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Subject: Referendum 12 /13 giugno
io l'ho fatto più volte. residente a Trapani votavo a Pisa
invece si, nei referendum l'Italia è circoscrizione unica anzichè frammentata come nelle varie elezioni.
ma allora sti 350 euro proprio a sbafo te li prendi ehh..... ladroooooooooooooo
(modificato)
ma che ne so
io mica devo decidere chi vota o chi no!!!
io manco posso entrare nella stanza del seggio :)
so solo che nella scheda elettorale c'è scritto dove devi andare a votare e salvo deroghe un presidente di un'altro seggio non te fa votà
(edited)
ma allora sti 350 euro proprio a sbafo te li prendi ehh..... ladroooooooooooooo
(modificato)
ma che ne so
io mica devo decidere chi vota o chi no!!!
io manco posso entrare nella stanza del seggio :)
so solo che nella scheda elettorale c'è scritto dove devi andare a votare e salvo deroghe un presidente di un'altro seggio non te fa votà
(edited)
me lo hanno girato , quindi provo a girarvelo anche a voi.
Date: 20 aprile 2011 11:23
Ciao a tutti,
confermo la necessità di questo passaparola, aggiungendo che si tratta di informazione per ri-affermare i diritti costituzionalmente garantiti . Il dramma è che sembra la maggior parte della popolazione non sia consapevole di quanto sta avvenendo.
Quello che Vi porto è solo un piccolo esempio. Sono una ricercatrice, mi occupo di diritto ambientale e di risorse idriche. Ieri mattina dovevo intervenire ad un programma RADIO RAI (programmato ormai da due settimane) per parlare del referendum sulla privatizzazione dell'acqua e chiarirne meglio le implicazioni giuridiche.
'E arrivata una circolare interna RAI alle 8 di ieri mattina che ha vietato con effetti immediati a qualunque programma della RAI di toccare l'argomento fino a giugno (12-13 giugno quando si terrà il referendum), quindi il programma è saltato e il mio intervento pure.
Questo è un piccolo esempio delle modalità con cui "il servizio pubblico" viene messo a tacere e di come si boicotti pesantemente la possibilità dei cittadini di essere informati e di intervenire (secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione) nella gestione della res publica. Di fronte a questa ennesima manifestazione di un potere esecutivo assoluto che calpesta non solo quotidianamente le altre istituzioni, ma anche il popolo italiano di cui invece si fregia di esser voce ed espressione, occorre riappropriarci della nostra voce prima di perderla definitivamente.
Il referendum è evidentemente anche questo!
Mariachiara Alberton
RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM... perchè il Governo non farà passare gli spot ne' in Rai ne' a Mediaset.
Sapete perché ? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum
lo scenario sarebbe drammatico per i governanti ma stupendo per tutti i
cittadini italiani:
Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E'
necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone
Il referendum non sarà pubblicizzato in TV.
I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà un referendum da votare il
12 giugno. QUINDI : I cittadini, non andranno a votare il referendum.
Vuoi che le cose non vadano a finire cosi ? Copia-incolla e pubblicizza il
referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti.
Passaparola!
Date: 20 aprile 2011 11:23
Ciao a tutti,
confermo la necessità di questo passaparola, aggiungendo che si tratta di informazione per ri-affermare i diritti costituzionalmente garantiti . Il dramma è che sembra la maggior parte della popolazione non sia consapevole di quanto sta avvenendo.
Quello che Vi porto è solo un piccolo esempio. Sono una ricercatrice, mi occupo di diritto ambientale e di risorse idriche. Ieri mattina dovevo intervenire ad un programma RADIO RAI (programmato ormai da due settimane) per parlare del referendum sulla privatizzazione dell'acqua e chiarirne meglio le implicazioni giuridiche.
'E arrivata una circolare interna RAI alle 8 di ieri mattina che ha vietato con effetti immediati a qualunque programma della RAI di toccare l'argomento fino a giugno (12-13 giugno quando si terrà il referendum), quindi il programma è saltato e il mio intervento pure.
Questo è un piccolo esempio delle modalità con cui "il servizio pubblico" viene messo a tacere e di come si boicotti pesantemente la possibilità dei cittadini di essere informati e di intervenire (secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione) nella gestione della res publica. Di fronte a questa ennesima manifestazione di un potere esecutivo assoluto che calpesta non solo quotidianamente le altre istituzioni, ma anche il popolo italiano di cui invece si fregia di esser voce ed espressione, occorre riappropriarci della nostra voce prima di perderla definitivamente.
Il referendum è evidentemente anche questo!
Mariachiara Alberton
RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM... perchè il Governo non farà passare gli spot ne' in Rai ne' a Mediaset.
Sapete perché ? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum
lo scenario sarebbe drammatico per i governanti ma stupendo per tutti i
cittadini italiani:
Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E'
necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone
Il referendum non sarà pubblicizzato in TV.
I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà un referendum da votare il
12 giugno. QUINDI : I cittadini, non andranno a votare il referendum.
Vuoi che le cose non vadano a finire cosi ? Copia-incolla e pubblicizza il
referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti.
Passaparola!
Io mi auguro e vi auguro che votiate tutti i referendum proposti che sono importanti per tutti noi,vedere in mano agli amici degli amici le fonti idriche e la loro distribuzione ...mi romperebbe un po...idem per il nucleare.Al proposito ricordo che prima craxi con le grandi opere che dovrebbero chiamarsi grandi debiti ed arricchimento degli amici degli amici o dei grandi ladri associati visti i precedenti...poi il suo successore fattore B che ha proposto in successione Il ponte di messina costo della progettazione fino ad ora 700 milioni di euro...e poi accantonato per regalare ad Impregilo 2 miliardi di euro...poi il nucleare 30 miliardi di euro....poi la privatizzazione dell'acqua...poi la concessione delle coste italiane che dovrebbero riguardare il demanio delle regioni costiere e non il napoleone dei buffoni in miniatura.....Insomma se vogliamo mandare dove merita il nano grande solo nell'aprofittarsi del prossimo...tutti a votare i referendum.Unico strumento di una democrazia e aadatto per abbattere la pseudo democrazia attuale.VIVA la Demorazia referendaria e basta con l'accolita degli amici degli amici...e del pagliaccio degli anni 2000.
REFERENDUM SULL'ACQUA: LE DOMANDE GIUSTE
di Andrea Boitani e Antonio Massarutto 17.05.2011
Domande e risposte sui referendum numero 1 e 2. Non si prevede alcuna privatizzazione dell'acqua, ma la legge non mette in discussione neppure la natura pubblica del servizio, l'universalità dell'accesso, il diritto soggettivo dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili. Non è l'ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici a far salire i prezzi. E in ogni caso la tariffa dovrà continuare a coprire gli investimenti. Da evitare invece che contenga extraprofitti. La gestione dell'acqua è uno dei temi di cui si discuterà a Trento al Festival dell'economia, a cui parteciperà anche uno degli autori di questo articolo.
© European Communities, 2011
Il quesito referendario n. 1 - modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica - così recita: Volete Voi che sia abrogato l’art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e finanza la perequazione tributaria”, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”, e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea”, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?
PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA?
I promotori del quesito hanno giustificato la richiesta di abrogazione sostenendo che l’articolo 23-bis prevede la privatizzazione dell’acqua.
In realtà, la proprietà della risorsa idrica non viene messa in discussione dalla legge, ma questo è addirittura banale. Ciò che conta davvero è che la legge non mette in discussione neppure la natura pubblica del servizio, l’universalità dell’accesso, il diritto soggettivo dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili: la responsabilità della fornitura continua a essere pubblica e sono i piani di gestione approvati da soggetti pubblici a decidere quali servizi offrire, quanti investimenti fare, quali obiettivi di miglioramento perseguire. L’eventuale coinvolgimento del privato è una scelta che si può descrivere così: il “condominio cittadino” ha bisogno di un idraulico per far funzionare il sistema di servizio, e deve decidere se assumerne direttamente uno alle sue dipendenze (affidamento “in house”) oppure affidare il compito a un professionista esterno. La legge non richiede che il professionista esterno sia un privato, ma richiede che la scelta venga effettuata tramite una gara pubblica. L’idraulico, chiunque esso sia (azienda pubblica o azienda privata), non è e non sarà mai il “padrone dell’acqua”: l’acqua appartiene ai cittadini, le infrastrutture appartengono ai cittadini, le modalità di accesso alle infrastrutture per approvvigionarsi del bene essenziale sono decise dal soggetto pubblico, le tariffe sono approvate dal soggetto pubblico. L’idraulico ha solo il compito di recapitarci l’acqua a casa, con le caratteristiche qualitative richieste affinché la possiamo usare e poi riprenderla per restituirla all’ambiente. Però, l’idraulico costa: il vincolo per il comune, qualunque modello scelga, è che le tariffe pagate dai cittadini coprano questi costi.
CON I PRIVATI ACQUA PIÙ CARA?
Uno dei leit-motiv dei referendari è che, con l’ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici, il prezzo dell’acqua non potrebbe che salire. Ma il prezzo dell’acqua sale non perché la gestione sia privata, ma semmai perché è stata, per così dire, “defiscalizzata” a partire dal 1994, quando venne approvata la Legge Galli (legge 36/1994, forse la legge ad attuazione più ritardata della storia nazionale). In passato, e in parte ancora oggi, è stata la finanza pubblica a farsi carico (poco) degli investimenti, mentre la tariffa a stento copriva i costi operativi. Se il contributo della fiscalità generale viene meno, il gestore (chiunque esso sia, pubblico o privato) deve ottenere le risorse finanziarie dal mercato, o sotto forma di prestiti (capitale di terzi) o di equity (capitale proprio). Le regole tariffarie sono uguali per tutti e prevedono che la tariffa copra i costi di gestione, gli ammortamenti e il costo del capitale investito: questo vale sia per le gestioni pubbliche che per quelle dove c’è una qualsiasi forma di coinvolgimento privato.
CON I PRIVATI ACQUA PEGGIORE?
Un altro tema su cui insistono i referendari è che, con l’ingresso dei privati, non potremmo più essere sicuri della qualità dell’acqua che beviamo e che, quindi, le gestioni private metterebbero in pericolo la nostra salute. Ma la qualità dell’acqua – in tutti i sensi, compreso quello relativo agli scarichi depurati – è decisa dal regolatore pubblico. Non solo l’eventuale ingresso dei privati non farà peggiorare la qualità, ma potrà farla sensibilmente migliorare, anche tenendo conto del maggiore antagonismo tra regolatore e regolato. Con le gestioni pubbliche, il regolatore pubblico chiude più facilmente un occhio e anche l’opinione pubblica è spesso disposta a tollerare dal pubblico disfunzioni che mai tollererebbe da un privato. Basti citare la vicenda dell’arsenico: le gestioni coinvolte si dividono esattamente a metà tra pubbliche e private, ma quando capita ad Acea la si sbatte in prima pagina, quando invece capita alla gestione pubblica di Viterbo stranamente non ne parla nessuno. L’acqua del sindaco, chissà perché, è sempre ottima e abbondante, anche quando fa schifo. Va anche considerato che le tariffe sono congegnate in modo da premiare chi fa investimenti: il privato, se vuole guadagnare, deve investire. E infatti, i dati dimostrano che le gestioni privatizzate investono di più di quelle pubbliche, che invece sono più vincolate dall’obiettivo politico di tenere basse le tariffe.
EFFETTI COLLATERALI?
I referendari pensano all’acqua, però l’abrogazione della legge riporterebbe in vigore le normative pre-vigenti non solo per i servizi idrici, ma anche per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, i trasporti locali, eccetera. Secondo quelle normative, la possibilità di affidamento dei servizi “in house”, al di fuori di un chiaro quadro di regolazione, era assai più ampia. L’articolo 23-bis, infatti limita l’affidamento “in house” a “situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato”. In ogni caso, la legge che col referendum si potrebbe abrogare richiede che la scelta dell’affidamento “in house” vada motivata e trasmessa con una relazione all’Antitrust e all’autorità di settore (se esiste) che devono esprimere un parere (purtroppo non vincolante). Qualcuno, facendo spallucce, dice che, per i settori diversi dall’acqua, si potrebbe intervenire nuovamente ad abrogazione eventualmente avvenuta. Ma il quesito referendario riguarda un intero articolo di legge, che si occupa di tutti i servizi pubblici locali. Dovessero vincere i sì, la manifesta volontà degli elettori riguarderebbe tutti i servizi e non solo l’acqua. Perché il legislatore dovrebbe rispettare l’esito del referendum per l’acqua e tradirlo per altri settori?
Il quesito referendario n. 2 - determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito – chiede: Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?
SE IL PROFITTO VENISSE ABOLITO, L’ACQUA COSTEREBBE DI MENO?
Il quesito sembra motivato dall’idea una “adeguata remunerazione del capitale investito” comporti inevitabilmente prezzi dei servizi idrici maggiori. Se fosse vero che il prezzo aumenta per colpa del profitto, sarebbe vero anche per qualsiasi altra attività economica: anche le case, le automobili, il pane e gli abiti costerebbero di meno se fossero prodotti da un soggetto pubblico che non remunera il capitale investito. Ma la storia dell’Unione Sovietica smentisce questa credenza. Dobbiamo intenderci sul significato di “profitto”. In un mercato concorrenziale, rappresenta il costo-opportunità del capitale e il premio per l’imprenditore che riesce a produrre lo stesso valore degli altri con costi più bassi (o un valore più alto agli stessi costi). In un mercato monopolistico non regolato, il profitto è gonfiato dalla rendita di monopolio. Nel settore idrico le possibilità di sfruttare la concorrenza sono limitate alla fase di affidamento del servizio (da quattro a dieci volte in un secolo, diciamo), ma una buona regolazione può aiutare non poco. Del resto, non basta non fare profitti per costare poco: un’impresa che non remunera il capitale, ma ha personale in eccesso o affida consulenze d’oro agli amici dell’assessore, alla fine, potrebbe costare di più. Se la regolazione è costruita in modo che il profitto rappresenti l’eventuale premio per l’impresa che si dà da fare per ridurre i costi, il cittadino ne può trarre beneficio.
Attualmente il “metodo normalizzato” per il calcolo della tariffa idrica prevede che il costo del capitale da imputare alla tariffa sia calcolato in modo forfetario al 7 per cento del valore del capitale investito: questa scelta è arbitraria e discutibile. Quel 7 per cento non è “profitto”, ma ingloba in sé gli interessi passivi sui finanziamenti che l’azienda riceve dal mercato, e copre in parte il rischio di impresa. Viene riconosciuto a tutte le gestioni e non solo a quelle private. È vero che il valore del 7 per cento, fissato arbitrariamente nel 1996, quando ancora c’era la lira, rappresenta un valore ormai privo di qualsiasi riferimento con il “vero” costo del capitale che le gestioni sostengono. Ad ogni modo, il quesito referendario abolirebbe l’inciso relativo alla “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ma non il principio, stabilito dallo stesso articolo 154 comma 1 una riga dopo, in base al quale la tariffa deve garantire la copertura dei costi, comprensivi degli investimenti. Dire che la tariffa deve coprire gli investimenti significa che, in ogni caso, il costo del capitale dovrà essere coperto: con cosa si ripagherebbero i debiti contratti con le banche, altrimenti? E se questo capitale fosse capitale di rischio (equity), il suo costo è rappresentato dall’utile netto aziendale. Quello che dovrebbe invece essere evitato (ma non serviva certo il referendum per ribadirlo) è che la tariffa contenga “extraprofitti”, ossia remunerazioni eccessive rispetto al costo-opportunità del capitale e al premio per il rischio.
L’ACQUA DIVENTERÀ UN BENE DI LUSSO?
Gli effetti distributivi non vanno mai trascurati: è giusto preoccuparsene, ma senza allarmismi e senza confusioni. Oggi spendiamo circa 90 euro/anno pro capite e a regime potrebbero diventare il 20 per cento in più, con l’attuazione dei piani di gestione esistenti. Volendo proiettare a lungo termine le tariffe davvero necessarie per un equilibrio di lungo periodo si potrebbe arrivare a 140-150 euro pro-capite. Non sono cifre irrisorie, sebbene si tratti pur sempre di 50 centesimi al giorno. Oltre tutto, questi valori medi oscillano da una realtà all’altra e l’incidenza sui redditi può essere molto diversa, considerando che poiché l’acqua è un bene essenziale, i ricchi ne consumano quanta i poveri. Il tema dell’incidenza tariffaria non va certamente banalizzato, ma può essere affrontato in modo adeguato, costruendo strutture tariffarie diverse da quella attuale. Un conto è dire che i ricavi da tariffa (complessiva) devono coprire i costi totali, un altro conto è discutere di come costruirla. Ad esempio, si potrebbero introdurre quote fisse significative parametrate ai valori catastali in modo da ridurre l’incidenza sulle fasce sociali più deboli. Si può anche pensare a forme integrative di intervento della finanza pubblica, finalizzate a garantire che l’accesso al mercato dei capitali avvenga a condizioni più vantaggiose, e quindi con un minore impatto sulla tariffa.
lavoce
di Andrea Boitani e Antonio Massarutto 17.05.2011
Domande e risposte sui referendum numero 1 e 2. Non si prevede alcuna privatizzazione dell'acqua, ma la legge non mette in discussione neppure la natura pubblica del servizio, l'universalità dell'accesso, il diritto soggettivo dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili. Non è l'ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici a far salire i prezzi. E in ogni caso la tariffa dovrà continuare a coprire gli investimenti. Da evitare invece che contenga extraprofitti. La gestione dell'acqua è uno dei temi di cui si discuterà a Trento al Festival dell'economia, a cui parteciperà anche uno degli autori di questo articolo.
© European Communities, 2011
Il quesito referendario n. 1 - modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica - così recita: Volete Voi che sia abrogato l’art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e finanza la perequazione tributaria”, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”, e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea”, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?
PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA?
I promotori del quesito hanno giustificato la richiesta di abrogazione sostenendo che l’articolo 23-bis prevede la privatizzazione dell’acqua.
In realtà, la proprietà della risorsa idrica non viene messa in discussione dalla legge, ma questo è addirittura banale. Ciò che conta davvero è che la legge non mette in discussione neppure la natura pubblica del servizio, l’universalità dell’accesso, il diritto soggettivo dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili: la responsabilità della fornitura continua a essere pubblica e sono i piani di gestione approvati da soggetti pubblici a decidere quali servizi offrire, quanti investimenti fare, quali obiettivi di miglioramento perseguire. L’eventuale coinvolgimento del privato è una scelta che si può descrivere così: il “condominio cittadino” ha bisogno di un idraulico per far funzionare il sistema di servizio, e deve decidere se assumerne direttamente uno alle sue dipendenze (affidamento “in house”) oppure affidare il compito a un professionista esterno. La legge non richiede che il professionista esterno sia un privato, ma richiede che la scelta venga effettuata tramite una gara pubblica. L’idraulico, chiunque esso sia (azienda pubblica o azienda privata), non è e non sarà mai il “padrone dell’acqua”: l’acqua appartiene ai cittadini, le infrastrutture appartengono ai cittadini, le modalità di accesso alle infrastrutture per approvvigionarsi del bene essenziale sono decise dal soggetto pubblico, le tariffe sono approvate dal soggetto pubblico. L’idraulico ha solo il compito di recapitarci l’acqua a casa, con le caratteristiche qualitative richieste affinché la possiamo usare e poi riprenderla per restituirla all’ambiente. Però, l’idraulico costa: il vincolo per il comune, qualunque modello scelga, è che le tariffe pagate dai cittadini coprano questi costi.
CON I PRIVATI ACQUA PIÙ CARA?
Uno dei leit-motiv dei referendari è che, con l’ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici, il prezzo dell’acqua non potrebbe che salire. Ma il prezzo dell’acqua sale non perché la gestione sia privata, ma semmai perché è stata, per così dire, “defiscalizzata” a partire dal 1994, quando venne approvata la Legge Galli (legge 36/1994, forse la legge ad attuazione più ritardata della storia nazionale). In passato, e in parte ancora oggi, è stata la finanza pubblica a farsi carico (poco) degli investimenti, mentre la tariffa a stento copriva i costi operativi. Se il contributo della fiscalità generale viene meno, il gestore (chiunque esso sia, pubblico o privato) deve ottenere le risorse finanziarie dal mercato, o sotto forma di prestiti (capitale di terzi) o di equity (capitale proprio). Le regole tariffarie sono uguali per tutti e prevedono che la tariffa copra i costi di gestione, gli ammortamenti e il costo del capitale investito: questo vale sia per le gestioni pubbliche che per quelle dove c’è una qualsiasi forma di coinvolgimento privato.
CON I PRIVATI ACQUA PEGGIORE?
Un altro tema su cui insistono i referendari è che, con l’ingresso dei privati, non potremmo più essere sicuri della qualità dell’acqua che beviamo e che, quindi, le gestioni private metterebbero in pericolo la nostra salute. Ma la qualità dell’acqua – in tutti i sensi, compreso quello relativo agli scarichi depurati – è decisa dal regolatore pubblico. Non solo l’eventuale ingresso dei privati non farà peggiorare la qualità, ma potrà farla sensibilmente migliorare, anche tenendo conto del maggiore antagonismo tra regolatore e regolato. Con le gestioni pubbliche, il regolatore pubblico chiude più facilmente un occhio e anche l’opinione pubblica è spesso disposta a tollerare dal pubblico disfunzioni che mai tollererebbe da un privato. Basti citare la vicenda dell’arsenico: le gestioni coinvolte si dividono esattamente a metà tra pubbliche e private, ma quando capita ad Acea la si sbatte in prima pagina, quando invece capita alla gestione pubblica di Viterbo stranamente non ne parla nessuno. L’acqua del sindaco, chissà perché, è sempre ottima e abbondante, anche quando fa schifo. Va anche considerato che le tariffe sono congegnate in modo da premiare chi fa investimenti: il privato, se vuole guadagnare, deve investire. E infatti, i dati dimostrano che le gestioni privatizzate investono di più di quelle pubbliche, che invece sono più vincolate dall’obiettivo politico di tenere basse le tariffe.
EFFETTI COLLATERALI?
I referendari pensano all’acqua, però l’abrogazione della legge riporterebbe in vigore le normative pre-vigenti non solo per i servizi idrici, ma anche per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, i trasporti locali, eccetera. Secondo quelle normative, la possibilità di affidamento dei servizi “in house”, al di fuori di un chiaro quadro di regolazione, era assai più ampia. L’articolo 23-bis, infatti limita l’affidamento “in house” a “situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato”. In ogni caso, la legge che col referendum si potrebbe abrogare richiede che la scelta dell’affidamento “in house” vada motivata e trasmessa con una relazione all’Antitrust e all’autorità di settore (se esiste) che devono esprimere un parere (purtroppo non vincolante). Qualcuno, facendo spallucce, dice che, per i settori diversi dall’acqua, si potrebbe intervenire nuovamente ad abrogazione eventualmente avvenuta. Ma il quesito referendario riguarda un intero articolo di legge, che si occupa di tutti i servizi pubblici locali. Dovessero vincere i sì, la manifesta volontà degli elettori riguarderebbe tutti i servizi e non solo l’acqua. Perché il legislatore dovrebbe rispettare l’esito del referendum per l’acqua e tradirlo per altri settori?
Il quesito referendario n. 2 - determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito – chiede: Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?
SE IL PROFITTO VENISSE ABOLITO, L’ACQUA COSTEREBBE DI MENO?
Il quesito sembra motivato dall’idea una “adeguata remunerazione del capitale investito” comporti inevitabilmente prezzi dei servizi idrici maggiori. Se fosse vero che il prezzo aumenta per colpa del profitto, sarebbe vero anche per qualsiasi altra attività economica: anche le case, le automobili, il pane e gli abiti costerebbero di meno se fossero prodotti da un soggetto pubblico che non remunera il capitale investito. Ma la storia dell’Unione Sovietica smentisce questa credenza. Dobbiamo intenderci sul significato di “profitto”. In un mercato concorrenziale, rappresenta il costo-opportunità del capitale e il premio per l’imprenditore che riesce a produrre lo stesso valore degli altri con costi più bassi (o un valore più alto agli stessi costi). In un mercato monopolistico non regolato, il profitto è gonfiato dalla rendita di monopolio. Nel settore idrico le possibilità di sfruttare la concorrenza sono limitate alla fase di affidamento del servizio (da quattro a dieci volte in un secolo, diciamo), ma una buona regolazione può aiutare non poco. Del resto, non basta non fare profitti per costare poco: un’impresa che non remunera il capitale, ma ha personale in eccesso o affida consulenze d’oro agli amici dell’assessore, alla fine, potrebbe costare di più. Se la regolazione è costruita in modo che il profitto rappresenti l’eventuale premio per l’impresa che si dà da fare per ridurre i costi, il cittadino ne può trarre beneficio.
Attualmente il “metodo normalizzato” per il calcolo della tariffa idrica prevede che il costo del capitale da imputare alla tariffa sia calcolato in modo forfetario al 7 per cento del valore del capitale investito: questa scelta è arbitraria e discutibile. Quel 7 per cento non è “profitto”, ma ingloba in sé gli interessi passivi sui finanziamenti che l’azienda riceve dal mercato, e copre in parte il rischio di impresa. Viene riconosciuto a tutte le gestioni e non solo a quelle private. È vero che il valore del 7 per cento, fissato arbitrariamente nel 1996, quando ancora c’era la lira, rappresenta un valore ormai privo di qualsiasi riferimento con il “vero” costo del capitale che le gestioni sostengono. Ad ogni modo, il quesito referendario abolirebbe l’inciso relativo alla “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ma non il principio, stabilito dallo stesso articolo 154 comma 1 una riga dopo, in base al quale la tariffa deve garantire la copertura dei costi, comprensivi degli investimenti. Dire che la tariffa deve coprire gli investimenti significa che, in ogni caso, il costo del capitale dovrà essere coperto: con cosa si ripagherebbero i debiti contratti con le banche, altrimenti? E se questo capitale fosse capitale di rischio (equity), il suo costo è rappresentato dall’utile netto aziendale. Quello che dovrebbe invece essere evitato (ma non serviva certo il referendum per ribadirlo) è che la tariffa contenga “extraprofitti”, ossia remunerazioni eccessive rispetto al costo-opportunità del capitale e al premio per il rischio.
L’ACQUA DIVENTERÀ UN BENE DI LUSSO?
Gli effetti distributivi non vanno mai trascurati: è giusto preoccuparsene, ma senza allarmismi e senza confusioni. Oggi spendiamo circa 90 euro/anno pro capite e a regime potrebbero diventare il 20 per cento in più, con l’attuazione dei piani di gestione esistenti. Volendo proiettare a lungo termine le tariffe davvero necessarie per un equilibrio di lungo periodo si potrebbe arrivare a 140-150 euro pro-capite. Non sono cifre irrisorie, sebbene si tratti pur sempre di 50 centesimi al giorno. Oltre tutto, questi valori medi oscillano da una realtà all’altra e l’incidenza sui redditi può essere molto diversa, considerando che poiché l’acqua è un bene essenziale, i ricchi ne consumano quanta i poveri. Il tema dell’incidenza tariffaria non va certamente banalizzato, ma può essere affrontato in modo adeguato, costruendo strutture tariffarie diverse da quella attuale. Un conto è dire che i ricavi da tariffa (complessiva) devono coprire i costi totali, un altro conto è discutere di come costruirla. Ad esempio, si potrebbero introdurre quote fisse significative parametrate ai valori catastali in modo da ridurre l’incidenza sulle fasce sociali più deboli. Si può anche pensare a forme integrative di intervento della finanza pubblica, finalizzate a garantire che l’accesso al mercato dei capitali avvenga a condizioni più vantaggiose, e quindi con un minore impatto sulla tariffa.
lavoce
ah però
a sto punto non si capisce chi faccia disinformazione
da quel che leggo sopra la disinformazione e il "terrorismo" mediatico lo stanno facendo quelli che propongono il referendum, dicendo cose false..............
a sto punto non si capisce chi faccia disinformazione
da quel che leggo sopra la disinformazione e il "terrorismo" mediatico lo stanno facendo quelli che propongono il referendum, dicendo cose false..............
Le cose false le dice il giornaliste della voce, anzi una la dice vera e io faccio una domanda. Perchè dovrei pagare una cosa che a regime (a regime??? LOL) 150 euro l'anno quando adesso costa 90? Per la concorrenza?
Chissà perchè la concorrenza in Italia serve a far salire i prezzi invece che a farli scendere...
Chissà perchè a Parigi l'hanno fatta tornare pubblica risparmiando 90 milioni di euro l'anno...
Chissà perchè una decina d'anni fa ci hanno fatto una vera e propria rivoluzione in Bolivia perchè le bollette dell'acqua erano triplicate.... Chissà perchè dove è gestita dai privati l'acqua costa SEMPRE di più e ha SEMPRE qualità più BASSA.
Ovunque vada il privato vuole profitto: l'acqua è innanzitutto un SERVIZIO PUBBLICO, non una merce.
Sulla qualità dell'acqua poi mi scappa da ridere: ci sono le leggi: solo che come ben saprai karlacci tu che sei della GDF spesso e volentieri alcuni stabilimenti di acqua minerale sono stati beccati con analisi false, acqua adulterata. Perchè? Per profitto naturalmente. Visto che le leggi in Italia sulla sofisticazione alimentare fanno sorridere sinceramente non mi fido di far gestire ai privati l'acqua.
Qua gli imprenditori, TUTTI, non badano ad investire ma a spolpare lo spolpabile.
Chissà perchè la concorrenza in Italia serve a far salire i prezzi invece che a farli scendere...
Chissà perchè a Parigi l'hanno fatta tornare pubblica risparmiando 90 milioni di euro l'anno...
Chissà perchè una decina d'anni fa ci hanno fatto una vera e propria rivoluzione in Bolivia perchè le bollette dell'acqua erano triplicate.... Chissà perchè dove è gestita dai privati l'acqua costa SEMPRE di più e ha SEMPRE qualità più BASSA.
Ovunque vada il privato vuole profitto: l'acqua è innanzitutto un SERVIZIO PUBBLICO, non una merce.
Sulla qualità dell'acqua poi mi scappa da ridere: ci sono le leggi: solo che come ben saprai karlacci tu che sei della GDF spesso e volentieri alcuni stabilimenti di acqua minerale sono stati beccati con analisi false, acqua adulterata. Perchè? Per profitto naturalmente. Visto che le leggi in Italia sulla sofisticazione alimentare fanno sorridere sinceramente non mi fido di far gestire ai privati l'acqua.
Qua gli imprenditori, TUTTI, non badano ad investire ma a spolpare lo spolpabile.
Direi che la disinformazione parte giá dai quesiti che si riferiscono a una normativa ancora piú incomprensibile.
Non ho pregiudizi sulla gestione privata degli acquedotti ma imporne l'obbligo per legge anche dove le cose funzionano benissimo mi pare sia una fesseria astronomica.
Visto che sono informazioni di difficile reperibilitá sui media omertosi che campano di pubblicita´che fa plin plin trovo che sarebbe utile postare qua le proprie esperienze in fatto di bollette dell'acqua.
A Domodossola il problema sono piú le alluvioni che non la scarsitá d'acqua.
Qua é privata da qualche anno e se confronto l'ultima bolletta con quanto si spendeva circa vent'anni fa vedo che siam passati da circa 250.000 lire all'anno a piú di 800 euri l'anno scorso. La cosa é ancora pi'u sorprendente se si pensa che nello stabile in cui abito ci sono tre appartamenti vuoti e che quindi rispetto a vent'anni fa ci sono almeno una decina di persone in meno a consumare acqua.
Da voi come va?
Non ho pregiudizi sulla gestione privata degli acquedotti ma imporne l'obbligo per legge anche dove le cose funzionano benissimo mi pare sia una fesseria astronomica.
Visto che sono informazioni di difficile reperibilitá sui media omertosi che campano di pubblicita´che fa plin plin trovo che sarebbe utile postare qua le proprie esperienze in fatto di bollette dell'acqua.
A Domodossola il problema sono piú le alluvioni che non la scarsitá d'acqua.
Qua é privata da qualche anno e se confronto l'ultima bolletta con quanto si spendeva circa vent'anni fa vedo che siam passati da circa 250.000 lire all'anno a piú di 800 euri l'anno scorso. La cosa é ancora pi'u sorprendente se si pensa che nello stabile in cui abito ci sono tre appartamenti vuoti e che quindi rispetto a vent'anni fa ci sono almeno una decina di persone in meno a consumare acqua.
Da voi come va?
io votero si,ma questa circolare e' una balla,sta girando sotto varie versioni.va bene promuovere un referendum ma cosi ci si da la mazza sul piede!
Ugo non so che versione tu abbia, ma il fatto rimane ed era ciò che interessava .
cmq è normale che tutti dobbiamo andare informati al referendum e per fare chiarezza vi metto queto bel link qui sotto:
leggere attentamente
cmq è normale che tutti dobbiamo andare informati al referendum e per fare chiarezza vi metto queto bel link qui sotto:
leggere attentamente
sicuramente informarsi è un bene,
non deve però sfuggire il fatto che all'esito del referendum (nel caso vincano i si) è sempre necessario che si facciano delle norme di coordinamento per "realizzare" ciò che con il voto la gente ha deciso.
La cosa è purtroppo inevitabile (e non sarebbe un gran male se avessimo dei rappresentanti onesti e competenti in parlamento) a causa della complessità della stratificazione legislativa, sia in senso cronologico che di fonti.
In pratica cosa voglio dire?
Che il referendum nei fatti, se passa, è un ordine che il parlamento deve eseguire, inutile aspettarsi che tramite esso si realizzi direttamente la situazione desiderata.
Le critiche che si sentono e si leggono su "cosa succederebbe se passasse" perciò, a mio modo di vedere, sono fuffa.. fumo negli occhi!
non deve però sfuggire il fatto che all'esito del referendum (nel caso vincano i si) è sempre necessario che si facciano delle norme di coordinamento per "realizzare" ciò che con il voto la gente ha deciso.
La cosa è purtroppo inevitabile (e non sarebbe un gran male se avessimo dei rappresentanti onesti e competenti in parlamento) a causa della complessità della stratificazione legislativa, sia in senso cronologico che di fonti.
In pratica cosa voglio dire?
Che il referendum nei fatti, se passa, è un ordine che il parlamento deve eseguire, inutile aspettarsi che tramite esso si realizzi direttamente la situazione desiderata.
Le critiche che si sentono e si leggono su "cosa succederebbe se passasse" perciò, a mio modo di vedere, sono fuffa.. fumo negli occhi!
Perché la fate complicata ?
Il referendum semplicemente abroga l'articolo 23-bis della legge 133/2008 che impone un 40% di privato in tutte le societá che gestiscono gli acquedotti. E´una cosa che non ha alcun senso e che non esiste da nessuna parte per una ragione molto semplice :non ci sono due acquedotti uguali in tutto il mondo. Quindi non si puo´dire a priori che un sistema sia meglio di un'altro.
Il secondo punto invece abroga l'articolo 154 del DL 152/2006 in cui si dice che la tariffa deve remunerare il capitale investito. Ovvero abrogandolo si dice dice che la fornitura dell'acqua deve avvenire in condizioni di no-profit, di semplice suddivisione dei costi tra i beneficiati.
Se qualcuno mi spiega che vantaggi ci sono a lasciare in vigore questi due articoli gliene sono grato.
Il referendum semplicemente abroga l'articolo 23-bis della legge 133/2008 che impone un 40% di privato in tutte le societá che gestiscono gli acquedotti. E´una cosa che non ha alcun senso e che non esiste da nessuna parte per una ragione molto semplice :non ci sono due acquedotti uguali in tutto il mondo. Quindi non si puo´dire a priori che un sistema sia meglio di un'altro.
Il secondo punto invece abroga l'articolo 154 del DL 152/2006 in cui si dice che la tariffa deve remunerare il capitale investito. Ovvero abrogandolo si dice dice che la fornitura dell'acqua deve avvenire in condizioni di no-profit, di semplice suddivisione dei costi tra i beneficiati.
Se qualcuno mi spiega che vantaggi ci sono a lasciare in vigore questi due articoli gliene sono grato.
Che il referendum nei fatti, se passa, è un ordine che il parlamento deve eseguire, inutile aspettarsi che tramite esso si realizzi direttamente la situazione desiderata.
E' un referendum abrogativo, quindi non esiste la discrezionalità di cui parli.
Si abrogano gli articoli, punto.
E' un referendum abrogativo, quindi non esiste la discrezionalità di cui parli.
Si abrogano gli articoli, punto.
Io sono d'accordo per SI a tutti i referendum sopratutto acqua che deve restare pubblica e niente nucleare...