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Subject: Morto Muhammad Ali, la leggenda del pugilato
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leggenda del pugilato, ovviamente, ma anche colui che aprì gli occhi alla mia generazione con la sua protesta anti vietnam...talvolta troppo guascone sul ring ma sempre un punto di riferimento per tanti
non si può non citare
pungi come un'ape, vola come una farfalla
rip *
pungi come un'ape, vola come una farfalla
rip *
Non è uno sport che mi piace ma di lui ci rimangono molte massime, profonde, sullo sfidare se stessi per scoprire nuovi limiti.
Grazie
*
Grazie
*
Il più grande sportivo di sempre, forse non il pugile più forte si sempre (da sua stessa ammissione il più grande è stato SRR), ma lui è l'icona di uno sport, chiunque sa chi è stato Muhammad Ali, ha dato il là alle sfide più belle di sempre, Sonny Liston, Foreman, Frazier, un massimo che combatteva da peso piuma, ma anche un grande incassatore, con tutti i risvolti politici del caso, dal rifiuto ad arruolarsi perché non erano i vietkong a chiamarlo negro (cit.), alla lotta contro il multiculturalismo forzoso (gli uccelli blu stanno con gli uccelli blu), il cambio di religione etc
Semplicemente se ne va il numero uno
Semplicemente se ne va il numero uno
Il simbolo degli umili che non sono più spettatori, ma protagonisti.
Quando scompare una personalità del genere, senti proprio la storia che ti passa attraverso.
Quando scompare una personalità del genere, senti proprio la storia che ti passa attraverso.
stando alla boxe penso che l'incontro con Foreman sia un monumento all'ingegno umano
Solo uno scassacazzo provocatore di quel livello poteva pronunciare:
I got nothing against the Vietcong, they never called me "nigger".
Dirlo in faccia ad un paese che a quei tempi era dominato da invasati nazionalisti e razzisti è il più grande gancio che si possa dare.
I got nothing against the Vietcong, they never called me "nigger".
Dirlo in faccia ad un paese che a quei tempi era dominato da invasati nazionalisti e razzisti è il più grande gancio che si possa dare.
La carezza in un pugno.
«Me, we». Io, noi. La richiesta di uno studente quel giorno ad Harvard, al termine di una conferenza fra le più affollate nella storia dell’ateneo, fu: per favore ci reciti una poesia. Lui la inventò: «Io, noi». Fu poi certificata come la più breve del mondo dalla Bartlett Association. E mentre la declamava in quei pochi secondi, Muhammad Alì racchiuse le cinque dita della mano in un pugno, sorridendo.
«Io, noi» vale a dire l’essenza di una vita solo apparentemente solitaria, individualista, eccentrica, racchiusa nel perimetro delle corde di un ring, quando ancora esisteva la boxe. In realtà è stata la vita di un leader che ha combattuto e vinto perché ha sempre avuto alle spalle un popolo. Quando si rifiutò di andare a combattere in Vietnam («I vietcong non mi hanno mai detto sporco negro») rappresentava l’America che considerava assurda quella guerra e ancora più assurde le discriminazioni razziali.
Quando sul ring di Kinshasa fu protagonista del più affascinante evento sportivo del Novecento, rappresentò tutta l’Africa che combatteva il colonialismo. Foreman cominciò a perdere all’aeroporto, presentandosi con uno stupendo cane lupo, senza sapere che era simile a quelli usati per rastrellare gli schiavi. Durante il match non ci fu spettatore che non parteggiasse per Alì e che non gli abbia regalato una stilla di energia.
«Io, noi» filosofia d’una vita. Fuori dall’individualismo degli anni Ottanta e Novanta possiamo imparare a guardare l’altro con speranza, a tendere e ricevere la mano, a farci popolo per non combattere da soli. Quando comparve, malato e trascinando i piedi, nello stadio di Atlanta come ultimo tedoforo, ancora una volta a tutti (anche a noi in quel silenzio irreale) tremò il mento. Non tremò il suo spirito, quello non ha mai tremato.
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