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Subject: [POLITICA]

2021-07-06 22:06:57
La ferragni nessuno, io mi chiedo chi sono tutti quelli dentro il parlamento.

Touché
2021-07-06 22:55:07
Quelli eletti troy…
2021-07-06 22:58:06
E scelti da qualcun altro.
2021-07-07 07:18:27
la x da qualche parte l'abbiamo messa noi.
si chiama democrazia elettiva...
2021-07-07 20:26:12
può starti sulle palle (e a me pure), ma sono legalmente legittimati a star li.
E non mi pare che qualcuno stia facendo battaglie per tornare agli scelti dalla gente, nemmeno i 5stelle
2021-07-11 11:13:06
La vispa Cartabia
di Marco Travaglio | 11 Luglio 2021

Leggendo la sua intervista al Corriere, si stenta a credere che Marta Cartabia abbia davvero detto quel nulla mischiato con niente. Ma soprattutto che sia davvero la ministra della Giustizia, e nel governo dei migliori. Era dai tempi del leghista Roberto Castelli, immortalato da Borrelli come “l’ingegner ministro”, che non si trovava tanta incompetenza mista ad arroganza (le due cose vanno spesso a braccetto, la seconda per nascondere la prima). Con l’aggravante che Castelli era un esperto in abbattimento di rumori autostradali e la Cartabia è un ex presidente della Consulta. Ma proprio questo è il guaio: un Guardasigilli dovrebbe misurarsi, oltreché con gli alti principi del Diritto, con la Giustizia reale. Come minimo, dovrebbe aver messo piede in un tribunale. Non è il caso della Cartabia, che pure, essendo affiliata a Cl come il marito, di imputati e pregiudicati dovrebbe conoscerne parecchi. Invece parla come un topo di biblioteca con la testa fra le nuvole e, non guardando dove mette i piedi, finisce in tutte le buche e i tombini aperti. Basta confrontare i giudizi di Caselli, di Davigo, di altri giudici e persino dell’avvocato Franco Coppi (difensore di B.) con quelli della vispa Teresa per accorgersi che non sa cosa dice. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, lo sa benissimo e ha deciso di mandare definitivamente a picco il processo penale per la gioia di qualche interessato (nella maggioranza extralarge dei Migliori c’è l’imbarazzo della scelta, tra imputati e genitori di indagati).

1. La Bonafede, che blocca la prescrizione alla sentenza di primo grado, è “sbilanciata: trascura il diritto degli imputati alla ragionevole durata del processo, che è un principio costituzionale e di civiltà giuridica”. Ora, nel resto d’Europa, la prescrizione decorre dal momento del reato (non da quando viene scoperto) e si interrompe alla richiesta di rinvio a giudizio o al rinvio a giudizio: quindi tutta l’Europa è molto più incivile di noi. E allora di quali “impegni con l’Europa” vanno cianciando Cartabia e Draghi?

2. ”L’Italia ha il più alto numero di condanne della Cedu per violazione della ragionevole durata del processo”. Forse non lo sa, ma la ragionevole durata dipende dai giudici solo in minima parte. Anzitutto dipende da lei: è il Guardasigilli che deve garantire agli uffici giudiziari gli uomini e i mezzi per fare processi rapidi. Poi dipende dal Csm, che impiega mesi se non anni per riempire i vuoti d’organico. Poi dipende dal numero dei processi, che si può abbattere solo depenalizzando i reati inutili (compito dei politici) e con norme che incentivino patteggiamenti e altri riti alternativi e scoraggino le impugnazioni pretestuose e dilatorie.

Cioè la reformatio in peius (oggi il giudice d’appello non può aumentare la pena) e il blocco della prescrizione, per rendere non più convenienti gli appelli infondati e i cavilli allunga-processi. Lei invece regala l’improcedibilità a chi fa durare l’appello più di 2 anni: solo un idiota masochista patteggia o rinuncia a impugnare e a comprare tempo.

3. Nessun problema per il processo sul ponte Morandi perché ”a Genova gli appelli durano in media meno di 2 anni”. La media vuol dire che i più complessi durano di più e i più semplici (al singolo ladruncolo o spacciatore) meno. Quello del Morandi, un unicum come il disastro, sarà una battaglia con decine di imputati, oltre un centinaio di parti civili, perizie e controperizie impossibile da trattare in 2 anni. Quindi sarà tutto improcedibile, con tanti saluti ai 43 morti e grandi feste a casa Benetton.

4. “A Roma l’appello di un caso complesso come Mafia capitale è durato poco più di un anno”. Sì, ma i 2 anni nel suo Salvaladri non si calcolano dalla prima udienza all’ultima, ma a dall’impugnazione (poi passano mesi, anni per il dibattimento). Coppi, che il Tribunale di Roma lo frequenta da mezzo secolo, spiega che anche lì (figurarsi nelle sedi disagiate del Sud), “per un appello se si è fortunati servono 3 o 4 anni. Anche 1 anno massimo per i processi in Cassazione è molto stretto: gli atti impiegano molto tempo ad arrivare a Roma”.

5. “Perché, se a Milano e a Palermo gli appelli durano in media 2 anni, non dovrebbe esserlo anche altrove? Perché a Napoli non dovrebbero riuscire a fare quello che già fanno a Palermo?”. Forse perché il distretto di Napoli ha il record di reati di tutta Europa? Glielo spiega il presidente della Corte d’appello di Napoli: “Oggi trattiamo i processi definiti in primo grado nel 2015-16”. Tutti processi che nascono già morti in partenza in base alla sua Salvaladri.

6. “Fare giustizia nel rispetto delle garanzie”. Bene, brava, bis. Senta un po’ Coppi: “Se i 2 anni concessi per fare il processo d’appello trascorrono senza che si arrivi a una sentenza, che fine fa la sentenza pronunciata in primo grado? Il reato non si può prescrivere perché la prescrizione è interrotta, ma non si può più procedere. Ovviamente la pena inflitta in primo grado non potrebbe essere eseguita… Mi metto nei panni di una parte civile, che in primo grado ha visto riconosciuto il diritto al risarcimento: se l’appello non si celebra in tempo, che se ne fa di questo riconoscimento? Dall’altra parte, l’imputato può ben dire che se si fosse celebrato l’appello sarebbe stato assolto. A questo punto sarebbe stato meglio tenersi la riforma Bonafede e buonanotte. Se non altro aveva il pregio della chiarezza”. Vergogniamoci per lei.
2021-07-11 13:28:46
ho letto poco, ammetto, ma se è vero che la prescrizione di stoppa dopo la sentenza di primo grado... è una vittoria a prescindere.
2021-07-11 15:54:48
io segnalo solo che il punto n.1 è una stupidaggine di travaglio, il resto d'europa non ha norme folli come la bonafede (e non ne ha bisogno)
2021-07-12 11:03:35
2021-07-12 11:08:20
Quando lo schifo delle zecche rosse arriva a livelli altissimi. Un successo italiano di gente umile, strumentalizzato da persone senza idee
2021-07-13 16:38:01
2021-07-13 18:00:23
il pezzo però è fuorviante, non c'è nulla di ciò nel ddl Zan.
Ci sono alcuni punti scritti male (quello sulla libertà di opinione)
e c'è il tema che è veramente divisivo e complesso che è quello della identità sessuale, che è un temone che nessuna leggina di 7 articoli può risolvere.

Da un lato il problema è che alcuni pretendano che si riconosca come un diritto l'appartenenza ad un'identità AUTODICHIARATA (e mutevole). Una cosa per la quale non si contano gli esempi di applicazione potenziale che tutti troveremmo inaccettabili.
Dall'altro non riconoscere alcuna protezione di questo interesse condurrebbe (davvero) a discriminare le persone transessuali e non binarie.

Purtroppo il dibattito è tra due poli:
-quelli che remano contro (usando argomenti veri, ma puntando all'affossamento): lega renzi meloni
-quelli che va approvato così (producendo più problemi di quelli che risolvono per furore ideologico e incapacità di ragionare nel merito)

La mia speranza è sempre che alle prossime elezioni ci ricordiamo di quanto sono inadeguati e li sostituiamo con il partito della salsiccia.


edit: naturalmente dopo l'approvazione non cambierà molto, tranne che i fascisti della comunicazione corretta avranno una legge con cui spaventare chiunque la pensi diversamente.
Ma di PRATICO e REALE non cambia nulla.
(edited)
2021-07-13 20:28:49
incollo anche il link perchè non volevo credere provenisse da una pagina del senato... O_O

https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/370/101/SILVANA_DE_MARI_primo_articolo.pdf


DDL Zan: analisi articolo per articolo per capire quanto sia sbagliato.Articolo 1Il ddl Zan è composto da10 articoli, di cui i primi sei riguardano l’ambito penalee gli altri quattro introducono alcuneazioni positivedi intervento per prevenire e contrastare le discriminazioni.In grassetto i miei commenti Articolo 1 L’articolo 1introduce e definisce i termini sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere, affermando che:a)per sesso si intende il senso biologico o anagrafico;b)Per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso;questo parte della sfera privata dell’individuo e non ha alcun senso che la legge se ne occupi.c)per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; in questo bizzarro paragrafo sono nominate innumerevoli forme di relazioni umane: una relazione erotica, l’amicizia, l’andare a prendere un caffè della vicina di casa, andare insieme al cinema. Non ha alcun senso che la legge se ne occupi, deve far parte della sfera privata dell’individuo, deve far parte della sfera privata dell’individuo approvare o disapprovareuna qualsiasi di queste relazioni e deve far parte della sfera privata dell’individuo il diritto di disapprovare una qualsiasi di queste relazioni. Se disapprovo ad alta voce che il mio vicino abbia una relazione erotica con una signora che non è sua moglie, sto esercitando un mio diritto costituzionale e il mio dovere religioso ( l’adulterio è un peccato). Se sua moglie protesta per questa relazione, la disapprova, sta esercitando un suo diritto costituzionale di disapprovare una relazione affettiva, tra persone di sesso opposto. Un genitore che disapprovi e contrasti l’amicizia tra suo figlio diciassettenne è uno spacciatore trentenne sta disapprovando un’attrazione affettiva trapersone dello stesso sesso che rientrano in questo paragrafo.Onoltre tutto viene messo sullo stesso piano. Deve esistere una gerarchia. L’amore che genera vita deve avere la prevalenza gerarchica. Le relazioni che non generano vita sono un diritto umano ma non devono essere portate come modello, e come modello paritario, altrimenti si afferma che la vita non ha valore. d)per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata dissi in relazione al genere, anche se non corrispondenti al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizioneIl primo articolo al paragafo D contiene un errore tragico, l’affermazione che possa esistere un genere indipendentemente dal sesso e che questa identità di genere debba avere riconoscimento giuridico,Esiste un’identità di età indipendente dall’età anagrafica. Innumerevoli persone si identificano con un’età che non è quella anagrafica. Molti dodicenni si sentono a tutti gli effetti diciottenni, eppure non viene loro concesso di guidare. Innumerevoli quarantenni si
sentono settantenni, ma non viene con loro concessa la pensione. Moltissime persone si dichiarano più giovanidi quanto non siano, ma non viene loro concesso di modificare la carta di identità. Questo perché la legge si occupa del reale. La mente umana può dissociarsi dalla realtà, è un fenomeno sempre doloroso che può essere aiutato, che può essere risolto. La diserzione dalla realtà non deve per nessun motivo essere riconosciutagiuridicamente per due ragioni entrambi gravissime. La persona che ha questa dissociazione viene inchiodata nella sua dissociazione. Per quanto ci sembri inaccettabile la nostra realtà, la nostra realtà è sempre l’unica strada che abbiamo per l’equilibrio. Se un bambino non è stato completamente amato e accettato per quello che è dei propri genitori, e soprattutto della propria madre, se un bambino è stato violentemente aggredito o deriso dai suoi pari o dalle figure di attaccamento statali (insegnanti)che ha trovato sulla sua strada, crescerà col sogno di poter modificare quella realtà, nell’ipotesi completamente errata che questa sia la sua unica strada per l’equilibrio. Al contrario questa è una strada per perdere definitivamente ogni possibile equilibrio. Compito della società, di una società decente, è amare quella realtà e accompagnare il soggetto ad amare la sua realtà. Il primo elemento di un essere umano per poter vivere in equilibrio con se stesso e con i propri simili, facendo quindi partedella società umana,è l’accettazione della realtà, così da non costringere la società alla menzogna. Se una persona si dissocia dalla realtà affermando di avere un’età, un’appartenenza etnica, un sesso (camuffato sotto la dizione assurda identità di genere) che non è suo,sta compiendo un suicidio parziale, cioè sta uccidendo la partedi sé. È evidente che questo dev’essere un diritto della sfera privata, ma che non può essere per nessun motivo incoraggiatoportando la dissociazione della realtà nella sfera pubblica. Il secondo punto di una gravità assoluta è che si condanna tutta la società alla menzogna. Il concetto di genere, è stato istituito dai cosiddetti GENDER studies, elucubrazioni accademiche nell’ambito di non scienze prive di qualsiasi valore scientifico. Il concetto di scienza, il concetto di automazione scientifica, è stato affermato nei secoli da Galileoa Popper.Quando si vuole annientare il diritto più elementare di un popolo, quello alla verità, occorre ricorrere a una neolingua. Genere e identità di genere sono termini nuovi, che devono essere spiegati e imparati, cui vengono date definizioni che devono essere studiate e questo crea l’illusione che si sia parlando di qualcosa di scientifico.L’amore, l’affetto, il sesso, l’erotismo sono fatti privati e sono fatti umani. Non possono essere né vietati né resi obbligatori, come non può essere né vietato né reso obbligatorio l’approvarli o il disapprovarli. Vorrei segnalare la disapprovazione sia direttamente che sui social cui sono esposte le mie amiche madri di famiglie numerose. Il fatto di aver osato mettere al mondo più di cinque bambini le espone ad aggressioni verbali e scritte spesso violentissime, che non risparmiano i loro bimbi, di cui serenamente se ne infischino, perché il cervello normale di persone normali se ne infischia delle critiche quando sa di essere nel giusto. È la struttura mentale del disturbo isterico di personalità che non tollera le critiche e la disapprovazione, perché questa struttura si infrange sulle critiche e sulla disapprovazione. La dizione indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizionepone la legge Zan fuori da ogni ragione e anche fuori dalla legislatura corrente di altre nazioni, a cominciare dalla Gran Bretagna, dove c’è stato undefinitivo stop alla riforma del Gender Recognition
Act, riforma che chiedeva di ammettere il cosiddetto self-id o autocertificazione di genere: la possibilitàcioè per chiunque, in qualsiasi momento, anche in contrasto con le proprie affermazioni del giorno prima o del giorno dopo, di decidere in totale libertàa quale genere appartenere, a prescindere dal proprio sesso biologico e senza alcun atto medico, diagnosi, perizia o sentenza.Ilriconoscere un identità femminile a un maschio che non ha compiuto alcuna transizione vuol dire permettere a tutti maschi violenti di accedere senza restrizioni agli spazi femminili, bagni, spogliatoi, camerate di ospedale, celle. Il riconoscere queste parole, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione, vuol dire violare i diritti più elementari da donne, quello alla propria riservatezza, quello non essere stuprate nei propri spazi. Stuprate dallo sguardo di un uomo su di te o stuprate dal suo pene che entra nella tua vagina contro la tua volontà. Il ddl Zanchi spalanca la porta agli stupratori.
2021-07-13 20:30:21
Sono Silvana De Mari, sono una donna, sono cristiana
semicit.


:D
(edited)
2021-07-13 20:38:10
non dimentichiamoci che il ddl zan si occupa anche dei disabili


Miguel Angel Partido Garcia, Getty Images
Italia
Il ddl Zan è un’occasione anche per le persone disabili
Adriana Belotti, psicologa
18 maggio 2021
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Il disegno di legge “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”, detto anche ddl Zan, attualmente in discussione alla commissione giustizia del senato, interviene su due articoli del codice penale che puniscono la propaganda di idee fondate sulla superiorità o l’odio etnico o razziale, estendendone l’ambito di applicazione. Amplia inoltre la cosiddetta legge Mancino inserendo accanto alle discriminazioni per razza, etnia e religione anche le discriminazioni per sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità.

A livello mediatico il dibattito si è infuocato intorno ai temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, mentre è rimasto un po’ in sordina un altro elemento di discriminazione preso in considerazione dal disegno di legge, la disabilità.

L’articolo 3 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità le riconosce per la prima volta in modo esplicito “come parte della diversità umana e dell’umanità stessa”. Il principio sancisce che essere una persona disabile non è meglio o peggio rispetto a non esserlo, e che non sono le caratteristiche di un individuo a definirne lo svantaggio ma il contesto in cui è inserito. In altre parole la disabilità è il risultato dell’interazione tra condizioni individuali definite fuori dalla “norma” (sancita dal modello medico) e una società non preparata ad accoglierle. Non a caso in inglese “persone con disabilità” si dice disabled people”, cioè “disabilitate”, rese non abile dal contesto costruito a misura di cittadini “normodotati”.

Sempre in inglese, la discriminazione nei confronti delle persone disabili si chiama ableism – termine più diffuso negli ambienti statunitensi – o disableism – più usato nel Regno Unito – e ha cominciato a diffondersi alla fine degli anni ottanta. In Italia si usa il termine abilismo.

Considerare le persone con disabilità modelli da emulare perché sono riuscite a realizzare i loro obiettivi nonostante la loro condizione è inspiration porn

Un esempio concreto di abilismo sono le barriere architettoniche di cui sono piene le nostre città costruite a misura di individui in grado di spostarsi, percepire, ragionare in un certo modo che è sempre e solo quello della maggioranza “abile”. Sono delle manifestazioni di violenza abilista le aggressioni fisiche e verbali contro le persone disabili, così come lo è offendere una persona usando una terminologia inerente al mondo della disabilità, per esempio “sei un handicappato, un down”, eccetera.

Periodicamente le notizie di cronaca denunciano poi episodi di violenze vere e proprie, come quelle avvenute in una struttura residenziale per ospiti disabili a Palermo, o di aggressioni come quella subita dalla ragazzina con disabilità picchiata da un gruppo di coetanee a Roma, o ancora i casi di maltrattamento di persone disabili da parte del loro caregiver familiare. E qui, anche se la responsabilità è sempre individuale, la situazione va contestualizzata. In Italia i servizi residenziali per persone con disabilità e anziani non autosufficienti soffrono di una cronica scarsità di operatori – pagati meno rispetto a ruoli che hanno mansioni simili nel settore ospedaliero – e di un elevato turnover. Il ruolo di caregiver familiare è svolto soprattutto da donne che talvolta hanno anche un lavoro fuori casa, oppure che sono state costrette ad abbandonarlo. Da anni attendono una legge che li tuteli.

Anche la difficile inclusione degli studenti disabili, minata da criticità del sistema scolastico ormai diventate strutturali, è una forma di discriminazione. Come pensare che la scuola possa educare i giovani alla rispettosa convivenza e alla valorizzazione delle differenze se è la prima a non garantire a tutti pari opportunità?

Ma esiste una forma di abilismo più subdola, cioè la tendenza a definire le persone unicamente in base alla loro disabilità, ritraendole in modo stereotipato e connotando la loro diversità con un senso di inferiorità. Questa forma di abilismo la illustra molto bene l’australiana Stella Young, comica, giornalista e attivista per i diritti delle persone con disabilità e lei stessa donna con disabilità. Durante il suo intervento all’interno di una conferenza TedX, ha raccontato un episodio che le è successo durante la sua carriera come docente di diritto in una scuola superiore. Un giorno, circa venti minuti dopo l’inizio della sua lezione, uno studente ha alzato la mano e le ha chiesto: “Ehi, signorina, quando fa il suo discorso motivazionale? Di solito le persone in sedia a rotelle come lei, quando vengono a scuola, parlano di roba motivante”.

Quel ragazzo non riusciva a riconoscerle il ruolo di docente di diritto perché era stato abituato a pensare che le persone disabili non potessero essere nient’altro che maestre di vita. Considerare le persone con disabilità fonti di ispirazione o modelli da emulare perché sono riuscite a realizzare i loro obiettivi nonostante la loro condizione è ciò che Young definisce inspiration porn. Chi riesce a convivere con la disabilità dev’essere per forza un supereroe o una supereroina.

Discriminazioni multiple
Anche se nei contenuti il ddl Zan è complessivamente forse ancora un po’ troppo sbilanciato verso un paradigma di giustizia di tipo sanzionatorio (anche a livello mediatico l’attenzione si è focalizzata più sulle pene da infliggere che sulle proposte di giustizia riparativa), sicuramente è stato però l’occasione per parlare della discriminazione contro le persone disabili e darle un nome.

Il mondo della disabilità ha però risposto tiepidamente. Le reazioni si sono limitate a pochi articoli (per esempio quello scritto dal centro di documentazione Informare un’H), alcuni post sui social, tra cui quelli di Uildm e Sensibilmente, sparute dichiarazioni alla stampa rilasciate a titolo personale da qualche esponente delle associazioni e la voce di qualche attivista. Complessivamente è mancata una presa di posizione unitaria e compatta da parte dell’attivismo delle persone con disabilità.

Questo fa riflettere perché dimostra come le minoranze non sappiano ancora ragionare in una prospettiva intersezionale, non capendo che le loro identità – messe ai margini dalla maggioranza abile, eterosessuale e cisgender – sono intrecciate e non giustapposte. Essere una donna disabile è più stigmatizzante di essere una donna “abile” o un uomo disabile. Essere una donna lesbica o trans con disabilità ha un impatto ancora più grande. Inoltre l’essere donna è condizionato dall’essere una persona disabile e viceversa, come anche essere lesbica o trans condiziona il proprio modo di vivere la femminilità e la disabilità.

Il messaggio politico e culturale di cui il ddl si fa portavoce dovrebbe dunque interessare molto alle persone disabili perché le loro identità minoritarie – l’essere donna, trans, disabile, omosessuale – non sono blocchi monolitici ma si influenzano a vicenda.

Il mondo della disabilità, salvo rare eccezioni, sta dimostrando di non saper andare più in là del suo naso, dimenticando pure una fetta dei “suoi”, ovvero le persone lgbt+ con disabilità che sono vittime di discriminazioni multiple, esattamente come le donne disabili. Perché le discriminazioni non si sommano, si moltiplicano.


L’obiettivo della proposta di legge e del dibattito che ne è scaturito non era circoscrivere delle categorie di discriminati ma individuare assi di discriminazione. L’uso discriminatorio del potere esercitato dalla maggioranza “normale” colpisce trasversalmente tutte le minoranze e per questo andrebbe contrastato unendo le forze.

L’attivismo delle persone con disabilità sembra non essere ancora riuscito a ragionare in termini di intersezionalità e questo rischia di accorciare la sua visione e di indebolire il potere trasformativo delle sue azioni.

Il potere che la maggioranza “normale” esercita a tutti i livelli è quindi abilista oltre che sessista, razzista e omofobo. Il ddl Zan, in quanto legge, interviene sui comportamenti individuali ma è l’intero sistema a essere discriminatorio, perché non considera le persone disabili come una risorsa per la collettività ma solo come un costo da ridurre.
2021-07-13 21:34:01
https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/370/101/SILVANA_DE_MARI_primo_articolo.pdf

io condivido il senso dello scritto
(a parte il passaggio sulle cause del "disturbo di identità" che è palesemente un attacco all'esistenza di queste persone)

i punti essenziali sono che impedire la "discriminazione" non può significare:
-annullare il diritto di critica e di opinione.
-concedere ad alcune persone di avere diritti (che sono una cosa diversa dal rispetto e mancata discriminazione) sulla base di una autodichiarazione