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Subject: Giornali&C

  • 1
2016-05-19 11:54:31
AlanFord to All
Mi sono imbattuto in questo articolo....che ne pensate?


AdTech Ad
Urbano Cairo contro i soliti noti
Cairo Torino
di Marco Bernardini
19 maggio alle 11:00

La stampa e la sua indipendenza rappresentano una questione seria. Il grado di civiltà di un Paese si misura anche con il numero e con la tipologia dei giornali che vengono stampati. Nella classifica mondiale, in quanto a “libertà” e “obiettività, l’Italia non brilla in modo particolare ma in ogni caso mantiene salva una certa dignità malgrado l’asfissiante interferenza della politica. Il “Corriere della Sera” insieme con “La Gazzetta dello Sport”, seguiti a ruota da “La Repubblica”, rappresentano un poco per vendita e per diffusione il mare nostrum dell’informazione cosiddetta indipendente. Un’indipendenza talvolta più formale che non sostanziale però salvaguardata dallo zoccolo duro, quello storico e generazionale, dei giornalisti e dei tipografi che non hanno mai voluto operare la distinzione tra “missione” e “mestiere”.

Dietro a questa macchina socio-culturale c’è l’editore. Una figura non omogenea o, meglio ancora, bifronte. Quello che, per tradizione o per passione, esercita il suo ruolo di “informatore” secondo i canoni etici e deontologici formulati tradizionali della stampa ben sapendo che, sul piano economico, il ritorno sarà risibile o come oggi addirittura in perdita vista la crisi della carta stampata. C’è chi invece, per ragioni diverse, si inventa editore strada facendo e fatalmente “usa” lo strumento mediatico come fonte di guadagno sia diretto ma soprattutto indotto dai vantaggi che la sua posizione “pubblica” (e pubblicitaria) può far convergere verso i suoi interessi privati. A questo si deve sommare il valore aggiunto della vanità.

Due frontiere tra loro inconciliabili le quali devono fare riflettere ciascun cittadino sulla partita che, in queste ore, si sta giocando al tavolo dell’informazione tra l’editore Urbano Cairo e il gruppo del salotto buono finanziario guidato dalla coppia Bonomi-Della Valle. Una sfida a colpi di opa il cui esito porterebbe a esiti diversi nel caso di successo di uno o dell’altro contendente e un finale di partita che potrebbe pregiudicare l’indispensabile rilancio della griffe editoriale in questione.

Intanto sgomberiamo il campo dal grossolano equivoco che sta turbando i nostri amici lettori e tifosi. Il fatto che Cairo e Della Valle siano anche gli azionisti di riferimento di Fiorentina e Torino non significa assolutamente che l’eventuale successo dell’operazione RCS (con un’esposizione debitoria davvero importante) andrebbe ad incidere negativamente sulla campagna di rafforzamento per una delle due squadre. E’ bene ricordare, infatti, che il periodo di maggior splendore per il Milan coincise con lo zenit raggiunto da Fininvest con tanto di acquisizione da parte di Berlusconi del “Giornale” di Montanelli e con la scalata alla Mondadori. Idem per la famiglia Rizzoli, se si vuole andare ancora più indietro nel tempo o, per tornare a oggi, con Aurelio De Laurentiis che nulla toglie al Napoli (anzi) per dare ai suoi nuovi investimenti nel mondo del cinema. Questo per buona pace e tranquillità del cuore pallonaro.

Il problema, semmai, è un altro e anche più importante perché riguarda la difesa e lo sviluppo di una sorgente vitale per la dignità culturale e sociale del nostro Paese. Nel lontano 1970 ho iniziato il mio viaggio professionale alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, il quotidiano più antico d’Italia e autentica fucina di professionisti d’eccellenza. Ebbene, vi posso assicurare che il giorno della “chiusura” di quello che sarà sempre il “mio giornale” provai un dolore intenso da stare fisicamente male. Un’angoscia andava oltre quella, normale, per la perdita temporanea del lavoro. La morte della “Gazzetta”, che pure vendeva un numero di copie più che sufficienti alla sopravvivenza, era stata firmata da un editore che non era editore e su indicazione, da Roma, di due branchi di jene democristiane impegnate a sbranarsi per ottenere la governance del quotidiano. Cose che negli Usa o in Inghilterra via in galera.

Il gruppo Della Valle-Bonomi-Mediobanca non vuole certamente RCS per liquidare. Però. Della Valle produce scarpe. Bonomi, rampollo di cotanta famiglia apparentata con i Bolchini, è un finanziere puro. Mediobanca, paradossalmente, è azioniste e creditore del Corsera e della Gazzetta. Ciascuno di loro, in virtù del ruolo che ricopre, non può essere disconnesso dalla politica. Urbano Cairo, al contrario, è un editore che ha sempre fatto l’editore. E’ vero che stampa settimanali giudicati troppo popolari da chi ha la puzza al naso. E’ altrettanto vero che, con la griffe Giorgio Mondadori, pubblica mensili di arte e di tesori ambientali oltreché libri di letteratura e romanzi. Infine con “La Sette” è l’unico tycoon televisivo italiano in grado di tenere testa al colosso Sky e alla decadente Mediaset. Con cavalli di razza come Gruber, Crozza e Mentana. In quanto alla politica, se Cairo avesse voluto sfruttare l’onda usandola per poi venirne usato (cosa che fece il suo predecessore Borsano presidente del Torino con Bettino Craxi) avrebbe potuto tranquillamente seguire Berlusconi del quale era stretto collaboratore al tempi delle marce trionfali.

Mi piace, infine, ricordare quando Cesare Romiti allora Ad Fiat (finanziere anche lui e non ingegnere come Ghidella) convinse l’Avvocato ad aprire la prima televisione privata italiana nell’intento di diversificare. L’avventura durò poco più di un anno. Poi Gianni Agnelli disse: “Noi sappiamo fare automobili, la televisione lasciamo che siano quelli più capaci a farla”. E “Teletorino”spense la frequenza. Ora, se a spuntarla (come purtroppo esistono possibilità concrete) saranno finanza, politica e vanità vorrà dire che, per l’ennesima volta, i sacerdoti dello status quo alias i soliti noti sono riusciti a tener distante l’intruso dal Tempio. Ma per fortuna anche la Storia seppure raramente, si stufa del dejà vu.
2016-05-19 12:08:57
A) il periodico più antico d'italia e tra i primi del mondo è la gazzetta di mantova (1664 se non erro) quindi che non dica minchiate autocelebrative.
B) il giornalista è un mestiere non una missione. l'infermiere è una missione. firmi un contratto con un editore ne accetti le direttive come in qualsiasi azienda. altrimenti te ne vai.
C) il rapporto politica-finanza-informazione esiste dai tempi di romolo e remo. la gestione della stessa dovrebbe affidarsi ad un mercato libero, la differenza è che in italia gli editori cercano il riscontro politico, all'estero al limite lo subiscono. così come l'esperta di soffoconi fa carriera in molte aziende del mondo in italia oltre all'esperta di soffoconi fanno carriera anche i paraculi politici. l'effetto è quello di una stampa a dir poco allucinante, meritiamo ciò che siamo.
D) l'italia è il paese pseudo civile dove per eccellenza non si celebra l'importanza della lettura, qui al massimo conta la gazzetta (quella rosa). I talenti non vanno destinati a disquisire sul rigore della giuvve o puttanate simili.
vuoi una buona stampa? vuoi investimenti nella stessa? comincia a crearla evitando articoli come questo.
E piantiamola con le assunzioni di figli-mentecatti-battone-portatori di tessera, sono la rovina economica e sociale dei mezzi di comunicazione.
2016-05-19 13:39:59
Il titolo lo salviamo? :)

B) il giornalista è un mestiere non una missione. l'infermiere è una missione. firmi un contratto con un editore ne accetti le direttive come in qualsiasi azienda. altrimenti te ne vai.


cosi su due piedi, direi che sono daccordo con quello che dici ma io ho bisogno di rileggere più volte :) però sul punto B...no...forse per molti è diventato un mestiere, oggi, una professione ma per tanti giornalisti questo lavoro è stato ed è tuttora la loro missione, anche quando c'era o c'è da rischisare la vita non certo perchè lo prevedeva il contratto...

l'ho postato perchè Urbano Cairo dovrebbe essere uno che non è mai entrato nei salotti buoni...(magari si, sono troppo buono o forse quando lavorava con Berlusconi)un editore puro o quasi....insomma al dila del giudizio personale mi pare che ciò che avvenga normalmente in altri paesi qui diventi sempre un qualcosa di diverso dove chi arriva (della valle per dire) tende ad omologarsi al vecchio modo di pensare....ad alimentare le vecchie cricche...Questo articolo mi riporta indietro nel tempo, quando alcuni protagonisti erano diversi ma di fondo sempre gli stessi, gli stessi giri...

2016-05-19 13:56:17
quando un giornale viene mantenuto in vita anche se è in perdita si ha la dimostrazione del fatto che l'imprenditore con quello strumento vuole raggiungere altri scopi.
A quel punto non va creduto che sia indipendente.
2016-05-19 14:12:31
bhe come non darti torto...es l'Unità...:) Ma è proprio per questo che questa vicenda è "la solita vicenda italiana". Lungi da me santificare nessuno ma La7 era un buco entrato Cairo La7 si è risollevata...Voglio dire che un secondo fine ci sarà pure ma se quello primario è economico, è relativo all'aspetto economico aziedale e non personale va meglio per tutti. Vale per Cairo come per chiunque voglia fare impresa. Invece le solite cricche sono più interessate al prestigio/influenza che alla riuscita economica.
2016-05-19 14:42:22
però sul punto B...no...forse per molti è diventato un mestiere, oggi, una professione ma per tanti giornalisti questo lavoro è stato ed è tuttora la loro missione, anche quando c'era o c'è da rischisare la vita non certo perchè lo prevedeva il contratto...

rischiare la vita fa parte delle prerogative di un mestiere a volte. con tutto che visti gli stipendi e le garanzie lavorative dei giornalisti viene da pensare dove è il giusto.
oggi la solfa è cambiata ma quando ho iniziato io fioccavano stipendi (tranne che per i miserabili come me) da paura.
per non parlare degli incentivi e dei diritti acquisiti su acquisti, corsi vari auto et similia.
da impallidire.

il mio ex capo redattore è in pensione a 58 anni con 5500 euro netti al mese.
con il tfr ha comprato un appartamento per suo figlio
2016-05-19 14:51:38
quando son tempi di vacche grasse...ti capisco...

oggi è cambiato, garanzie poche , stipendi bassi però qualcuno la vita la rischia sempre...e non è certo per lo stipendio...
2016-05-20 06:59:40
io mi sono fermato qui:

Il “Corriere della Sera” insieme con “La Gazzetta dello Sport”, seguiti a ruota da “La Repubblica”, rappresentano un poco per vendita e per diffusione il mare nostrum dell’informazione cosiddetta indipendente.

se un giornale prende soldi dallo Stato, non sarà mai indipendente...
2016-05-20 08:07:03
:) si bhe il finanziamento pubblico dei grandi/piccoli/personali giornali in Italia è una robaccia...anche se in modalità diverse avviene anche in altri paesi europei.
2016-05-20 08:09:15
Finanziamento pubblico ai giornali: come funziona in Italia e in Europa
Juliette / 5 novembre 2013 / 0 / 12
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Chi ha diritto oggi al finanziamento pubblico ai giornali? Se lo Stato chiudesse i rubinetti, pochi sarebbero gli effetti in edicola. Come funziona in Europa, tra nuovi imprenditori, testate online e guerra a Google?
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Chi prende i contributi per l’editoria in Italia
In Italia la stragrande maggioranza dei quotidiani, a partire da quelli più noti e venduti, non riceve contributi diretti da parte dello Stato. Tutti – Repubblica, Corriere, Sole 24 Ore, La Stampa – possono su richiesta usufruire di tariffe agevolate, telefoniche e per le spedizioni con Poste Italiane. In più, grazie alla legge di stabilità per il 2011, è stato istituito un fondo di 30 milioni di euro per rifinanziare – su richiesta – il credito d’imposta del 10% per l’acquisto della carta a imprese editoriali iscritte al ROC ed editori di libri. Lo scorso anno un articolo di Libero riportò la notizia che Giorgio Poidomani, allora amministratore delegato del Fatto Quotidiano (che da sempre rivendica di non ricevere “alcun finanziamento pubblico”), avesse fatto domanda, tra gli altri, per il credito d’imposta sulla carta per un importo totale di 162mila euro.

Vedi anche: Giornali: è crisi nera

A far discutere, comunque, sono i contributi diretti alla stampa: 150 milioni di euro nel 2010 (tra i destinatari anche L’Avanti di Valter Lavitola con 2 milioni e mezzo), 120 del 2012, 96 per l’anno in corso per disposizione del governo tecnico di Mario Monti. Contributi che, se dovessero saltare, non provocherebbero praticamente alcun effetto in edicola: perché ad essere finanziati sono una miriade di più o meno piccole testate tra politica ed “enti morali”.

Chi può accedere ai fondi pubblici
I dati sui contributi erogati alla stampa negli anni sono reperibili sul sito della presidenza del Consiglio, dipartimento dell’editoria, e aggiornati al 2011. Da quest’anno possono presentare richiesta di accesso ai fondi gli editori di testate che arrivano a vendere almeno il 25% delle copie distribuite per la stampa nazionale (ad esclusione dei quotidiani editi e distribuiti all’estero) e il 35% per la stampa locale. Una testata nazionale, per essere definita tale ai sensi del decreto legge 63/2012, deve essere distribuita almeno in tre regioni e in ogni regione in cui è presente per non meno del 5% del totale della distribuzione.

La soglia di accesso quindi si è alzata rispetto agli anni precedenti, quando bastava il 15%. Non solo: i dati relativi alla tiratura, alla distribuzione e alla vendita, devono essere comprovati da una società di revisione iscritta alla Consob. I giornali venduti, almeno in teoria, sono tracciabili dagli edicolanti, e nel computo non possono essere inserite le copie messe in vendita “attraverso strillonaggio, quelle oggetto di vendita in blocco, da intendersi quale vendita di una pluralità di copie ad un unico soggetto, nonché quelle per le quali non sia individuabile il prezzo di vendita”.

Vedi anche: La grande industria del gossip

170920104536I quotidiani che prendono i fondi pubblici
Ventiquattro sono stati nel 2011 i quotidiani editi da cooperative di giornalisti che hanno avuto accesso ai fondi pubblici. Tra questi spiccano nomi come il manifesto, che per il 2011 ha ricevuto poco più di 2 milioni e mezzo di euro, Il Foglio di Giuliano Ferrara, con € 2.251.696,55 e Il Denaro con € 1.261.583,66, ma c’è anche Il Romanista, con € 691.110,82, il quotidiano sportivo dedicato alla società calcistica Roma nato nel 2004 sotto l’allora direzione di Riccardo Luna. Una quindicina sono invece i “quotidiani editi da imprese editrici la cui maggioranza del capitale sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali”. Tra questi L’Avvenire, che nel 2011 ha ricevuto quasi 4 milioni di euro (€ 3.796.672,83), Conquiste del lavoro – il quotidiano della Cisl fondato nel 1948 da Giulio Pastore, il primo segretario nazionale del sindacato oggi guidato da Raffaele Bonanni – con € 2.181.144,63 e Italia Oggi che ha ricevuto € 3.162.411,49.

I quotidiani di partito
Dieci sono i quotidiani di organi di partiti e movimenti politici finanziati dalle casse pubbliche. Liberal, nato nel 2008, solo in un secondo momento diventato organo ufficiale dell’Udc (con Rocco Buttiglione, presidente del partito, che siede del comitato di redazione) e da giugno dello scorso presente esclusivamente sul web, nel 2011 ha ricevuto € 1.650.094,84. Il quotidiano del Partito Democratico, Europa, ha preso € 2.343.678,28, e sempre nel 2011 Liberazione ha ricevuto poco più di 2 milioni di euro. Per l’organo di Rifondazione Comunista quello successivo è stato l’annus horribilis: con l’assottigliarsi dei fondi per l’editoria decisi dall’esecutivo, a gennaio il quotidiano a gennaio ha deciso di sospendere le pubblicazioni cartacee restando solo sul web e mandando in cassa integrazione e in mobilità buona parte della redazione. Dall’inizio di quest’anno Liberazione è di nuovo quotidiano ed esce in versione elettronica dal lunedì al venerdì.

Tra i quotidiani politici finanziati dai cittadini c’è poi la Padania con i suoi € 2.682.304,80 per il 2011, Terra con € 1.581.514,51, L’Unità € 3.709.854,40. Non manca il Secolo d’Italia (€ 1.795.148,57), storico giornale della destra italiana i cui destini sono stati negli ultimi anni al centro della diatriba seguita al “divorzio politico” tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Oggi il giornale è solo online e versa in pessime acque, con un rosso che supera i 2 milioni di euro, e le ipotesi sul tavolo sono di prepensionamenti, stato di crisi e trasformazione in cooperativa di giornalisti.

A completare il quadro ci sono poi sono sei quotidiani italiani editi e diffusi all’estero e quattro editi in lingua francese, ladina, slovena e tedesca nelle regioni autonome della Valle d’Aosta, del Friuli Venezia Giulia e del Trentino Alto Adige.

I periodici che prendono i fondi pubblici
Lo Stato elargisce contributi a trentaquattro periodici editi da cooperative di giornalisti: tra questi spiccano per notorietà Left, con € 286.334,84, Il Salvagente con € 367.900,79 e Tempi, € 354.757,76. Ben 136 sono le “imprese editrici di periodici esercitate da cooperative, fondazioni, enti morali” senza scopo di lucro: nella stragrande maggioranza cattoliche – come le Edizioni Paoline con Famiglia Cristiana, che incassa più di 208mila euro dallo Stato – raramente intervallate da altre realtà come ad esempio “Buddismo e società”, edito dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (€ 21.141,50). Alla stampa periodica italiana all’estero va un totale complessivo di poco più di 2 milioni di euro.

184925489-1Le radio
Lo Stato finanzia anche cinque emittenti radiofoniche di partiti politici: Ecoradio, Veneto Uno, Radio Galileo, Radio Città Futura e Radio Radicale, quest’ultima periodicamente al centro di un dibattito avvelenato per i 4 milioni di euro che incassa dal governo come organo della lista Pannella cui va ad aggiungersi il finanziamento pubblico (dagli 8 ai dieci milioni di euro) per la convenzione – in scadenza quest’anno – con lo Stato per la trasmissione delle sedute del Parlamento.

Fondi per l’editoria nella legge di stabilità
La legge di stabilità prevede al momento interventi per 27,3 miliardi di euro nel triennio 2014-2016: 11,6 miliardi solo per il prossimo anno. Nel ddl 1120 c’è anche un “Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria”: 50 milioni di euro per il 2014, 40 per il 2015 e 30 nel 2016. 120 milioni in tre anni per “l’innovazione tecnologica e digitale dell’editoria”: metà del totale dovrebbe essere destinata a pensionamenti, cassa integrazione e mobilità, mentre gli altri 60 milioni costituirebbero i fondi per l’editoria intesi in senso classico.

Crisi profonda del sistema editoriale italiano
Le risorse previste dalla legge di stabilità verranno ripartite entro il 31 marzo di ogni anno sotto la guida del sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’editoria, Giovanni Legnini, in quota PD. Interventi definiti “urgenti”, dato il momento negativo vissuto dal settore che, insieme alla “rapida trasformazione del mercato dei media”, sta “esponendo l’intero sistema editoriale italiano a una crisi profonda, con conseguenze che non potranno che essere sistemiche”. I risultati di bilancio delle imprese editrici stanno peggiorando, mentre va in scena “una caduta degli investimenti pubblicitari” dalle cifre significative: nel primo trimestre di quest’anno i quotidiani registrano un -26,1% in termini di pubblicità e il -9% nei ricavi, i periodici rispettivamente il -22,3% e il – 9,5%. I soldi non saranno a fondo perduto, spiega Legnini: “Le aziende editoriali ci devono dire se e quanti giovani assumeranno“.
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Cosa accade nel resto del mondo?
Il fondatore di eBay Pierre Omidyar (che aveva messo gli occhi sul Washington Post, poi acquistato per 250 milioni di dollari dal fondatore e Ceo di Amazon Jeff Bezos), continuerà a coltivare il suo interesse per il mondo dell’informazione finanziando lo startup di Glenn Greenwald. Il giornalista, sulle prime pagine di tutto il mondo per aver pubblicato le rivelazioni della talpa Edward Snowden sulle attività di sorveglianza dell’americana National Security Agency, lascia così il Guardian sulle cui colonne ha fatto deflagrare lo scandalo Prism e si mette in proprio con un sito di news. Rinascita del giornalismo grazie alla nuova imprenditorialità o perdita dell’innocenza?

Finanziamenti pubblici ai giornali: come funziona in Europa
Certo è che l’Italia non è l’unico paese in Europa a dare soldi alla stampa. Come si legge nel dossier di marzo della Camera dei deputati dal titolo “Contributi all’editoria di partito nei principali paesi europei”, in Germania, ad esempio, non sono previsti contributi diretti, ma i giornali possono fruire di tariffe postali agevolate e agevolazioni fiscali (“riduzione dell’imposta sul valore aggiunto al 7% sulle singole copie vendute e sugli abbonamenti”). In più le fondazioni vicine ai partiti hanno diritto a “finanziamenti globali” decisi ogni anno dal Bundestag. “Nella Legge di bilancio per il 2013 i finanziamenti globali ammontano a circa 98 milioni di euro” e vengono usati per “congressi, seminari e incontri di formazione politica; pubblicazioni e mostre; progetti di ricerca e documentazione, gestione degli archivi sulla storia dei movimenti e dei partiti di riferimento; spese amministrative relative al personale, alle strutture e agli investimenti”.

Anche il Regno Unito prevede esclusivamente contributi indiretti come l’esenzione dal prelievo dell’imposta sul valore aggiunto su vendite e abbonamenti, per un totale di 748 milioni di sterline nel 2011. Nessun finanziamento diretto è previsto per la stampa di partito e politica. Lo stesso principio vale anche in Spagna, dove oggi la stampa periodica “non gode di forme di finanziamento a livello nazionale”.

Infine la Francia. Da settembre è operativo l’accordo tra Google e i giornali francesi per il Fondo per l’innovazione digitale della stampa: 60 milioni di euro (e un massimo di 2 milioni a testata) per tre anni per portare i giornali a digitalizzarsi e implementare nuovi progetti per il web. Più che una sconfitta per Google, accusato di fare ricavi pubblicitari con le news che indicizza, l’accordo è per molti l’epicfail finale della stampa a livello internazionale.

Lo Stato francese elargisce intorno 1,2 miliardi di euro l’anno al settore, tra contributi diretti e indiretti. Il Fondo di Sviluppo Strategico della stampa è stato ridotto quest’anno a 30,9 milioni di euro, ed è rivolto sia a testate cartacee che online. Agence France-Press – al secolo AFP – tra le principali agenzie di stampa di tutto il mondo, ha un budget fornito dalle casse pubbliche di ben 123 milioni di euro. E Libération, quotidiano di riferimento della sinistra francese (e non solo) fondato tra gli altri da Jean-Paul Sartre, ha ricevuto nel 2012 quasi tre milioni di euro.


















2016-05-20 09:11:57
I migliori sindacati in Italia sono quelli dei giornalisti.
Strano
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