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Subject: di stefano
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MeMArlen [del] to
All
Real, morto Alfredo Di Stefano: mondo del calcio in lutto
07/07/2014 - 17:38
di Gianluca Di Marzio
Un mito, Alfredo Di Stefano. Per il Real Madrid, società nella quale ha scritto pagine indelebili di storia. Per il calcio intero, che osservava stupito le sue prodezze. Sabato scorso un arresto cardiaco, oggi l’addio all’età di 88 anni. Il mondo del calcio piange uno dei suoi profeti, Alfredo Di Stefano ha perso la partita con la vita.
(edited)
07/07/2014 - 17:38
di Gianluca Di Marzio
Un mito, Alfredo Di Stefano. Per il Real Madrid, società nella quale ha scritto pagine indelebili di storia. Per il calcio intero, che osservava stupito le sue prodezze. Sabato scorso un arresto cardiaco, oggi l’addio all’età di 88 anni. Il mondo del calcio piange uno dei suoi profeti, Alfredo Di Stefano ha perso la partita con la vita.
(edited)
Detto che mi dispiace, ma se morire a 88 anni significa perdere la partita con la vita, per pareggiarla a quanto devi arrivare, a 110?
Boh
Boh
vabbè, ma di marzio dovrebbe andare a cogliere le patate...
*
un grande, alcuni dicono l'inventore del giocatore moderno
Detto che mi dispiace, ma se morire a 88 anni significa perdere la partita con la vita, per pareggiarla a quanto devi arrivare, a 110?
Detto che mi dispiace, e allora per vincerla? Ah già, è una partita che non si vince mai... per ora.
un grande, alcuni dicono l'inventore del giocatore moderno
Detto che mi dispiace, ma se morire a 88 anni significa perdere la partita con la vita, per pareggiarla a quanto devi arrivare, a 110?
Detto che mi dispiace, e allora per vincerla? Ah già, è una partita che non si vince mai... per ora.
Tratto da Il Romanista, articolo amarcord con intervista a Giacomo Losi
Losi: «Di Stefano il più grande»
È morto ieri Alfredo Di Stefano,aveva 88 anni,ha scritto la storia del Calcio.lo ricordiamo con le parole del nostro Core de Roma:
«Nessuno come lui.Siamo diventati amici in Venezuela,da me voleva sempre che gli spedissi una forma di Grana Padano»
Si è spento ieri Alfredo Di Stefano, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi. Per
l’occasione, riproponiamo un’intervista
a Giacomo Losi pubblicata sul Romanista
il 5 marzo 2008
MAURO MACEDONIO
E’ l’unico ritaglio di giornale che conserva
gelosamente nel portafogli. Vi sono raffigurati
lui e Alfredo Di Stefano, quando – era il 1971 –
si ritrovarono a Roma per giocare una partita
tra “vecchie glorie”. Quando me la mostra,
quella foto in bianco e nero che pare una
reliquia, capisci quanta stima e ammirazione
Giacomo Losi possa aver nutrito, e ancora
provi, nei confronti di quello che è stato un
grande avversario, ma anche – in qualche
modo – un amico. Giacomo e Alfredo. Due
monumenti, anche se solo l’argentino (di
origini italiane e naturalizzato spagnolo), può
vantarne uno vero, una statua nel centro di
allenamento della squadra madridista,
inaugurata un paio di settimane fa, il 17 febbraio,
giusto alla vigilia di Roma-Real Madrid.
Quando si dice il destino. Giacomo e Alfredo.
Un’amicizia nata più di cinquant’anni fa. Una
simpatia reciproca, fin da subito.
Come fu che vi conosceste?
Fu quando con la Roma andai in tournée in
Venezuela, all’inizio della stagione ‘56/57.
Partecipammo ad un torneo, a Caracas (il
“Presidente della Repubblica”, ndr), in cui era
inserito anche il Real Madrid. Trascorremmo
venti giorni insieme, nello stesso albergo.
Mangiavamo nella stessa mensa. Fu così che ci
conoscemmo. Era il Real di Di Stefano, ma anche
di Gento, Kopa, Rial. E un paio di anni dopo
sarebbe arrivato anche Puskas… Insomma,
una grande squadra.
Non fu una partecipazione esaltante
quella della Roma in quell’occasione…
A quel quadrangolare, oltre a noi e al Real Madrid,
partecipavano il Vasco Da Gama e il Porto.
Ricordo che vincemmo contro il Real,
giocando anche bene: 1-0 o 2-1, con gol – mi
sembra – di Lojodice. Era un torneo a girone,
con gare di andata e ritorno e quel successo ci
permise di arrivare terzi, evitando l’ultimo posto.
La finale la giocarono il Vasco e il Real, che
si aggiudicò il trofeo.
Che ricordo hai di Di Stefano?
Con Alfredo diventammo amici allora. C’era
come un feeling che ci fece fraternizzare da
subito. Io non ero ancora capitano, anche perché
erano appena due anni che giocavo nella
Roma. Lui, invece, che ha quasi una decina
d’anni più di me, aveva già dei trascorsi
straordinari. Ricordo che mi disse: “Giacomo,
quando torni in Italia, puoi mandarmi del
formaggio grana?”. A lui piaceva moltissimo,
ma in Spagna non si trovava... Quando tornai
a casa, comprai una scatola e ci misi dentro un
bel pezzo di parmigiano – mi sembra una
mezza forma – che gli spedii a Madrid. Lui mi
rispose, ringraziandomi.
Il destino infatti vi ha fatto incrociare
altre volte.A cominciare dal tuo esordio
in maglia azzurra, proprio contro la
Spagna, in amichevole.
Era il ’60 (il 13 marzo, ndr). Quella volta quello prima del “Nou Camp” (l’Estadio Montjuich,
ndr). Uno stadio immenso, anche
quello. Per me, tra l’altro, fu un esordio felice,
perché da terzino destro mi trovai a marcare
Gento (di solito venivo messo sulla punta più
forte), contro il quale feci una grande partita.
Anche se il risultato non ci premiò: vincevamo
1-0 nel primo tempo, gol di Lojacono, ma alla
fine perdemmo 3-1. Si scatenò lui, Di Stefano,
che fece uno dei tre gol. Grande squadra anche
quella spagnola. Con lui, Gento e Suarez.
Tanto per fare un altro nome da poco…
Di Stefano ne era il capitano, mentre nell’Italia
la fascia era di Boniperti (Giacomo sciorina
l’intera formazione messa in campo da Gipo
Viani e imperniata sul “blocco” della Juventus:
Buffon; Losi, Sarti; Fontana, Cervato,
Colombo; Nicolè, Lojacono, Brighenti,
Boniperti, Stacchini). Anche allora, dopo la
partita, venne da me: “Losi – mi disse, con
quella “s” sibilante alla spagnola – ti ricordi il
parmigiano?”. Capitò ancora, in seguito. E io,
puntuale, ogni volta glielo spedivo.
Quanti altri incontri?
Uno fu in occasione di un amichevole proprio
con la Roma, qui in casa, mi sembra che finì 3-
3. E poi, quello della foto, quando entrambi
avevamo già smesso di giocare e
organizzammo una gara tra “vecchie glorie”
di Italia e Spagna, anche in quel caso
all’Olimpico. Ricordo che vennero Gento,
Rial, Santamaria, Puskas (l’ungherese giocò 4
partite con la nazionale spagnola, dopo aver
fatto parte a lungo di quella magiara, ndr). Anche
allora, gli feci trovare negli spogliatoi la
forma di parmigiano. E lui, contentissimo, mi
disse: “Muy bien, ti sei ricordato!”.
Che giocatore è stato Alfredo Di Stefano?
Grandissimo. Per me il più grande di tutti, il
numero uno al mondo. Un esempio di
correttezza e lealtà, il leader ideale. Di grande
carisma e grande intelligenza. E poi, un uomo
eccezionale, anche fuori dal campo. Mai una
parola fuori posto. L’incitamento che dava ai
compagni era sempre quello giusto. Il primo
ad entrare e l’ultimo ad uscire. Insomma,
quello che per me è “il” giocatore. Il campione,
quello vero.
Dopo quell’ultima occasione, vi siete più
rivisti?
No, purtroppo. L’ultima volta fu allora. Lui
cominciò subito a fare l’allenatore e ci siamo
così persi di vista.
Gli hanno dedicato un monumento nel
centro tecnico del Real…
Un posto incredibile. Ricordo che andammo a
visitarlo, l’impianto sportivo in cui si
allenavano, e già allora era qualcosa di
favoloso. Aveva perfino una pista in piano di 80-
90 metri, da modificare nella pendenza, per gli
esercizi di corsa in salita. Da noi non ne esistevano
proprio di posti così. Non c’erano
ancora i vari Milanello… Era il ‘62 e ricordo
che il conte Marini Dettina, che era appena
diventato presidente, dopo averlo visto pensò
di realizzare qualcosa di simile sui terreni che
aveva dalle parti dell’Eur. Mi diceva “Giacomo,
ti piacerebbe?”. “Magari!” rispondevo io. Noi ci
allenavamo alle Tre Fontane… Ma poi non se
ne fece più nulla.
Di cosa parlavate quando vi
incontravate?
Di tutto meno che di calcio. Di Stefano, ad
esempio, mi raccontava di essere scappato
dall’Argentina perché non voleva fare il
militare sotto il regime. C’era una dittatura fascista,
allora. C’era Puskas, poi, che era una
macchietta. Quasi sempre succedeva nei
dopo-partita, quando veniva organizzato un
banchetto e si stava tutti insieme…
Insomma, il terzo tempo, già allora…
Eh già. Si stava a tavola e spesso si faceva
amicizia. Fu in uno di questi incontri che
conobbi anche Julio Iglesias.
Chi, il cantante?
Sì, ma allora, da giovane, era portiere di riserva
nel Real Madrid. In seguito, quando lo rividi in
televisione, pensai che aveva fatto bene a
cambiare perché era meglio come cantante
che come portiere.
Ti sarebbe piaciuto giocarci insieme, con
Di Stefano, magari nella Roma?
Magari! Era uno che vinceva le partite da solo.
Tu dici nella Roma, ma sai che il vicepresidente
D’Arcangeli mi raccontò una volta che Di
Stefano, prima di andare al Real Madrid, aveva
confidato a qualcuno che gli sarebbe piaciuto
venire in Italia e che l’unica squadra in cui
avrebbe voluto giocare era proprio la Roma?
Pensa! Si offriva da sé! Ma qui, pensarono che
era troppo vecchio (non aveva ancora 28
anni!)… Se pensi che ha giocato fino a 40 anni
e che nel Real ha praticamente vinto di tutto,
dagli scudetti (8 in dieci anni!) alle Coppe dei
Campioni (5, in cui andò sempre a segno in
tutte le finali) a quella Intercontinentale! Ti
rendi conto?
(edited)
Losi: «Di Stefano il più grande»
È morto ieri Alfredo Di Stefano,aveva 88 anni,ha scritto la storia del Calcio.lo ricordiamo con le parole del nostro Core de Roma:
«Nessuno come lui.Siamo diventati amici in Venezuela,da me voleva sempre che gli spedissi una forma di Grana Padano»
Si è spento ieri Alfredo Di Stefano, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi. Per
l’occasione, riproponiamo un’intervista
a Giacomo Losi pubblicata sul Romanista
il 5 marzo 2008
MAURO MACEDONIO
E’ l’unico ritaglio di giornale che conserva
gelosamente nel portafogli. Vi sono raffigurati
lui e Alfredo Di Stefano, quando – era il 1971 –
si ritrovarono a Roma per giocare una partita
tra “vecchie glorie”. Quando me la mostra,
quella foto in bianco e nero che pare una
reliquia, capisci quanta stima e ammirazione
Giacomo Losi possa aver nutrito, e ancora
provi, nei confronti di quello che è stato un
grande avversario, ma anche – in qualche
modo – un amico. Giacomo e Alfredo. Due
monumenti, anche se solo l’argentino (di
origini italiane e naturalizzato spagnolo), può
vantarne uno vero, una statua nel centro di
allenamento della squadra madridista,
inaugurata un paio di settimane fa, il 17 febbraio,
giusto alla vigilia di Roma-Real Madrid.
Quando si dice il destino. Giacomo e Alfredo.
Un’amicizia nata più di cinquant’anni fa. Una
simpatia reciproca, fin da subito.
Come fu che vi conosceste?
Fu quando con la Roma andai in tournée in
Venezuela, all’inizio della stagione ‘56/57.
Partecipammo ad un torneo, a Caracas (il
“Presidente della Repubblica”, ndr), in cui era
inserito anche il Real Madrid. Trascorremmo
venti giorni insieme, nello stesso albergo.
Mangiavamo nella stessa mensa. Fu così che ci
conoscemmo. Era il Real di Di Stefano, ma anche
di Gento, Kopa, Rial. E un paio di anni dopo
sarebbe arrivato anche Puskas… Insomma,
una grande squadra.
Non fu una partecipazione esaltante
quella della Roma in quell’occasione…
A quel quadrangolare, oltre a noi e al Real Madrid,
partecipavano il Vasco Da Gama e il Porto.
Ricordo che vincemmo contro il Real,
giocando anche bene: 1-0 o 2-1, con gol – mi
sembra – di Lojodice. Era un torneo a girone,
con gare di andata e ritorno e quel successo ci
permise di arrivare terzi, evitando l’ultimo posto.
La finale la giocarono il Vasco e il Real, che
si aggiudicò il trofeo.
Che ricordo hai di Di Stefano?
Con Alfredo diventammo amici allora. C’era
come un feeling che ci fece fraternizzare da
subito. Io non ero ancora capitano, anche perché
erano appena due anni che giocavo nella
Roma. Lui, invece, che ha quasi una decina
d’anni più di me, aveva già dei trascorsi
straordinari. Ricordo che mi disse: “Giacomo,
quando torni in Italia, puoi mandarmi del
formaggio grana?”. A lui piaceva moltissimo,
ma in Spagna non si trovava... Quando tornai
a casa, comprai una scatola e ci misi dentro un
bel pezzo di parmigiano – mi sembra una
mezza forma – che gli spedii a Madrid. Lui mi
rispose, ringraziandomi.
Il destino infatti vi ha fatto incrociare
altre volte.A cominciare dal tuo esordio
in maglia azzurra, proprio contro la
Spagna, in amichevole.
Era il ’60 (il 13 marzo, ndr). Quella volta quello prima del “Nou Camp” (l’Estadio Montjuich,
ndr). Uno stadio immenso, anche
quello. Per me, tra l’altro, fu un esordio felice,
perché da terzino destro mi trovai a marcare
Gento (di solito venivo messo sulla punta più
forte), contro il quale feci una grande partita.
Anche se il risultato non ci premiò: vincevamo
1-0 nel primo tempo, gol di Lojacono, ma alla
fine perdemmo 3-1. Si scatenò lui, Di Stefano,
che fece uno dei tre gol. Grande squadra anche
quella spagnola. Con lui, Gento e Suarez.
Tanto per fare un altro nome da poco…
Di Stefano ne era il capitano, mentre nell’Italia
la fascia era di Boniperti (Giacomo sciorina
l’intera formazione messa in campo da Gipo
Viani e imperniata sul “blocco” della Juventus:
Buffon; Losi, Sarti; Fontana, Cervato,
Colombo; Nicolè, Lojacono, Brighenti,
Boniperti, Stacchini). Anche allora, dopo la
partita, venne da me: “Losi – mi disse, con
quella “s” sibilante alla spagnola – ti ricordi il
parmigiano?”. Capitò ancora, in seguito. E io,
puntuale, ogni volta glielo spedivo.
Quanti altri incontri?
Uno fu in occasione di un amichevole proprio
con la Roma, qui in casa, mi sembra che finì 3-
3. E poi, quello della foto, quando entrambi
avevamo già smesso di giocare e
organizzammo una gara tra “vecchie glorie”
di Italia e Spagna, anche in quel caso
all’Olimpico. Ricordo che vennero Gento,
Rial, Santamaria, Puskas (l’ungherese giocò 4
partite con la nazionale spagnola, dopo aver
fatto parte a lungo di quella magiara, ndr). Anche
allora, gli feci trovare negli spogliatoi la
forma di parmigiano. E lui, contentissimo, mi
disse: “Muy bien, ti sei ricordato!”.
Che giocatore è stato Alfredo Di Stefano?
Grandissimo. Per me il più grande di tutti, il
numero uno al mondo. Un esempio di
correttezza e lealtà, il leader ideale. Di grande
carisma e grande intelligenza. E poi, un uomo
eccezionale, anche fuori dal campo. Mai una
parola fuori posto. L’incitamento che dava ai
compagni era sempre quello giusto. Il primo
ad entrare e l’ultimo ad uscire. Insomma,
quello che per me è “il” giocatore. Il campione,
quello vero.
Dopo quell’ultima occasione, vi siete più
rivisti?
No, purtroppo. L’ultima volta fu allora. Lui
cominciò subito a fare l’allenatore e ci siamo
così persi di vista.
Gli hanno dedicato un monumento nel
centro tecnico del Real…
Un posto incredibile. Ricordo che andammo a
visitarlo, l’impianto sportivo in cui si
allenavano, e già allora era qualcosa di
favoloso. Aveva perfino una pista in piano di 80-
90 metri, da modificare nella pendenza, per gli
esercizi di corsa in salita. Da noi non ne esistevano
proprio di posti così. Non c’erano
ancora i vari Milanello… Era il ‘62 e ricordo
che il conte Marini Dettina, che era appena
diventato presidente, dopo averlo visto pensò
di realizzare qualcosa di simile sui terreni che
aveva dalle parti dell’Eur. Mi diceva “Giacomo,
ti piacerebbe?”. “Magari!” rispondevo io. Noi ci
allenavamo alle Tre Fontane… Ma poi non se
ne fece più nulla.
Di cosa parlavate quando vi
incontravate?
Di tutto meno che di calcio. Di Stefano, ad
esempio, mi raccontava di essere scappato
dall’Argentina perché non voleva fare il
militare sotto il regime. C’era una dittatura fascista,
allora. C’era Puskas, poi, che era una
macchietta. Quasi sempre succedeva nei
dopo-partita, quando veniva organizzato un
banchetto e si stava tutti insieme…
Insomma, il terzo tempo, già allora…
Eh già. Si stava a tavola e spesso si faceva
amicizia. Fu in uno di questi incontri che
conobbi anche Julio Iglesias.
Chi, il cantante?
Sì, ma allora, da giovane, era portiere di riserva
nel Real Madrid. In seguito, quando lo rividi in
televisione, pensai che aveva fatto bene a
cambiare perché era meglio come cantante
che come portiere.
Ti sarebbe piaciuto giocarci insieme, con
Di Stefano, magari nella Roma?
Magari! Era uno che vinceva le partite da solo.
Tu dici nella Roma, ma sai che il vicepresidente
D’Arcangeli mi raccontò una volta che Di
Stefano, prima di andare al Real Madrid, aveva
confidato a qualcuno che gli sarebbe piaciuto
venire in Italia e che l’unica squadra in cui
avrebbe voluto giocare era proprio la Roma?
Pensa! Si offriva da sé! Ma qui, pensarono che
era troppo vecchio (non aveva ancora 28
anni!)… Se pensi che ha giocato fino a 40 anni
e che nel Real ha praticamente vinto di tutto,
dagli scudetti (8 in dieci anni!) alle Coppe dei
Campioni (5, in cui andò sempre a segno in
tutte le finali) a quella Intercontinentale! Ti
rendi conto?
(edited)
grande losi!
grandissima persona e grande giocatore
un peccato che non sia tornato a cremona
grandissima persona e grande giocatore
un peccato che non sia tornato a cremona
E che ci veniva a fare? Voi avete il torrone, non il Parmigiano :P
Questo è emblematico di cosa era il calcio. Paragonarlo a quello di oggi è come bestemmiare in chiesa.
E che ci veniva a fare? Voi avete il torrone, non il Parmigiano
tsk
noi abbiamo le gnocche.
il torrone per loro è il mio
tsk
noi abbiamo le gnocche.
il torrone per loro è il mio
noi abbiamo le gnocche.
In effetti... turun, torass, tetass.... :)
In effetti... turun, torass, tetass.... :)
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