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Subject: [Attualità]
c'ho provato ma m'hanno mannato bevuto ... non se po fa ... comunque ho provato a farli in vaso ... ma mi escono piccoli ...
e ci sono i pupe che dicono "è sempre accaduto" e i pancaro "sono gli immicrati".... il disagio giovanile personalmente mi sembra straevidente e bisogna fare qualcosa sotto tanti punti di vista ma io partirei da una "rieducazione genitoriale".. e si, riprendendo il discorso di qualche giorno fa, anche con leggi che ti dicono cosa puoi far fare e cosa no ai tuoi figli visto che il non essere in grado di gestirli comporta problemi a terzi
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Non ci salva dai "nostri giovani" ma sul fatto che sia sempre stato così è anche vero...
C'è la partita e copincollo da Reddit... ma anche senza controllare so che sono citazioni vere/verosimili su "I vecchi e i giovani" come scriveva Pirandello
Esiodo (VIII secolo a.C.): "Non vedo speranza per il futuro del nostro popolo se dipende dalla gioventù frivola di oggi, perché certamente tutti i giovani sono sconsiderati oltre ogni dire. Quando ero giovane, ci hanno insegnato ad essere discreti e rispettosi degli anziani, ma i giovani di oggi sono estremamente irrispettosi e impazienti di ogni freno."
Platone (425–347 a.C. da La Repubblica): "Cosa sta succedendo ai nostri giovani? Mancano di rispetto agli anziani, disobbediscono ai genitori. Ignorano la legge. Si ribellano per le strade infiammati da idee folli. La loro morale è decadente. Cosa ne sarà di loro?"
Orazio (65–8 a.C.): "L'età dei nostri padri era peggiore di quella dei nostri nonni. Noi, i loro figli, siamo più inutili di loro; così a nostra volta daremo al mondo una progenie ancora più corrotta."
Seneca (4 a.C.–65 d.C.): "I nostri giovani sono stati educati all'insolenza, hanno imparato a disprezzare ogni autorità; cercano di imitare i loro anziani in atti rivoluzionari, e pensano che sia libertà farlo."
Cicerone (106–43 a.C.): "I tempi sono brutti. I bambini non obbediscono più ai genitori, e tutti stanno scrivendo un libro."
Pietro il Eremita (XIII secolo): "I giovani di oggi non pensano che a se stessi. Non hanno riverenza per i genitori o per la vecchiaia. Sono impazienti di ogni freno. Parlano come se sapessero tutto, e ciò che passa per saggezza per noi è follia per loro."
Yoshida Kenkō (1283–1350, Giappone): "Le mode moderne sembrano continuare a diventare sempre più depravati... Anche il linguaggio parlato comune si è costantemente impoverito."
Manusmriti: “Nel Kali Yuga, i giovani non avranno rispetto per i loro anziani e si ribellarranno contro i valori tradizionali. Le usanze prescritte dai Veda saranno ignorate."
Attribuito a un saggio egizio (circa 1200 a.C.): "I giovani nel nostro paese oggi amano il lusso. Sono irrispettosi verso i loro genitori e mostrano disprezzo per i loro anziani. Parlano invece di lavorare."
Insomma, viene in mente quello che diceva il professore Keating mentre mostrava ai suoi studenti le foto dei corsi del passato; o l'Ecclesiaste di "non c'è nulla di nuovo sotto il sole"... Insomma, è vero che panta rei ma l'acqua sempre acqua è
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C'è la partita e copincollo da Reddit... ma anche senza controllare so che sono citazioni vere/verosimili su "I vecchi e i giovani" come scriveva Pirandello
Esiodo (VIII secolo a.C.): "Non vedo speranza per il futuro del nostro popolo se dipende dalla gioventù frivola di oggi, perché certamente tutti i giovani sono sconsiderati oltre ogni dire. Quando ero giovane, ci hanno insegnato ad essere discreti e rispettosi degli anziani, ma i giovani di oggi sono estremamente irrispettosi e impazienti di ogni freno."
Platone (425–347 a.C. da La Repubblica): "Cosa sta succedendo ai nostri giovani? Mancano di rispetto agli anziani, disobbediscono ai genitori. Ignorano la legge. Si ribellano per le strade infiammati da idee folli. La loro morale è decadente. Cosa ne sarà di loro?"
Orazio (65–8 a.C.): "L'età dei nostri padri era peggiore di quella dei nostri nonni. Noi, i loro figli, siamo più inutili di loro; così a nostra volta daremo al mondo una progenie ancora più corrotta."
Seneca (4 a.C.–65 d.C.): "I nostri giovani sono stati educati all'insolenza, hanno imparato a disprezzare ogni autorità; cercano di imitare i loro anziani in atti rivoluzionari, e pensano che sia libertà farlo."
Cicerone (106–43 a.C.): "I tempi sono brutti. I bambini non obbediscono più ai genitori, e tutti stanno scrivendo un libro."
Pietro il Eremita (XIII secolo): "I giovani di oggi non pensano che a se stessi. Non hanno riverenza per i genitori o per la vecchiaia. Sono impazienti di ogni freno. Parlano come se sapessero tutto, e ciò che passa per saggezza per noi è follia per loro."
Yoshida Kenkō (1283–1350, Giappone): "Le mode moderne sembrano continuare a diventare sempre più depravati... Anche il linguaggio parlato comune si è costantemente impoverito."
Manusmriti: “Nel Kali Yuga, i giovani non avranno rispetto per i loro anziani e si ribellarranno contro i valori tradizionali. Le usanze prescritte dai Veda saranno ignorate."
Attribuito a un saggio egizio (circa 1200 a.C.): "I giovani nel nostro paese oggi amano il lusso. Sono irrispettosi verso i loro genitori e mostrano disprezzo per i loro anziani. Parlano invece di lavorare."
Insomma, viene in mente quello che diceva il professore Keating mentre mostrava ai suoi studenti le foto dei corsi del passato; o l'Ecclesiaste di "non c'è nulla di nuovo sotto il sole"... Insomma, è vero che panta rei ma l'acqua sempre acqua è
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Si incomincia ad essere vecchi ... quando cominci a denigrare igiovani, invece di cercare di capirli.
Mi fa ridere Mazzeo, che pensa che con pene più dure si arrestano i fenomeni di violenza, in America c'è la pena di morte, e sono il Paese con il più alto tasso di omicidi, nell'Occidente civilizzato.
Io ricordo, la rabbia, la voglia di spaccare il mondo, di non credere più alle favole che ci dicevano i grandi, perchè quello che osservavo in giro è lontano miglia e miglia dai loro sermoni, mi ricordo repressione e voglia di libertà, la necessità di dover emergere, di non piegarsi, neanche di fronte alle guardie, di cercare vie che i miei mi vietavano di percorrere, di dover sempre ascoltare, e quando parlavo venivo zittito, e gli unici interlocutori diventavano i coetanei, compagni di ventura e sventura a seconda degli episodi ... la ricerca di una felicità che a noi che non mancava nulla sembrava sempre lì a un passo da essere raggiunta e che una volta presa, ti sfuggiva tra le mani ... lasciandoti una malinconia difficile da gestire, e da digerire.
Mi fa ridere Mazzeo, che pensa che con pene più dure si arrestano i fenomeni di violenza, in America c'è la pena di morte, e sono il Paese con il più alto tasso di omicidi, nell'Occidente civilizzato.
Io ricordo, la rabbia, la voglia di spaccare il mondo, di non credere più alle favole che ci dicevano i grandi, perchè quello che osservavo in giro è lontano miglia e miglia dai loro sermoni, mi ricordo repressione e voglia di libertà, la necessità di dover emergere, di non piegarsi, neanche di fronte alle guardie, di cercare vie che i miei mi vietavano di percorrere, di dover sempre ascoltare, e quando parlavo venivo zittito, e gli unici interlocutori diventavano i coetanei, compagni di ventura e sventura a seconda degli episodi ... la ricerca di una felicità che a noi che non mancava nulla sembrava sempre lì a un passo da essere raggiunta e che una volta presa, ti sfuggiva tra le mani ... lasciandoti una malinconia difficile da gestire, e da digerire.
Scopigno i numeri sono numeri, la violenza giovanile è in aumento (purtroppo). E si arriva ad una scelta, o facciamo finta di niente, supponiamo che come dice pupe o scopigno stesso "è sempre stato cosi" e speriamo non accade mai a noi o a un nostro caro qualcosa di brutto, oppure proviamo a intervenire (che non significa denigrare i giovani lucly)
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non fraintendere, Michè, sono il primo, e l'ho anche scritto in precedenza che vedo una degenarazione della violenza, nei nostri giovani, le lame, e saldare l'impicci con le lame c'è sempre stato, almeno a Roma, dai tempi dei Romani, ma l'età che si sta riducendo così drasticamente, per me è inspiegabile.
Ho ripercorso, ho ricercato in memoria gli stati d'animo, di quell'età, credo 17-18 anni, dove ho avuto una netta degenerazione, nei miei comportamenti, figli di quella mutazione riconosciuta da mia madre dove io a 13 anni da piccolo lord, mi tramuto in teppista, (vero è che cominciavo a frequentare lo stadio di nascosto).
Ma la domanda a cui non riesco a rispondere è perchè?
Non avevo fame, non mi mancava niente, venivo da un quartiere che può essere definito la Beverly Hills di Roma, a casa mia girava più cultura che soldi, che comunque non mancavano, cresciuto in mezzo ad arte e letteratura, eppure ho intrapreso strade che i miei, ma io stesso se avessi un figlio non vorrei mai che percorresse.
So descrivere gli stati d'animo ... ma non i perchè ... e questo non me lo riesco a spiegare ... non che la mia esperienza possa essere tautologica, ognuno ha il proprio cammino, le scelte fatte sono determinatte dall'ambiente, e dal back ground esperenziale, ma se io stesso non riesco a comprendere il perchè ... come posso capire i perchè degli altri?
Ho ripercorso, ho ricercato in memoria gli stati d'animo, di quell'età, credo 17-18 anni, dove ho avuto una netta degenerazione, nei miei comportamenti, figli di quella mutazione riconosciuta da mia madre dove io a 13 anni da piccolo lord, mi tramuto in teppista, (vero è che cominciavo a frequentare lo stadio di nascosto).
Ma la domanda a cui non riesco a rispondere è perchè?
Non avevo fame, non mi mancava niente, venivo da un quartiere che può essere definito la Beverly Hills di Roma, a casa mia girava più cultura che soldi, che comunque non mancavano, cresciuto in mezzo ad arte e letteratura, eppure ho intrapreso strade che i miei, ma io stesso se avessi un figlio non vorrei mai che percorresse.
So descrivere gli stati d'animo ... ma non i perchè ... e questo non me lo riesco a spiegare ... non che la mia esperienza possa essere tautologica, ognuno ha il proprio cammino, le scelte fatte sono determinatte dall'ambiente, e dal back ground esperenziale, ma se io stesso non riesco a comprendere il perchè ... come posso capire i perchè degli altri?
Caro pupe, la repressione non è sempre sinonimo di negatività, al limite lo è l'eccesso di repressione. Punire i comportamenti sbagliati non ha mai fatto male, ma come dicevo più su bisogna ripartire da rieducazione, dialogo, cercare di capire i motivi di determinate azioni. Ma molti come te manco lo percepiscono il problema, prevedo tempi duri
Sembra di fare sempre la stessa discussione. La delinquenza, sia giovanile che da colletto bianco, la diminuisci con la certezza della pena.
E così come ogni volta, ti ritroverai il parere contrario di chi la certezza della pena non la vuole, perché ha amici che non devono finire in galera.
E così come ogni volta, ti ritroverai il parere contrario di chi la certezza della pena non la vuole, perché ha amici che non devono finire in galera.
Non mi sembra che il decreto Caivano, e quello sicurezza, dove si sono inasprite le pene, abbia giovato, anzi l' aumento è sotto gli occhi di tutti ... vi concentrate sugli effetti e non cercate le cause, capite le cause, si possono attuare misure per contrastare gli effetti ... la penso così ... qui c'è bisogno di sociologia, psicologia, filosofia, tutte cose che la società moderna pensa di fare a meno ,,,, troppo concentrata a cercare la via breve e facile per risolvere i problemi ... problemi che puntualmente non vengono risolti ... chissà perchè ...
Inasprire le pene non è certezza della pena.
Comunque non mi convincerete mai che la certezza della pena prevenga i reati dei sedicenni ubriachi in centro.
Non è la sanzione che previene quel tipo di reati.
Comunque non mi convincerete mai che la certezza della pena prevenga i reati dei sedicenni ubriachi in centro.
Non è la sanzione che previene quel tipo di reati.
E pensa che sono d'accordo con te: la storia insegna che aumentare le pene non porta a un abbassamento della delinquenza. Questa la raggiungi appunto con pene "giuste" ma sicure. Segue conferma argomentata di mio cugino.
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L'origine del principio: Cesare Beccaria (1764)
Il punto di partenza è il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Beccaria scrisse che "uno dei più grandi freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l'infallibilità" della punizione.
Da allora sembra acquisito che "il primo fattore di deterrenza è la certezza della punizione", mentre esiti disastrosi si devono attendere da un sistema che produce nei destinatari una convinzione di sostanziale impunità.
Cosa dice la ricerca empirica
Studi autorevoli indicano che non tanto la severità o "l'intensità" delle pene agisce da deterrente, quanto la certezza della punizione.
Un esempio concreto viene dagli Stati Uniti e dalla pena di morte: le statistiche indicano che la pena capitale non scoraggia i crimini violenti, e il consenso accademico è che la coerenza e la certezza della punizione abbiano effetti molto più efficaci sul comportamento violento rispetto alla severità della pena.
C'è anche una spiegazione psicologica interessante: le pene severe incoraggiano temporaneamente l'obbedienza, ma impediscono una vera modificazione dell'atteggiamento che vi sta dietro. Paradossalmente, le pene severe funzionano meglio se si vuole convincere qualcuno ad obbedire una sola volta e non ci interessa cambiare in modo profondo e duraturo le sue convinzioni.
Il nodo della recidiva
Un capitolo importante riguarda cosa succede dopo la condanna. Le misure riabilitative riducono la recidiva, migliorano la qualità della vita delle comunità abbattendo la criminalità, e contribuiscono a ridurre il costo economico del mantenimento di detenuti in carceri sovraffollate.
Una ricerca empirica condotta sul carcere di Bollate (Milano) ha prodotto dati molto significativi: la sostituzione di un anno in un carcere "chiuso e duro" con un anno in un carcere "aperto e umano" riduce la recidiva di 6-10 punti percentuali, con effetti maggiori per i detenuti con più bassi livelli di istruzione e per chi è alla prima esperienza carceraria.
Un equivoco frequente: certezza della pena ≠ carcere
Nel dibattito pubblico questo principio viene spesso distorto. Per la retorica populistica, certezza della pena non è altro che certezza del carcere — travisando così uno dei più nobili concetti del diritto penale liberale.
La Costituzione italiana, nell'articolo 27, parla al plurale di "pene" che devono tendere alla rieducazione del condannato. Le pene devono essere "certe", cioè effettive, e "pronte", ossia tempestive.
È provato che le alternative al carcere riducono i tassi di recidiva. Il carcere è spesso definito "l'università del crimine", dove il ladruncolo rischia di uscire come rapinatore formato.
In sintesi
Il principio è valido su tre livelli:
Teorico: già Beccaria nel Settecento lo aveva formulato con chiarezza.
Psicologico: la certezza di essere puniti modifica il comportamento in modo più profondo e duraturo della severità della pena.
Empirico: i dati sulla recidiva e sul confronto tra sistemi penali diversi confermano che la deterrenza viene dalla probabilità di essere scoperti e condannati, non dall'entità della pena.
Vale però la pena notare che il principio è necessario ma non sufficiente: perché funzioni davvero, il sistema deve garantire processi rapidi, forze dell'ordine efficaci, e un'applicazione coerente della legge — tutti elementi che in Italia presentano storicamente criticità significative.
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L'origine del principio: Cesare Beccaria (1764)
Il punto di partenza è il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Beccaria scrisse che "uno dei più grandi freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l'infallibilità" della punizione.
Da allora sembra acquisito che "il primo fattore di deterrenza è la certezza della punizione", mentre esiti disastrosi si devono attendere da un sistema che produce nei destinatari una convinzione di sostanziale impunità.
Cosa dice la ricerca empirica
Studi autorevoli indicano che non tanto la severità o "l'intensità" delle pene agisce da deterrente, quanto la certezza della punizione.
Un esempio concreto viene dagli Stati Uniti e dalla pena di morte: le statistiche indicano che la pena capitale non scoraggia i crimini violenti, e il consenso accademico è che la coerenza e la certezza della punizione abbiano effetti molto più efficaci sul comportamento violento rispetto alla severità della pena.
C'è anche una spiegazione psicologica interessante: le pene severe incoraggiano temporaneamente l'obbedienza, ma impediscono una vera modificazione dell'atteggiamento che vi sta dietro. Paradossalmente, le pene severe funzionano meglio se si vuole convincere qualcuno ad obbedire una sola volta e non ci interessa cambiare in modo profondo e duraturo le sue convinzioni.
Il nodo della recidiva
Un capitolo importante riguarda cosa succede dopo la condanna. Le misure riabilitative riducono la recidiva, migliorano la qualità della vita delle comunità abbattendo la criminalità, e contribuiscono a ridurre il costo economico del mantenimento di detenuti in carceri sovraffollate.
Una ricerca empirica condotta sul carcere di Bollate (Milano) ha prodotto dati molto significativi: la sostituzione di un anno in un carcere "chiuso e duro" con un anno in un carcere "aperto e umano" riduce la recidiva di 6-10 punti percentuali, con effetti maggiori per i detenuti con più bassi livelli di istruzione e per chi è alla prima esperienza carceraria.
Un equivoco frequente: certezza della pena ≠ carcere
Nel dibattito pubblico questo principio viene spesso distorto. Per la retorica populistica, certezza della pena non è altro che certezza del carcere — travisando così uno dei più nobili concetti del diritto penale liberale.
La Costituzione italiana, nell'articolo 27, parla al plurale di "pene" che devono tendere alla rieducazione del condannato. Le pene devono essere "certe", cioè effettive, e "pronte", ossia tempestive.
È provato che le alternative al carcere riducono i tassi di recidiva. Il carcere è spesso definito "l'università del crimine", dove il ladruncolo rischia di uscire come rapinatore formato.
In sintesi
Il principio è valido su tre livelli:
Teorico: già Beccaria nel Settecento lo aveva formulato con chiarezza.
Psicologico: la certezza di essere puniti modifica il comportamento in modo più profondo e duraturo della severità della pena.
Empirico: i dati sulla recidiva e sul confronto tra sistemi penali diversi confermano che la deterrenza viene dalla probabilità di essere scoperti e condannati, non dall'entità della pena.
Vale però la pena notare che il principio è necessario ma non sufficiente: perché funzioni davvero, il sistema deve garantire processi rapidi, forze dell'ordine efficaci, e un'applicazione coerente della legge — tutti elementi che in Italia presentano storicamente criticità significative.
Perdonami pupe ma certezza della pena de che? Le carceri straripano di giovani, come mai prima, (questi sono tutti destinati a diventare deliquenti), senza possibilità di recupero ... sarei curioso, quanti di questi finiti in galera cambieranno strada ... e quanti invece non faranno avanti e retro dal carcere ... ai posteri l'ardua sentenza.
Sono negativo soprattutto perchè il carcere, così come è congeniato non ha i mezzi per aiutare questi giovani che hanno sbagliato strada, ma come dice Saviano, sono degli ottimi bacini dove la malavita va a pescare nuove leve da usare.
Sono negativo soprattutto perchè il carcere, così come è congeniato non ha i mezzi per aiutare questi giovani che hanno sbagliato strada, ma come dice Saviano, sono degli ottimi bacini dove la malavita va a pescare nuove leve da usare.