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Subject: articolo interessante sugli Ultrà

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2012-04-25 18:28:06
http://sini-sassari.blogautore.repubblica.it/2012/04/25/genova-per-noi/comment-page-1/#comment-134

Genova per noi

Soltanto chi è andato almeno una volta a vedere il Genoa giocare in casa può capire l’atmosfera che si respira all’interno dello stadio Luigi Ferraris. Quando gioca la Samp l’ambiente di Marassi è molto bello, il tifo è appassionato e colorato e, naturalmente, l’impianto all’inglese fa apparire tutto più affascinante. Ma i tifosi del Genoa, la squadra più antica d’Italia, sono veramente un’altra cosa. Il calore della gradinata nord (guai a chiamarla curva) ha pochi eguali in Italia e tutto lo stadio partecipa in maniera attiva al sostegno della squadra. Questa è gente che ha conosciuto l’onta della serie C e ha risposto con 30 mila presenze costanti alle partite in casa ed esodi impressionanti per le gare in trasferta. In serie C, capito? E’ gente che quando in Liguria c’è stata l’alluvione, è scesa in strada e si è messa a scavare mentre nelle sale operative gli esperti stavano ancora valutando il da farsi.
La prima volta che ho visto il Genoa ricordo di aver pensato che se non fossi felicemente innamorato della mia squadra, sarei potuto diventare uno di loro assai volentieri. Per questo motivo ciò che è accaduto domenica in Genoa-Siena mi dispiace doppiamente.

Fatta questa precisazione, secondo me doverosa quando si parla di una delle più grandi tifoserie del mondo, è bene chiarire un altro punto: fermare una partita con petardi e fumogeni, solo perché perdi 4-0 (ma è chiaro che sotto c’è qualche malumore che arriva da più lontano), è una cosa che non si fa. Lo scrivo due volte così chiarisco meglio come la penso: è una cosa che non si fa, è una cazzata. Anche senza metterci in mezzo questioni etiche e morali, che comunque nello specifico c’entrano eccome, si tratta in ogni caso di un’azione controproducente nei confronti della squadra che lo stesso tifoso irriducibile, nella sua psicologia tutta particolare, con quel gesto intenderebbe forse scuotere affinché raggiunga la salvezza.

Diversa la questione delle maglie fatte levare ai giocatori, un gesto estremamente umiliante, ma dal significato quasi esclusivamente simbolico. Non a caso ha colpito l’immaginario collettivo più della sospensione stessa della partita. Di certo non tutti sono stati in grado di decodificarlo, perché non tutti sanno che la maglia (laddove non sia ancora stata data in pasto agli esperti del marketing) viene vista dai tifosi come l’ultimo simbolo di purezza presente nel sudicio mondo del football. Infatti tra le frasi meno appropriate che ho letto sui giornali c’è questa: “vi immaginate qualcuno che va in fabbrica e obbliga gli operai a levarsi le tute da lavoro?”. No, non me lo immagino proprio, e forse è il caso di basarsi sui fatti e sul contesto, piuttosto che sparare esempi a vanvera.

Proprio per chiarire qual è l’humus (o sarebbe meglio dire la palude, o latrina) in cui è immerso il calcio italiano – pur senza sottovalutare il fenomeno della violenza – è doveroso ricordare almeno sommariamente il contesto in cui il povero pallone rotola da anni.
L’ambientazione è spettrale: doping dilagante punito con sanzioni ridicole; partite vendute e comprate; arbitri venduti e comprati; giornalisti che concordano con i Moggi di turno la linea da tenere; altri giornalisti che spingono per campagne acquisti faraoniche per vendere dieci copie in più, e poi quando le società falliscono travolte dai debiti invocano il fair play finanziario; stadi deserti per l’overdose da calcio voluta dalla tv, che versa milionate nelle casse dei club e ha diritto di decidere su tutto; giocatori che scommettono sui risultati della loro squadra; presidenti che si servono di qualche ultras per “convincere” un giocatore indesiderato ad andare via; presidenti che pagano in nero; dirigenti che fanno acrobazie contabili da galera; società che fanno i bilanci con i soldi del monopoli e che hanno accumulato debiti per 2,6 miliardi di euro. Ripeto: 2,6 miliardi di euro. ( http://www.gazzetta.it/Calcio/29-03-2012…).

Enrico Preziosi, presidente del Genoa, che si è (giustamente, dal suo punto di vista) lamentato per l’accaduto, ha usato parole come “galera a vita” e “delinquenti”. Termini che uno con il suo curriculum farebbe meglio a tenere chiusi a chiave, ben sigillati nell’armadio degli scheletri personali. O almeno dovrebbe usarli con cautela. Nella sua carriera di dirigente sportivo, Preziosi ha collezionato infatti una condanna a 4 mesi per frode sportiva per aver tentato di comprarsi la partita Genoa-Venezia (quella della famosa valigetta piena di soldi); un patteggiamento a 23 mesi di reclusione (pena poi indultata grazie alla riforma Alfano) per il fallimento del Como Calcio di cui era proprietario; un’inibizione di 5 anni (con proposta di radiazione) e un’ammenda di 150 mila euro per la gestione economica della stessa società lariana; un’ulteriore inibizione di 6 mesi e 90 mila euro di ammenda per non avere rispettato la precedente inibizione. Questi sono i dirigenti che chiedono legalità e rispetto delle regole. Di fronte a un palmarés così ricco, sentire invocare con disinvoltura la legge fa quanto meno sorridere.

Fa sorridere, ma è un sorriso amaro, anche la frase fatta che ci piove in testa da ogni pulpito in occasioni come questa: in Italia i tifosi non hanno la cultura della sconfitta. Verissimo. Ma – se è per questo – in Italia la classe dirigente, non solo a livello sportivo, non possiede la cultura della vittoria e neppure quella del pareggio. Come si fa a pretendere che la gente abbia una cultura sportiva quando trasformi un gioco in uno sporco business, quando fai di tutto per truccare le carte e resti impunito, quando pretendi di chiamare “cliente” uno che vuole solo sostenere la sua squadra del cuore e poi lo ospiti – a prezzi mostruosi – in stadi da terzo mondo a orari impossibili?
Se tutto è lecito, tutto diventa lecito. Se obbligare un giocatore a togliersi la maglia è violenza, allora è violenza anche vendersi una partita, anche falsificare il passaporto di un giocatore straniero, anche raggirare chi paga il biglietto. Tutta violenza che nell’Italia pallonara si pratica a buon mercato e con pochi rischi. Ma se la violenza vale un Daspo, che Daspo sia per tutti i violenti.

Per tutte queste ragioni i fatti accaduti domenica a Genova mi appaiono semplicemente come una medaglietta in mezzo ai trofei esposti nella grande bacheca degli orrori del nostro povero calcio. C’è dunque da preoccuparsi per l’immagine che arriva all’esterno? Sì, no, forse. A ben guardare, domenica a Marassi è come se avessero torto un baffo a un gatto consumato dalla rogna.
2012-04-25 18:59:29
a fare queste cose a genova ci sono sempre gli stessi:

ultra, figli e nipoti dei vecchietti ex partigiani, ragazzi dei centri sociali più qualche (pochi) ragazzini figli di exdemocristiani che ci vanno perchè glielo dice la mamma perchè deve fare la buona azione quotidiana.


Come sempre in questa città, quando c'è bisogno di loro puoi contare su questa gente, sugli altri no...



poi quando viene bene, cioè per la altre cose, vengono chiamati ultrà violenti gli uni, vecchietti inutili i secondi e black block o anarcoinsurrezionalisti i terzi.





gli unici genovesi degni di rispetto, degli altri.... del gregge conformato, non sappiamo che farcene, è il male del mondo, motivo per cui non può cambiare. Meglio chi sbaglia ma non si conforma alla corruzione del sistema.

questo è il significato dell'articolo... e non mi dispiace, anzi.
(edited)
2012-04-25 22:16:07
sarà, ma durante l'alluvione non mi pare che la gente girasse con le etichette attaccate, la stragrande maggioranza delle persone non erano identificabili con particolari gruppi di appartenenza, (se si escludono gli ultras per i quali c'è stata un'opportuna campagna pubblicitaria svolta dai giornalisti).

Infatti una cosa che mi ha lasciato molto ma molto perplesso è stato quando una delegazione di quelli che hanno spalato il fango (che hanno iniziato a chiamare "angeli del fango") è stata invitata dal Presidente della Repubblica. Onestamente non so chi ci è andato, ma non riesco proprio a capire come possano aver invitato qualcuno invece di qualcun altro, visto che nessuno sapeva chi era veramente lì essendo stato un movimento spontaneo e fuori da ogni etichetta, gruppo sociale o gruppo politico.
Se hanno chiamato gli appartenenti a qualche organizzazione allora hanno fatto un torto a tutti gli altri.
Chi cerca di politicizzare, o sfruttare per un proprio ritorno di immagine, i fatti dell'alluvione, offende le vittime e tutte le migliaia di persone che erano lì a spalare.

Poi come siano andate le cose negli anni passati a Genova non lo so, io vivo qui solo dal 2003.
2012-04-26 00:02:42
Ah, ecco. Qui c'è dell'intelligenza, su questo sono d'accordo.
2012-04-26 09:14:44
Chi cerca di politicizzare, o sfruttare per un proprio ritorno di immagine, i fatti dell'alluvione, offende le vittime e tutte le migliaia di persone che erano lì a spalare.
2012-04-26 12:03:26
no metto in dubbio l'utilità di questo thread, ma dovreste riportare dei riassunti, non l'intero articolo per avere maggiore visibilità.. presumo che moltissimi hanno aperto il thread, visto la lunghezza dell'articolo, e chiuso il thread.. :)
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