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Subject: Ho troppo da fare

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2012-08-09 20:45:25
akiro [del] to All
Ho troppo da fare

Se vivete negli Stati Uniti del ventunesimo secolo, avrete già sentito un sacco di gente dirvi che ha da fare. È diventata la risposta standard ogni volta che chiedi a qualcuno come va: “Ho da fare”, “Ho un gran da fare.” “Ho troppo da fare.” È chiaramente un’ostentazione mascherata da lamentela. In realtà significa “Mica male come problema”, oppure “Meglio del contrario”. Fateci caso: di solito chi si lamenta del troppo da fare non è gente che fa mucchi di turni in reparto di terapia intensiva o fa la spola fra tre impieghi a salario minimo. Quelli non hanno troppo da fare: quelli sono stanchi. Sfiniti. Non stanno in piedi. No, a farlo sono quasi sempre delle persone che tutto il loro da fare, molto semplicemente, se lo impongono: si tratta sempre di lavori e di obblighi che hanno assunto volontariamente, di corsi e attività a cui i figli partecipano dopo essere stati “incoraggiati” a farlo.

Sono indaffarati a causa della loro stessa ambizione, del loro slancio o dell’ansia, perché sono dipendenti dall’iperattività e terrorizzati da ciò che dovrebbero fronteggiare in sua assenza. Quasi tutti quelli che conosco sono straindaffarati. Quando non lavorano, o non fanno qualcosa per promuovere il loro lavoro, provano ansia e senso di colpa.

Infilano nelle loro tabelle di marcia il tempo con gli amici, come certi studenti con la media bassa fanno in modo di mettere in curriculum qualche ora di lavori socialmente utili perché fa bella figura sulle domande per l’università.

Qualche giorno fa ho scritto a un amico chiedendogli se questa settimana gli andava di fare qualcosa. Mi ha risposto che non aveva molto tempo, ma se saltava fuori qualcosa di farglielo sapere, che magari si prendeva qualche ora dal lavoro. Ho avuto la tentazione di specificargli che la mia domanda non era un preavviso in vista di un futuro invito: la mia domanda era l’invito. Ma il suo da fare era come un fortissimo rumore continuo al di sopra del quale lui mi gridava le cose, e alla fine ho rinunciato a strillare per farmi sentire a mia volta.

Perfino i bambini, oggi, hanno sempre da fare, con giornate organizzate fin nelle mezz’ore, tra corsi e attività extrascolastiche. Arrivano a casa a fine giornata stanchi come gli adulti.Io appartengo a una generazione di mezzo, e ogni pomeriggio avevo tre ore di tempo totalmente disorganizzato e quasi sempre libero da controlli che usavo per fare qualsiasi cosa: sfogliare l’enciclopedia, creare filmini d’animazione, girare con gli amici per i boschi

lanciandosi zolle di terra negli occhi, tutte cose dalle quali ho ricavato capacità e informazioni importanti, che ancora oggi rimangono preziose. Quelle ore di libertà sono diventate il modello di come avrei voluto vivere il resto della mia vita. L’isteria di oggi non è una condizione della vita necessaria né inevitabile. È una cosa che ci siamo scelti, anche solo accettandola.

Qualche tempo fa ho parlato su Skype con un’amica che ha lasciato la città per gli affitti troppo alti, e che adesso vive in una residenza per artisti in un paesino nel sud della Francia. Dice di essere felice e rilassata per la prima volta dopo anni. Lavora, sia chiaro, ma il lavoro non le consuma l’intera giornata e il cervello. Dice che le sembra di essere tornata all’università: ha un giro di amici che si ritrovano al bar tutte le sere. Ha di nuovo un fidanzato (una volta mi aveva così riassunto, con mestizia, la questione delle relazioni a New York: “Hanno tutti troppo da fare e credono tutti di poter fare di più”). Lei credeva che la sua personalità – frenetica, nervosa, ansiosa e triste – fosse l’effetto di una deformazione imposta dall’ambiente. Ma nessuno di noi vuole vivere in questo modo, non più di quanto uno voglia trovarsi in un ingorgo stradale o farsi calpestare dalla folla di uno stadio, o subire i crudeli responsabili delle scuole superiori: è una cosa che ci costringiamo a fare collettivamente e vicendevolmente.

Essere indaffarati funziona come una sorta di rassicurazione esistenziale, di barriera contro il senso di vuoto: è chiaro che la nostra vita non può essere insulsa o banale o priva di senso se siamo sempre così indaffarati, pieni di impegni, richiesti a ogni ora del giorno.

Una volta conoscevo una ragazza che faceva uno stage nella redazione di una rivista. Durante la pausa pranzo non le permettevano di uscire, nel caso avessero avuto urgente bisogno di lei. Parliamo di una rivista di programmi televisivi, la cui esistenza è diventata inutile nell’istante in cui sui telecomandi è comparso il tasto “menù”, ed è quindi difficile interpretare una simile pretesa di indispensabilità come qualcosa di più di una forma di autoinganno istituzionalizzato.

Oggi, un numero crescente di persone non fa più nulla di tangibile.

Forse tutto questo nostro istrionico sfinimento è solo un modo per dissimulare il fatto che controlli che quel che facciamo, in buona parte, non ha la minima importanza.

Io non sono indaffarato. Sono l’ambizioso più pigro che conosco.

Come molti di quelli che scrivono, anch’io sento di non meritare di vivere quando per un giorno non scrivo, ma penso anche che quattro o cinque ore siano sufficienti per guadagnarmi un altro giorno di permanenza sul pianeta.

Nelle migliori giornate normali della mia vita, al mattino scrivo, al pomeriggio vado a fare un lungo giro in bicicletta e le commissioni, e alla sera vedo gli amici, leggo o guardo un film.

A me questo sembra un ritmo sano e piacevole. E se mi chiamate chiedendomi se ho voglia di lasciar perdere il lavoro e andare a visitare la nuova ala americana del Metropolitan, o a guardare le ragazze a Central Park, o semplicemente a bere cocktail rosa con un retrogusto di menta per tutto il giorno, io vi risponderò: “a che ora?”.

Negli ultimi mesi, però, a causa di una serie di obblighi professionali ho pericolosamente cominciato a essere indaffarato anch’io.

Per la prima volta ho potuto dire agli altri, e senza mettermi a ridere, che avevo “troppo da fare” per andare in un certo posto o fare quello che mi si chiedeva. E ho capito perché alla gente questo tipo di lamentela piace: ti fa sentire importante, richiesto e sfruttato.

Solo che io detesto essere indaffarato davvero. Ogni mattina avevo la posta piena di email in cui mi si chiedeva di fare cose che non volevo fare o mi si presentavano problemi che dovevo risolvere. la situazione si è fatta sempre più insopportabile, fino a quando un giorno sono fuggito nella località segreta da cui vi scrivo.

Qui di obblighi quasi non ne esistono. Non c’è la televisione. Per controllare la posta elettronica devo prendere la macchina e andare in biblioteca. Passo anche una settimana intera senza vedere nessuno che conosco. Mi sono ricordato dell’esistenza dei ranuncoli, delle cimici e delle stelle. Leggo. E mi sono rimesso a scrivere sul serio per la prima volta dopo mesi.

È difficile trovare qualcosa da dire sulla vita se non ci si immerge nel mondo, ma è altrettanto impossibile capire di cosa potrebbe trattarsi, o come meglio dirlo, se poi non si fugge.

L’ozio non è solo una vacanza, un’indulgenza o un vizio: è indispensabile al cervello come la vitamina D al corpo, e in sua assenza viviamo una sofferenza mentale deformante come il rachitismo.Lo spazio e il silenzio offerti dall’ozio sono una condizione necessaria per fare un passo indietro e osservare la vita nella sua interezza, effettuare connessioni inaspettate e attendere il repentino lampo estivo dell’ispirazione. Paradossalmente, è necessario se si vuole combinare qualcosa. “L’indolente sognare è spesso l’essenza di ciò che facciamo”, scriveva Thomas Pynchon nel suo saggio sull’accidia. L’eureka di Archimede nella vasca da bagno, la mela di Newton, Jekyll e Hyde: la storia è piena di aneddoti in cui l’ispirazione arriva nei momenti di ozio e in sogno.

Viene quasi da chiedersi se le più grandi idee, invenzioni e capolavori non sono merito dei fannulloni, perdigiorno e scansafatiche più che degli stacanovisti.

“L’obiettivo del futuro è la piena disoccupazione, così che tutti possano giocare. Ecco perché è necessario distruggere l’attuale sistema politico-economico”. Può sembrare il proclama di un anarchico armato di canne, ma in realtà sono parole di Arthur C. Clarke, che tra un’immersione in mare e una partita a flipper trovò il tempo di scrivere Le guide del tramonto e concepire i satelliti per le telecomunicazioni.

Il mio vecchio collega Ted Rall ha da poco scritto un editoriale in cui propone di separare il reddito dal lavoro, dando a tutti i cittadini uno stipendio garantito, il che suona esattamente come il genere di idea assurda che tra un secolo verrà considerata un diritto umano fondamentale, come l’abolizione della schiavitù, il suffragio universale e la giornata lavorativa di otto ore.

Furono i puritani a trasformare il lavoro in virtù, evidentemente scordandosi che Dio l’aveva inventato come punizione.

Forse il mondo andrebbe rapidamente a rotoli se tutti si comportassero come me. Ma mi sento di ipotizzare che una vita umana ideale si collochi da qualche parte tra la mia proterva indolenza e il corri corri frenetico del resto del mondo.

Il mio ruolo è semplicemente quello di cattivo esempio: sono il ragazzino che fuori dalla finestra dell’aula fa le smorfie a te seduto al banco, invitandoti, solo per stavolta, a inventare una scusa e venire qui fuori a giocare.

Nel mio caso, quest’incrollabile indolenza è più un lusso che una virtù, ma è vero che ho preso la decisione, molto tempo fa, di privilegiare il tempo rispetto al denaro, perché ho sempre avuto chiaro che il miglior modo d’investire il mio tempo limitato sulla terra è trascorrerlo con le persone che amo.

È possibile che sul letto di morte io mi penta di tutto il lavoro non fatto, e di non aver detto tutto quello che avevo da dire, ma in realtà penso che il mio vero rimpianto sarà quello di non potermi più fare un’altra birra con Chris, un’altra lunga chiacchierata con Megan, o un’ultima grassa risata con Boyd.

La vita è troppo breve per darsi davvero da fare. - mc


TIM KREIDER
è un giornalista e fumettista statunitense. Questo articolo è uscito sul New York Times con il titolo The “busy” trap.

Fonte: l’Internazionale n. 959
indirizzipreziosi.it
2012-08-09 23:03:50
La vita è troppo breve per darsi davvero da fare

mi sembra la filosofia di vita di qualche italiano.........
2012-08-09 23:31:16
bello ;)
2012-08-10 08:46:04
Per alcuni il lavoro diventa un (altro) modo di crearsi un'identità. Un po' il discorso che facevamo altrove per il tifo.

Cmq bel pezzo di cui mi piace quotare questo passo:

Il mio vecchio collega Ted Rall ha da poco scritto un editoriale in cui propone di separare il reddito dal lavoro, dando a tutti i cittadini uno stipendio garantito, il che suona esattamente come il genere di idea assurda che tra un secolo verrà considerata un diritto umano fondamentale, come l’abolizione della schiavitù, il suffragio universale e la giornata lavorativa di otto ore.
2012-08-10 09:04:15
spero che tu però abbia compreso il senso dell'articolo...
2012-08-10 09:05:51
è pieno di bei pezzi, imho, mi sbilancio pure e dico che come testo è illuminante :)
La filosofia di vita per me è corretta, poi ovvio, sembrerà un marziano ai più...
2012-08-10 10:27:05
L avevo letto giorni fa' .....mio dio quanto mi ha sempre fatto incazzare..... C ho da fare!
2012-08-10 14:49:16
Nelle migliori giornate normali della mia vita, al mattino scrivo, al pomeriggio vado a fare un lungo giro in bicicletta e le commissioni, e alla sera vedo gli amici, leggo o guardo un film.

E chi non se lo può permettere? Mi sembra che in alcuni punti, descrive un mondo ideale che non può esistere.
2012-08-10 14:50:23
Tutto bellissimo.

per chi se può permettere.
io non me lo posso permettere, insieme a milioni di altre cose...
2012-08-10 16:00:50
No è un mondo utopico, è il mondo ideale e noi stiamo andando nella direzione opposta.
2012-08-10 16:03:21
bhe, certo, bisogna avere coraggio a cambiare stile di vita, non tutti se lo possono permettere.
Ma è bello pensare che forse un giorno la cosa possa diventare realtà.
2012-08-11 09:14:08
la mia utopia è simile: un futuro dove ci siano robot che fanno di tutto per lavori produttivi e che producono reddito che verrà distribuito equamente a tutti gli umani i quali si occuperanno solo di lavori organizzativi, creativi, artistici e scientifici. E credo che le conoscenze tecnologiche ce lo permettano anche oggi, non altrettanto la mente umana con le regole e il modello di società che è perseguita ora. E forse neanche il pianeta ce lo consentirebbe, perché si avrebbe un tale boom di benessere che la popolazione raddoppierebbe o triplicherebbe in 15 anni... dovremmo castrarci tutti chimicamente e procreare di sola clonazione autorizzata...
2012-08-11 10:22:44
ecco, esattamente il mio concetto di vita. Il tizio ha esposto paro paro quello che ritengo importante su questo pianeta.
In effetti io ho fatto la stessa scelta. Lavoravo a Roma, in un ufficio in Piazzale Clodio (il posto più inquinato e incasinato che abbia mai visto); pendolare uscivo alle 6 di mattina e rientravo alle 20:00, a meno che trenitalia non fosse di parere differente. Una volta sono rientrato alle 22:30. Insomma 5/6 ore di viaggio 9 ore di lavoro con pausa pranzo, e solo 9/10 ore a casa mia... dormi, mangi, beep e alla fine non hai tempo per nulla di nulla e nei week and sei un vegetale.
Mi sono licenziato ed ho proposto alla mia azienda di lavorare da libero professionista alle stesse identiche cose da casa mia allestendomi un mio ufficio, dal quale ora lavoro 7 ore al giorno circa facendo il triplo di quel che facevo prima per palesi motivi di maggior serenità ed integrità fisica, e 17 ore sono MIE... MIE e MIE.
Guadagno comunque meno, perché da autonomo se lavori il triplo alla fine guadagni meno per tutta una serie di motivi connessi alla previdenza, alla tassazione, ferie non pagate ecc ecc, ma benedico tutti i giorni la mia scelta ed il giorno che l'ho presa, giorno in cui sono diventato davvero un essere umano.
2012-08-11 10:35:01
Voglio condividere con voi un mio scritto del periodo antecedente a questa mia scelta di vita. Il periodo del pendolarismo, perché è straordinariamente attinente all'argomento.

Tra Formia e Roma, Marzo 2008
di Giuseppe Gatto

Prendo il mio treno tutte le mattine. Alle 7:00 secondo l’orario ufficiale. Alle 7:15 se va bene, secondo Trenitalia. Arrivo a Roma alle 8:30 sempre secondo l’orario ufficiale. Molto più spesso alle 9:00 secondo Trenitalia. Dimenticavo: sempre se va bene.
Il treno fa rumore. Nell’ovattato mattino in cui il mondo sembra più un sogno tardivo che la fredda realtà, il treno fa rumore. E il rollio, e lo sferraglio regolare e irregolare di quel corpo vecchio fatto di ferro, plastica e acari, penetra in profondità. Vibrazioni scuotono e percuotono fino all’anima, giorno dopo giorno, sogno dopo sogno, realtà dopo realtà.

Quelli bravi dicono che il viaggio per recarsi a lavoro è una delle maggiori fonti di stress distruttivo del nostro tempo. Oggi, sempre meno persone lavorano dove vivono, sempre meno persone esistono veramente. In nome di non si sa bene quale dio o quale progresso, sempre più persone violentano la propria esistenza… perché oggi il vecchio detto noblesse oblige deve essere cambiato in only the best, che è anche un modo simbolico per passare dal pacato francese, all’inglese frenetico, lingua madre del mondo proteso al profitto che ci circonda, ci accerchia e ci consuma, come fossimo il 7h cavalleggeri del generale Custer. E se non sono il primo, il più bravo… sono una “merdaccia”. Il primo in cosa? Il più bravo in cos’altro? Quanto mi rimarrà di quel cielo, di questa terra, e degli occhi delle persone che mi trottolano intorno, se questi indiani di ferro mi sterminano ululando, i volti dipinti, il loro grido di guerra? Almeno mi uccidessero rapidamente, come farebbero quelli veri, con un tomawak dietro le scapole: in quanti vecchi film l’ho visto? No… io impiegherò i miei lunghi anni, a scordarmi chi sono. E poi morirò dopo aver provato ad essere il migliore… the best… ma non mi ricordo più in che cosa e perché.

Mi addormento, gli indiani seguitano a girare in tondo, sbuffano… sembra che ai loro cavalli siano legate delle barre di ferro e che lungo il Potomac avanzino barche a motore, quelle imbarcazioni che si usano anche nelle paludi della Florida, con la grossa elica sul retro a battere l’acqua.

"I nostri nonni e bisnonni non avevano il cesso in casa. Uscivano anche con il freddo tentando acrobazie improbabili che mi fanno intirizzire anche le budella solo a pensarci. Noi oggi non abbiamo più nemmeno la casa. Forse defechiamo al caldo e ci puliamo il deretano con carta morbida, ma non abbiamo casa. Solo pareti in cui defecare e dormire, non casa. Nemmeno mangiare, perché ora si mangia in bar stretti gomito a gomito con l’ingegnere del piano di sotto e il geometra della società che sta nella palazzina adiacente. Quello antipatico che nemmeno saluta. Poi a cena, ci si cala nello stomaco quanto dio ci ha riservato e si scompare… fino alle 7:00 sulla stessa banchina del giorno prima.
La casa vera è quando sai che ogni mattoncino viene da quello che sei e da quello che è stata la tua famiglia. Hai coltivato patate? O forse uva? Facevi vino? Frumento? Forse spaccavi legna o cacciavi… allevavi bestiame o fabbricavi vasi. Cosa faccio io? Aria, numeri che diventano lacci e legacci. Paraocchi che mi nascondono il vero volto del mondo. Ho paura, perché quando non si ha fiducia in quello che si può costruire per il futuro non si ha più niente da perdere e i mostri nascono e si alimentano. Mostri che girano ubriachi alle due di notte per spalmare sul selciato due ragazze irlandesi, mostri che uccidono non per la disperazione o la fame, ma per la mancanza di futuro. Ho paura, perché non so più da dove vengo e non so più dove vado e quello che faccio sembra una grande bolla che parla di un’altra vita, non della mia. Ho paura perché vedo chiaramente che gli altri “alieni” intorno a me hanno la stessa mia paura. Quelli più determinati e più irreggimentati sono peggio degli altri, e più li vedo convinti e più ho paura, perché mi confermano che le sensazioni che provo, la sensibilità con cui percepisco il mondo non è una mia pazzia… e ho paura.


(edited)
2012-08-11 11:07:09
molto bello .. purtroppo, a volte, mi ci rivedo
2012-08-11 11:20:50
No è un mondo utopico, è il mondo ideale e noi stiamo andando nella direzione opposta.

E' un mondo che non può esistere, se si vuole andare in quella direzione dobbiamo scordarci computer, aperitivi e biciclette, perchè se la gente lavora solo la mattina e il pomeriggio "fa le commissioni" il nostro stile di vita (e intendo riscaldamento in casa, frigorifero e altro) non è sostenibile.
E' questo che vuoi? Bene, vai a lavorare part-time, hai il pomeriggio libero, forza!
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