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Subject: Libertà d’opinione o di stampa...
ah beh .. se lo dice il blogger..
Seriamente, che Barbero sia un influencer lo sapeva anche il gatto del mio vicino.
Che gli influencer siano influenti sul dibattito è un'ovvietà, che sia "il più potente" è da vedere, ma cambia poco.
Che faccia "paura" può essere, sicuramente attira di più l'attenzione della censura chi fa rumore rispetto a chi è irrilevante.
Ma la censura è sbagliata come metodo e dunque IN TUTTI I CASI. Anche in questo.
Seriamente, che Barbero sia un influencer lo sapeva anche il gatto del mio vicino.
Che gli influencer siano influenti sul dibattito è un'ovvietà, che sia "il più potente" è da vedere, ma cambia poco.
Che faccia "paura" può essere, sicuramente attira di più l'attenzione della censura chi fa rumore rispetto a chi è irrilevante.
Ma la censura è sbagliata come metodo e dunque IN TUTTI I CASI. Anche in questo.
Il video di Barbero "oggetto di attenzioni" dei bravi FACT-CHECKERS che ci proteggono da disinformazione e propaganda. Che periodo storico triste per il nostro paese.
C'erano dubbi?
“L’intervento di Alessandro Barbero sul referendum contiene informazioni fuorvianti e non supportate dai fatti“. Così il “fact-checking” di Open, firmato dal vicedirettore specializzato David Puente, ha condannato il video dello storico alla censura di Meta, che lo ha oscurato da alcune delle pagine che lo avevano rilanciato su Facebook (dove finora ha raccolto almeno un milione e mezzo di visualizzazioni e oltre ventimila condivisioni). L’endorsement di Barbero per il No alla riforma Nordio, infatti, è stato etichettato come contenuto “falso” in base alla verifica svolta dal quotidiano online, partner del colosso tech in un progetto contro le fake news. Analizzando nel merito le contestazioni di Open, però, si scopre che il professore – uno dei divulgatori di maggior successo in Italia – ha probabilmente studiato (e capito) l’oggetto del referendum molto meglio dei suoi “fact-checker”. Vediamo perché.
Cosa ha detto Barbero (e cosa dice la riforma)
Le presunte “informazioni fuorvianti” sarebbero contenute nel passaggio in cui il professore parla del cuore della riforma: lo spacchettamento del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Il Csm è l’organo che si occupa al posto del governo di tutto quanto riguarda i magistrati come dipendenti pubblici: nomine, progressioni di carriera, trasferimenti, organizzazione degli uffici (tribunali, procure e corti), sanzioni disciplinari. Si tratta quindi di un’istituzione fondamentale per garantire l’indipendenza effettiva del potere giudiziario, rendendo le toghe immuni ai condizionamenti della politica.
Con la legge approvata dalle Camere, i Csm diventerebbero due, uno per i giudici e uno per i pm. In entrambi, i membri togati, cioè magistrati (due terzi del totale) verrebbero selezionati tramite un sorteggio tra i giudici e i pm in servizio (probabilmente con un limite minimo di anzianità: deciderlo spetterà a una legge successiva). I membri “laici”, professori e avvocati (spesso esponenti di partito), continuerebbero invece di fatto a essere scelti dalla politica: la riforma, infatti, prevede che siano “estratti a sorte da un elenco che il Parlamento in seduta comune compila mediante elezione”. Nel testo non si specifica quanto dovrà essere lungo l’elenco: in teoria, quindi, i consiglieri eletti potrebbero essere anche lo stesso numero di quelli da sorteggiare, facendo diventare il sorteggio una pura finzione.
Ai due futuri Csm inoltre verrà tolta la funzione disciplinare, cioè il potere di punire i magistrati per i loro comportamenti scorretti sul piano deontologico, con sanzioni che vanno da un semplice ammonimento fino alla rimozione. Questo compito sarà affidato a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, composto da 15 membri: nove magistrati sorteggiati – in questo caso solo tra quelli che lavorino o abbiano lavorato alla Corte di Cassazione – e sei laici, di cui tre scelti dal Parlamento (con le stesse modalità di quelli dei Csm) e altri tre nominati dal presidente della Repubblica.
Ora rileggiamo cosa dice Barbero nel video:
“A me sembra che questi organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”.
La versione dei “fact-checker”
Secondo il “fact-checking” di Open, preso per buono da Meta, queste affermazioni contengono falsità. La prima è il “riferimento a una presunta scelta del governo”, mentre “questo non interviene in alcun modo”, perché i laici sono nominati dal Parlamento: addirittura, David Puente accusa Barbero di “non distinguere il potere esecutivo da quello legislativo”. Il giornalista definisce poi “infondato” il “rischio autoritario”, perché nella Costituzione rimarrà scritto che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, e i membri togati continueranno a essere maggioranza nei Consigli superiori e nell’Alta Corte. Infine, l’articolo contesta un passaggio del video in cui Barbero descrive l’Alta corte come un organo “al di sopra del Csm”, mentre secondo Puente “si colloca su un piano distinto” e senza alcun “rapporto di subordinazione”.
Analizziamo queste critiche una per una.
Il governo “non interviene” nelle decisioni del Parlamento?
A voler essere gentili, è un’ingenuità. Da anni il Parlamento non esercita più di fatto la funzione legislativa: quasi sempre si limita a ratificare provvedimenti già adottati dal governo (i decreti legge) o ad approvare, con minime modifiche, disegni di legge di iniziativa dell’esecutivo. È successo anche con la riforma Nordio, approvata – caso unico nella storia delle leggi costituzionali – nell’identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei ministri. Lo stesso avviene per le nomine di competenza parlamentare, come i giudici della Corte costituzionale o, appunto, i laici del Csm: chiunque segua da vicino la politica sa che i nomi da votare vengono decisi nei caminetti dei leader di partito, che per la maggioranza corrispondono sempre ai vertici del governo. Non solo: mentre adesso il quorum previsto per l’elezione dei laici (tre quinti del Parlamento) garantisce una rappresentanza anche alle opposizioni, la riforma non prevede alcun quorum per la compilazione dell’elenco da cui sorteggiare i nomi. In teoria, quindi, la maggioranza del momento potrebbe accaparrarsi tutti i membri del Csm scelti dalle Camere.
Insomma, al netto dei formalismi, dire che il governo “continuerà a scegliere” i suoi uomini al Consiglio superiore corrisponde al vero contenuto della riforma.
(edited)
“L’intervento di Alessandro Barbero sul referendum contiene informazioni fuorvianti e non supportate dai fatti“. Così il “fact-checking” di Open, firmato dal vicedirettore specializzato David Puente, ha condannato il video dello storico alla censura di Meta, che lo ha oscurato da alcune delle pagine che lo avevano rilanciato su Facebook (dove finora ha raccolto almeno un milione e mezzo di visualizzazioni e oltre ventimila condivisioni). L’endorsement di Barbero per il No alla riforma Nordio, infatti, è stato etichettato come contenuto “falso” in base alla verifica svolta dal quotidiano online, partner del colosso tech in un progetto contro le fake news. Analizzando nel merito le contestazioni di Open, però, si scopre che il professore – uno dei divulgatori di maggior successo in Italia – ha probabilmente studiato (e capito) l’oggetto del referendum molto meglio dei suoi “fact-checker”. Vediamo perché.
Cosa ha detto Barbero (e cosa dice la riforma)
Le presunte “informazioni fuorvianti” sarebbero contenute nel passaggio in cui il professore parla del cuore della riforma: lo spacchettamento del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Il Csm è l’organo che si occupa al posto del governo di tutto quanto riguarda i magistrati come dipendenti pubblici: nomine, progressioni di carriera, trasferimenti, organizzazione degli uffici (tribunali, procure e corti), sanzioni disciplinari. Si tratta quindi di un’istituzione fondamentale per garantire l’indipendenza effettiva del potere giudiziario, rendendo le toghe immuni ai condizionamenti della politica.
Con la legge approvata dalle Camere, i Csm diventerebbero due, uno per i giudici e uno per i pm. In entrambi, i membri togati, cioè magistrati (due terzi del totale) verrebbero selezionati tramite un sorteggio tra i giudici e i pm in servizio (probabilmente con un limite minimo di anzianità: deciderlo spetterà a una legge successiva). I membri “laici”, professori e avvocati (spesso esponenti di partito), continuerebbero invece di fatto a essere scelti dalla politica: la riforma, infatti, prevede che siano “estratti a sorte da un elenco che il Parlamento in seduta comune compila mediante elezione”. Nel testo non si specifica quanto dovrà essere lungo l’elenco: in teoria, quindi, i consiglieri eletti potrebbero essere anche lo stesso numero di quelli da sorteggiare, facendo diventare il sorteggio una pura finzione.
Ai due futuri Csm inoltre verrà tolta la funzione disciplinare, cioè il potere di punire i magistrati per i loro comportamenti scorretti sul piano deontologico, con sanzioni che vanno da un semplice ammonimento fino alla rimozione. Questo compito sarà affidato a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, composto da 15 membri: nove magistrati sorteggiati – in questo caso solo tra quelli che lavorino o abbiano lavorato alla Corte di Cassazione – e sei laici, di cui tre scelti dal Parlamento (con le stesse modalità di quelli dei Csm) e altri tre nominati dal presidente della Repubblica.
Ora rileggiamo cosa dice Barbero nel video:
“A me sembra che questi organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”.
La versione dei “fact-checker”
Secondo il “fact-checking” di Open, preso per buono da Meta, queste affermazioni contengono falsità. La prima è il “riferimento a una presunta scelta del governo”, mentre “questo non interviene in alcun modo”, perché i laici sono nominati dal Parlamento: addirittura, David Puente accusa Barbero di “non distinguere il potere esecutivo da quello legislativo”. Il giornalista definisce poi “infondato” il “rischio autoritario”, perché nella Costituzione rimarrà scritto che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, e i membri togati continueranno a essere maggioranza nei Consigli superiori e nell’Alta Corte. Infine, l’articolo contesta un passaggio del video in cui Barbero descrive l’Alta corte come un organo “al di sopra del Csm”, mentre secondo Puente “si colloca su un piano distinto” e senza alcun “rapporto di subordinazione”.
Analizziamo queste critiche una per una.
Il governo “non interviene” nelle decisioni del Parlamento?
A voler essere gentili, è un’ingenuità. Da anni il Parlamento non esercita più di fatto la funzione legislativa: quasi sempre si limita a ratificare provvedimenti già adottati dal governo (i decreti legge) o ad approvare, con minime modifiche, disegni di legge di iniziativa dell’esecutivo. È successo anche con la riforma Nordio, approvata – caso unico nella storia delle leggi costituzionali – nell’identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei ministri. Lo stesso avviene per le nomine di competenza parlamentare, come i giudici della Corte costituzionale o, appunto, i laici del Csm: chiunque segua da vicino la politica sa che i nomi da votare vengono decisi nei caminetti dei leader di partito, che per la maggioranza corrispondono sempre ai vertici del governo. Non solo: mentre adesso il quorum previsto per l’elezione dei laici (tre quinti del Parlamento) garantisce una rappresentanza anche alle opposizioni, la riforma non prevede alcun quorum per la compilazione dell’elenco da cui sorteggiare i nomi. In teoria, quindi, la maggioranza del momento potrebbe accaparrarsi tutti i membri del Csm scelti dalle Camere.
Insomma, al netto dei formalismi, dire che il governo “continuerà a scegliere” i suoi uomini al Consiglio superiore corrisponde al vero contenuto della riforma.
(edited)
Falso.
Già oggi il PARLAMENTO manda al CSM i membri non togati eleggendoli in modo da rappresentare anche la minoranza.
A parte il fatto di chiamare in causa il GOVERNO e non il PARLAMENTO, c'è un tema di falsità che riguarda il senso della frase incriminata:
"dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni"
Non ci sono nella riforma metodi per il Governo di DARE ORDINI, nè di SANZIONARLI.
Questa riforma è senza effetti, se va bene diminuirà (un po') il peso della politica nel CSM (non nella magistratura, nel CSM!).
Però è un'ottimo esercizio per vedere come si mente spudoratamente nella stampa per appartenenza e convenienza politica.
Barbero chiaramente ha usato un'espressione infelice, la censura chiaramente è scattata in modo strumentale (e ha finito per dargli maggiore visibilità!).
Le "opposizioni" e i Travagli sono chiaramente in mala fede.
Già oggi il PARLAMENTO manda al CSM i membri non togati eleggendoli in modo da rappresentare anche la minoranza.
A parte il fatto di chiamare in causa il GOVERNO e non il PARLAMENTO, c'è un tema di falsità che riguarda il senso della frase incriminata:
"dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno Stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni"
Non ci sono nella riforma metodi per il Governo di DARE ORDINI, nè di SANZIONARLI.
Questa riforma è senza effetti, se va bene diminuirà (un po') il peso della politica nel CSM (non nella magistratura, nel CSM!).
Però è un'ottimo esercizio per vedere come si mente spudoratamente nella stampa per appartenenza e convenienza politica.
Barbero chiaramente ha usato un'espressione infelice, la censura chiaramente è scattata in modo strumentale (e ha finito per dargli maggiore visibilità!).
Le "opposizioni" e i Travagli sono chiaramente in mala fede.
ah, i bookmakers non quotano neppure più il fatto che Report uscirà con uno scandalo ad orologeria sulla politica in prossimità del referendum
I nostri ayatollah
Editoriale – 24 Gennaio 2026
di Marco Travaglio
Il caso di Meta, il democraticissimo colosso dei social che fa capo a Zuckerberg e si permette di oscurare il video di Alessandro Barbero per il No al referendum in quanto sedicenti fact checker l’hanno definito “falso”, la dice lunga sulla direzione imboccata dalle cosiddette democrazie occidentali. Quelle che si stracciano le vesti perché l’Iran stacca Internet e non si accorgono che c’è una sola cosa peggiore dello shutdown della Rete: la censura selettiva. Se un privato cittadino, nella fattispecie un docente universitario di Storia, non può far circolare il suo pensiero sul web perché altri privati cittadini, con autorevolezza e titoli di studio infinitamente più miseri dei suoi, hanno il potere non solo di contestarlo (cosa pienamente lecita), ma anche di farlo oscurare e squalificarlo con l’etichetta di “falso” come il Ministero della Verità di Orwell, tanto vale spegnere tutto. Il fatto poi che questi poliziotti del web scelti non si sa come (anzi si sa: si nominano da soli) decidano di bocciare un video perché troppo “virale”, cioè perché raccoglie milioni di visualizzazioni mentre le loro sbobbe non le guarda nessuno, aggiunge un tocco di farsa alla tragedia della censura. Anche perché questi sfollagente, così allergici alle verità di Barbero, si guardano bene dall’oscurare le balle di politici e trombettieri del Sì. A cominciare da Nordio e Meloni, cioè dagli autori della schiforma.
E, se lo fai notare, ti rispondono con supercazzole. Tipo che i discorsi dei politici sono di per sé “notiziabili” e li giudica il pubblico. Cioè: un politico somaro può mentire quanto gli pare, mentre un prof universitario deve sottoporsi alle pagelle di gente magari ignorante come una capra, ma investita del potere censorio dai magnati del web e dai sinedri europei. Le colpe di Barbero sarebbero tre. 1) Ha detto che i membri laici del Csm li sceglierà il governo, anziché la maggioranza parlamentare: come se in Italia non fosse la stessa cosa. 2) Ha notato che nell’Alta corte disciplinare e nei due Csm aumenterà il peso dei politici: e anche questo è vero, visto che per i 15 membri dell’Alta corte il rapporto 2 a 1 diventa 3 a 2 (un politico in più e un magistrato in meno); e sia lì sia nei due Csm la quota togata estratta a sorte è molto più debole e disomogenea di quella laica nominata dal governo col finto sorteggio. 3) Ha previsto che questa deriva porterà i pm agli ordini dell’esecutivo: e questo lo dice pure Nordio, quando promette alla Schlein che col Sì non verranno più indagati neppure ministri di centrosinistra. Ma per Nordio il fact checking oscurante non scatta. E neppure per la Meloni che promette: “Se vince il Sì, non vedremo più vergogne come Garlasco” (dove pm e giudici, a carriere unite, si contraddicono a vicenda da 19 anni). Molto meglio gli ayatollah.
(edited)
Editoriale – 24 Gennaio 2026
di Marco Travaglio
Il caso di Meta, il democraticissimo colosso dei social che fa capo a Zuckerberg e si permette di oscurare il video di Alessandro Barbero per il No al referendum in quanto sedicenti fact checker l’hanno definito “falso”, la dice lunga sulla direzione imboccata dalle cosiddette democrazie occidentali. Quelle che si stracciano le vesti perché l’Iran stacca Internet e non si accorgono che c’è una sola cosa peggiore dello shutdown della Rete: la censura selettiva. Se un privato cittadino, nella fattispecie un docente universitario di Storia, non può far circolare il suo pensiero sul web perché altri privati cittadini, con autorevolezza e titoli di studio infinitamente più miseri dei suoi, hanno il potere non solo di contestarlo (cosa pienamente lecita), ma anche di farlo oscurare e squalificarlo con l’etichetta di “falso” come il Ministero della Verità di Orwell, tanto vale spegnere tutto. Il fatto poi che questi poliziotti del web scelti non si sa come (anzi si sa: si nominano da soli) decidano di bocciare un video perché troppo “virale”, cioè perché raccoglie milioni di visualizzazioni mentre le loro sbobbe non le guarda nessuno, aggiunge un tocco di farsa alla tragedia della censura. Anche perché questi sfollagente, così allergici alle verità di Barbero, si guardano bene dall’oscurare le balle di politici e trombettieri del Sì. A cominciare da Nordio e Meloni, cioè dagli autori della schiforma.
E, se lo fai notare, ti rispondono con supercazzole. Tipo che i discorsi dei politici sono di per sé “notiziabili” e li giudica il pubblico. Cioè: un politico somaro può mentire quanto gli pare, mentre un prof universitario deve sottoporsi alle pagelle di gente magari ignorante come una capra, ma investita del potere censorio dai magnati del web e dai sinedri europei. Le colpe di Barbero sarebbero tre. 1) Ha detto che i membri laici del Csm li sceglierà il governo, anziché la maggioranza parlamentare: come se in Italia non fosse la stessa cosa. 2) Ha notato che nell’Alta corte disciplinare e nei due Csm aumenterà il peso dei politici: e anche questo è vero, visto che per i 15 membri dell’Alta corte il rapporto 2 a 1 diventa 3 a 2 (un politico in più e un magistrato in meno); e sia lì sia nei due Csm la quota togata estratta a sorte è molto più debole e disomogenea di quella laica nominata dal governo col finto sorteggio. 3) Ha previsto che questa deriva porterà i pm agli ordini dell’esecutivo: e questo lo dice pure Nordio, quando promette alla Schlein che col Sì non verranno più indagati neppure ministri di centrosinistra. Ma per Nordio il fact checking oscurante non scatta. E neppure per la Meloni che promette: “Se vince il Sì, non vedremo più vergogne come Garlasco” (dove pm e giudici, a carriere unite, si contraddicono a vicenda da 19 anni). Molto meglio gli ayatollah.
(edited)
I poveri fessi hater di Ranucci se ne faranno una ragione?
Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio, la multa da 150mila euro è annullata. Il 22 gennaio scorso il Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti della Persona) ha emesso una sentenza che segna la svolta sull’intera vicenda e una sconfitta giudiziaria pesantissima per l’Autorità Garante della Privacy.
L’oggetto del contendere è il ricorso presentato dalla Rai contro il provvedimento n. 621 del 23 ottobre 2025 con cui il Garante aveva sanzionato la trasmissione per la messa in onda (l’8 dicembre 2024) dell’audio tra l’ex Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, nei quali si discuteva della revoca della nomina di Maria Rosaria Boccia.
“Era legittimo – scrive Ranucci – e di interesse pubblico trasmettere l’audio e inoltre i magistrati sottolineano il fatto che il Garante ha svolto le indagini fuori i tempi stabiliti dalla legge. Il Garante ha sbagliato nei contenuti e nella forma”.
Il Tribunale accoglie il ricorso e annulla la sanzione. Le motivazioni del giudice Corrado Bile si basano su due pilastri fondamentali, uno di merito (libertà di stampa) e uno procedurale (tempi scaduti). Il giudice smonta la tesi del Garante secondo cui la diffusione di quei colloqui privati violava la privacy senza aggiungere nulla alla notizia. La sentenza stabilisce che la conversazione, pur essendo privata, aveva una “sostanziale rilevanza pubblica” perché svelava come le decisioni istituzionali (la nomina o meno di una consulente ministeriale) fossero influenzate da “questioni di natura squisitamente personale” e dalle richieste della moglie del Ministro. La diffusione dell’audio originale era necessaria per “veicolare il dato storico nella sua immediatezza” ed evitare il sospetto di ricostruzioni faziose da parte del giornalista. Viene ribadito che il giornalismo d’inchiesta gode di ampia tutela e che la privacy cede il passo quando la notizia è essenziale per la formazione dell’opinione pubblica.
Il Tribunale accoglie anche l’eccezione procedurale: il Garante ha impiegato troppo tempo per sanzionare. Viene sancito che il termine di 9 mesi per la conclusione del procedimento (art. 143 Codice Privacy) è perentorio e non ordinatorio. Il giudice afferma che il mancato rispetto dei tempi pone l’Autorità in una “posizione ingiustificatamente privilegiata” e lesiva del diritto di difesa. Poiché il provvedimento è arrivato oltre i termini di legge, la sanzione decade anche per questo motivo formale. In conclusione, la sentenza stabilisce che Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio e che l’azione sanzionatoria del Garante è stata sia infondata nel merito che tardiva nella procedura. Il Garante è condannato a pagare le spese legali.
Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio, la multa da 150mila euro è annullata. Il 22 gennaio scorso il Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti della Persona) ha emesso una sentenza che segna la svolta sull’intera vicenda e una sconfitta giudiziaria pesantissima per l’Autorità Garante della Privacy.
L’oggetto del contendere è il ricorso presentato dalla Rai contro il provvedimento n. 621 del 23 ottobre 2025 con cui il Garante aveva sanzionato la trasmissione per la messa in onda (l’8 dicembre 2024) dell’audio tra l’ex Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, nei quali si discuteva della revoca della nomina di Maria Rosaria Boccia.
“Era legittimo – scrive Ranucci – e di interesse pubblico trasmettere l’audio e inoltre i magistrati sottolineano il fatto che il Garante ha svolto le indagini fuori i tempi stabiliti dalla legge. Il Garante ha sbagliato nei contenuti e nella forma”.
Il Tribunale accoglie il ricorso e annulla la sanzione. Le motivazioni del giudice Corrado Bile si basano su due pilastri fondamentali, uno di merito (libertà di stampa) e uno procedurale (tempi scaduti). Il giudice smonta la tesi del Garante secondo cui la diffusione di quei colloqui privati violava la privacy senza aggiungere nulla alla notizia. La sentenza stabilisce che la conversazione, pur essendo privata, aveva una “sostanziale rilevanza pubblica” perché svelava come le decisioni istituzionali (la nomina o meno di una consulente ministeriale) fossero influenzate da “questioni di natura squisitamente personale” e dalle richieste della moglie del Ministro. La diffusione dell’audio originale era necessaria per “veicolare il dato storico nella sua immediatezza” ed evitare il sospetto di ricostruzioni faziose da parte del giornalista. Viene ribadito che il giornalismo d’inchiesta gode di ampia tutela e che la privacy cede il passo quando la notizia è essenziale per la formazione dell’opinione pubblica.
Il Tribunale accoglie anche l’eccezione procedurale: il Garante ha impiegato troppo tempo per sanzionare. Viene sancito che il termine di 9 mesi per la conclusione del procedimento (art. 143 Codice Privacy) è perentorio e non ordinatorio. Il giudice afferma che il mancato rispetto dei tempi pone l’Autorità in una “posizione ingiustificatamente privilegiata” e lesiva del diritto di difesa. Poiché il provvedimento è arrivato oltre i termini di legge, la sanzione decade anche per questo motivo formale. In conclusione, la sentenza stabilisce che Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio e che l’azione sanzionatoria del Garante è stata sia infondata nel merito che tardiva nella procedura. Il Garante è condannato a pagare le spese legali.
Sul secondo punto ovviamente è una necessità e una censura giustissima. Il Garante non può e non deve tenerti per anni senza sapere se ti sanziona o meno.
Di questa chiarezza saremo tutti grati a questa vicenda.
Sul primo punto (IMHO) francamente mi aspetto che questa sentenza sia ribaltata, perchè come è ovvio, ci deve essere un limite all'intromissione della stampa in un diritto costituzionalmente garantito (segretezza della corrispondenza, art. 15).
In questo senso si rileva l'ennesimo giudice superficiale, se non peggio. Ma ci siamo abituati. Per avere un minimo di serietà in ambito Amministrativo devi per forza arrivare almeno al secondo grado. Il primo è un tiro di dadi.
Di questa chiarezza saremo tutti grati a questa vicenda.
Sul primo punto (IMHO) francamente mi aspetto che questa sentenza sia ribaltata, perchè come è ovvio, ci deve essere un limite all'intromissione della stampa in un diritto costituzionalmente garantito (segretezza della corrispondenza, art. 15).
In questo senso si rileva l'ennesimo giudice superficiale, se non peggio. Ma ci siamo abituati. Per avere un minimo di serietà in ambito Amministrativo devi per forza arrivare almeno al secondo grado. Il primo è un tiro di dadi.
@marcotravaglio
Cari amici, vi do una notizia con la morte nel cuore: dopo quelle con Matteo Renzi, ho vinto nel secondo appello anche la causa con suo padre Tiziano. Il quale dovrà restituirmi i 50mila euro (più interessi e spese legali, per un totale di circa 100mila euro) che ero stato costretto a versargli da due incredibili sentenze di primo e di secondo grado per una legittima critica politica a “Otto e mezzo”.
Lì, nel 2017, avevo risposto così a una domanda di Lilli Gruber sull'inchiesta Consip che vedeva indagato il babbo dell'ex premier:
“Se il padre del capo del governo si mette in affari o si interessa di affari che riguardano aziende controllate dal governo, magari a beneficio di imprenditori che finanziano o hanno finanziato il capo del governo, questo non so se sia un reato, ma è un gigantesco conflitto d’interessi”.
Renzi senior, credendo che parlassi di lui e non di suo figlio, mi aveva denunciato per danni. Ma io non lo sapevo, perché la notifica non mi era mai arrivata (al posto della mia firma c'era uno scarabocchio fatto da chissà chi). Così nel 2018 ero stato processato in contumacia, senza potermi difendere, da un giudice civile di Firenze.
Il quale avrebbe potuto e dovuto verificare da solo la veridicità di ciò che avevo detto (era un fatto notorio) e assolvermi per aver esercitato il diritto di cronaca e di critica. Invece non lo fece e mi condannò a pagare 50 mila euro, più le spese processuali.
Lo scoprii da un articolo del Foglio e da un post di Matteo Renzi su Facebook:
“Sono ovviamente contento per mio padre... Bisogna sopportare le ingiustizie, le falsità, le diffamazioni. Perché la verità prima o poi arriva. Il tempo è galantuomo. Ci sono dei giudici in Italia, bisogna solo saper aspettare. E verrà presto il tempo in cui la serietà tornerà di moda. Ci hanno rovesciato un mare di fango addosso. Nessun risarcimento ci ridarà ciò che abbiamo sofferto ma la verità è più forte delle menzogne. Adesso sono solo curioso di vedere come i tg daranno la notizia”.
Poi mi diede del “diffamatore seriale” e del “vitalizio per me e la mia famiglia”, annunciando che coi miei soldi avrebbe pagato le rate del mutuo della sua nuova villa da oltre un milione di euro chiamandola “Villa Travaglio”, nonché la sua festa alla Leopolda per i 50 anni.
Il mio avvocato Caterina Malavenda fece appello, per poterci difendere almeno lì. Ma anche la Corte d'Appello mi diede torto, perché avrei dovuto “invocare l’esimente del diritto di cronaca o critica e, conseguentemente, fornire la prova della veridicità del fatto narrato” in primo grado (dov'ero ignaro contumace).
Per fortuna la Cassazione annullò quel doppio obbrobrio, bacchettando i giudici di primo e secondo grado: spettava a loro verificare se le mie parole “integrassero il legittimo esercizio del diritto di cronaca”, “rilevabile d’ufficio a prescindere dalla specifica e tempestiva allegazione della parte e anche in appello”.
E rinviò il processo a un nuovo appello, che si è concluso l'altroieri con il rigetto totale delle pretese di Tiziano Renzi e la sua condanna a restituirmi ciò che gli ho versato (76.295 euro fra risarcimento e spese legali), più gli interessi e le spese legali della Cassazione e del secondo appello. In tutto, un conticino di circa 100 mila euro.
Motivo:
“Appare palese come l'obiettivo della critica – e che di critica si tratti è indiscutibile – fosse Matteo Renzi e non il padre (come peraltro incidentalmente rilevato anche dal Tribunale)... Certamente dunque il giornalista ben poteva esprimere la sua opinione, avente ad oggetto un personaggio pubblico (addirittura ex Presidente del Consiglio)...”.
Ed ancora:
“La libertà di manifestazione del pensiero diventa strumentale anche al controllo sul potere politico da parte dei cittadini e assume la funzione di contribuire in modo determinante alla formazione della pubblica opinione, in modo che ciascuno possa liberamente orientare le proprie scelte”.
Conclusione:
“Devono pertanto ritenersi sussistenti tutti i presupposti per l'applicabilità della esimente del diritto di critica o di cronaca...”.
Non ho altro da aggiungere, se non che il danno l'ho subìto io da una lite temeraria durata ben otto anni; e che questa sentenza, firmata dalle giudici Carla Santese, Giulia Conte e Ada Raffaelli Mazzarelli, è una boccata di ossigeno per tutti i giornalisti e i cittadini che credono nella Giustizia.
Il resto lo lascio a una fonte ben più autorevole di me, con qualche ritocco (soprattutto sulla punteggiatura):
“Bisogna sopportare le ingiustizie, le falsità, le diffamazioni, perché la verità prima o poi arriva. Il tempo è galantuomo. Ci sono dei giudici in Italia: bisogna solo saper aspettare. E verrà presto il tempo in cui la serietà tornerà di moda. Mi hanno rovesciato un mare di fango addosso. Nessun risarcimento mi ridarà ciò che ho sofferto, ma la verità è più forte delle menzogne. Adesso sono solo curioso di vedere come i tg daranno la notizia”.
Cari amici, vi do una notizia con la morte nel cuore: dopo quelle con Matteo Renzi, ho vinto nel secondo appello anche la causa con suo padre Tiziano. Il quale dovrà restituirmi i 50mila euro (più interessi e spese legali, per un totale di circa 100mila euro) che ero stato costretto a versargli da due incredibili sentenze di primo e di secondo grado per una legittima critica politica a “Otto e mezzo”.
Lì, nel 2017, avevo risposto così a una domanda di Lilli Gruber sull'inchiesta Consip che vedeva indagato il babbo dell'ex premier:
“Se il padre del capo del governo si mette in affari o si interessa di affari che riguardano aziende controllate dal governo, magari a beneficio di imprenditori che finanziano o hanno finanziato il capo del governo, questo non so se sia un reato, ma è un gigantesco conflitto d’interessi”.
Renzi senior, credendo che parlassi di lui e non di suo figlio, mi aveva denunciato per danni. Ma io non lo sapevo, perché la notifica non mi era mai arrivata (al posto della mia firma c'era uno scarabocchio fatto da chissà chi). Così nel 2018 ero stato processato in contumacia, senza potermi difendere, da un giudice civile di Firenze.
Il quale avrebbe potuto e dovuto verificare da solo la veridicità di ciò che avevo detto (era un fatto notorio) e assolvermi per aver esercitato il diritto di cronaca e di critica. Invece non lo fece e mi condannò a pagare 50 mila euro, più le spese processuali.
Lo scoprii da un articolo del Foglio e da un post di Matteo Renzi su Facebook:
“Sono ovviamente contento per mio padre... Bisogna sopportare le ingiustizie, le falsità, le diffamazioni. Perché la verità prima o poi arriva. Il tempo è galantuomo. Ci sono dei giudici in Italia, bisogna solo saper aspettare. E verrà presto il tempo in cui la serietà tornerà di moda. Ci hanno rovesciato un mare di fango addosso. Nessun risarcimento ci ridarà ciò che abbiamo sofferto ma la verità è più forte delle menzogne. Adesso sono solo curioso di vedere come i tg daranno la notizia”.
Poi mi diede del “diffamatore seriale” e del “vitalizio per me e la mia famiglia”, annunciando che coi miei soldi avrebbe pagato le rate del mutuo della sua nuova villa da oltre un milione di euro chiamandola “Villa Travaglio”, nonché la sua festa alla Leopolda per i 50 anni.
Il mio avvocato Caterina Malavenda fece appello, per poterci difendere almeno lì. Ma anche la Corte d'Appello mi diede torto, perché avrei dovuto “invocare l’esimente del diritto di cronaca o critica e, conseguentemente, fornire la prova della veridicità del fatto narrato” in primo grado (dov'ero ignaro contumace).
Per fortuna la Cassazione annullò quel doppio obbrobrio, bacchettando i giudici di primo e secondo grado: spettava a loro verificare se le mie parole “integrassero il legittimo esercizio del diritto di cronaca”, “rilevabile d’ufficio a prescindere dalla specifica e tempestiva allegazione della parte e anche in appello”.
E rinviò il processo a un nuovo appello, che si è concluso l'altroieri con il rigetto totale delle pretese di Tiziano Renzi e la sua condanna a restituirmi ciò che gli ho versato (76.295 euro fra risarcimento e spese legali), più gli interessi e le spese legali della Cassazione e del secondo appello. In tutto, un conticino di circa 100 mila euro.
Motivo:
“Appare palese come l'obiettivo della critica – e che di critica si tratti è indiscutibile – fosse Matteo Renzi e non il padre (come peraltro incidentalmente rilevato anche dal Tribunale)... Certamente dunque il giornalista ben poteva esprimere la sua opinione, avente ad oggetto un personaggio pubblico (addirittura ex Presidente del Consiglio)...”.
Ed ancora:
“La libertà di manifestazione del pensiero diventa strumentale anche al controllo sul potere politico da parte dei cittadini e assume la funzione di contribuire in modo determinante alla formazione della pubblica opinione, in modo che ciascuno possa liberamente orientare le proprie scelte”.
Conclusione:
“Devono pertanto ritenersi sussistenti tutti i presupposti per l'applicabilità della esimente del diritto di critica o di cronaca...”.
Non ho altro da aggiungere, se non che il danno l'ho subìto io da una lite temeraria durata ben otto anni; e che questa sentenza, firmata dalle giudici Carla Santese, Giulia Conte e Ada Raffaelli Mazzarelli, è una boccata di ossigeno per tutti i giornalisti e i cittadini che credono nella Giustizia.
Il resto lo lascio a una fonte ben più autorevole di me, con qualche ritocco (soprattutto sulla punteggiatura):
“Bisogna sopportare le ingiustizie, le falsità, le diffamazioni, perché la verità prima o poi arriva. Il tempo è galantuomo. Ci sono dei giudici in Italia: bisogna solo saper aspettare. E verrà presto il tempo in cui la serietà tornerà di moda. Mi hanno rovesciato un mare di fango addosso. Nessun risarcimento mi ridarà ciò che ho sofferto, ma la verità è più forte delle menzogne. Adesso sono solo curioso di vedere come i tg daranno la notizia”.
La Rai non manda in onda l’intervista all’attivista di Askatasuna dopo gli scontri. I sindacati: “Svilito il lavoro giornalistico”
Questo è difficilmente accettabile e sinceramente per una volta puzza proprio di quel modo di governare da fascisti che tutti usano dire a caso.
Ora che c'è un caso davvero inaccettabile dire che è inaccettabile resta senza forza.
Da un lato manifesto il mio disgusto per la censura.
Dall'altro rilevo che è anche colpa di continua a gridare "al lupo" per qualsiasi stupidaggine.
(edited)
Questo è difficilmente accettabile e sinceramente per una volta puzza proprio di quel modo di governare da fascisti che tutti usano dire a caso.
Ora che c'è un caso davvero inaccettabile dire che è inaccettabile resta senza forza.
Da un lato manifesto il mio disgusto per la censura.
Dall'altro rilevo che è anche colpa di continua a gridare "al lupo" per qualsiasi stupidaggine.
(edited)
Il selfie di Meloni col pentito: la Rai vuole punire "Report"
di Gianluca Roselli - 24 Aprile 2026
Nessun pagamento ricevuto da Giorgio Mottola per il servizio realizzato per Report sui rapporti di FdI con alcuni esponenti del clan di Michele Senese, e in particolare Gioacchino Amico, con tanto di selfie insieme a Giorgia Meloni. Il servizio dell'inviato del programma di Sigfrido Ranucci è andato in onda domenica 12 aprile, ma per quel lavoro il cronista si è visto bloccare il contratto di pagamento da parte dell'azienda. Il motivo è da ricondurre al fatto che Mottola ha anticipato i contenuti del servizio in un articolo per il Fatto Quotidiano pubblicato martedì 7 aprile. "Il pentito e la foto con Meloni. 'Si accreditò per conto di FdI'", il titolo del pezzo in cui si racconta come Gioacchino Amico, uomo dei Senese, abbia cercato di accreditarsi all'interno di FdI. A colpire, naturalmente, è il selfie di Amico con Meloni, che diventa subito la notizia della settimana. Nell'articolo per il Fatto si specifica che Giorgio Mottola è "inviato di Report, Rai". Ora però la tv pubblica blocca il compenso al giornalista.
Sui pagamenti funziona così. Come free lance, qualche giorno prima della messa in onda di un servizio, il giornalista viene contattato dall'ufficio contratti per stipulare un compenso, che oltretutto va a coprire le spese sostenute fino a quel momento, tutte a carico dell'inviato. Pattuito il compenso e stipulato il contratto, il servizio va in onda. Questa volta, però, nessuno ha chiamato Mottola per accordarsi sul compenso e il servizio è stato trasmesso senza intesa economica preliminare. Una cosa mai accaduta.
Ma perché? Mottola chiede spiegazioni, ma l'azienda non risponde. Poi in via informale si viene a sapere che la Rai si è attaccata a una clausola del contratto, la 1.5, in cui si dice che "il collaboratore s'impegna a non utilizzare, nell'ambito della sua attività sulla carta stampata o di scrittore, elementi e/o dati e/o argomenti direttamente connessi con quanto trattato nei programmi". Insomma, Mottola non avrebbe dovuto scrivere quell'articolo sul Fatto. Peccato, però, che anticipazioni sul Fatto ne siano state realizzate diverse dallo stesso Mottola (di recente sul caso Equalize), ma pure da altri inviati di Report, come Luca Bertazzoni e Giulia Innocenzi, senza che la Rai avesse nulla da obiettare. Anche perché un'altra clausola del contratto, la 5.1, obbliga il collaboratore a partecipare a eventi di promozione degli stessi contenuti Rai. E dunque un'anteprima su un quotidiano di un'inchiesta di Report non rientra forse in questa fattispecie?
La questione sembra pretestuosa e pare riguardare invece il contenuto del servizio. Per cui la stessa Giorgia Meloni s'infuriò, con un post su X in cui si è scagliata contro "la redazione unica composta dal Fatto, Repubblica, Fanpage e Report". Nelle stesse ore c'è anche un duro post contro Report postato da Esperia, il giornale web di Pietro Dettori (ex comunicazione 5 Stelle) che, come raccontato da Fanpage, riceve addirittura un like dal direttore dell'approfondimento Rai, Paolo Corsini. Il quale, interpellato dal Fatto sul blocco del compenso, spiega: "Io non ho sollevato obiezioni al contenuto del servizio, per me non c'era alcun problema e infatti è andato regolarmente in onda. Sul blocco del contratto è intervenuto l'ufficio del personale e l'ufficio legale…". In serata arriva poi anche una nota dell'azienda in cui si smentisce che "il mancato pagamento del collaboratore Mottola sia dovuto a valutazioni editoriali relative al contenuto di un'inchiesta, come erroneamente riportato da alcuni organi di stampa", ribadendo però che "sono in corso verifiche su una possibile violazione degli obblighi contrattuali".
Dunque, l'azienda sta verificando eventuali violazioni dovute all'anticipazione al Fatto, con contenuti su cui Corsini non sarebbe stato messo a conoscenza. Ma fonti interne fanno sapere che comunque "il servizio verrà pagato". Sulla vicenda vogliono però veder chiaro i 5 Stelle, che annunciano un'interrogazione in Vigilanza Rai. "È una vicenda molto grave, bisogna fare chiarezza", interviene in serata la presidente della commissione, Barbara Floridia. E Report continua a essere sotto attacco, dalla maggioranza di centrodestra e da dentro la Rai, che quest'anno ha tagliato quattro puntate al programma di Ranucci.
Solito metodo: imbavagliare e censurare e se non si riesce, togliere contratti e sostentamento. Il governicchio delle canagliette mediocri (e mafiose).
Io non capisco come non si rendono conto, che più fanno così, più fanno incazzare il popolo, e più perdono voti?
Sono convinto che la Meloni non sapeva chi era Amico, e dei suoi rapporti, stava quindi parata, anzi avrebbe potuto prendere la palla a balzo, per fare pulizia all'interno del suo partito. Chi secondo me ha architettato tutta sta manovrina, è quello che ha portato Amico in FDI, (me sa che era Fidanza), comunque sia la percezione per quelli onesti e puliti, è che sono talmente impregnati, e infiltrati da logiche e interessi mafiosi, che hanno le mani legate, e cercano in ogni modo d'imbavagliare giornalisti e magistrati. Ma più fanno così, più si danneggiano, e gli effetti li vedranno alle prossime elezioni.
Sono convinto che la Meloni non sapeva chi era Amico, e dei suoi rapporti, stava quindi parata, anzi avrebbe potuto prendere la palla a balzo, per fare pulizia all'interno del suo partito. Chi secondo me ha architettato tutta sta manovrina, è quello che ha portato Amico in FDI, (me sa che era Fidanza), comunque sia la percezione per quelli onesti e puliti, è che sono talmente impregnati, e infiltrati da logiche e interessi mafiosi, che hanno le mani legate, e cercano in ogni modo d'imbavagliare giornalisti e magistrati. Ma più fanno così, più si danneggiano, e gli effetti li vedranno alle prossime elezioni.
Stiamo commentando una notizia sostanzialmente falsa.
Aspettiamo di vedere se veramente non lo pagano..
Aspettiamo di vedere se veramente non lo pagano..
Infatti, il problema è come decidono di reagire alla tranvata colossale del referendum
C’è un video short stupendo che ho visto ieri, dove un tizio spiega semplicemente come tutte le mosse che sono state fatte da lì poi siano solo di facciata. C’è una narrazione, e poi di fatto ci sono delle azioni che mantengono lo status quo.
Per loro questo non evolvere è sicuramente rischioso, ma da mediocri quali sono, e dalla concezione del potere che hanno (ho vinto le elezioni e quindi posso fare tutto quello che voglio) mi viene da pensare che questa non sia una strategia ma semplicemente l’ennesima conferma della mediocrità di cui sono la personificazione.
Sono semplicemente incapaci di prendere atto davvero degli errori che hanno commesso, e prendere un’altra direzione. Si limitano a comunicare cose, e i fessi ci cascano. Infatti anche qui vedi come la storia della mancata conferma dell’accordo con Israele sia subito stata presa e sbandierata dai propagandisti. Azione che nasconde la reale volontà di andare avanti come prima: vedi l’iniziativa in comune con la Germania di fermare l’Europa nello stop agli accordi con Israele. Ma quello è solo un esempio.
(edited)
C’è un video short stupendo che ho visto ieri, dove un tizio spiega semplicemente come tutte le mosse che sono state fatte da lì poi siano solo di facciata. C’è una narrazione, e poi di fatto ci sono delle azioni che mantengono lo status quo.
Per loro questo non evolvere è sicuramente rischioso, ma da mediocri quali sono, e dalla concezione del potere che hanno (ho vinto le elezioni e quindi posso fare tutto quello che voglio) mi viene da pensare che questa non sia una strategia ma semplicemente l’ennesima conferma della mediocrità di cui sono la personificazione.
Sono semplicemente incapaci di prendere atto davvero degli errori che hanno commesso, e prendere un’altra direzione. Si limitano a comunicare cose, e i fessi ci cascano. Infatti anche qui vedi come la storia della mancata conferma dell’accordo con Israele sia subito stata presa e sbandierata dai propagandisti. Azione che nasconde la reale volontà di andare avanti come prima: vedi l’iniziativa in comune con la Germania di fermare l’Europa nello stop agli accordi con Israele. Ma quello è solo un esempio.
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