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Subject: Attacchi terroristici
Io rispetto le culture diverse e non ho nulla contro i musulmani: sono per il dialogo. Quindi che si siedano al banco degli imputati che iniziamo a dialogare.
chi nasce sfortunata
etnocentrismo :)
Insomma [...] deve rimanere così, di non cambiare se vuole e la famiglia e l'ambiente non vuole (ovviamente non puoi dire che può farlo, perché non è vero. È il sesso debole dalla nascita, se può non portare il velo è perché ha la fortuna che la famiglia e gli amici non siano interessati a ciò, se no ha i suoi obblighi seicenteschi), perché è etnocentrismo :)
È davvero "identità" considerare la donna meno di te? Pura e semplice "identità"? Non discriminazione, sessismo, o altro?
Se vive in occidente e vuole cambiare può farlo eccome e troverà nelle leggi dello Stato che la ospita tutto il necessario per poterlo fare. Una cosa non potrà evitare però se, in questo caso sì, sfortunata: entrare in conflitto con la cultura di provenienza e con la comunità che la coltiva (marito, genitori, suoceri, cognati, fratelli, sorelle, familiari fino alla sesta generazione e amici).
Se vive nel paese d'origine le cose saranno molto diverse ovviamente...
Di fatto la penso come lei:
E’ un luogo comune che l’ultimo segno dell’oppressione delle donne afghane da parte dei Taleban-Terroristi sia l’obbligo di indossare il burqa. I liberali talora confessano il loro stupore perchè anche dopo che l’Afghanistan è stato liberato dai Talebani, non sembra che le donne si siano tolte i burqa. Chi ha lavorato in aree musulmane deve chiedersi il motivo dello stupore. Ci aspettavamo che una volta “libere” dai Talebani sarebbero tornate “indietro” alle magliette e ai jeans, o avrebbero rispolverato i completi Chanel?
[…]
Per prima cosa bisognerebbe ricordare che i Talebani non hanno inventato il burqa. Era il modo locale di coprirsi: le donne Pashtun, nella loro regione, lo indossavano uscendo. I Pashtun sono uno dei numerosi gruppi etnici in Afghanistan, e il burqa era uno dei molti modi di coprirsi nel subcontinente e nell’Asia sud-occidentale, sviluppatosi come simbolo convenzionale della modestia e della rispettabilità delle donne. Il Burqa, come altre forme di “copertura” ha, in molte situazioni, marcato la separazione simbolica della sfera maschile da quella femminile, come parte del rapporto generale delle donne con la famiglia e la casa, e non con lo spazio pubblico, in cui ci si mescola con gli estranei.
Vent’anni fa, l’antropologa Hanna Papanek (1982), che lavorava in Pakistan, descrisse il Burqa come un “isolamento portatile”. Notò che molte lo percepivano come un’invenzione liberatoria, perchè, allo stesso tempo, consentiva alle donne di uscire dalla segregazione degli spazi vitali e preservava i requisiti morali fondamentali separando e proteggendo le donne dal contatto con uomini non imparentati. Fin da quando mi imbattei nell’espressione “isolamento paortatile”, ho pensato a questi capi d’abbigliamento avvolgenti come a “case mobili”. In ogni luogo, questo modo di velarsi significa appartenere ad una particolare comunità e partecipare ad un modo morale di esistere, in cui le famiglie sono primarie nell’organizzazione delle comunità e la casa è associata alla santità delle donne. La questione che ovviamente ne discende è: stando così le cose, perchè le donne avrebbero dovuto immediatamente divenire indecenti? Perchè avrebbero dovuto immediatamente spogliarsi dei segni della propria rispettabilità, segni come il burqa o altri modi di coprirsi, che si riteneva assicurassero la loro protezione nella sfera pubblica dalla violenza degli estranei, segnalando simbolicamente a tutti il loro permanere nell’inviolabilità dello spazio casalingo, anche in pubblico?
[…]
Per tracciare alcune analogie, nessuna perfettamente calzante, perchè soprenderci del fatto che le donne afghane non gettano via i loro burqa mentre noi sappiamo benissimo che non sarebbe appropriato andare in calzoncini corti all’opera? All’epoca in cui infuriavano queste discussioni sul burqa, una mia amica fu rimproverata dal marito per aver ventilato l’ipotesi di indossare un tailleur-pantalone ad un matrimonio sofisticato: “Sai che non si mettono i pantaloni ad un matrimonio WASP”- le ricordò.
Le Newyorkesi sanno che le donne asiatiche meravigliosamente acconciate, che sembrano così alla moda accanto ai loro austeri mariti in cappotto scuro e cappello, indossano delle parrucche, perchè la credenza religiosa e le consuetudini della comunità in materia di decenza prescrivono che i capelli siano coperti. Ritoccano anche gli abiti alla moda rendendoli più accollati e con le maniche lunghe. Gli antropologi sanno benissimo che le persone indossano gli abiti conformemente al gruppo sociale cui appartengono, secondo requisiti socialmente condivisi, ideali morali , a meno che non trasgrediscano deliberatamente o non possano permettersi l’abbigliamento appropriato.
Se pensiamo che le donne americane vivano in un mondo contraddistinto dalla libertà di scegliersi gli abiti, è sufficiente ricordare il modo di dire, “la tirannia della moda”
[...]
quando parlo di accettare la differenza, non sto sostenendo che dovremmo rassegnarci ad un relativismo culturale rispettoso sempre comunque dal momento che “si tratta della loro cultura”. Ho già discusso dei pericoli connessi alle spiegazioni “culturali”. Le “loro” culture sono parte della storia e di un mondo interconnesso quanto le nostre. Voglio richiamarmi, invece, al complesso lavoro che implicano il riconoscimento e l’ accettazione delle differenze quali prodotti di storie differenti e manifestazioni di desideri differentemente strutturati. Noi possiamo chiedere giustizia per le donne, ma siamo capaci di accettare la possibilità di diverse idee sulla giustizia e che donne diverse potrebbero volere, o scegliere, futuri altri rispetto a ciò che per noi è migliore?
[…]
In altre parole, altri desideri possono essere più significativi per persone diverse? Vivere in nuclei familiari stretti? Vivere religiosamente? O senza guerra? Ho lavorato sul campo in Egitto più di 20 anni e non mi viene in mente una sola donna, tra quelle che ho conosciuto, dalla più povera contadina alla più colta e cosmopolita, che abbia mai espresso invidia nei confronti delle donne statunitensi, donne che tendono a vedere come “senza comunità”, vulnerabili alla violenza sessuale e all’anomia sociale, spinte dal successo individuale piuttosto che dal senso morale, o stranamente sprezzanti nei confronti di Dio.
[…]
E’ davvero problematico dipingere la donna afghana come qualcuno che abbia bisogno di essere salvato. Quando si salva qualcuno, va da sè,. lo si salva da qualcosa. Ma lo si sta anche salvando in vista di qualcosa. Quali violenze comporta tale trasformazione, e quali preconcetti circa la superiorità della meta in vista della quale la si sta salvando? Progettare di salvare altre donne riposa su un forte senso di superiorità occidentale, una forma di arroganza che bisogna cercare di vincere.
[…]
Come antropologhe, femministe, o cittadine coinvolte dobbiamo stare attente a non indossare le tonache di quelle missionarie cristiane del XIX secolo che dedicavano le loro vite a salvare le loro sorelle musulmane. Uno dei documenti che preferisco di quel periodo è Our Moslem Sisters ( Le nostre sorelle musulmane), un volume collettivo con gli atti di una conferenza di missionarie svoltasi al Cairo nel 1906. (Van Sommer e Zwemmer, 1907). Il sottotitolo del libro è A Cry of Needs from the Lands of Darkness Interpreted by Those Who Heard It. ( Grida d’aiuto dalle Terre Oscure interpretate da coloro che le hanno udite). Parlando di dolore, isolamento, poligamia, e velo che hanno fatto appassire le vite delle donne nel mondo musulmano, le missionarie parlavano delle propria responsabilità nel far sentire le voci di queste donne. Come sostiene l’introduzione ” Non piangeranno mai per sè stesse, perchè sotto il giogo di secoli d’oppressione” (1907: 15). “Questo libro con la sua triste, usata storia di errori ed oppressione è un’accusa ed un appello….E’ l’appello alla sorellanza cristiana, perchè corregga questi errori e illumini di sacrificio e servizio quest’oscurità.”(1907: 5)
Oggi è possibile sentire inquietanti echi di tali virtuose promesse, anche se il linguaggio si è laicizzato, e gli appelli si fanno non nel nome di Gesù ma dei diritti umani o dell’Occidente liberale.
[…]
Più proficuo, mi pare, è chiedersi come dovremmo contribuire a fare del mondo un posto più giusto. Un mondo non organizzato secondo strategie militari ed esigenze economiche; un posto in cui certe forze e certi valori che possiamo ancora considerare importanti, potrebbero avere ancora la propria capacità di attrarre, e dove si trovi pace abbastanza per la discussione, il dibattito, e le trasformazioni che avvengono nelle comunità.
Abbastanza pace
Fonte: Le donne musulmane hanno davvero bisogno di essere salvate?
Lila Abu Lughod è una ricercatrice d’origini palestinesi che si occupa di Antropologia e Women’s Studies presso la Columbia University di New York
altro link che condivido:
Massimo Fini
chi nasce sfortunata
etnocentrismo :)
Insomma [...] deve rimanere così, di non cambiare se vuole e la famiglia e l'ambiente non vuole (ovviamente non puoi dire che può farlo, perché non è vero. È il sesso debole dalla nascita, se può non portare il velo è perché ha la fortuna che la famiglia e gli amici non siano interessati a ciò, se no ha i suoi obblighi seicenteschi), perché è etnocentrismo :)
È davvero "identità" considerare la donna meno di te? Pura e semplice "identità"? Non discriminazione, sessismo, o altro?
Se vive in occidente e vuole cambiare può farlo eccome e troverà nelle leggi dello Stato che la ospita tutto il necessario per poterlo fare. Una cosa non potrà evitare però se, in questo caso sì, sfortunata: entrare in conflitto con la cultura di provenienza e con la comunità che la coltiva (marito, genitori, suoceri, cognati, fratelli, sorelle, familiari fino alla sesta generazione e amici).
Se vive nel paese d'origine le cose saranno molto diverse ovviamente...
Di fatto la penso come lei:
E’ un luogo comune che l’ultimo segno dell’oppressione delle donne afghane da parte dei Taleban-Terroristi sia l’obbligo di indossare il burqa. I liberali talora confessano il loro stupore perchè anche dopo che l’Afghanistan è stato liberato dai Talebani, non sembra che le donne si siano tolte i burqa. Chi ha lavorato in aree musulmane deve chiedersi il motivo dello stupore. Ci aspettavamo che una volta “libere” dai Talebani sarebbero tornate “indietro” alle magliette e ai jeans, o avrebbero rispolverato i completi Chanel?
[…]
Per prima cosa bisognerebbe ricordare che i Talebani non hanno inventato il burqa. Era il modo locale di coprirsi: le donne Pashtun, nella loro regione, lo indossavano uscendo. I Pashtun sono uno dei numerosi gruppi etnici in Afghanistan, e il burqa era uno dei molti modi di coprirsi nel subcontinente e nell’Asia sud-occidentale, sviluppatosi come simbolo convenzionale della modestia e della rispettabilità delle donne. Il Burqa, come altre forme di “copertura” ha, in molte situazioni, marcato la separazione simbolica della sfera maschile da quella femminile, come parte del rapporto generale delle donne con la famiglia e la casa, e non con lo spazio pubblico, in cui ci si mescola con gli estranei.
Vent’anni fa, l’antropologa Hanna Papanek (1982), che lavorava in Pakistan, descrisse il Burqa come un “isolamento portatile”. Notò che molte lo percepivano come un’invenzione liberatoria, perchè, allo stesso tempo, consentiva alle donne di uscire dalla segregazione degli spazi vitali e preservava i requisiti morali fondamentali separando e proteggendo le donne dal contatto con uomini non imparentati. Fin da quando mi imbattei nell’espressione “isolamento paortatile”, ho pensato a questi capi d’abbigliamento avvolgenti come a “case mobili”. In ogni luogo, questo modo di velarsi significa appartenere ad una particolare comunità e partecipare ad un modo morale di esistere, in cui le famiglie sono primarie nell’organizzazione delle comunità e la casa è associata alla santità delle donne. La questione che ovviamente ne discende è: stando così le cose, perchè le donne avrebbero dovuto immediatamente divenire indecenti? Perchè avrebbero dovuto immediatamente spogliarsi dei segni della propria rispettabilità, segni come il burqa o altri modi di coprirsi, che si riteneva assicurassero la loro protezione nella sfera pubblica dalla violenza degli estranei, segnalando simbolicamente a tutti il loro permanere nell’inviolabilità dello spazio casalingo, anche in pubblico?
[…]
Per tracciare alcune analogie, nessuna perfettamente calzante, perchè soprenderci del fatto che le donne afghane non gettano via i loro burqa mentre noi sappiamo benissimo che non sarebbe appropriato andare in calzoncini corti all’opera? All’epoca in cui infuriavano queste discussioni sul burqa, una mia amica fu rimproverata dal marito per aver ventilato l’ipotesi di indossare un tailleur-pantalone ad un matrimonio sofisticato: “Sai che non si mettono i pantaloni ad un matrimonio WASP”- le ricordò.
Le Newyorkesi sanno che le donne asiatiche meravigliosamente acconciate, che sembrano così alla moda accanto ai loro austeri mariti in cappotto scuro e cappello, indossano delle parrucche, perchè la credenza religiosa e le consuetudini della comunità in materia di decenza prescrivono che i capelli siano coperti. Ritoccano anche gli abiti alla moda rendendoli più accollati e con le maniche lunghe. Gli antropologi sanno benissimo che le persone indossano gli abiti conformemente al gruppo sociale cui appartengono, secondo requisiti socialmente condivisi, ideali morali , a meno che non trasgrediscano deliberatamente o non possano permettersi l’abbigliamento appropriato.
Se pensiamo che le donne americane vivano in un mondo contraddistinto dalla libertà di scegliersi gli abiti, è sufficiente ricordare il modo di dire, “la tirannia della moda”
[...]
quando parlo di accettare la differenza, non sto sostenendo che dovremmo rassegnarci ad un relativismo culturale rispettoso sempre comunque dal momento che “si tratta della loro cultura”. Ho già discusso dei pericoli connessi alle spiegazioni “culturali”. Le “loro” culture sono parte della storia e di un mondo interconnesso quanto le nostre. Voglio richiamarmi, invece, al complesso lavoro che implicano il riconoscimento e l’ accettazione delle differenze quali prodotti di storie differenti e manifestazioni di desideri differentemente strutturati. Noi possiamo chiedere giustizia per le donne, ma siamo capaci di accettare la possibilità di diverse idee sulla giustizia e che donne diverse potrebbero volere, o scegliere, futuri altri rispetto a ciò che per noi è migliore?
[…]
In altre parole, altri desideri possono essere più significativi per persone diverse? Vivere in nuclei familiari stretti? Vivere religiosamente? O senza guerra? Ho lavorato sul campo in Egitto più di 20 anni e non mi viene in mente una sola donna, tra quelle che ho conosciuto, dalla più povera contadina alla più colta e cosmopolita, che abbia mai espresso invidia nei confronti delle donne statunitensi, donne che tendono a vedere come “senza comunità”, vulnerabili alla violenza sessuale e all’anomia sociale, spinte dal successo individuale piuttosto che dal senso morale, o stranamente sprezzanti nei confronti di Dio.
[…]
E’ davvero problematico dipingere la donna afghana come qualcuno che abbia bisogno di essere salvato. Quando si salva qualcuno, va da sè,. lo si salva da qualcosa. Ma lo si sta anche salvando in vista di qualcosa. Quali violenze comporta tale trasformazione, e quali preconcetti circa la superiorità della meta in vista della quale la si sta salvando? Progettare di salvare altre donne riposa su un forte senso di superiorità occidentale, una forma di arroganza che bisogna cercare di vincere.
[…]
Come antropologhe, femministe, o cittadine coinvolte dobbiamo stare attente a non indossare le tonache di quelle missionarie cristiane del XIX secolo che dedicavano le loro vite a salvare le loro sorelle musulmane. Uno dei documenti che preferisco di quel periodo è Our Moslem Sisters ( Le nostre sorelle musulmane), un volume collettivo con gli atti di una conferenza di missionarie svoltasi al Cairo nel 1906. (Van Sommer e Zwemmer, 1907). Il sottotitolo del libro è A Cry of Needs from the Lands of Darkness Interpreted by Those Who Heard It. ( Grida d’aiuto dalle Terre Oscure interpretate da coloro che le hanno udite). Parlando di dolore, isolamento, poligamia, e velo che hanno fatto appassire le vite delle donne nel mondo musulmano, le missionarie parlavano delle propria responsabilità nel far sentire le voci di queste donne. Come sostiene l’introduzione ” Non piangeranno mai per sè stesse, perchè sotto il giogo di secoli d’oppressione” (1907: 15). “Questo libro con la sua triste, usata storia di errori ed oppressione è un’accusa ed un appello….E’ l’appello alla sorellanza cristiana, perchè corregga questi errori e illumini di sacrificio e servizio quest’oscurità.”(1907: 5)
Oggi è possibile sentire inquietanti echi di tali virtuose promesse, anche se il linguaggio si è laicizzato, e gli appelli si fanno non nel nome di Gesù ma dei diritti umani o dell’Occidente liberale.
[…]
Più proficuo, mi pare, è chiedersi come dovremmo contribuire a fare del mondo un posto più giusto. Un mondo non organizzato secondo strategie militari ed esigenze economiche; un posto in cui certe forze e certi valori che possiamo ancora considerare importanti, potrebbero avere ancora la propria capacità di attrarre, e dove si trovi pace abbastanza per la discussione, il dibattito, e le trasformazioni che avvengono nelle comunità.
Abbastanza pace
Fonte: Le donne musulmane hanno davvero bisogno di essere salvate?
Lila Abu Lughod è una ricercatrice d’origini palestinesi che si occupa di Antropologia e Women’s Studies presso la Columbia University di New York
altro link che condivido:
Massimo Fini
Accetto stronzata ma maschilista è troppo :).
Guarda, dei due termini, quello forse meno appropriato era "stronzata" :P
Naturale che esistono mariti che impongono l'uso del burqa ma poichè è difficile individuare dove ci sia vessazione e dove adesione religiosa della donna stessa (ad una delle mille interpretazioni del Corano) ritengo infondata una legislazione in merito.
Attenzione, la religione in sé è vessatoria.
Fare di UNA donna un culto è un'altra via per assoggettarle TUTTE...
Niente di più comune nella psicopatologia.
(edited)
Guarda, dei due termini, quello forse meno appropriato era "stronzata" :P
Naturale che esistono mariti che impongono l'uso del burqa ma poichè è difficile individuare dove ci sia vessazione e dove adesione religiosa della donna stessa (ad una delle mille interpretazioni del Corano) ritengo infondata una legislazione in merito.
Attenzione, la religione in sé è vessatoria.
Fare di UNA donna un culto è un'altra via per assoggettarle TUTTE...
Niente di più comune nella psicopatologia.
(edited)
Scambia il passeggero accanto per uno dell'Isis, decollo annullato su Easyjet Vienna-Londra
Una donna ha guardato nello smartphone dell'uomo e dato il (falso) allarme
Pensavo fosse lercio.it
Una donna ha guardato nello smartphone dell'uomo e dato il (falso) allarme
Pensavo fosse lercio.it
È normale.
Prima passava la polizia cinofila al bar sotto casa e pensavi che il poliziotto s'era andato a prendere un cornetto e una spuma.
Adesso pensi che il barista non abbia la barba di due giorni per caso e sia il piccolo chimico creatore della bomba al chinotto.
Prima passava la polizia cinofila al bar sotto casa e pensavi che il poliziotto s'era andato a prendere un cornetto e una spuma.
Adesso pensi che il barista non abbia la barba di due giorni per caso e sia il piccolo chimico creatore della bomba al chinotto.
Tutto bello e bellissimo
Ma un mondo migliore passa anche dalla parità di diritti uomo-donna, poi se no capita che Brescia, "Vestiva all'occidentale". Il marito indiano le dà fuoco o Piacenza: uccide moglie indiana, fermato il marito 'vestiva all'occidentale' e quella donna ora passerà la vita da ustionata (mentre l'altra sottoterra) per le nostre manie di etnocentristmo :)
(ho pescato apposta due notizie che non riguardano in modo particolare la religione islamica, quanto religioni e culture radicate nella disparità uomo-donna)
Ma ancora:
Pakistano uccide la moglie perché vestiva troppo all’occidentale
Veste troppo "all'occidentale": pakistano insegue la moglie con il bastone per tutta Grezzago
etc
Prevenire è meglio che curare, no?
L'estensione di pari diritti NON è etnocentrismo, è buonsenso ed uguaglianza
(edited)
Ma un mondo migliore passa anche dalla parità di diritti uomo-donna, poi se no capita che Brescia, "Vestiva all'occidentale". Il marito indiano le dà fuoco o Piacenza: uccide moglie indiana, fermato il marito 'vestiva all'occidentale' e quella donna ora passerà la vita da ustionata (mentre l'altra sottoterra) per le nostre manie di etnocentristmo :)
(ho pescato apposta due notizie che non riguardano in modo particolare la religione islamica, quanto religioni e culture radicate nella disparità uomo-donna)
Ma ancora:
Pakistano uccide la moglie perché vestiva troppo all’occidentale
Veste troppo "all'occidentale": pakistano insegue la moglie con il bastone per tutta Grezzago
etc
Prevenire è meglio che curare, no?
L'estensione di pari diritti NON è etnocentrismo, è buonsenso ed uguaglianza
(edited)
Il tabloid inglese Daily Mail ha diffuso alcuni frame della clip, in cui dei jihadisti dall’accento londinese, oltre a festeggiare gli attacchi di Bruxelles, affermano che i prossimi bersagli saranno proprio Downing Street e gli aeroporti londinesi di Gatwick e Heathrow.
Accento londinese.
Avevamo capito che non si integrano e che non parlano la lingua ma forse non è così, forse l'odio nasce da sapere che l'Occidente "violenta" la loro terra di origine e i loro antenati
Accento londinese.
Avevamo capito che non si integrano e che non parlano la lingua ma forse non è così, forse l'odio nasce da sapere che l'Occidente "violenta" la loro terra di origine e i loro antenati
Nel corso del 2015 sono 339 i presunti terroristi arrestati nel Regno Unito.
:-/
:-/
E l'integralismo nasce dalla povertà, infatti il paese più integralista del mondo è l'Arabia Saudita :-)
Cmq quelli parlano perfettamente l'inglese perchè sono inglesi di seconda o terza generazione che non si sono integrati, forse per non essere troppo etnocentrici (o etnocentristi? Boh?)
(edited)
Cmq quelli parlano perfettamente l'inglese perchè sono inglesi di seconda o terza generazione che non si sono integrati, forse per non essere troppo etnocentrici (o etnocentristi? Boh?)
(edited)
L'etnocentrismo, nella sua accezione più moderna e comune, è la tendenza a giudicare le altre culture ed interpretarle in base ai criteri della propria proiettando su di esse il nostro concetto di evoluzione, di progresso, di sviluppo e di benessere, basandosi su una visione critica unilaterale.
Tale approccio si fonda principalmente sul confronto tra società moderne e società tradizionali; da tale confronto si desume che queste ultime assumono caratteristiche proprie del sottosviluppo, ma l'errore di fondo sta nell'utilizzo di parametri tipici del sistema socio-economico capitalista occidentale, tra cui gli indici del reddito pro-capite, della produzione, dell'alfabetizzazione, del tasso di natalità e di mortalità.
Spesso viene fornita un'immagine distorta e non sempre verosimile delle società tradizionali (o semplici) poiché si tende a dare per scontato che le ipotesi elaborate per spiegare il processo di industrializzazione delle società occidentali possano valere ugualmente per lo sviluppo nei Paesi del Terzo Mondo, oggi principali serbatoi di cosiddette società tradizionali.
Nell'etnocentrismo è implicita una sopravvalutazione della società cui si appartiene; vittime dell'etnocentrismo sono stati anche studiosi, quali etnologi e antropologi, che, soprattutto negli ultimi tempi, hanno fatto di queste popolazioni primitive un fertile oggetto di ricerca e di studio.
In certo senso, dunque, l'etnocentrismo attribuisce al progresso e allo sviluppo un valore irrinunciabile e necessario a cui nessuna società può sottrarsi, e il mutamento economico conseguente viene visto come un fenomeno inevitabile e spesso indolore. Ma proprio a seguito di questa eccessiva fiducia a propri modelli evolutivi sminuendo la validità di quelli altrui, sono state compiute, nella storia, azioni di intolleranza eticamente inaccettabili.
I love wikipedia
(edited)
Tale approccio si fonda principalmente sul confronto tra società moderne e società tradizionali; da tale confronto si desume che queste ultime assumono caratteristiche proprie del sottosviluppo, ma l'errore di fondo sta nell'utilizzo di parametri tipici del sistema socio-economico capitalista occidentale, tra cui gli indici del reddito pro-capite, della produzione, dell'alfabetizzazione, del tasso di natalità e di mortalità.
Spesso viene fornita un'immagine distorta e non sempre verosimile delle società tradizionali (o semplici) poiché si tende a dare per scontato che le ipotesi elaborate per spiegare il processo di industrializzazione delle società occidentali possano valere ugualmente per lo sviluppo nei Paesi del Terzo Mondo, oggi principali serbatoi di cosiddette società tradizionali.
Nell'etnocentrismo è implicita una sopravvalutazione della società cui si appartiene; vittime dell'etnocentrismo sono stati anche studiosi, quali etnologi e antropologi, che, soprattutto negli ultimi tempi, hanno fatto di queste popolazioni primitive un fertile oggetto di ricerca e di studio.
In certo senso, dunque, l'etnocentrismo attribuisce al progresso e allo sviluppo un valore irrinunciabile e necessario a cui nessuna società può sottrarsi, e il mutamento economico conseguente viene visto come un fenomeno inevitabile e spesso indolore. Ma proprio a seguito di questa eccessiva fiducia a propri modelli evolutivi sminuendo la validità di quelli altrui, sono state compiute, nella storia, azioni di intolleranza eticamente inaccettabili.
I love wikipedia
(edited)
un mondo migliore passa anche dalla parità di diritti uomo-donna
Ma secondo te io non son d'accordo?
L'estensione di pari diritti NON è etnocentrismo, è buonsenso ed uguaglianza
Guarda, la differenza la fanno il modo, la condivisione e la mancanza di fretta... insomma, siamo capaci di accettare la possibilità di diverse idee sulla giustizia e che donne diverse potrebbero volere, o scegliere, futuri altri rispetto a ciò che per noi è migliore?
Accettiamo questa eguaglianza rispetto agli altri o no? Accettiamo di sederci allo stesso tavolo o dobbiamo per forza pretendere la cattedra?
con abbastanza pace si ottiene di più che con abbastanza guerra o no? Domanda retorica perchè so che risponderai sì :)
L'Occidente sembra aver scelto da 15 anni che invece ci vuole abbastanza guerra... finora non è mai stata abbastanza, vediamo la prossima ma penso ce ne vorrà un'altra e poi quella seguente
(edited)
Ma secondo te io non son d'accordo?
L'estensione di pari diritti NON è etnocentrismo, è buonsenso ed uguaglianza
Guarda, la differenza la fanno il modo, la condivisione e la mancanza di fretta... insomma, siamo capaci di accettare la possibilità di diverse idee sulla giustizia e che donne diverse potrebbero volere, o scegliere, futuri altri rispetto a ciò che per noi è migliore?
Accettiamo questa eguaglianza rispetto agli altri o no? Accettiamo di sederci allo stesso tavolo o dobbiamo per forza pretendere la cattedra?
con abbastanza pace si ottiene di più che con abbastanza guerra o no? Domanda retorica perchè so che risponderai sì :)
L'Occidente sembra aver scelto da 15 anni che invece ci vuole abbastanza guerra... finora non è mai stata abbastanza, vediamo la prossima ma penso ce ne vorrà un'altra e poi quella seguente
(edited)