Subpage under development, new version coming soon!
Subject: SUPER SANTOS
- 1
- 2
Nostalgiadibaggio [del] to
All
il super santos della foto di Marvel (VEDI SOKKER ITALIA - 3D CHAMPIONS ITALIA) mi ha fatto venir voglia di leggere sto racconto, dove sostituendo dialetti e luoghi, penso possa rispecchiare quanto accadeva in ogni piazzale o campetto di tutta italia...
da pisciarsi sotto il passaggio sul "mani" :-D
SUPER SANTOS un racconto-ricordo di Alberto Todaro
http://www.storiedicalcio.altervista.org/super-santos.html
(sito segnalatomi da football bailado)
Sono nato nel 1962. E questo potrebbe anche non significare niente ma mi pare una giusta
premessa per continuare quello che voglio dire. Sono nato nel ’62, dicevo, per cui ho vissuto la mia
infanzia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Ciò vuol dire che non faccio parte né della generazione
scampata alla guerra, né di quella del computer. Io sono un figlio del boom economico (o
dell’immediato post-boom), sono cresciuto nell’Italia della Democrazia Cristiana e della Seicento FIAT,
delle cucine in formica (foto) e di Italia-Germania 4-3, di Un disco per l’estate e di Rischiatutto.
L’ultima generazione che crebbe nelle strade, ovviamente in condizioni certamente migliori di
quelle in cui i nostri padri furono costretti a vivere. Tuttavia anche noi abbiamo attinto a quella
palestra che è, appunto, la strada. E questo ci ha forse insegnato ad essere più scaltri, a sapercela
cavare meglio nella vita. Può anche darsi che non ci sia servito a nulla. Ma tant’è. Più che in una
strada, i miei fratelli e io siamo cresciuti in un cortile, ‘u chianu dell’INA Casa, in Via Callicratide, nel
popolare e popoloso quartiere del Sottogas. Giocavamo a calcio, insieme a tanti altri bambini, in
questo cortile che a noi sembrava l’Olimpico ma che a guardarlo adesso non è che una piazzetta. E
tornavamo a casa con i lividi alle gambe, le ginocchia sbucciate, i cucuruna in testa e altri infortuni
simili.
Perché le partite che si giocavano erano tutt’altro che amichevoli. Nell’attesa che si raggiungesse il
numero legale per organizzare una vera e propria partita, i presenti si intrattenevano nel passaggi-e-
tiri-‘n’porta, una sorta di allenamento al match, nel quale il tormentone era l’esortazione del portiere:
‘Mpégnami! Quando si raggiungeva un congruo numero di ragazzini, il quorum sostanzialmente, si
formavano due litigiosissime squadre nel seguente modo: tutti i partecipanti alla partita (quindi tutti i
presenti) si schieravano al muro e due “bravi” sceglievano alternativamente i calciatori a partire dai
migliori fino alle schiappe (anni dopo mi resi conto del perché venivo scelto sempre per ultimo).
C’erano delle liti, le sciarre, propedeutiche alla formazione delle squadre ed erano tese a stabilire
chi dovesse scegliere i propri uomini. La partita cominciava prima del fischio d’inizio (si fa per dire,
ovviamente) con della pretattica in puro stile Mohamed Alì: Vi facemu u culu tantu, Si pparli assà
abbuschi, Ti fazzu firriari, e altre lepidezze del genere. Poi si faceva la tattica vera e propria: Tu ti
marchi a iddu, Isamilla ca ci vaiu di testa, etc…; e si stabilivano alcune regole, tipo il fallo laterale o la
sponda, ovvero se la palla potesse rimbalzare sul muro oppure no.
La regola più importante era la famosa A-tri-corner-u-rigori. Infatti i calci d’angolo non venivano
battuti subito ma, quando se ne accumulavano tre, la squadra guadagnava il diritto a battere un
rigore. I più scarsi andavano in porta, anche se poi ad un eventuale rigore, doveva lasciare il posto al
più bravo. U paru iu!, diceva quest’ultimo, e il legittimo titolare della porta, suo malgrado, si faceva
docilmente da parte.
Si davano e si prendevano calci di quelli pazzeschi. Non esisteva spirito sportivo, manco a dirlo;
quando una squadra era in netta superiorità rispetto all’altra, i suoi giocatori, dopo ogni gol, si
lasciavano andare a un insulso ritornello, snervantissimo per l’avversario, che faceva Eho eho, vi
stamu ‘mmriacannu!, e che ogni tanto, giusto per gradire, provocava qualche sciarra.
Apro una breve parentesi: la sciarra in linea di massima, era di due tipi. La prima era la
scazzottata vera e propria, che consisteva nello sbinchiarisi a vastunati, con interventi degli altri
compagni per dividere i contendenti o, talora, per ammiscarisi in difesa di uno dei due. In realtà era
piuttosto raro che una sciarra degenerasse in questo modo; ricordo pochissime liti di tale virulenza.
L’altro tipo di sciarra, certamente più diffuso, seguiva una specie di rituale sicuramente più
cavalleresco, che ricorda quello, ad esempio, dei maschi dei cervi reali, quando la fanno a cornate.
Non ci si partiva subito a testa bassa per darle; inizialmente ci si guardava in cagnesco,
digrignando i denti, mugugnando minacce e invettive varie. Poi ci si avvicinava e ci si cominciava a
dare dei reciproci colpi di petto. Una cosa spettacolare. Nel frattempo si continuavano a profferire
frasi minacciose o ingiuriose. Ma quando la sciarra seguiva questo andamento, non c’era volontà di
farla finire a schifìo, per cui, dopo un lasso di tempo di questo strano rimbalzo toracico, intervenivano
i compagni di gioco per spàrtiri i due litiganti. I quali, da lì a poco, avrebbero ripreso a giocare
assieme come se nulla fosse accaduto.
Ma torniamo alla nostra partita. Io giocavo quasi sempre in porta, per il motivo che ho detto
prima, e devo dire che a un certo punto cominciai a essere considerato anche abbastanza bravino.
Immaginavo, come tutti del resto, di giocare un giorno in serie A, magari in una squadra di
second’ordine, posto che Cudicini, Albertosi o Lido Vieri erano praticamente intoccabili. I miei sogni di
guardapali sfumarono verso la fine delle elementari con l’avvento della miopia - e degli occhiali.
Nelle nostre partite non esisteva l’arbitro (neanche le regole, se è per questo), per cui i casi
controversi venivano trattati uno ad uno con largo uso del turpiloquio, dell’insulto personale e
familiare e della sciarra. Era tollerato il cosiddetto enzi ovvero la palla toccata col braccio. Mi
chiedevo spesso cosa significasse questo strano nome e mi resi conto che enzi era solo una pessima
pronuncia della voce inglese hands (mani), ma solo parecchi anni dopo aver preso la laurea in lingue
e cioè in tempi recenti.
Ci si davano degli spintoni terrificanti che venivano chiamati spalletta regolare ma nessuno fu mai
in grado di citare la regola alla quale ci si rifaceva, tutt’al più si nominavano dei fantomatici cugini che
conoscevano il regolamento a menadito e che avevano assicurato che quella spallata da scaricatore di
porto era regolare. Alcuni ragazzini si destreggiavano molto bene e per questi vi era anche un motivo
in più per ben figurare: in una palazzina dell’INA Casa, una signora teneva uno “stanze in famiglia”
dove erano alloggiati alcuni calciatori dell’Akragas.
Ogniqualvolta costoro uscivano di casa o si affacciavano al balcone, si innescava una sorta di
effetto osservatore-della-Nazionale, in virtù del quale alcuni dei giovanissimi promettenti calciatori (i
più bravi, per la precisione) facevano sfoggio dei loro migliori numeri di tecnica sopraffina. Si
impadronivano del pallone e palleggiavano, anche di testa, fino allo sfinimento, si producevano in
dribbling (scartari) e finezze varie oppure tiravano delle poderose sufuniate, anche se con il pericolo
della puntazzata e quindi del pubblico ludibrio. In ogni caso bisogna dire che i calciatori dell’Akragas
erano più interessati alla figlia di una signora del pianterreno che non alle finezze dei giovanissimi
frombolieri!
A volte il pallone finiva in dei giardinetti di civili abitazioni per cui occorreva che qualcuno
scavalcasse le inferriate per andarlo a raccattare, col rischio, a volte rivelatosi più che fondato, di
essere beccati dai proprietari, rimproverati aspramente o, perché no?, malmenati. Spesso mi offrivo
volontario per questa incombenza: scavalcare mi piaceva un sacco, che posso dire? Mi destreggiavo
abilmente tra fili spinati e spuntoni delle inferriate, anche se qualche maglioncino e qualche paio di
pantaloni li ho pure sacrificati alla causa.
Ma il vero terrore era che il pallone, normalmente Super Santos, sfondasse il vetro di una
finestra che malcapitatamente dava sul campo di gioco, anzi proprio alle spalle di una delle due
porte (era la casa della signora la cui figlia era concupita dai calciatori dell’Akragas). La qual cosa a
volte capitava e in questa sequenza: tiro forte, pallone seguito da sguardi inorriditi, coro di
Iiinchiaaa!, sfondamento del vetro, urla della padrona di casa, e la medesima che un attimo dopo si
affacciava alla finestra con in una mano il pallone e nell’altra uno strumento da taglio.
Occorre anche dire che del grido di disperazione esisteva pure la frequentissima variante
Iiigghiaaa!, determinata dall’impossibilità da parte di molti bambini di pronunziare i suoni nasali,
visto che il naso era perennemente intasato di mòccaru. Del resto fummo tutti dei bambini muccarusi.
Ma tornando all’apparizione della furibonda donna con pallone e arma da taglio, a questo punto vi
erano due possibilità: se aveva un coltello, generalmente da pane, la sfera veniva aperta al suo
Equatore e le due calotte in seguito usate come papaline; se aveva una forbice da sarta, si seguiva il
procedimento del taglio a “buccia d’arancia” (la spirale di gomma veniva restituita).
L’autore della prodezza pedatoria subiva, ovviamente, un processo sudamericano; veniva preso
di mira, beccato in più modi (pedi tunni! era il migliore), soprattutto dal proprietario del pallone che
pretendeva il risarcimento danni, e la partita finiva in sciarra (come sarebbe finita comunque!).
Dopodiché, terminate le ostilità sportive, tutta questa folla di piccoli calciatori si recava alla porta di
una donnetta che stava al pianterreno di una delle palazzine a chiedere un bicchiere d’acqua. E la
signora Arancio (questo era il suo nome), andava in cucina, lasciandoci in attesa sullo zerbino con la
scritta SALVE e dopo un po’ tornava con bottiglie e bicchieri, rigorosamente di vetro, e ci dissetava,
concedendoci a volte anche il bis.
Ogni tanto mio fratello ricorda il grado di trasparenza e l’odore di quel vasellame, la cui opacità
era dovuta ai sommari risciacqui cui erano sottoposti quei bicchieri da chissà quanti anni e l’olezzo
apparteneva ad una gamma olfattiva che andava dall’acido muriatico all’olio di infima qualità. Ora, io
credo che chiunque, anche la persona più gentile, ci avrebbe garbatamente licenziati dopo il primo
bicchiere d’acqua - voglio dire, mia nonna abitava due piani sopra, tutti abitavamo in quelle
palazzine, perché non andavamo a bere a casa nostra? -, chiunque ci avrebbe cacciato via senza
tanti complimenti, ma non lei, che dispensava bicchieri d’acqua a tutto spiano con inspiegabile,
ingiustificata generosità.
E sì che allora, come anche adesso, ad Agrigento l’acqua scarseggiava; nei giorni della
distribuzione - tutti lo ricorderanno - si riempivano decine di bottiglie, che venivano stivate sotto il
lavabo della cucina, per coprire il fabbisogno della famiglia fino alla successiva distribuzione. Voglio
credere che la gentile signora Arancio, venuta meno diversi anni fa, stia ancora riempiendo bicchieri
d’acqua in Paradiso!
da pisciarsi sotto il passaggio sul "mani" :-D
SUPER SANTOS un racconto-ricordo di Alberto Todaro
http://www.storiedicalcio.altervista.org/super-santos.html
(sito segnalatomi da football bailado)
Sono nato nel 1962. E questo potrebbe anche non significare niente ma mi pare una giusta
premessa per continuare quello che voglio dire. Sono nato nel ’62, dicevo, per cui ho vissuto la mia
infanzia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Ciò vuol dire che non faccio parte né della generazione
scampata alla guerra, né di quella del computer. Io sono un figlio del boom economico (o
dell’immediato post-boom), sono cresciuto nell’Italia della Democrazia Cristiana e della Seicento FIAT,
delle cucine in formica (foto) e di Italia-Germania 4-3, di Un disco per l’estate e di Rischiatutto.
L’ultima generazione che crebbe nelle strade, ovviamente in condizioni certamente migliori di
quelle in cui i nostri padri furono costretti a vivere. Tuttavia anche noi abbiamo attinto a quella
palestra che è, appunto, la strada. E questo ci ha forse insegnato ad essere più scaltri, a sapercela
cavare meglio nella vita. Può anche darsi che non ci sia servito a nulla. Ma tant’è. Più che in una
strada, i miei fratelli e io siamo cresciuti in un cortile, ‘u chianu dell’INA Casa, in Via Callicratide, nel
popolare e popoloso quartiere del Sottogas. Giocavamo a calcio, insieme a tanti altri bambini, in
questo cortile che a noi sembrava l’Olimpico ma che a guardarlo adesso non è che una piazzetta. E
tornavamo a casa con i lividi alle gambe, le ginocchia sbucciate, i cucuruna in testa e altri infortuni
simili.
Perché le partite che si giocavano erano tutt’altro che amichevoli. Nell’attesa che si raggiungesse il
numero legale per organizzare una vera e propria partita, i presenti si intrattenevano nel passaggi-e-
tiri-‘n’porta, una sorta di allenamento al match, nel quale il tormentone era l’esortazione del portiere:
‘Mpégnami! Quando si raggiungeva un congruo numero di ragazzini, il quorum sostanzialmente, si
formavano due litigiosissime squadre nel seguente modo: tutti i partecipanti alla partita (quindi tutti i
presenti) si schieravano al muro e due “bravi” sceglievano alternativamente i calciatori a partire dai
migliori fino alle schiappe (anni dopo mi resi conto del perché venivo scelto sempre per ultimo).
C’erano delle liti, le sciarre, propedeutiche alla formazione delle squadre ed erano tese a stabilire
chi dovesse scegliere i propri uomini. La partita cominciava prima del fischio d’inizio (si fa per dire,
ovviamente) con della pretattica in puro stile Mohamed Alì: Vi facemu u culu tantu, Si pparli assà
abbuschi, Ti fazzu firriari, e altre lepidezze del genere. Poi si faceva la tattica vera e propria: Tu ti
marchi a iddu, Isamilla ca ci vaiu di testa, etc…; e si stabilivano alcune regole, tipo il fallo laterale o la
sponda, ovvero se la palla potesse rimbalzare sul muro oppure no.
La regola più importante era la famosa A-tri-corner-u-rigori. Infatti i calci d’angolo non venivano
battuti subito ma, quando se ne accumulavano tre, la squadra guadagnava il diritto a battere un
rigore. I più scarsi andavano in porta, anche se poi ad un eventuale rigore, doveva lasciare il posto al
più bravo. U paru iu!, diceva quest’ultimo, e il legittimo titolare della porta, suo malgrado, si faceva
docilmente da parte.
Si davano e si prendevano calci di quelli pazzeschi. Non esisteva spirito sportivo, manco a dirlo;
quando una squadra era in netta superiorità rispetto all’altra, i suoi giocatori, dopo ogni gol, si
lasciavano andare a un insulso ritornello, snervantissimo per l’avversario, che faceva Eho eho, vi
stamu ‘mmriacannu!, e che ogni tanto, giusto per gradire, provocava qualche sciarra.
Apro una breve parentesi: la sciarra in linea di massima, era di due tipi. La prima era la
scazzottata vera e propria, che consisteva nello sbinchiarisi a vastunati, con interventi degli altri
compagni per dividere i contendenti o, talora, per ammiscarisi in difesa di uno dei due. In realtà era
piuttosto raro che una sciarra degenerasse in questo modo; ricordo pochissime liti di tale virulenza.
L’altro tipo di sciarra, certamente più diffuso, seguiva una specie di rituale sicuramente più
cavalleresco, che ricorda quello, ad esempio, dei maschi dei cervi reali, quando la fanno a cornate.
Non ci si partiva subito a testa bassa per darle; inizialmente ci si guardava in cagnesco,
digrignando i denti, mugugnando minacce e invettive varie. Poi ci si avvicinava e ci si cominciava a
dare dei reciproci colpi di petto. Una cosa spettacolare. Nel frattempo si continuavano a profferire
frasi minacciose o ingiuriose. Ma quando la sciarra seguiva questo andamento, non c’era volontà di
farla finire a schifìo, per cui, dopo un lasso di tempo di questo strano rimbalzo toracico, intervenivano
i compagni di gioco per spàrtiri i due litiganti. I quali, da lì a poco, avrebbero ripreso a giocare
assieme come se nulla fosse accaduto.
Ma torniamo alla nostra partita. Io giocavo quasi sempre in porta, per il motivo che ho detto
prima, e devo dire che a un certo punto cominciai a essere considerato anche abbastanza bravino.
Immaginavo, come tutti del resto, di giocare un giorno in serie A, magari in una squadra di
second’ordine, posto che Cudicini, Albertosi o Lido Vieri erano praticamente intoccabili. I miei sogni di
guardapali sfumarono verso la fine delle elementari con l’avvento della miopia - e degli occhiali.
Nelle nostre partite non esisteva l’arbitro (neanche le regole, se è per questo), per cui i casi
controversi venivano trattati uno ad uno con largo uso del turpiloquio, dell’insulto personale e
familiare e della sciarra. Era tollerato il cosiddetto enzi ovvero la palla toccata col braccio. Mi
chiedevo spesso cosa significasse questo strano nome e mi resi conto che enzi era solo una pessima
pronuncia della voce inglese hands (mani), ma solo parecchi anni dopo aver preso la laurea in lingue
e cioè in tempi recenti.
Ci si davano degli spintoni terrificanti che venivano chiamati spalletta regolare ma nessuno fu mai
in grado di citare la regola alla quale ci si rifaceva, tutt’al più si nominavano dei fantomatici cugini che
conoscevano il regolamento a menadito e che avevano assicurato che quella spallata da scaricatore di
porto era regolare. Alcuni ragazzini si destreggiavano molto bene e per questi vi era anche un motivo
in più per ben figurare: in una palazzina dell’INA Casa, una signora teneva uno “stanze in famiglia”
dove erano alloggiati alcuni calciatori dell’Akragas.
Ogniqualvolta costoro uscivano di casa o si affacciavano al balcone, si innescava una sorta di
effetto osservatore-della-Nazionale, in virtù del quale alcuni dei giovanissimi promettenti calciatori (i
più bravi, per la precisione) facevano sfoggio dei loro migliori numeri di tecnica sopraffina. Si
impadronivano del pallone e palleggiavano, anche di testa, fino allo sfinimento, si producevano in
dribbling (scartari) e finezze varie oppure tiravano delle poderose sufuniate, anche se con il pericolo
della puntazzata e quindi del pubblico ludibrio. In ogni caso bisogna dire che i calciatori dell’Akragas
erano più interessati alla figlia di una signora del pianterreno che non alle finezze dei giovanissimi
frombolieri!
A volte il pallone finiva in dei giardinetti di civili abitazioni per cui occorreva che qualcuno
scavalcasse le inferriate per andarlo a raccattare, col rischio, a volte rivelatosi più che fondato, di
essere beccati dai proprietari, rimproverati aspramente o, perché no?, malmenati. Spesso mi offrivo
volontario per questa incombenza: scavalcare mi piaceva un sacco, che posso dire? Mi destreggiavo
abilmente tra fili spinati e spuntoni delle inferriate, anche se qualche maglioncino e qualche paio di
pantaloni li ho pure sacrificati alla causa.
Ma il vero terrore era che il pallone, normalmente Super Santos, sfondasse il vetro di una
finestra che malcapitatamente dava sul campo di gioco, anzi proprio alle spalle di una delle due
porte (era la casa della signora la cui figlia era concupita dai calciatori dell’Akragas). La qual cosa a
volte capitava e in questa sequenza: tiro forte, pallone seguito da sguardi inorriditi, coro di
Iiinchiaaa!, sfondamento del vetro, urla della padrona di casa, e la medesima che un attimo dopo si
affacciava alla finestra con in una mano il pallone e nell’altra uno strumento da taglio.
Occorre anche dire che del grido di disperazione esisteva pure la frequentissima variante
Iiigghiaaa!, determinata dall’impossibilità da parte di molti bambini di pronunziare i suoni nasali,
visto che il naso era perennemente intasato di mòccaru. Del resto fummo tutti dei bambini muccarusi.
Ma tornando all’apparizione della furibonda donna con pallone e arma da taglio, a questo punto vi
erano due possibilità: se aveva un coltello, generalmente da pane, la sfera veniva aperta al suo
Equatore e le due calotte in seguito usate come papaline; se aveva una forbice da sarta, si seguiva il
procedimento del taglio a “buccia d’arancia” (la spirale di gomma veniva restituita).
L’autore della prodezza pedatoria subiva, ovviamente, un processo sudamericano; veniva preso
di mira, beccato in più modi (pedi tunni! era il migliore), soprattutto dal proprietario del pallone che
pretendeva il risarcimento danni, e la partita finiva in sciarra (come sarebbe finita comunque!).
Dopodiché, terminate le ostilità sportive, tutta questa folla di piccoli calciatori si recava alla porta di
una donnetta che stava al pianterreno di una delle palazzine a chiedere un bicchiere d’acqua. E la
signora Arancio (questo era il suo nome), andava in cucina, lasciandoci in attesa sullo zerbino con la
scritta SALVE e dopo un po’ tornava con bottiglie e bicchieri, rigorosamente di vetro, e ci dissetava,
concedendoci a volte anche il bis.
Ogni tanto mio fratello ricorda il grado di trasparenza e l’odore di quel vasellame, la cui opacità
era dovuta ai sommari risciacqui cui erano sottoposti quei bicchieri da chissà quanti anni e l’olezzo
apparteneva ad una gamma olfattiva che andava dall’acido muriatico all’olio di infima qualità. Ora, io
credo che chiunque, anche la persona più gentile, ci avrebbe garbatamente licenziati dopo il primo
bicchiere d’acqua - voglio dire, mia nonna abitava due piani sopra, tutti abitavamo in quelle
palazzine, perché non andavamo a bere a casa nostra? -, chiunque ci avrebbe cacciato via senza
tanti complimenti, ma non lei, che dispensava bicchieri d’acqua a tutto spiano con inspiegabile,
ingiustificata generosità.
E sì che allora, come anche adesso, ad Agrigento l’acqua scarseggiava; nei giorni della
distribuzione - tutti lo ricorderanno - si riempivano decine di bottiglie, che venivano stivate sotto il
lavabo della cucina, per coprire il fabbisogno della famiglia fino alla successiva distribuzione. Voglio
credere che la gentile signora Arancio, venuta meno diversi anni fa, stia ancora riempiendo bicchieri
d’acqua in Paradiso!
Per la precisione quello della foto è un
SUPER SPORT
precursore del super tele
solo molti anni dopo arrivò il super santos (tutta un altra cosa)
cmq bellissimo racconto, tutti quelli della mia generazioni ci si sono rivisti ;)
SUPER SPORT
precursore del super tele
solo molti anni dopo arrivò il super santos (tutta un altra cosa)
cmq bellissimo racconto, tutti quelli della mia generazioni ci si sono rivisti ;)
Bei ricordi ...
La scelta dei giocatori era un rituale serissimo.
Ricordo ancora l' attesa appoggiati al muro come per una fucilazione.
Nel mio cortile vigeva una sorta di lealtà sportiva , per cui se le squadre diventavano troppo squilibrate , dopo le dovute dispute , si rifaceva tutto da capo.
Mi ricordo di certe giornate estive in cui iniziavamo a giocare alle 8 di mattina e finivamo quando faceva buio.
(edited)
La scelta dei giocatori era un rituale serissimo.
Ricordo ancora l' attesa appoggiati al muro come per una fucilazione.
Nel mio cortile vigeva una sorta di lealtà sportiva , per cui se le squadre diventavano troppo squilibrate , dopo le dovute dispute , si rifaceva tutto da capo.
Mi ricordo di certe giornate estive in cui iniziavamo a giocare alle 8 di mattina e finivamo quando faceva buio.
(edited)
bei ricordi.. di norma toccava a me e al "toscano" fare le squadre, ed avevamo la fortuna di avere un cortile che sembrava a forma di campo da calcetto, dove le porte erano due colonne del portico da un lato e delle scalette a "larghezza regolamentare" dall'altra.
non vi erano cancellate da scavalcare: la palla poteva finire su qualche balcone (e li era relativamente semplice, a patto che l'inquilino fosse presente) o sulla "tettoia" (una sorta di balaustra che correva lungo il porticato), che necessitava una vera e propria scalata.. nel peggiore dei casi la palla finiva direttamente nel bosco sottostante, e li era la fine del match..
ricordo un tale "Smolla", ragazzetto occhialuto e moccioluto con occhi e piedi storti in egual misura, che aveva la capacità innata di colpirti sulla nuca con dei tiri inaspettati con cui lui avrebbe voluto far addirittura gol.. e la reazione del malcapitato di turno non era esattamente delle più tenere :)
non vi erano cancellate da scavalcare: la palla poteva finire su qualche balcone (e li era relativamente semplice, a patto che l'inquilino fosse presente) o sulla "tettoia" (una sorta di balaustra che correva lungo il porticato), che necessitava una vera e propria scalata.. nel peggiore dei casi la palla finiva direttamente nel bosco sottostante, e li era la fine del match..
ricordo un tale "Smolla", ragazzetto occhialuto e moccioluto con occhi e piedi storti in egual misura, che aveva la capacità innata di colpirti sulla nuca con dei tiri inaspettati con cui lui avrebbe voluto far addirittura gol.. e la reazione del malcapitato di turno non era esattamente delle più tenere :)
..che aveva la capacità innata di colpirti sulla nuca con dei tiri inaspettati con cui lui avrebbe voluto far addirittura gol..
mi hai fatto scompisciare! XD
Vogliamo parlare poi delle rovesciate dei "Platini" improvvisati che si stampavano il pallone sulla loro stessa faccia? I lisci degni delle migliori "paperissima". Mamma mia che ricordi ilari di gioventù! :D
Io ero sempre uno degli ultimi della lista tra i fucilati, mingherlino e poco utile alla squadra. Il criterio di scelta il più delle volte passava per l'amicizia. Non ero uno scarsone scoordinatissimo ma mi ha sempre fregato l'emotività: ero capace di mettere la palla all'incrocio se giocavo con un amico in porta ma finivo completamente nel panico inserito in un gioco di squadra. Costantemente impegnato nell'allontanamento scientifico dalla zona di gioco e nel non farmi mai trovare libero avevo poi la giornata della rivincita del nerds, dove fregandomene del mondo partivo sulla fascia, scartavo coloro che non si curavano neanche più di me e segnavo con palla a giro alla El Sharaawy. Quei lampi di lucida follia erano poi salutati dai miei compagni a risate di sberleffo ai nostri avversari.
Grazie Nostalgiadibaggio per questo thread! Subito non lo avevo compreso perché ero della generazione del Super Tele, presto trasformatosi nel Tango, il pallone superlusso! Quando me lo regalarono a Natale fu una delle gioie più grandi di bambino, uno stordimento nel quale ancora oggi ricordo l'odore della gomma di quel pallone - schifosissimo - ma che allora mi sembrava più buono di quello del cioccolato! :-))
mi hai fatto scompisciare! XD
Vogliamo parlare poi delle rovesciate dei "Platini" improvvisati che si stampavano il pallone sulla loro stessa faccia? I lisci degni delle migliori "paperissima". Mamma mia che ricordi ilari di gioventù! :D
Io ero sempre uno degli ultimi della lista tra i fucilati, mingherlino e poco utile alla squadra. Il criterio di scelta il più delle volte passava per l'amicizia. Non ero uno scarsone scoordinatissimo ma mi ha sempre fregato l'emotività: ero capace di mettere la palla all'incrocio se giocavo con un amico in porta ma finivo completamente nel panico inserito in un gioco di squadra. Costantemente impegnato nell'allontanamento scientifico dalla zona di gioco e nel non farmi mai trovare libero avevo poi la giornata della rivincita del nerds, dove fregandomene del mondo partivo sulla fascia, scartavo coloro che non si curavano neanche più di me e segnavo con palla a giro alla El Sharaawy. Quei lampi di lucida follia erano poi salutati dai miei compagni a risate di sberleffo ai nostri avversari.
Grazie Nostalgiadibaggio per questo thread! Subito non lo avevo compreso perché ero della generazione del Super Tele, presto trasformatosi nel Tango, il pallone superlusso! Quando me lo regalarono a Natale fu una delle gioie più grandi di bambino, uno stordimento nel quale ancora oggi ricordo l'odore della gomma di quel pallone - schifosissimo - ma che allora mi sembrava più buono di quello del cioccolato! :-))
Io ero sempre il primo selezionato: giocavo in porta
Spesso dovevo comporre la squadra (lo facevano i portieri) e di vincere mi fregava nulla, l'importante era farsi due ghignate quando qualcuno piazzava il pallone su uno dei satelliti di Marte invece che in porta
C'è da dire che spesso giocava con noi il più grande talento sprecato degli ultimi 30 anni
Ma quando giocava lui non c'era più divertimento
Spesso dovevo comporre la squadra (lo facevano i portieri) e di vincere mi fregava nulla, l'importante era farsi due ghignate quando qualcuno piazzava il pallone su uno dei satelliti di Marte invece che in porta
C'è da dire che spesso giocava con noi il più grande talento sprecato degli ultimi 30 anni
Ma quando giocava lui non c'era più divertimento
io a calcio facevo cacare :D e lo faccio tuttora
venivo scelto per ultimo e di solito o andavo in porta o lontanissimo da essa
:D
attorno alla propria porta erano guai, poi con il tempo dentro la porta me la cavavo benino (per il livello del quartiere) quindi avevo trovato la mia dimensione
la rivincita me la prendevo a canestro, nel mio cortile, dove venivano in tanti a giocare ma dove potevo decidere TUTTO :D ed essendo l'unico che giocava me la cavavo sempre :P
come direbbe Pink "SPROT" cit.
venivo scelto per ultimo e di solito o andavo in porta o lontanissimo da essa
:D
attorno alla propria porta erano guai, poi con il tempo dentro la porta me la cavavo benino (per il livello del quartiere) quindi avevo trovato la mia dimensione
la rivincita me la prendevo a canestro, nel mio cortile, dove venivano in tanti a giocare ma dove potevo decidere TUTTO :D ed essendo l'unico che giocava me la cavavo sempre :P
come direbbe Pink "SPROT" cit.
bei tempi....ricordo ancora quando facevamo la colletta per raggiungere le tremila lire per comprare il supersantos:D
aggiungo la differenza tra il super tele e l'elite..quasi la stessa cosa ma l'elite era liscio mentre il super tele "bucherellato" :D
super tele tutta la vita :D
quando qualcuno si presentava col tango era un miraggio
super tele tutta la vita :D
quando qualcuno si presentava col tango era un miraggio
io nella mia infanzia mi ricordo che giocavo tranquillamente con il tango ai giardini...raramente con il supertele, considerato un pallone un po' troppo leggerino e "da bambini"...poi piano piano si è passati al cuoio, ma solo in età da medie in poi (per quel che mi ricordo).
Alle superiori poi andavamo a giocare in una sorta di mega cortile all'aperto: era lo sbocco di una strada chiusa, bello grande e ampio. Oppure c'era il campino del prete, ma il campo "alla sip" (perchè c'era una vecchia insegna della sip) ci andavano anche quelli che venivano in motorino e volevano fare un po' i fenomeni con il loro mezzo...noi con le bici era indifferente.
Prima era tutto un passare di casa in casa a chiamare l'amico...io, abitando un pochino più lontano, di solito ero il primo a cominciare il giro e poi si passava in rassegna le varie case...
Oggi è più difficile: ma più che dare la colpa ai giovani d'oggi (chi non farebbe come loro, alla loro età? Immedesimiamoci nella realtà di oggi, su...), io mi chiederei che cosa abbiamo fatto affinchè loro non potessero godere di quelle bellezze...
troppa tecnologia, troppe cose, troppo ritmo...
E parlo io che comunque non ho nemmeno 30 anni e che quindi mi posso considerare forse una delle ultime generazioni "da pallone ai giardini", mi immagino quelli con almeno un dieci anni di più...
Tra l'altro, adesso, tanti bambini hanno davvero problemi di corsa...nel senso che non essendo abituati, alcuni di loro non hanno fiato, oppure "non sanno correre"...lo vedo a fare l'allenatore, c'è qualcuno che a 12 anni ha davvero difficoltà...ma non gliene si può fare una colpa: se la vita è scuola-pranzo-compiti-playstation-whatsapp-cena-cartone-letto, quando diavolo corre?
Alle superiori poi andavamo a giocare in una sorta di mega cortile all'aperto: era lo sbocco di una strada chiusa, bello grande e ampio. Oppure c'era il campino del prete, ma il campo "alla sip" (perchè c'era una vecchia insegna della sip) ci andavano anche quelli che venivano in motorino e volevano fare un po' i fenomeni con il loro mezzo...noi con le bici era indifferente.
Prima era tutto un passare di casa in casa a chiamare l'amico...io, abitando un pochino più lontano, di solito ero il primo a cominciare il giro e poi si passava in rassegna le varie case...
Oggi è più difficile: ma più che dare la colpa ai giovani d'oggi (chi non farebbe come loro, alla loro età? Immedesimiamoci nella realtà di oggi, su...), io mi chiederei che cosa abbiamo fatto affinchè loro non potessero godere di quelle bellezze...
troppa tecnologia, troppe cose, troppo ritmo...
E parlo io che comunque non ho nemmeno 30 anni e che quindi mi posso considerare forse una delle ultime generazioni "da pallone ai giardini", mi immagino quelli con almeno un dieci anni di più...
Tra l'altro, adesso, tanti bambini hanno davvero problemi di corsa...nel senso che non essendo abituati, alcuni di loro non hanno fiato, oppure "non sanno correre"...lo vedo a fare l'allenatore, c'è qualcuno che a 12 anni ha davvero difficoltà...ma non gliene si può fare una colpa: se la vita è scuola-pranzo-compiti-playstation-whatsapp-cena-cartone-letto, quando diavolo corre?
bel tempo quello del supertele!
Alle volte eravamo fortunati e veniva con noi un tizio che aveva il tango (!) ma il più delle volte era col supertele che si facevano le Grandi Sfide.
Io non giocavo nel cortile, ma come molti ragazzi del mio quartiere eravamo fortunati perchè avevamo i giardinetti vicino casa, per cui il campo andava da un olivo ad un altro e lungo fino al campo da bocce degli anziani.
I pali erano le maglie e i giubbotti che ci toglievamo (quanti mal di gola a correre sempre mezzi nudi e sudati).
La partita finiva al tramonto (solo perchè non c'erano lampioni dentro ai giardini, sennò si continuava) o quando il pallone andava nel fiume che scorreva lì vicino
Alle volte eravamo fortunati e veniva con noi un tizio che aveva il tango (!) ma il più delle volte era col supertele che si facevano le Grandi Sfide.
Io non giocavo nel cortile, ma come molti ragazzi del mio quartiere eravamo fortunati perchè avevamo i giardinetti vicino casa, per cui il campo andava da un olivo ad un altro e lungo fino al campo da bocce degli anziani.
I pali erano le maglie e i giubbotti che ci toglievamo (quanti mal di gola a correre sempre mezzi nudi e sudati).
La partita finiva al tramonto (solo perchè non c'erano lampioni dentro ai giardini, sennò si continuava) o quando il pallone andava nel fiume che scorreva lì vicino
parlando di amarcord..
io ho dei ricordi molto chiari degli effetti sui miei piedi di un'estate al mare con un solo pallone ..
.. di cuoio!
io ho dei ricordi molto chiari degli effetti sui miei piedi di un'estate al mare con un solo pallone ..
.. di cuoio!
Un racconto stupendo, un tuffo nella mia infanzia, col dialetto piemontese al posto del siciliano :-)
Io sono dell'85, ma mi immedesimo perfettamente nel racconto e nella terminologia (anche se noi eravamo tutti amici e non ci si "sciarriava" quasi mai).
noi fondamentalmente eravamo fighetti, in genere avevamo palloni di cuoio della Select, avevamo la fortuna di avere un cortile condominiale (illuminato) dove giocare, purché dopo le 16. I pali erano quattro mattoni reperiti ad hoc chissà da chi, il fischio finale erano le urla dei genitori che si affacciavano per comunicare che era pronto a tavola.
Anch'io venivo scelto tra gli ultimi (è incredibile come faccia ad essere così scarso nonostante tutto il tempo passato a giocare nella mia vita) ed il nostro incubo era Dylan, il ferocissimo cane nel cortile della signora al piano terra, ghiotto di palloni, azzannati sistematicamente.
Il mio pallone Adidas Questra, quello uffciale dei mondiali 94, ancora grida vendetta.
noi fondamentalmente eravamo fighetti, in genere avevamo palloni di cuoio della Select, avevamo la fortuna di avere un cortile condominiale (illuminato) dove giocare, purché dopo le 16. I pali erano quattro mattoni reperiti ad hoc chissà da chi, il fischio finale erano le urla dei genitori che si affacciavano per comunicare che era pronto a tavola.
Anch'io venivo scelto tra gli ultimi (è incredibile come faccia ad essere così scarso nonostante tutto il tempo passato a giocare nella mia vita) ed il nostro incubo era Dylan, il ferocissimo cane nel cortile della signora al piano terra, ghiotto di palloni, azzannati sistematicamente.
Il mio pallone Adidas Questra, quello uffciale dei mondiali 94, ancora grida vendetta.
- 1
- 2