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Subject: Elezioni regionali Sicilia 2012
come si fa a dire di essere governatori della sicilia se nemmeno 1 persona su 8 ti ha votata?
Perche', come ho spiegato, chi non vota dice soltanto di voler delegare a chi vota la scelta, non ritenendosi in grado di farne una propria, anche se si illude di mandare un messaggio diverso. L' astensione non e' mai un voto contro: quando non c'e' un quorum fa il gioco di chi prende piu' voti, perche' vede aumentare il valore della sua percentuale ed il numero degli eletti.
I grandi partiti fingono sempre di spingere al voto, ma in questo momento si augurano piu' astensioni possibili, perche' sanno che chi si astiene non avrebbe votato loro, per cui e' meglio stia a casa.
Perche', come ho spiegato, chi non vota dice soltanto di voler delegare a chi vota la scelta, non ritenendosi in grado di farne una propria, anche se si illude di mandare un messaggio diverso. L' astensione non e' mai un voto contro: quando non c'e' un quorum fa il gioco di chi prende piu' voti, perche' vede aumentare il valore della sua percentuale ed il numero degli eletti.
I grandi partiti fingono sempre di spingere al voto, ma in questo momento si augurano piu' astensioni possibili, perche' sanno che chi si astiene non avrebbe votato loro, per cui e' meglio stia a casa.
se nessuno votasse,nessuno delinquente(perchè di questo si tratta) sarebbe legittimato,ci vuole altro per cambiare le cose,quel 19% di cui parli evidentemente dopo anni di prese per i fondelli non crede più a nessuno,Grillo compreso,che se il suo partito o meglio movimento governasse la sicilia,dovrebbe scendere a patti con la mafia,come tutti gli altri,altrimenti in caso contrario si aprirebbe una stagione di sangue e violenza
scusa ma perchè non emigri se non c'è alcuna speranza?
secondo me ha ragione tregol. Io aggiungo solo che è stupido attendersi miracoli (tanto più se si vuole dare la solita "delega in bianco" a qualcuno), ma è altrettanto miope pensare che non cambi mai nulla, le cose cambiano, se noi non ce ne occupiamo cambieranno in peggio per noi.
secondo me ha ragione tregol. Io aggiungo solo che è stupido attendersi miracoli (tanto più se si vuole dare la solita "delega in bianco" a qualcuno), ma è altrettanto miope pensare che non cambi mai nulla, le cose cambiano, se noi non ce ne occupiamo cambieranno in peggio per noi.
io la speranza ce l'ho,che qualcuno più in gamba di me incominci ad avere intenzioni "burrascose" e a trascinarsi dietro il popolo sfiduciato,allora son pronto a scendere in campo anche a costo di giocarmi la vita
(edited)
scusate i trentamila errori di battitura
(edited)
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scusate i trentamila errori di battitura
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perchè dovrei emigrare io che sono un onesto lavoratore?
sono i delinquenti che ci hanno portato allo sfascio che devono emigrare,con le cattive....
sono i delinquenti che ci hanno portato allo sfascio che devono emigrare,con le cattive....
ma in che senzo chi ha governato prende 72% dei voti???
chi ha governato fin ora, MPA con precisone, che ha portato miccichè come candidato alla presidenza, ha preso il 10%.
pd, pdl, udc, mpa hanno governato tutti.
Quanto hanno preso?
Praticamente 3 votanti su 4.
È un plebiscito.
Poi, ovvio, è un plebiscito frammentato in tanti "prodotti" elettorali che il giorno prima del voto si presentano come diversi. Ma dal giorno dopo e fino a fine mandato, convergeranno su "politiche" di mantenimento (se non peggioramento) della situazione attuale.
Ora, la convergenza non è di per sé negativa, sia chiaro.
È negativa la convergenza per il mantenimento di una situazione fallimentare.
E condivido l'analisi lucida di tregol.
Non andare a votare è il più grande favore che si può fare a chi è al potere.
Se non vuoi votare nessuno, alzi le chiappe e scrivi una poesia sulla scheda, ti fai verbalizzare che non voti per questo o quel motivo, disegni un grosso fallo, fai quel che ti pare. Ma non andare a votare vuol dire semplicemente: "fate senza di me".
(edited)
chi ha governato fin ora, MPA con precisone, che ha portato miccichè come candidato alla presidenza, ha preso il 10%.
pd, pdl, udc, mpa hanno governato tutti.
Quanto hanno preso?
Praticamente 3 votanti su 4.
È un plebiscito.
Poi, ovvio, è un plebiscito frammentato in tanti "prodotti" elettorali che il giorno prima del voto si presentano come diversi. Ma dal giorno dopo e fino a fine mandato, convergeranno su "politiche" di mantenimento (se non peggioramento) della situazione attuale.
Ora, la convergenza non è di per sé negativa, sia chiaro.
È negativa la convergenza per il mantenimento di una situazione fallimentare.
E condivido l'analisi lucida di tregol.
Non andare a votare è il più grande favore che si può fare a chi è al potere.
Se non vuoi votare nessuno, alzi le chiappe e scrivi una poesia sulla scheda, ti fai verbalizzare che non voti per questo o quel motivo, disegni un grosso fallo, fai quel che ti pare. Ma non andare a votare vuol dire semplicemente: "fate senza di me".
(edited)
io la speranza ce l'ho,che qualcuno più in gamba di me incominci ad avere intenzioni "burrascose" e a trascinarsi dietro il popolo sfiduciato,allora son pronto a scendere in campo anche a costo di giocarmi la vita
Ecco come andarono al potere Hitler e Mussolini. E guarda che non sto criticando la tua posizione, ma sto solo facendo una considerazione storica. Nell' insoddisfazione e frustrazione diffusa, dovuta anche alle inopinabili debolezze della democrazia, Un uomo forte che propone idee rivoluzionarie, puo' riuscire nell' intento di far mettere da parte i piu' sani principi. Se non cambia qualcosa temo che si finira' li'.
Ecco come andarono al potere Hitler e Mussolini. E guarda che non sto criticando la tua posizione, ma sto solo facendo una considerazione storica. Nell' insoddisfazione e frustrazione diffusa, dovuta anche alle inopinabili debolezze della democrazia, Un uomo forte che propone idee rivoluzionarie, puo' riuscire nell' intento di far mettere da parte i piu' sani principi. Se non cambia qualcosa temo che si finira' li'.
se nessuno votasse,nessuno delinquente(perchè di questo si tratta) sarebbe legittimato,
Come ho scritto tieni presente che un 30% almeno ha interessi nell' appoggiare quei delinquenti, perche' ne fa parte o comunque ne trae beneficio o si illude di trarne. A questi aggiungi quelli che vanno a votare senza capirne quasi nulla, ed arrivi ad una percentuale che legittima comunque chi vince le elezioni. Per questo non credo all' astensione come arma democratica. Credo poco anche nel voto, ma e' l' unica praticabile. Scendere in piazza, vorrebbe dire rischiare di dare un potere incontrollabile a qualcuno ancora piu' pericoloso. Personalmente provai anche con la politica attiva, ma ne sono stato talmente disgustato, che ormai mi limito ad operare nel mio piccolo privato cercando di far riflettere chi mi circonda, senza pensare di poter insegnare nulla.
Come ho scritto tieni presente che un 30% almeno ha interessi nell' appoggiare quei delinquenti, perche' ne fa parte o comunque ne trae beneficio o si illude di trarne. A questi aggiungi quelli che vanno a votare senza capirne quasi nulla, ed arrivi ad una percentuale che legittima comunque chi vince le elezioni. Per questo non credo all' astensione come arma democratica. Credo poco anche nel voto, ma e' l' unica praticabile. Scendere in piazza, vorrebbe dire rischiare di dare un potere incontrollabile a qualcuno ancora piu' pericoloso. Personalmente provai anche con la politica attiva, ma ne sono stato talmente disgustato, che ormai mi limito ad operare nel mio piccolo privato cercando di far riflettere chi mi circonda, senza pensare di poter insegnare nulla.
se nessuno votasse,nessuno delinquente(perchè di questo si tratta) sarebbe legittimato
Ci sono due errori in questa frase.
1) se nessuno votasse, si chiama fascismo;
2) se nessuno votasse tranne uno, per di più delinquente, quell'uno avrebbe avuto il 100% dei consensi. I consensi di un votante, certo. Ma si ritorna al punto 1. Se ritieni il voto non sufficiente per prendere decisioni, allora la strada è quella dell'uomo solo al comando. E il fascismo è reato in Italia.
Altro discorso è quello sulla democrazia rappresentativa che non rappresenta. Ma allora il problema è esattamente l'opposto. Estendere il voto non alla singola elezione di un rappresentante, ma ad ogni singolo provvedimento.
Possiama decidere la granularità delle decisioni. Ma alla fine dal voto non si sfugge. L'alternativa, ripeto, è un regime di mezzeseghe razziste, violente e codarde.
Ci sono due errori in questa frase.
1) se nessuno votasse, si chiama fascismo;
2) se nessuno votasse tranne uno, per di più delinquente, quell'uno avrebbe avuto il 100% dei consensi. I consensi di un votante, certo. Ma si ritorna al punto 1. Se ritieni il voto non sufficiente per prendere decisioni, allora la strada è quella dell'uomo solo al comando. E il fascismo è reato in Italia.
Altro discorso è quello sulla democrazia rappresentativa che non rappresenta. Ma allora il problema è esattamente l'opposto. Estendere il voto non alla singola elezione di un rappresentante, ma ad ogni singolo provvedimento.
Possiama decidere la granularità delle decisioni. Ma alla fine dal voto non si sfugge. L'alternativa, ripeto, è un regime di mezzeseghe razziste, violente e codarde.
Come dicevano ieri sera a "otto e mezzo" , mano male che c'è grillo, altrimenti si rischierebbe che un partito neofascista o di estrema destra prenda il potere.
Perche', come ho spiegato, chi non vota dice soltanto di voler delegare a chi vota la scelta, non ritenendosi in grado di farne una propria, anche se si illude di mandare un messaggio diverso.
concordo
concordo
infatti i politici,tutti dal primo all'ultimo la pensano come voi,un chiaro segnale
la trovo molto superficiale come analisi,ognuno la vede a par suo
infatti i politici,tutti dal primo all'ultimo la pensano come voi,un chiaro segnale
I politici dei principali partiti oggi ti assicuro che sperano in una forte astensione dal voto, perche' i loro voti del bacino, di quelli che traggono o credono di trarre benefici dalla politica attuale, li prendono comunque. Chi si astiene e' solo un pericolo in meno. Poi pubblicamente devono spingere al voto, perche' e' loro "dovere".
Poi libero ognuno di pensarla diversamente.
I politici dei principali partiti oggi ti assicuro che sperano in una forte astensione dal voto, perche' i loro voti del bacino, di quelli che traggono o credono di trarre benefici dalla politica attuale, li prendono comunque. Chi si astiene e' solo un pericolo in meno. Poi pubblicamente devono spingere al voto, perche' e' loro "dovere".
Poi libero ognuno di pensarla diversamente.
La maggioranza dei non elettori
di ILVO DIAMANTI
Fa una certa impressione vedere la partecipazione elettorale scendere sotto il 50%. Anche in una Regione, come la Sicilia, dove l'affluenza non è mai stata molto elevata, neppure in passato: 5-10 punti percentuali in meno rispetto alla media nazionale (e a volte anche oltre), a seconda del tipo di consultazione.
Però neppure in Sicilia, in passato, l'astensione era stata così alta. Da ciò la tentazione di decretare, in modo sommario, la crisi della democrazia e il distacco dei cittadini dalla politica. Valutazioni, peraltro, non del tutto ingiustificate. A condizione di chiarire il significato di questo comportamento. Perché l'astensione può avere ragioni diverse e perfino opposte. Alle elezioni presidenziali americane, ad esempio, l'affluenza alle urne, da oltre quarant'anni, non raggiunge il 60%. Ma è, anzi, più vicina al 50%. Senza che nessuno si sogni di parlare di democrazia in crisi e di crisi della democrazia. Al contrario. Un basso livello di partecipazione (non solo elettorale), secondo alcuni studiosi influenti (per tutti: Samuel Huntington), può venire letto come un atto di "fiducia" verso il sistema. Disponibilità ad "affidarsi" a chi è scelto dai cittadini. Mentre una partecipazione "troppo" elevata e accesa potrebbe complicare la "governabilità".
Non è lo stesso in Italia, ovviamente. Tanto meno in Sicilia e in molte aree del Mezzogiorno (ma non solo). Dove il voto viene, di frequente, espresso in base a logiche clientelari e particolaristiche. E il non-voto riflette indifferenza politica. Tuttavia, mai come in questa occasione, a mio avviso, l'astensione ha assunto un significato "politico". Esplicito e preciso. Perché raccoglie, certamente, una componente "patologica" di disaffezione. Ma questa volta si associa alla - e sottolinea la - delegittimazione dei principali partiti, a livello regionale e nazionale. Per capirci: Pd, Pdl e Udc, insieme, superano di poco il 36% dei voti. Validi. Cioè: "rappresentano" meno di un elettore su cinque. (Pur tenendo conto del voto e di liste "personali" ai candidati presidenti).
Quel 52% di elettori che non si sono recati alle urne assume, per questo, un significato politico. Non va considerato, cioè, un non-voto. Ma un "voto". È "il voto di chi non vota" (per citare il titolo di un volume del 1983, pubblicato dalle Ed. Comunità, a cura di Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino). Segnala la frattura nei confronti del sistema partitico della Seconda Repubblica. Questo voto (in) espresso, in particolare, sottolinea il big bang del centrodestra e, in particolare, del Pdl. Di cui la Sicilia ha, da sempre, costituito una roccaforte. Fin dal 1994, quando Berlusconi scese in campo, ottenendo larghissimi consensi nella regione. Dove, non a caso, nel 2001, la Casa delle libertà fece cappotto, conquistando tutti e 61 i collegi. Oggi quel 13% (dei voti validi) raccolto dal Pdl - seguita alla débâcle subita alle recenti amministrative siciliane - appare, a maggior ragione, una condanna per Alfano. Leader di un partito abbandonato dal fondatore - Berlusconi - e dagli elettori. Ma il voto di quel 52% di elettori che non hanno votato rimbalza anche sui vincitori. Il centrosinistra, il Pd e il loro candidato: Rosario Crocetta. Eletto governatore con poco più del 30% dei consensi espressi. Cioè: meno del 15% degli elettori siciliani. Una base sicuramente ridotta. Rischia di produrre un grado di legittimazione altrettanto ridotto.
L'ampiezza dell'astensione, peraltro, si associa e si aggiunge al risultato ottenuto dal M5s ispirato da Beppe Grillo. Primo partito in Sicilia, con circa il 15% dei voti di chi ha votato. Il cui candidato, Giancarlo Cancelleri, ha raggiunto il 18% (dei voti validi). Dunque meno del 9% fra gli elettori. A conferma della frammentazione del sistema partitico, vecchio e nuovo. Un risultato comunque rilevante, tanto più perché dimostra la capacità del M5s di superare i confini del Centro-Nord, dove aveva ottenuto i maggiori successi fino a qualche tempo fa. (Lo segnala anche un saggio di Bordignon e Ceccarini nell'ultimo numero del Mulino). Peraltro, soprattutto in questa occasione, sarebbe improprio considerarlo fenomeno meramente "anti-politico". Il peso dell'astensione, infatti, carica il voto al M5s di significato "politico". Perché si tratta, comunque, di un'alternativa al non-voto. Un voto "per", oltre che "contro". Attribuito a una lista e a candidati che saranno chiamati a rappresentare le domande degli elettori e della società locale. Fornendo risposte e rispondendone, in seguito, ai cittadini.
Per questo il livello raggiunto dall'astensione in queste elezioni regionali non va considerato, necessariamente, una fuga dalla democrazia. Ma, semmai, un messaggio. Un indice che misura - e al tempo stesso denuncia - la riduzione del consenso di cui dispongono gli attori politici della Seconda Repubblica. Soprattutto, ma non solo, quelli che l'hanno "generata". Per iniziativa e su ispirazione di Silvio Berlusconi. Il voto di chi non vota, per questo, va preso sul serio. Potrebbe superare i confini della Sicilia. In fondo, attualmente oltre 4 elettori su 10, a livello nazionale, non sanno per chi votare. Gli attori politici - i partiti e i loro leader - debbono offrire loro delle buone ragioni. Anzitutto: per votare.
di ILVO DIAMANTI
Fa una certa impressione vedere la partecipazione elettorale scendere sotto il 50%. Anche in una Regione, come la Sicilia, dove l'affluenza non è mai stata molto elevata, neppure in passato: 5-10 punti percentuali in meno rispetto alla media nazionale (e a volte anche oltre), a seconda del tipo di consultazione.
Però neppure in Sicilia, in passato, l'astensione era stata così alta. Da ciò la tentazione di decretare, in modo sommario, la crisi della democrazia e il distacco dei cittadini dalla politica. Valutazioni, peraltro, non del tutto ingiustificate. A condizione di chiarire il significato di questo comportamento. Perché l'astensione può avere ragioni diverse e perfino opposte. Alle elezioni presidenziali americane, ad esempio, l'affluenza alle urne, da oltre quarant'anni, non raggiunge il 60%. Ma è, anzi, più vicina al 50%. Senza che nessuno si sogni di parlare di democrazia in crisi e di crisi della democrazia. Al contrario. Un basso livello di partecipazione (non solo elettorale), secondo alcuni studiosi influenti (per tutti: Samuel Huntington), può venire letto come un atto di "fiducia" verso il sistema. Disponibilità ad "affidarsi" a chi è scelto dai cittadini. Mentre una partecipazione "troppo" elevata e accesa potrebbe complicare la "governabilità".
Non è lo stesso in Italia, ovviamente. Tanto meno in Sicilia e in molte aree del Mezzogiorno (ma non solo). Dove il voto viene, di frequente, espresso in base a logiche clientelari e particolaristiche. E il non-voto riflette indifferenza politica. Tuttavia, mai come in questa occasione, a mio avviso, l'astensione ha assunto un significato "politico". Esplicito e preciso. Perché raccoglie, certamente, una componente "patologica" di disaffezione. Ma questa volta si associa alla - e sottolinea la - delegittimazione dei principali partiti, a livello regionale e nazionale. Per capirci: Pd, Pdl e Udc, insieme, superano di poco il 36% dei voti. Validi. Cioè: "rappresentano" meno di un elettore su cinque. (Pur tenendo conto del voto e di liste "personali" ai candidati presidenti).
Quel 52% di elettori che non si sono recati alle urne assume, per questo, un significato politico. Non va considerato, cioè, un non-voto. Ma un "voto". È "il voto di chi non vota" (per citare il titolo di un volume del 1983, pubblicato dalle Ed. Comunità, a cura di Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino). Segnala la frattura nei confronti del sistema partitico della Seconda Repubblica. Questo voto (in) espresso, in particolare, sottolinea il big bang del centrodestra e, in particolare, del Pdl. Di cui la Sicilia ha, da sempre, costituito una roccaforte. Fin dal 1994, quando Berlusconi scese in campo, ottenendo larghissimi consensi nella regione. Dove, non a caso, nel 2001, la Casa delle libertà fece cappotto, conquistando tutti e 61 i collegi. Oggi quel 13% (dei voti validi) raccolto dal Pdl - seguita alla débâcle subita alle recenti amministrative siciliane - appare, a maggior ragione, una condanna per Alfano. Leader di un partito abbandonato dal fondatore - Berlusconi - e dagli elettori. Ma il voto di quel 52% di elettori che non hanno votato rimbalza anche sui vincitori. Il centrosinistra, il Pd e il loro candidato: Rosario Crocetta. Eletto governatore con poco più del 30% dei consensi espressi. Cioè: meno del 15% degli elettori siciliani. Una base sicuramente ridotta. Rischia di produrre un grado di legittimazione altrettanto ridotto.
L'ampiezza dell'astensione, peraltro, si associa e si aggiunge al risultato ottenuto dal M5s ispirato da Beppe Grillo. Primo partito in Sicilia, con circa il 15% dei voti di chi ha votato. Il cui candidato, Giancarlo Cancelleri, ha raggiunto il 18% (dei voti validi). Dunque meno del 9% fra gli elettori. A conferma della frammentazione del sistema partitico, vecchio e nuovo. Un risultato comunque rilevante, tanto più perché dimostra la capacità del M5s di superare i confini del Centro-Nord, dove aveva ottenuto i maggiori successi fino a qualche tempo fa. (Lo segnala anche un saggio di Bordignon e Ceccarini nell'ultimo numero del Mulino). Peraltro, soprattutto in questa occasione, sarebbe improprio considerarlo fenomeno meramente "anti-politico". Il peso dell'astensione, infatti, carica il voto al M5s di significato "politico". Perché si tratta, comunque, di un'alternativa al non-voto. Un voto "per", oltre che "contro". Attribuito a una lista e a candidati che saranno chiamati a rappresentare le domande degli elettori e della società locale. Fornendo risposte e rispondendone, in seguito, ai cittadini.
Per questo il livello raggiunto dall'astensione in queste elezioni regionali non va considerato, necessariamente, una fuga dalla democrazia. Ma, semmai, un messaggio. Un indice che misura - e al tempo stesso denuncia - la riduzione del consenso di cui dispongono gli attori politici della Seconda Repubblica. Soprattutto, ma non solo, quelli che l'hanno "generata". Per iniziativa e su ispirazione di Silvio Berlusconi. Il voto di chi non vota, per questo, va preso sul serio. Potrebbe superare i confini della Sicilia. In fondo, attualmente oltre 4 elettori su 10, a livello nazionale, non sanno per chi votare. Gli attori politici - i partiti e i loro leader - debbono offrire loro delle buone ragioni. Anzitutto: per votare.
Ilvo Diamanti (Cuneo, 4 settembre 1952) è un sociologo, politologo e saggista italiano
si è laureato in Scienze politiche presso l'Università di Padova. In seguito ha conseguito il Dottorato di ricerca in Sociologia e ricerca sociale all'Università di Trento.
È stato ricercatore di metodologia della ricerca sociale, presso la Facoltà di Statistica dell'Università di Padova e professore associato di Sociologia politica presso l'Università di Urbino “Carlo Bo”. Attualmente è professore ordinario di Scienza Politica nella Facoltà di Scienze politiche presso l'Università di Urbino “Carlo Bo” dove, peraltro, è pro-rettore alle relazioni internazionali e territorio. Presso la Facoltà di Sociologia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" ha fondato e dirige il Laboratorio di Studi Politici e Sociali, che si occupa di formazione e di ricerca in ambito nazionale e internazionale. È presidente del Master in Tecnici di politiche territoriali e urbane. Dirige il Corso di perfezionamento in sondaggi, media e democrazia. Insegna Scienza politica e Sociologia Politica al corso di laurea triennale in Sociologia delle identità politiche alla Laurea specialistica in Sociologia delle multiculturalità. È stato coordinatore del Dottorato di ricerca in Sociologia dei fenomeni culturali e dei processi normativi (dal 2001 al 2003).
Dal 1995 insegna « Régimes Politiques Comparées » nel Master in « Etudes Politiques » presso l'Università Paris II, Panthéon-Assas.
È stato direttore scientifico della Fondazione Nord Est di Venezia (dal 1999 al 2003). Attualmente ha la responsabilità scientifica di Demos & Pi. L'istituto cura indagini periodiche sulla società italiana. Tra queste il rapporto annuale “Gli italiani e lo stato” e le rilevazioni trimestrali de “L'Osservatorio sul capitale sociale degli italiani”.
Ha collaborato e collabora con importanti testate nazionali. In particolare, cura su Il Gazzettino di Venezia l'“Osservatorio sul Nordest”; dal 1995 al 2001, è stato editorialista de Il Sole 24 Ore. Dal 2001, sul quotidiano La Repubblica, tratteggia "Mappe" della politica e della società italiana. Sulla versione on-line de la Repubblica tiene anche una rubrica chiamata "Bussole", con editoriali sulla società. Partecipa al Comitato Scientifico della Società Italiana di Studi Elettorali e alle attività di ricerca di Itanes (Italian National Elections Studies).
È membro del comitato scientifico ed editoriale delle riviste: Rassegna Italiana di Sociologia, Rivista Italiana di Scienza Politica, Political and Economic Trends, Limes, Sviluppo locale, Economia
si è laureato in Scienze politiche presso l'Università di Padova. In seguito ha conseguito il Dottorato di ricerca in Sociologia e ricerca sociale all'Università di Trento.
È stato ricercatore di metodologia della ricerca sociale, presso la Facoltà di Statistica dell'Università di Padova e professore associato di Sociologia politica presso l'Università di Urbino “Carlo Bo”. Attualmente è professore ordinario di Scienza Politica nella Facoltà di Scienze politiche presso l'Università di Urbino “Carlo Bo” dove, peraltro, è pro-rettore alle relazioni internazionali e territorio. Presso la Facoltà di Sociologia dell'Università di Urbino "Carlo Bo" ha fondato e dirige il Laboratorio di Studi Politici e Sociali, che si occupa di formazione e di ricerca in ambito nazionale e internazionale. È presidente del Master in Tecnici di politiche territoriali e urbane. Dirige il Corso di perfezionamento in sondaggi, media e democrazia. Insegna Scienza politica e Sociologia Politica al corso di laurea triennale in Sociologia delle identità politiche alla Laurea specialistica in Sociologia delle multiculturalità. È stato coordinatore del Dottorato di ricerca in Sociologia dei fenomeni culturali e dei processi normativi (dal 2001 al 2003).
Dal 1995 insegna « Régimes Politiques Comparées » nel Master in « Etudes Politiques » presso l'Università Paris II, Panthéon-Assas.
È stato direttore scientifico della Fondazione Nord Est di Venezia (dal 1999 al 2003). Attualmente ha la responsabilità scientifica di Demos & Pi. L'istituto cura indagini periodiche sulla società italiana. Tra queste il rapporto annuale “Gli italiani e lo stato” e le rilevazioni trimestrali de “L'Osservatorio sul capitale sociale degli italiani”.
Ha collaborato e collabora con importanti testate nazionali. In particolare, cura su Il Gazzettino di Venezia l'“Osservatorio sul Nordest”; dal 1995 al 2001, è stato editorialista de Il Sole 24 Ore. Dal 2001, sul quotidiano La Repubblica, tratteggia "Mappe" della politica e della società italiana. Sulla versione on-line de la Repubblica tiene anche una rubrica chiamata "Bussole", con editoriali sulla società. Partecipa al Comitato Scientifico della Società Italiana di Studi Elettorali e alle attività di ricerca di Itanes (Italian National Elections Studies).
È membro del comitato scientifico ed editoriale delle riviste: Rassegna Italiana di Sociologia, Rivista Italiana di Scienza Politica, Political and Economic Trends, Limes, Sviluppo locale, Economia