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Subject: Baro degli scacchi
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«Il genio degli scacchi era un baro»: smascherato dall'arbitro al torneo mondiale di Imperia
«Ritengono che le mie performance siano incredibili? È un problema loro. Io non ho barato. Sapevo del mio potenziale, ma non ero ancora riuscito a esprimerlo». A due giorni dall’esclusione dal torneo di scacchi di Imperia con l’accusa di aver barato, ora parla lui, Arcangelo Ricciardi. Il giocatore nega di avere avuto addosso il complicato marchingegno di cui hanno riferito arbitri e organizzatori (una microcamera e una scatolina che gli inviava impulsi da tradurre in mosse) che gli avrebbe consentito di arrivare all’ottavo turno battendo maestri ben più quotati. Soprattutto, difende il suo valore sportivo: «Ho coltivato la mia cultura scacchistica non in un giorno, ma negli anni. Sono stato danneggiato moralmente ed emotivamente. Ed è stata danneggiata la mia carriera scacchistica».
Ma l’arbitro ha riferito di una piccola scatola che teneva sotto l’ascella, oltre al ciondolo. Nega anche questo?
«Non avevo nessuna scatola, non hanno prove. E ho subito una violenza, perché i controlli me li hanno fatti con la forza».
Con la forza?
«Io avevo già deciso di rinunciare, di non giocare più, quando mi hanno portato in una stanza e passato il metal detector addosso. Non avevano alcun diritto di farlo».
E perché aveva deciso di rinunciare?
«Perché per tutta la durata del torneo ho giocato in una situazione insostenibile. Avevo tutti gli occhi addosso, mi osservavano arbitri e spettatori, ero praticamente accerchiato per via delle mie prestazioni».
Ma appunto le sue prestazioni hanno indotto i sospetti. Come spiega questo exploit, che tutti gli scacchisti reputano praticamente impossibile?
«Io ho sempre saputo delle mie potenzialità. Gioco a scacchi da più di 30 anni, sono praticamente nato con gli scacchi, mio padre mi ha insegnato le prime mosse, io ho coltivato la passione, ho studiato le mosse di Bobby Fisher e ho divorato un sacco di libri. Solo che finora ero condizionato dalle emozioni che non mi permettevano di esprimermi al meglio. Nell’ultimo mese e mezzo ho vissuto un periodo positivo, un picco della mia vita, sono riuscito a liberare la mia mente da tensioni ed emozioni, grazie anche allo Yoga e al training autogeno. E sono riuscito ad andare oltre la verità scacchistica. Riesco ad aprire la mente ed entrare nei meandri più segreti degli scacchi».
Ma perché non si fermava alla fine delle partite per analizzarle, come si fa usualmente?
«Qualcuno degli avversari era straniero, non avrei saputo comunicare. Altri non hanno voluto. Magari mi facevano i complimenti, ma non chiedevano. E poi non posso condividere con tutti le cose che sono arrivato a capire».
Dicono che fosse molte strano anche il fatto che non si alzasse mai, è vero?
«Non è vero, mi alzavo. Magari poco, per restare concentrato, ma mi alzavo qualche volta».
Scusi, ma un talento, tanto più se ai limiti del fenomenale, è sempre salutato con entusiasmo nelle federazioni sportive: perché avrebbero dovuto affermare che barava, se non era vero?
«Per invidia penso, gelosia, incredulità. Ma se non ci credono è un problema loro, non mio».
Ora rischia una pesante squalifica, cosa farà?
«Intanto, intendo denunciare il trattamento che ho subito. E poi, in caso di squalifica, farò certamente ricorso». .
http://www.lastampa.it/2015/09/07/italia/cronache/parla-lo-scacchista-baro-nessuna-webcam-vincevo-grazie-a-yoga-e-training-autogeno-MX7KSgaaMLPips3LEVVLuJ/pagina.html
(edited)
«Ritengono che le mie performance siano incredibili? È un problema loro. Io non ho barato. Sapevo del mio potenziale, ma non ero ancora riuscito a esprimerlo». A due giorni dall’esclusione dal torneo di scacchi di Imperia con l’accusa di aver barato, ora parla lui, Arcangelo Ricciardi. Il giocatore nega di avere avuto addosso il complicato marchingegno di cui hanno riferito arbitri e organizzatori (una microcamera e una scatolina che gli inviava impulsi da tradurre in mosse) che gli avrebbe consentito di arrivare all’ottavo turno battendo maestri ben più quotati. Soprattutto, difende il suo valore sportivo: «Ho coltivato la mia cultura scacchistica non in un giorno, ma negli anni. Sono stato danneggiato moralmente ed emotivamente. Ed è stata danneggiata la mia carriera scacchistica».
Ma l’arbitro ha riferito di una piccola scatola che teneva sotto l’ascella, oltre al ciondolo. Nega anche questo?
«Non avevo nessuna scatola, non hanno prove. E ho subito una violenza, perché i controlli me li hanno fatti con la forza».
Con la forza?
«Io avevo già deciso di rinunciare, di non giocare più, quando mi hanno portato in una stanza e passato il metal detector addosso. Non avevano alcun diritto di farlo».
E perché aveva deciso di rinunciare?
«Perché per tutta la durata del torneo ho giocato in una situazione insostenibile. Avevo tutti gli occhi addosso, mi osservavano arbitri e spettatori, ero praticamente accerchiato per via delle mie prestazioni».
Ma appunto le sue prestazioni hanno indotto i sospetti. Come spiega questo exploit, che tutti gli scacchisti reputano praticamente impossibile?
«Io ho sempre saputo delle mie potenzialità. Gioco a scacchi da più di 30 anni, sono praticamente nato con gli scacchi, mio padre mi ha insegnato le prime mosse, io ho coltivato la passione, ho studiato le mosse di Bobby Fisher e ho divorato un sacco di libri. Solo che finora ero condizionato dalle emozioni che non mi permettevano di esprimermi al meglio. Nell’ultimo mese e mezzo ho vissuto un periodo positivo, un picco della mia vita, sono riuscito a liberare la mia mente da tensioni ed emozioni, grazie anche allo Yoga e al training autogeno. E sono riuscito ad andare oltre la verità scacchistica. Riesco ad aprire la mente ed entrare nei meandri più segreti degli scacchi».
Ma perché non si fermava alla fine delle partite per analizzarle, come si fa usualmente?
«Qualcuno degli avversari era straniero, non avrei saputo comunicare. Altri non hanno voluto. Magari mi facevano i complimenti, ma non chiedevano. E poi non posso condividere con tutti le cose che sono arrivato a capire».
Dicono che fosse molte strano anche il fatto che non si alzasse mai, è vero?
«Non è vero, mi alzavo. Magari poco, per restare concentrato, ma mi alzavo qualche volta».
Scusi, ma un talento, tanto più se ai limiti del fenomenale, è sempre salutato con entusiasmo nelle federazioni sportive: perché avrebbero dovuto affermare che barava, se non era vero?
«Per invidia penso, gelosia, incredulità. Ma se non ci credono è un problema loro, non mio».
Ora rischia una pesante squalifica, cosa farà?
«Intanto, intendo denunciare il trattamento che ho subito. E poi, in caso di squalifica, farò certamente ricorso». .
http://www.lastampa.it/2015/09/07/italia/cronache/parla-lo-scacchista-baro-nessuna-webcam-vincevo-grazie-a-yoga-e-training-autogeno-MX7KSgaaMLPips3LEVVLuJ/pagina.html
(edited)
“Sembrava il genio degli scacchi ma ho intuito che era un baro. Così ho scoperto il suo trucco”
L’arbitro del torneo di Imperia: è bastato farlo passare sotto il metal detector
«In quarant’anni, non avevo mai visto una cosa del genere». Jean Coqueraut, arbitro internazionale di scacchi, ancora non ci può credere. È stato lui, principale giudice di gara, ad espellere Arcangelo Ricciardi dal torneo di Imperia, dopo averlo sorpreso con un complicato marchingegno addosso grazie al quale riusciva a riprendere la partita e a farsi suggerire le mosse da un complice collegato a un computer. E a sbaragliare, uno dietro l’altro, maestri molto più quotati di lui, modesto giocatore. Ma Coqueraut aveva capito fin dalle prime partite che il trucco c’era. «Me la sta facendo sotto il naso, non è possibile. Non ci dormivo la notte, dovevo fermarlo».
I risultati eclatanti erano di per sé sufficienti per avere pesanti sospetti, quasi certezze. «Negli scacchi sono impossibili performance di questo tipo - racconta l’arbitro - non poteva essere un genio, doveva essere un baro». Ma c’era di più. «Continuavo a guardarlo. Stava sempre seduto, non si alzava mai. Molto strano, parliamo di ore e ore di gioco. Soprattutto, aveva sempre le braccia conserte, il pollice sotto l’ascella, non lo toglieva mai. E sbatteva gli occhi in modo innaturale, come se non fosse concentrato sulla scacchiera, ma perso in qualche altro pensiero. Poi ho capito: stava decifrando dei segnali in codice morse. Punto linea, punto linea. Ecco cos’era». Proprio così: il sofisticato sistema che ha permesso a Ricciardi di superare otto turni pare che sia un misto di tecnologia modernissima (uno «spy-ciondolo» con microcamera) e di invenzioni (come il celebre alfabeto), di quasi due secoli fa. Tenute insieme da un groviglio di fili sotto la canotta degno di Archimede Pitagorico. «E poi c’era un’altra cosa: beveva spessissimo e in continuazione si passava un fazzoletto sulla faccia. Entrambi, acqua e fazzoletti coprivano il ciondolo con la microcamera: doveva essere un segnale per il complice, un sollecito ad affrettarsi a suggerirgli la mossa, perché il tempo stava scadendo». Fuori da ogni etichetta di questo sport è poi il fatto che Ricciardi a fine partita fuggiva subito, non si fermava per il confronto di rito ad analizzare le mosse: «E come avrebbe potuto? Non sapeva quello che faceva».
Coqueraut ha tentato di smascherarlo una prima volta: «Ho fatto svuotare a tutti le tasche. Niente. Gli ho chiesto di aprire la camicia, ha rifiutato minacciando denunce». La svolta è arrivata con la lettera-denuncia di quattro giocatori: «La notte non ho dormito - dice l’arbitro - e alle sei del mattino ho chiamato gli organizzatori: dovete mettere un metal detector». Che continuava a suonare quando passava Ricciardi anche se aveva tolto dalle tasche la moneta da 5 centesimi che diceva essere il suo amuleto. Ha detto la stessa cosa del ciondolo e poi dei fili attaccati al corpo e poi della scatola di 4 centimetri che teneva sotto l’ascella e che presumibilmente riceveva i segnali.
L’arbitro del torneo di Imperia: è bastato farlo passare sotto il metal detector
«In quarant’anni, non avevo mai visto una cosa del genere». Jean Coqueraut, arbitro internazionale di scacchi, ancora non ci può credere. È stato lui, principale giudice di gara, ad espellere Arcangelo Ricciardi dal torneo di Imperia, dopo averlo sorpreso con un complicato marchingegno addosso grazie al quale riusciva a riprendere la partita e a farsi suggerire le mosse da un complice collegato a un computer. E a sbaragliare, uno dietro l’altro, maestri molto più quotati di lui, modesto giocatore. Ma Coqueraut aveva capito fin dalle prime partite che il trucco c’era. «Me la sta facendo sotto il naso, non è possibile. Non ci dormivo la notte, dovevo fermarlo».
I risultati eclatanti erano di per sé sufficienti per avere pesanti sospetti, quasi certezze. «Negli scacchi sono impossibili performance di questo tipo - racconta l’arbitro - non poteva essere un genio, doveva essere un baro». Ma c’era di più. «Continuavo a guardarlo. Stava sempre seduto, non si alzava mai. Molto strano, parliamo di ore e ore di gioco. Soprattutto, aveva sempre le braccia conserte, il pollice sotto l’ascella, non lo toglieva mai. E sbatteva gli occhi in modo innaturale, come se non fosse concentrato sulla scacchiera, ma perso in qualche altro pensiero. Poi ho capito: stava decifrando dei segnali in codice morse. Punto linea, punto linea. Ecco cos’era». Proprio così: il sofisticato sistema che ha permesso a Ricciardi di superare otto turni pare che sia un misto di tecnologia modernissima (uno «spy-ciondolo» con microcamera) e di invenzioni (come il celebre alfabeto), di quasi due secoli fa. Tenute insieme da un groviglio di fili sotto la canotta degno di Archimede Pitagorico. «E poi c’era un’altra cosa: beveva spessissimo e in continuazione si passava un fazzoletto sulla faccia. Entrambi, acqua e fazzoletti coprivano il ciondolo con la microcamera: doveva essere un segnale per il complice, un sollecito ad affrettarsi a suggerirgli la mossa, perché il tempo stava scadendo». Fuori da ogni etichetta di questo sport è poi il fatto che Ricciardi a fine partita fuggiva subito, non si fermava per il confronto di rito ad analizzare le mosse: «E come avrebbe potuto? Non sapeva quello che faceva».
Coqueraut ha tentato di smascherarlo una prima volta: «Ho fatto svuotare a tutti le tasche. Niente. Gli ho chiesto di aprire la camicia, ha rifiutato minacciando denunce». La svolta è arrivata con la lettera-denuncia di quattro giocatori: «La notte non ho dormito - dice l’arbitro - e alle sei del mattino ho chiamato gli organizzatori: dovete mettere un metal detector». Che continuava a suonare quando passava Ricciardi anche se aveva tolto dalle tasche la moneta da 5 centesimi che diceva essere il suo amuleto. Ha detto la stessa cosa del ciondolo e poi dei fili attaccati al corpo e poi della scatola di 4 centimetri che teneva sotto l’ascella e che presumibilmente riceveva i segnali.
letta ieri sul giornale
fantastico... devono dargli un premio, li ha cojonati tutti! :D
fantastico... devono dargli un premio, li ha cojonati tutti! :D
Ma perché non ha partecipato quello che gli suggeriva le mosse? XD
forse perché lavorava con qualche mega-algoritmo da computer...... boh...
Ma sì era chiaro dai...
È che la situazione mi ricordava l'eterno quesito "ma perché gli aerei non li fanno del materiale della scatola nera?"
È che la situazione mi ricordava l'eterno quesito "ma perché gli aerei non li fanno del materiale della scatola nera?"
forse perché lavorava con qualche mega-algoritmo da computer...... boh...
Oramai programmi per scacchi che superano i 2700 di ELO girano pure su smartphone.
Questi cheaters sono tendenzialmente giocatori forti, ma non sufficientemente forti da diventare GM.
Sanno leggere le partite, e utilizzano i computer nei momenti chiave.
Ricordo il caso di un bulgaro che andava a pisciare ogni 10 minuti.
Fino a una decina di anni fa potevi sopperire uscendo dalla teoria in apertura.
Oggi neanche Carlsen avrebbe scampo.
Oramai programmi per scacchi che superano i 2700 di ELO girano pure su smartphone.
Questi cheaters sono tendenzialmente giocatori forti, ma non sufficientemente forti da diventare GM.
Sanno leggere le partite, e utilizzano i computer nei momenti chiave.
Ricordo il caso di un bulgaro che andava a pisciare ogni 10 minuti.
Fino a una decina di anni fa potevi sopperire uscendo dalla teoria in apertura.
Oggi neanche Carlsen avrebbe scampo.
Per questo il GO è più bello degli scacchi.
Nessun computer può battere un dilettante forte, figuriamoci un professionista
Nessun computer può battere un dilettante forte, figuriamoci un professionista
Giocatore mediocre, e all'improvviso genio incompreso. Se se. Qualcosa di miracoloso (cit).
beh più bello secondo me non è l'aggettivo adatto,è diverso e sicuramente più complicato
per il resto si va a gusti:D
per il resto si va a gusti:D
Conosco personalmente l'arbitro, Jean Coqueraut, quando mi capiterà gli chiedo dettagli :-)
Grande!
Gia' che ci sei fallo iscrivere a Sokker che, tatticamente, e' come una partita a scacchi
XD
Gia' che ci sei fallo iscrivere a Sokker che, tatticamente, e' come una partita a scacchi
XD
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