rischiando la morte, e consci che sarà assai difficile che arrivino in Francia?
io non li chiamo di certo intelligenti.
io li chiamerei al massimo "disperati", forse per te è difficile pensare di fare le stesse cose, perchè evidentemente sei nato nella parte fortunata del pianeta.
io non li chiamo di certo intelligenti.
io li chiamerei al massimo "disperati", forse per te è difficile pensare di fare le stesse cose, perchè evidentemente sei nato nella parte fortunata del pianeta.
ma quali disperati... i tunisini arrivavano già da anni.. quelli erano disperati, mica questi.
a mazara del vallo c'è un quartiere pieno zeppo di gente che ora si è integrata.
questi sono qui in vacanza o scappata dalla galera. scappano proprio ora che il regime tunisino è caduto e si cerca di ricostruire la nazione. io mi ricordo che in genere sucede il contrario, si scappa da un regime, si torna quando cade. strani sti tunisini.
a mazara del vallo c'è un quartiere pieno zeppo di gente che ora si è integrata.
questi sono qui in vacanza o scappata dalla galera. scappano proprio ora che il regime tunisino è caduto e si cerca di ricostruire la nazione. io mi ricordo che in genere sucede il contrario, si scappa da un regime, si torna quando cade. strani sti tunisini.
si scappa da un regime, si torna quando cade. strani sti tunisini.
Pur non condividendo molte delle cose che dici, questo passo lo appoggio.
Che gran parte di questa gente stia approfittando della situazione è indubbio.
Pur non condividendo molte delle cose che dici, questo passo lo appoggio.
Che gran parte di questa gente stia approfittando della situazione è indubbio.
la disperata ricerca di un lavoro non riesco proprio a vederla come un volersi "approfittare della situazione".
Non siamo più all'epoca della pietra, anche loro sanno bene che da noi lavoro non ce n'è più, a meno di accettare consapevolmente di essere sfruttati in larga parte come carne da macello dalla malavita.
Come ti è stato fatto notare in altri messaggi, lupogor in particolare, non confondiamo le ondate migratorie ai tempi del mito americano con quanto vediamo oggi. Non si andava là se non avevi già un lavoro che ti aspettava. La solidarietà è una cosa, il mantenere una massa di sfaccendati (nel senso che non hanno niente da fare), è insostenibile per qualunque nazione.
Come ti è stato fatto notare in altri messaggi, lupogor in particolare, non confondiamo le ondate migratorie ai tempi del mito americano con quanto vediamo oggi. Non si andava là se non avevi già un lavoro che ti aspettava. La solidarietà è una cosa, il mantenere una massa di sfaccendati (nel senso che non hanno niente da fare), è insostenibile per qualunque nazione.
Non si andava là se non avevi già un lavoro che ti aspettava.
questo non è vero eridon, si è andati per secoli nel nuovo mondo "all'avventura"
Inoltre io ho dei seri dubbi che sia chiaro cosa lasciano e cosa sperano di trovare..
Nel frattempo ieri sera ho avuto a che fare con una persona che sosteneva che "questi arrivano qui hanno il coraggio di pretendere di mangiare e poi si lamentano se non hanno le sigarette o se gli danno della pastasciutta!!!"
..al che mi sono reso conto che l'unica cosa che si può fare per il nostro paese, se lo vogliamo salvare, è quella di oscurare la televisione..
questo non è vero eridon, si è andati per secoli nel nuovo mondo "all'avventura"
Inoltre io ho dei seri dubbi che sia chiaro cosa lasciano e cosa sperano di trovare..
Nel frattempo ieri sera ho avuto a che fare con una persona che sosteneva che "questi arrivano qui hanno il coraggio di pretendere di mangiare e poi si lamentano se non hanno le sigarette o se gli danno della pastasciutta!!!"
..al che mi sono reso conto che l'unica cosa che si può fare per il nostro paese, se lo vogliamo salvare, è quella di oscurare la televisione..
Non si andava là se non avevi già un lavoro che ti aspettava.
questo non è vero eridon, si è andati per secoli nel nuovo mondo "all'avventura"
Inoltre io ho dei seri dubbi che sia chiaro cosa lasciano e cosa sperano di trovare..
Non parlarmi dell corsa all'oro o di epoche ancora più lontane. A Ellis Island se non sapevi dire dove andavi e che progetti avevi ti reimbarcavano sula stessa nave con cui eri giunto e te ne tornavi a casa. In altri posti, tipo Argentina e Brasile, con terre immense abbandonate, era ancora più facile andare e fare il semplice contadino, come fecero molti dal Piemonte per esempio.
Questi ragazzi hanno tv e cellulari e internet, vuoi davvero farmi credere che non sappiano cosa li aspetta?? Mi sembra la storia di quando arrivavano le ragazze albanesi che ancora facevano finta di non sapere che sarebbero state sbattute su un marciapiede, quando da anni si parlava solo di quello in tv e in Albania guardavano quasi solo la nostra...
Se decido di emigrare, il minimo che faccio è raccogliere qualche informazione su dove vado, non credi?
Già da tempo il resto dell'Europa ha imposto un giro di vite sugli ingressi, perchè se apri il tappo viene su l'intera Africa, visto come da loro spesso la vita sia dura, anche per motivi ambientali, ma nessuna nazione è in grado di sopportare un flusso del genere.
(edited)
questo non è vero eridon, si è andati per secoli nel nuovo mondo "all'avventura"
Inoltre io ho dei seri dubbi che sia chiaro cosa lasciano e cosa sperano di trovare..
Non parlarmi dell corsa all'oro o di epoche ancora più lontane. A Ellis Island se non sapevi dire dove andavi e che progetti avevi ti reimbarcavano sula stessa nave con cui eri giunto e te ne tornavi a casa. In altri posti, tipo Argentina e Brasile, con terre immense abbandonate, era ancora più facile andare e fare il semplice contadino, come fecero molti dal Piemonte per esempio.
Questi ragazzi hanno tv e cellulari e internet, vuoi davvero farmi credere che non sappiano cosa li aspetta?? Mi sembra la storia di quando arrivavano le ragazze albanesi che ancora facevano finta di non sapere che sarebbero state sbattute su un marciapiede, quando da anni si parlava solo di quello in tv e in Albania guardavano quasi solo la nostra...
Se decido di emigrare, il minimo che faccio è raccogliere qualche informazione su dove vado, non credi?
Già da tempo il resto dell'Europa ha imposto un giro di vite sugli ingressi, perchè se apri il tappo viene su l'intera Africa, visto come da loro spesso la vita sia dura, anche per motivi ambientali, ma nessuna nazione è in grado di sopportare un flusso del genere.
(edited)
Scusa sydal...ma cosa c'entra questo con l'affondamento dei barconi usati dalla mafia per il trasporto di questi sfortunati e disgraziati.Comunque io sono stato in tunisia che ha un ottima agricoltura da estese coltivi di mele uva datteri.Molta produzione di vino e alimentari,citta pulite e ordinate una tolleranza religiosa.Poi che il rais di turno sia un ladro ne piu ne meno di berlusconi o di molti politici americani di entrambi gli schieramenti o della turchia o dell'Iran dove ogni settimana a ginevra arrivava il figlio di Kpmehini con la validetta diplomatica piena di quattrini che depositava in svizzera.Non vedo dove sia il problema...purtroppo il mondo è cosi da millenni....non lo si puo migliorare,visto l'animo dell'uomo,e quando si cerca di fare qualcosa finisce come CUBA.da cui scappavano a migliaia i clandestini su barconi per la florida....IO questo fenomeno lo chiamerei arricchimento illecito della mafia non cancro capitalistico,che obiettivamente non esiste che nelle menti un po intossicate...confondendo gli imprenditori piccoli e grandi,senza di cui ci sarebbe miseria. Con gli avvoltoi della finanza Banche e broker che sono le vere cause dei mali del mondo inclusa la globalizzazione.Attualmente questo scherzetto sta costando ai cittadini italiani una cifra vicina al miliardo di euro e con la massa di disoccupati e di dipendenti malp'agati e di pensionati sarebbe meglio utilizzare per milgiorare la vita di questi nostri connazzionali,invece che arricchire la Mafia siciliana e non.Va beh abbiamo La Russa che è nipote di Virgillito e fa parte di una potente famiglia siciliana..non so fino a che punto vedrebbe la distruzione dei barconi senza i quali il trasporto smetterebbe,visto che alle aste vengono riacquistati dalla mafia che li riutilizza per il viaggio successivo.
So che funziona così, va avanti da un pezzo.
Le barche vengono successivamente portate nell'entroterra dell'isola e demolite.
E' il magistrato a dare ordine di demolizione e sempre lui firma il sequestro.
Lampedusa, che conosco discretamente, è un mondo a parte + che le leggi dello Stato vigono quelle locali.
Gli abitanti vivono di continuo situazioni di disagio, i carburanti sono beni preziosi e c'è una situazione di monopolio, non mi meraviglio che cerchino di depredarlo, anche se di scarsa qualità.
Le barche vengono successivamente portate nell'entroterra dell'isola e demolite.
E' il magistrato a dare ordine di demolizione e sempre lui firma il sequestro.
Lampedusa, che conosco discretamente, è un mondo a parte + che le leggi dello Stato vigono quelle locali.
Gli abitanti vivono di continuo situazioni di disagio, i carburanti sono beni preziosi e c'è una situazione di monopolio, non mi meraviglio che cerchino di depredarlo, anche se di scarsa qualità.
EMERGENZA UMANITARIA TRA IPOCRISIE E REALTÀ
di Andrea Stuppini 08.04.2011
Un paese di 60 milioni di abitanti, con il 12 per cento della popolazione europea, collocato nel cuore del Mediterraneo, può davvero pensare di non fare i conti con il fenomeno dei richiedenti asilo? Ma è tutto il sistema dell'accoglienza che non funziona e che necessita di una legge organica, con una chiara ripartizione di competenze tra centro e periferia, un coinvolgimento degli enti di tutela e una programmazione degli interventi. Quanto alle risorse, basta ricordare che l'accordo Italia-Libia costa 250 milioni di dollari l'anno, per venti anni.
Da internet.
Sono circa 28mila gli immigrati sin qui arrivati sulle coste italiane. Di questi, solo una minoranza sta facendo domanda di asilo. Nella stragrande maggioranza si tratta di persone venute da noi per ragioni economiche. Secondo la prassi, avrebbero dovuto essere trasferite nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) dove vengono inviate le persone irregolarmente presenti in attesa della loro effettiva espulsione. Ma questi centri sono in tutta Italia tredici per un totale di meno di duemila posti letto.
DOVE VANNO I MIGRANTI
Le strutture destinate alla prima e seconda accoglienza dei profughi e richiedenti asilo sono molto articolate, disegnano un sistema a tre livelli. I Cpsa, Centri di primo soccorso e accoglienza, istituiti con decreto interministeriale del 16 febbraio 2006, sono tre per un totale di 1.204 posti; il più famoso è quello di Lampedusa che da solo può contenere 804 persone. Tre sono anche i Cda, Centri di accoglienza, istituiti nel 1995 dalla cosiddetta “ex legge Puglia”, per complessivi 2.054 posti. Mentre sono cinque per un totale di 998 posti i Cara, Centri di accoglienza per richiedenti asilo, istituiti dal decreto legislativo n. 25 del 28 gennaio 2008 che ha recepito la direttiva “procedure”, ma per il quale dopo tre anni manca ancora il regolamento attuativo. Infine esistono sette centri Cda+Cara per un totale di 2.337 posti.
Si tratta complessivamente di diciotto strutture per circa 6.600 persone che dovrebbero garantire la prima e seconda accoglienza ma che essendo quasi sempre al completo non possono essere utilizzati per fare fronte a una massiccia affluenza.
Esiste poi lo Sprar, Sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati, gestito dagli enti locali in accordo con il ministero degli Interni che dovrebbe occuparsi della terza fase, quando ottenuto lo status di rifugiato, si affrontano le tappe dell’inserimento linguistico, lavorativo e abitativo (tremila posti per un massimo di sei mesi). Spesso però lo Sprar si fa carico anche della prima accoglienza. Nella realtà quindi le distinzioni non sono così chiare, e anche se la strategia del decentramento territoriale ha migliorato la situazione sia per quanto riguarda l’esame delle domande che per l’accoglienza, la mancanza di un disegno organico è evidente.
Teoricamente, un richiedente asilo può fare domanda di accoglienza anche durante la permanenza nei Cie, ma queste strutture sono anch’esse in difficoltà perché il Pacchetto sicurezza (legge 94/2009) ha prolungato la permanenza degli ospiti fino a un massimo di 180 giorni provocando di fatto un effetto saturazione. Tutto ciò peraltro non ha contribuito ad aumentarne l’efficienza in termini di effettive espulsioni.
IL RUOLO DELLE REGIONI
Il 6 aprile è stato firmato un nuovo accordo (dopo quello del 30 marzo) tra Stato, Regioni ed enti locali: per affrontare l’emergenza umanitaria seguita alle rivolte in Tunisia e Libia, viene previsto il ricorso a due importanti strumenti. Il primo è l’articolo 20 del Testo unico sull’immigrazione, ovvero la possibilità di adottare “misure di protezione temporanea per rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all’Unione Europea”. Il secondo è l’articolo 5 della direttiva 55/2001, emanata dopo la crisi umanitaria conseguente alla guerra in Kosovo, che prevede la concessione di una protezione temporanea in caso di afflusso di sfollati. Poiché si tratta di una disposizione europea, il governo si è assunto l’impegno di sostenerla presso il Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Unione.
La prima misura è rivolta ai migranti provenienti dalla Tunisia (quelli che il governo ha definito per settimane “clandestini”) , la seconda a coloro che arrivano dalla Libia (i profughi).
Occorre ricordare che il governo ha iniziato a parlare di un flusso massiccio dal Nord Africa a febbraio, prima che iniziassero gli sbarchi a Lampedusa; all’epoca si parlava di almeno 50mila persone. Perché allora il governo che aveva previsto con così tanto anticipo i fatti (sebbene esagerando un po’ sui numeri) non ha pensato di ricorrere prima ai due strumenti che la normativa consente? Come fu fatto ad esempio nella primavera del 1999, quando l’esecutivo riuscì ad adottare tempestivamente l’articolo 20 per l’emergenza del Kosovo, dal punto di vista dei numeri più grave della attuale.
Nell’accordo del 6 aprile le Regioni e gli enti locali hanno chiesto di superare l’idea delle mega-tendopoli per lasciare spazio all’utilizzo di strutture vere e proprie e a una distribuzione sul territorio per piccoli numeri.
È chiaro tuttavia che l’attuale sistema di accoglienza è insufficiente per affrontare tutto ciò che esula dalla normale amministrazione; occorre pertanto evitare atteggiamenti ipocriti e intervenire con una riforma complessiva.
RIFUGIATI IN ITALIA
Dopo la crisi di Lampedusa, il governo italiano si è ripromesso inoltre di chiedere una revisione della convenzione di Dublino, che regola il diritto di asilo nell’Unione Europea. Proprio in questi giorni è uscito il rapporto 2010 dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, con cifre che spiegano perché si tratterà di un’impresa ardua.
Per effetto dell’accordo Italia-Libia del 2008, le domande di asilo presentate in Italia nell’ultimo biennio sono state assai scarse. E anche se guardiamo al quinquennio 2006-2010 il nostro paese con un totale di 80mila domande presentate è solo sesto nell’Unione Europea, preceduto da Francia (185 mila), Svezia (141 mila), Regno Unito (140 mila.000), Germania (131 mila) e Grecia (83 mila).
Un più equo computo dei richiedenti asilo sui residenti di ogni paese, pone però al primo posto Cipro con il 24 per mille, seguito da Malta con il 19 per mille, Svezia 15 per mille e naturalmente Grecia 7,5 per mille (la frontiera del fiume Evros tra Grecia e Turchia si conferma sempre più strategica per la “fortezza Europa”).
La media europea è stata del 2,3 per mille nell’ultimo quinquennio, l’Italia con il suo 1,3 per mille risulta addirittura al di sotto, nonostante nel 2008-2009 l’accordo con la Libia abbia notevolmente ridimensionato i flussi. Un paese di 60 milioni di abitanti con il 12 per cento della popolazione europea, collocato nel cuore del Mediterraneo, dovrà comunque fare i conti con il fenomeno dei richiedenti asilo in futuro, anche se le regole di Dublino fossero riviste (e occorreranno comunque alcuni anni).
Il fenomeno dell’asilo, come quello più generale dell’immigrazione, va quindi considerato come un elemento strutturale. Bisognerebbe poi intendersi sul significato della parola “emergenza” perché oggi in Italia vivono 55mila rifugiati, mentre in Francia sono 200mila e in Germania 600mila.
Ma anche sul fronte delle risorse impiegate, per l’Italia i conti non tornano.
Le strutture sopra elencate assorbono una spesa complessiva di circa cento milioni di euro l’anno per i posti letto, e le piccole strutture dello Sprar (ventidue posti di media) sono più economiche dei grandi centri come i Cara.
Ma cento milioni non sono molti, anzi. Per l’emergenza di queste settimane spenderemo molto di più.
L’accordo con la Libia di Gheddafi (con il quale qualcuno si era illuso di risolvere quasi tutti i problemi) costa 250 milioni di dollari l’anno, per venti anni. Senza contare che i costi morali e di credibilità per il nostro paese sono stati ancora più alti, mentre il costo di vite umane nel Mediterraneo è ancora sconosciuto.
Ora queste risorse potrebbero essere riconvertite proprio per creare un sistema di accoglienza non particolarmente generoso, ma almeno in linea con gli standard europei. Occorre una legge organica sull’asilo con una chiara ripartizione di competenze tra centro e periferia, un coinvolgimento degli enti di tutela, una programmazione degli interventi non inferiore ai dodici mesi, standard qualitativi. Se in futuro ci si troverà ad affrontare i numeri prospettati dal governo in febbraio (parliamo sempre di asilo), va ricordato che la risposta spagnola è stata quella di una maggiore selettività nell’esame delle domande, mentre quella inglese è stata un bilanciamento tra ingressi per asilo e ingressi per migrazione economica.
Chiediamo aiuto all’Europa quando ci conviene, ma sosteniamo il “Pacchetto sicurezza” contraddetto dalla direttiva “rimpatri”; è appena stato varato un decreto flussi per 80mila lavoratori sul quale le Regioni non sono state consultate, ma non è stato previsto l’arrivo di 22mila migranti economici dalla Tunisia.
Sono sicuramente problemi molto complessi, ma non è dato illudersi che qualcuno li risolva al posto nostro.
* Regione Emilia-Romagna. Rappresentante delle Regioni nel Comitato tecnico nazionale sull’immigrazione.
lavoce
di Andrea Stuppini 08.04.2011
Un paese di 60 milioni di abitanti, con il 12 per cento della popolazione europea, collocato nel cuore del Mediterraneo, può davvero pensare di non fare i conti con il fenomeno dei richiedenti asilo? Ma è tutto il sistema dell'accoglienza che non funziona e che necessita di una legge organica, con una chiara ripartizione di competenze tra centro e periferia, un coinvolgimento degli enti di tutela e una programmazione degli interventi. Quanto alle risorse, basta ricordare che l'accordo Italia-Libia costa 250 milioni di dollari l'anno, per venti anni.
Da internet.
Sono circa 28mila gli immigrati sin qui arrivati sulle coste italiane. Di questi, solo una minoranza sta facendo domanda di asilo. Nella stragrande maggioranza si tratta di persone venute da noi per ragioni economiche. Secondo la prassi, avrebbero dovuto essere trasferite nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) dove vengono inviate le persone irregolarmente presenti in attesa della loro effettiva espulsione. Ma questi centri sono in tutta Italia tredici per un totale di meno di duemila posti letto.
DOVE VANNO I MIGRANTI
Le strutture destinate alla prima e seconda accoglienza dei profughi e richiedenti asilo sono molto articolate, disegnano un sistema a tre livelli. I Cpsa, Centri di primo soccorso e accoglienza, istituiti con decreto interministeriale del 16 febbraio 2006, sono tre per un totale di 1.204 posti; il più famoso è quello di Lampedusa che da solo può contenere 804 persone. Tre sono anche i Cda, Centri di accoglienza, istituiti nel 1995 dalla cosiddetta “ex legge Puglia”, per complessivi 2.054 posti. Mentre sono cinque per un totale di 998 posti i Cara, Centri di accoglienza per richiedenti asilo, istituiti dal decreto legislativo n. 25 del 28 gennaio 2008 che ha recepito la direttiva “procedure”, ma per il quale dopo tre anni manca ancora il regolamento attuativo. Infine esistono sette centri Cda+Cara per un totale di 2.337 posti.
Si tratta complessivamente di diciotto strutture per circa 6.600 persone che dovrebbero garantire la prima e seconda accoglienza ma che essendo quasi sempre al completo non possono essere utilizzati per fare fronte a una massiccia affluenza.
Esiste poi lo Sprar, Sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati, gestito dagli enti locali in accordo con il ministero degli Interni che dovrebbe occuparsi della terza fase, quando ottenuto lo status di rifugiato, si affrontano le tappe dell’inserimento linguistico, lavorativo e abitativo (tremila posti per un massimo di sei mesi). Spesso però lo Sprar si fa carico anche della prima accoglienza. Nella realtà quindi le distinzioni non sono così chiare, e anche se la strategia del decentramento territoriale ha migliorato la situazione sia per quanto riguarda l’esame delle domande che per l’accoglienza, la mancanza di un disegno organico è evidente.
Teoricamente, un richiedente asilo può fare domanda di accoglienza anche durante la permanenza nei Cie, ma queste strutture sono anch’esse in difficoltà perché il Pacchetto sicurezza (legge 94/2009) ha prolungato la permanenza degli ospiti fino a un massimo di 180 giorni provocando di fatto un effetto saturazione. Tutto ciò peraltro non ha contribuito ad aumentarne l’efficienza in termini di effettive espulsioni.
IL RUOLO DELLE REGIONI
Il 6 aprile è stato firmato un nuovo accordo (dopo quello del 30 marzo) tra Stato, Regioni ed enti locali: per affrontare l’emergenza umanitaria seguita alle rivolte in Tunisia e Libia, viene previsto il ricorso a due importanti strumenti. Il primo è l’articolo 20 del Testo unico sull’immigrazione, ovvero la possibilità di adottare “misure di protezione temporanea per rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all’Unione Europea”. Il secondo è l’articolo 5 della direttiva 55/2001, emanata dopo la crisi umanitaria conseguente alla guerra in Kosovo, che prevede la concessione di una protezione temporanea in caso di afflusso di sfollati. Poiché si tratta di una disposizione europea, il governo si è assunto l’impegno di sostenerla presso il Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Unione.
La prima misura è rivolta ai migranti provenienti dalla Tunisia (quelli che il governo ha definito per settimane “clandestini”) , la seconda a coloro che arrivano dalla Libia (i profughi).
Occorre ricordare che il governo ha iniziato a parlare di un flusso massiccio dal Nord Africa a febbraio, prima che iniziassero gli sbarchi a Lampedusa; all’epoca si parlava di almeno 50mila persone. Perché allora il governo che aveva previsto con così tanto anticipo i fatti (sebbene esagerando un po’ sui numeri) non ha pensato di ricorrere prima ai due strumenti che la normativa consente? Come fu fatto ad esempio nella primavera del 1999, quando l’esecutivo riuscì ad adottare tempestivamente l’articolo 20 per l’emergenza del Kosovo, dal punto di vista dei numeri più grave della attuale.
Nell’accordo del 6 aprile le Regioni e gli enti locali hanno chiesto di superare l’idea delle mega-tendopoli per lasciare spazio all’utilizzo di strutture vere e proprie e a una distribuzione sul territorio per piccoli numeri.
È chiaro tuttavia che l’attuale sistema di accoglienza è insufficiente per affrontare tutto ciò che esula dalla normale amministrazione; occorre pertanto evitare atteggiamenti ipocriti e intervenire con una riforma complessiva.
RIFUGIATI IN ITALIA
Dopo la crisi di Lampedusa, il governo italiano si è ripromesso inoltre di chiedere una revisione della convenzione di Dublino, che regola il diritto di asilo nell’Unione Europea. Proprio in questi giorni è uscito il rapporto 2010 dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, con cifre che spiegano perché si tratterà di un’impresa ardua.
Per effetto dell’accordo Italia-Libia del 2008, le domande di asilo presentate in Italia nell’ultimo biennio sono state assai scarse. E anche se guardiamo al quinquennio 2006-2010 il nostro paese con un totale di 80mila domande presentate è solo sesto nell’Unione Europea, preceduto da Francia (185 mila), Svezia (141 mila), Regno Unito (140 mila.000), Germania (131 mila) e Grecia (83 mila).
Un più equo computo dei richiedenti asilo sui residenti di ogni paese, pone però al primo posto Cipro con il 24 per mille, seguito da Malta con il 19 per mille, Svezia 15 per mille e naturalmente Grecia 7,5 per mille (la frontiera del fiume Evros tra Grecia e Turchia si conferma sempre più strategica per la “fortezza Europa”).
La media europea è stata del 2,3 per mille nell’ultimo quinquennio, l’Italia con il suo 1,3 per mille risulta addirittura al di sotto, nonostante nel 2008-2009 l’accordo con la Libia abbia notevolmente ridimensionato i flussi. Un paese di 60 milioni di abitanti con il 12 per cento della popolazione europea, collocato nel cuore del Mediterraneo, dovrà comunque fare i conti con il fenomeno dei richiedenti asilo in futuro, anche se le regole di Dublino fossero riviste (e occorreranno comunque alcuni anni).
Il fenomeno dell’asilo, come quello più generale dell’immigrazione, va quindi considerato come un elemento strutturale. Bisognerebbe poi intendersi sul significato della parola “emergenza” perché oggi in Italia vivono 55mila rifugiati, mentre in Francia sono 200mila e in Germania 600mila.
Ma anche sul fronte delle risorse impiegate, per l’Italia i conti non tornano.
Le strutture sopra elencate assorbono una spesa complessiva di circa cento milioni di euro l’anno per i posti letto, e le piccole strutture dello Sprar (ventidue posti di media) sono più economiche dei grandi centri come i Cara.
Ma cento milioni non sono molti, anzi. Per l’emergenza di queste settimane spenderemo molto di più.
L’accordo con la Libia di Gheddafi (con il quale qualcuno si era illuso di risolvere quasi tutti i problemi) costa 250 milioni di dollari l’anno, per venti anni. Senza contare che i costi morali e di credibilità per il nostro paese sono stati ancora più alti, mentre il costo di vite umane nel Mediterraneo è ancora sconosciuto.
Ora queste risorse potrebbero essere riconvertite proprio per creare un sistema di accoglienza non particolarmente generoso, ma almeno in linea con gli standard europei. Occorre una legge organica sull’asilo con una chiara ripartizione di competenze tra centro e periferia, un coinvolgimento degli enti di tutela, una programmazione degli interventi non inferiore ai dodici mesi, standard qualitativi. Se in futuro ci si troverà ad affrontare i numeri prospettati dal governo in febbraio (parliamo sempre di asilo), va ricordato che la risposta spagnola è stata quella di una maggiore selettività nell’esame delle domande, mentre quella inglese è stata un bilanciamento tra ingressi per asilo e ingressi per migrazione economica.
Chiediamo aiuto all’Europa quando ci conviene, ma sosteniamo il “Pacchetto sicurezza” contraddetto dalla direttiva “rimpatri”; è appena stato varato un decreto flussi per 80mila lavoratori sul quale le Regioni non sono state consultate, ma non è stato previsto l’arrivo di 22mila migranti economici dalla Tunisia.
Sono sicuramente problemi molto complessi, ma non è dato illudersi che qualcuno li risolva al posto nostro.
* Regione Emilia-Romagna. Rappresentante delle Regioni nel Comitato tecnico nazionale sull’immigrazione.
lavoce
QUELLE PAROLE IN LIBERTÀ SUI MIGRANTI
di Maurizio Ambrosini 15.04.2011
Dal Nord Africa sono arrivate finora in Italia circa 30mila persone, non certo lo tsunami umano di cui parla il presidente del Consiglio. Dopo aver rifiutato di ratificare tre direttive europee sull'immigrazione, ora invochiamo, a sproposito, la libera circolazione per i migranti cui abbiamo concesso la più debole delle figure giuridiche della protezione internazionale. Tutti i paesi europei hanno irrigidito le procedure per l'ingresso, ma hanno accolto masse di rifugiati ben più consistenti. Invece di autoisolarci, dovremmo cercare di costruire soluzioni condivise a livello europeo.
Da internet.
LO TSUNAMI UMANO
La prima è “tsunami umano”, espressione utilizzata dal premier Berlusconi. E’ stato il culmine mediatico di un crescendo di esternazioni allarmistiche da parte degli esponenti del nostro governo. Mi limito a citare un dato: all’epoca delle guerre balcaniche, negli anni Novanta, l’Italia ha accolto 77mila profughi, perlopiù con la stessa formula giuridica (il permesso di soggiorno temporaneo per ragioni umanitarie) utilizzata per i circa 15mila sbarcati dal Nord Africa accettati ufficialmente nei giorni scorsi. (1) Allora molti si sono integrati, qualcuno è tornato in patria. Il paese non ne è stato travolto. Non si vede perché dovrebbe esserlo oggi, a meno che le proteste degli abitanti dei luoghi dove dovrebbero essere accolti, spaventati dai massimi responsabili della guida del paese, non producano una profezia che si autoavvera.
NOI E L'UNIONE EUROPEA
La seconda parola è “libera circolazione”. Il governo dopo aver promesso pugno duro nei confronti degli sbarcati ha concesso un permesso temporaneo per ragioni umanitarie, la più debole delle figure giuridiche della protezione internazionale. Un ennesimo esempio di contraddizione tra retoriche della fermezza e pratiche della tolleranza, di cui le sanatorie sono l’esempio più noto. Questa volta, però, il governo ha praticato l’ipocrisia a carico di terzi, lasciando intendere che concedendo i permessi avrebbe favorito l’espatrio dei migranti verso la Francia e il resto dell’Europa. Alle proteste dei partner, ha contrapposto il principio della libera circolazione nello spazio europeo. Ha dato tuttavia l’impressione di decidere unilateralmente sull’accoglienza di migranti, obbligando poi i paesi vicini a farsene carico. Sarebbe una paradossale innovazione rispetto agli accordi di Schengen, per i quali solo i cittadini comunitari hanno diritto alla libera circolazione, mentre per gli immigrati da paesi terzi i permessi di soggiorno sono concessi da uno Stato e valgono per il territorio dello Stato che li ha concessi. Né sembrano ricorrere i requisiti per l’attivazione della nuova direttiva europea 55 sulla protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di persone in fuga da guerre o da violazioni dei diritti fondamentali, che in ogni caso andava richiesta prima e non dopo aver concesso unilateralmente i permessi temporanei. Lo hanno concordemente rilevato i nostri vicini, isolando politicamente il governo italiano. Sul quale grava anche un curriculum poco lusinghiero, avendo rifiutato di ratificare ben tre direttive europee sull’immigrazione.
Certo, la vicenda mostra una contraddizione delle politiche dell’immigrazione e dell’asilo nell’Unione europea. Ogni paese vuole decidere in piena sovranità sull’ammissione di nuovi migranti. Normalmente, quando si tratta di collettivi di espatriati in cerca di protezione, se ne fa carico, e questi sono tenuti a rimanere sul territorio di chi li accetta. Possono spostarsi all’estero per brevi periodi, ma rimangono legati al paese che ha concesso loro protezione. Per di più, nel caso attuale, non paiono sussistere per la maggioranza degli sbarcati le condizioni per accedere allo status di rifugiati.
La contraddizione consiste nel fatto che, avendo l’Unione Europea abolito i confini interni, diventa difficile controllare la mobilità transfrontaliera degli asilanti. Di qui le dure istruzioni dei governi francese e belga per cercare di respingere l’infiltrazione dei nuovi arrivati: misure antipatiche ma legittime.
La terza parola è “Europa sorda”. I nostri vicini non sono certo immacolati e la vicenda ci ricorda che tutta l’Europa ha irrigidito le procedure per l’ingresso. Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Josè Luis Zapatero sono attesi da impervie scadenze elettorali e sanno che l’accoglienza non porta consensi. Probabilmente a loro non dispiaceva che l’Italia facesse il lavoro sporco del contenimento dei flussi di richiedenti asilo, compromettendo la propria immagine internazionale negli accordi con la Libia e nei respingimenti in mare condannati dall’Onu.
Ma nello stesso tempo quasi tutti gli altri grandi e piccoli paesi europei hanno accolto masse di rifugiati ben più consistenti della nostra, in termini assoluti e relativi: oltre ai 593mila della Germania, che ce lo ha ricordato, i 270mila della Gran Bretagna, i 200mila della Francia, gli 80mila della piccola Olanda. Contro i nostri 55mila (dato 2009). L’Italia ammette circa 1 rifugiato ogni mille abitanti, la Germania più di 7, la Gran Bretagna quasi 5, Danimarca, Svezia e Olanda tra i 4 e i 9 (dati Unhcr). Nel 2010, i richiedenti asilo sono stati 48.490 in Germania, 51.595 in Francia e 31.875 in Svezia. È arduo invocare oggi la condivisione del carico sociale, dopo averla ignorata per anni. Se si attuasse una redistribuzione proporzionale dei rifugiati, dovremmo accoglierne di più, non cederli ai vicini.
Sullo sfondo campeggia la crisi libica, che sta mettendo in fuga decine di migliaia di persone verso Egitto e Tunisia. Come sempre, i rifugiati vanno verso il paese sicuro più vicino e raggiungibile, in pochi si avventurano per mare su precarie imbarcazioni, ma il protrarsi del conflitto e della precarietà dei campi profughi potrebbe modificare il quadro. Sarebbe il caso di cominciare a costruire una vera politica europea, comprensiva di rientri assistiti e reinsediamenti, in mancanza della quale chi si trova sul confine non può che essere più esposto. Di certo le grida scomposte e l’autoisolamento politico non favoriscono la ricerca di soluzioni condivise.
(1) Forse arriveranno a 20mila se altri verranno identificati e ammessi, rispetto ai circa 30.000 sbarcati stimati. Il decreto sui permessi fissa la data del 5 aprile come termine, stabilendo una scadenza che divide drammaticamente i destini delle persone. I migranti arrivati in seguito dovrebbero essere rimpatriati, salvo che non abbiano diritto di chiedere asilo (i profughi africani dalla Libia, per esempio: si stimano circa 2500 persone provenienti dal Corno d’Africa). Altri, prima e soprattutto dopo il 5 aprile, hanno fatto perdere le tracce. Si stanno verificando in questi ultimi giorni alcune decine di rimpatri al giorno, ma come sempre far coincidere i fatti con le parole, in questa materia, è tutt’altro che agevole. E’ tutt’altro che certo che il governo riesca a rimpatriare per davvero tutti i migranti arrivati dopo il 5 aprile, e non accoglibili in base alle convenzioni internazionali.
lavoce
di Maurizio Ambrosini 15.04.2011
Dal Nord Africa sono arrivate finora in Italia circa 30mila persone, non certo lo tsunami umano di cui parla il presidente del Consiglio. Dopo aver rifiutato di ratificare tre direttive europee sull'immigrazione, ora invochiamo, a sproposito, la libera circolazione per i migranti cui abbiamo concesso la più debole delle figure giuridiche della protezione internazionale. Tutti i paesi europei hanno irrigidito le procedure per l'ingresso, ma hanno accolto masse di rifugiati ben più consistenti. Invece di autoisolarci, dovremmo cercare di costruire soluzioni condivise a livello europeo.
Da internet.
LO TSUNAMI UMANO
La prima è “tsunami umano”, espressione utilizzata dal premier Berlusconi. E’ stato il culmine mediatico di un crescendo di esternazioni allarmistiche da parte degli esponenti del nostro governo. Mi limito a citare un dato: all’epoca delle guerre balcaniche, negli anni Novanta, l’Italia ha accolto 77mila profughi, perlopiù con la stessa formula giuridica (il permesso di soggiorno temporaneo per ragioni umanitarie) utilizzata per i circa 15mila sbarcati dal Nord Africa accettati ufficialmente nei giorni scorsi. (1) Allora molti si sono integrati, qualcuno è tornato in patria. Il paese non ne è stato travolto. Non si vede perché dovrebbe esserlo oggi, a meno che le proteste degli abitanti dei luoghi dove dovrebbero essere accolti, spaventati dai massimi responsabili della guida del paese, non producano una profezia che si autoavvera.
NOI E L'UNIONE EUROPEA
La seconda parola è “libera circolazione”. Il governo dopo aver promesso pugno duro nei confronti degli sbarcati ha concesso un permesso temporaneo per ragioni umanitarie, la più debole delle figure giuridiche della protezione internazionale. Un ennesimo esempio di contraddizione tra retoriche della fermezza e pratiche della tolleranza, di cui le sanatorie sono l’esempio più noto. Questa volta, però, il governo ha praticato l’ipocrisia a carico di terzi, lasciando intendere che concedendo i permessi avrebbe favorito l’espatrio dei migranti verso la Francia e il resto dell’Europa. Alle proteste dei partner, ha contrapposto il principio della libera circolazione nello spazio europeo. Ha dato tuttavia l’impressione di decidere unilateralmente sull’accoglienza di migranti, obbligando poi i paesi vicini a farsene carico. Sarebbe una paradossale innovazione rispetto agli accordi di Schengen, per i quali solo i cittadini comunitari hanno diritto alla libera circolazione, mentre per gli immigrati da paesi terzi i permessi di soggiorno sono concessi da uno Stato e valgono per il territorio dello Stato che li ha concessi. Né sembrano ricorrere i requisiti per l’attivazione della nuova direttiva europea 55 sulla protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di persone in fuga da guerre o da violazioni dei diritti fondamentali, che in ogni caso andava richiesta prima e non dopo aver concesso unilateralmente i permessi temporanei. Lo hanno concordemente rilevato i nostri vicini, isolando politicamente il governo italiano. Sul quale grava anche un curriculum poco lusinghiero, avendo rifiutato di ratificare ben tre direttive europee sull’immigrazione.
Certo, la vicenda mostra una contraddizione delle politiche dell’immigrazione e dell’asilo nell’Unione europea. Ogni paese vuole decidere in piena sovranità sull’ammissione di nuovi migranti. Normalmente, quando si tratta di collettivi di espatriati in cerca di protezione, se ne fa carico, e questi sono tenuti a rimanere sul territorio di chi li accetta. Possono spostarsi all’estero per brevi periodi, ma rimangono legati al paese che ha concesso loro protezione. Per di più, nel caso attuale, non paiono sussistere per la maggioranza degli sbarcati le condizioni per accedere allo status di rifugiati.
La contraddizione consiste nel fatto che, avendo l’Unione Europea abolito i confini interni, diventa difficile controllare la mobilità transfrontaliera degli asilanti. Di qui le dure istruzioni dei governi francese e belga per cercare di respingere l’infiltrazione dei nuovi arrivati: misure antipatiche ma legittime.
La terza parola è “Europa sorda”. I nostri vicini non sono certo immacolati e la vicenda ci ricorda che tutta l’Europa ha irrigidito le procedure per l’ingresso. Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Josè Luis Zapatero sono attesi da impervie scadenze elettorali e sanno che l’accoglienza non porta consensi. Probabilmente a loro non dispiaceva che l’Italia facesse il lavoro sporco del contenimento dei flussi di richiedenti asilo, compromettendo la propria immagine internazionale negli accordi con la Libia e nei respingimenti in mare condannati dall’Onu.
Ma nello stesso tempo quasi tutti gli altri grandi e piccoli paesi europei hanno accolto masse di rifugiati ben più consistenti della nostra, in termini assoluti e relativi: oltre ai 593mila della Germania, che ce lo ha ricordato, i 270mila della Gran Bretagna, i 200mila della Francia, gli 80mila della piccola Olanda. Contro i nostri 55mila (dato 2009). L’Italia ammette circa 1 rifugiato ogni mille abitanti, la Germania più di 7, la Gran Bretagna quasi 5, Danimarca, Svezia e Olanda tra i 4 e i 9 (dati Unhcr). Nel 2010, i richiedenti asilo sono stati 48.490 in Germania, 51.595 in Francia e 31.875 in Svezia. È arduo invocare oggi la condivisione del carico sociale, dopo averla ignorata per anni. Se si attuasse una redistribuzione proporzionale dei rifugiati, dovremmo accoglierne di più, non cederli ai vicini.
Sullo sfondo campeggia la crisi libica, che sta mettendo in fuga decine di migliaia di persone verso Egitto e Tunisia. Come sempre, i rifugiati vanno verso il paese sicuro più vicino e raggiungibile, in pochi si avventurano per mare su precarie imbarcazioni, ma il protrarsi del conflitto e della precarietà dei campi profughi potrebbe modificare il quadro. Sarebbe il caso di cominciare a costruire una vera politica europea, comprensiva di rientri assistiti e reinsediamenti, in mancanza della quale chi si trova sul confine non può che essere più esposto. Di certo le grida scomposte e l’autoisolamento politico non favoriscono la ricerca di soluzioni condivise.
(1) Forse arriveranno a 20mila se altri verranno identificati e ammessi, rispetto ai circa 30.000 sbarcati stimati. Il decreto sui permessi fissa la data del 5 aprile come termine, stabilendo una scadenza che divide drammaticamente i destini delle persone. I migranti arrivati in seguito dovrebbero essere rimpatriati, salvo che non abbiano diritto di chiedere asilo (i profughi africani dalla Libia, per esempio: si stimano circa 2500 persone provenienti dal Corno d’Africa). Altri, prima e soprattutto dopo il 5 aprile, hanno fatto perdere le tracce. Si stanno verificando in questi ultimi giorni alcune decine di rimpatri al giorno, ma come sempre far coincidere i fatti con le parole, in questa materia, è tutt’altro che agevole. E’ tutt’altro che certo che il governo riesca a rimpatriare per davvero tutti i migranti arrivati dopo il 5 aprile, e non accoglibili in base alle convenzioni internazionali.
lavoce
La lega continua a parlare di linea dura, espulsioni immediate, spari.... E poi non combina niente. NIENTE! 15 anni (con qualche interruzione) che sono al governo e i clandestini aumentano esponenzialmente.
E' un cane сhe abbaia e non morde.
E' un cane сhe abbaia e non morde.
Non è una situazione facile,in effetti ai nostri pescherecci quando pescavano in acque libiche o tunisine veniva sparato.L'unica cosa da fare è come sbarcano rispedirli subito in tunisia.Affondare i barconi vuoti immediatamente.Forse cosi si fermerebbero quando rimarranno senza imbarcazioni...invece di rimetterle in asta dove vengono ricomprate dalla mafia che gestisce i traffici umani.Quello che non capisco è come mai spendano mille o due mila euro per rischiare in amre quando con 120 euro comodamente seduti in aereo in 2 ore sarebbero a malpensa o roma e in possesso di regolare passaporto entrerebbero come turisti sia da noi che in francia.Qualcosa in questo non mi torna giusto.Forse si tratta di carcerati per reati contro il patrimonio che i tunisini spediscono in europa per toglierli di torno e risparmiare sulle spese carcerarie.