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alla fine le cure attualmente sono ancora molto sperimentali e su qualcuno devono pur provarle...
Cito da pagina 4:
E' facile dare la colpa ai medici e ai pazienti in queste siuazioni, ma sotto molti aspetti le parti sono semplicemente vittime di un sistema che incoraggia l'eccesso terapeutico. In alcuni casi infelici i medici applicano il modello free for service, cioé il pagamento di ogni singola cura; prescrivono tutto ciò che che possono per guadagnare di più, anche se é completamente inutile.
Non so, a dire il vero non é la parte che più mi ha sconvolto, ma anche questo pezzo fa riflettere (eufemismo).
E' facile dare la colpa ai medici e ai pazienti in queste siuazioni, ma sotto molti aspetti le parti sono semplicemente vittime di un sistema che incoraggia l'eccesso terapeutico. In alcuni casi infelici i medici applicano il modello free for service, cioé il pagamento di ogni singola cura; prescrivono tutto ciò che che possono per guadagnare di più, anche se é completamente inutile.
Non so, a dire il vero non é la parte che più mi ha sconvolto, ma anche questo pezzo fa riflettere (eufemismo).
notizia non ancora smentita
veramente il sito che linki tu riporta proprio prima dell'articolo che "potrebbe trattarsi" di superbufala, hanno dovuto metterlo dopo esser stati sbugiardati abbondantemente nei commenti (leggere in particolare quello di Elena)
giornalisticamente, un pessima figura
Prodi condannato:Se presiedeva la commissione è colpevole
anche qui, leggi bene il tuo stesso link e soprattutto i commenti
veramente il sito che linki tu riporta proprio prima dell'articolo che "potrebbe trattarsi" di superbufala, hanno dovuto metterlo dopo esser stati sbugiardati abbondantemente nei commenti (leggere in particolare quello di Elena)
giornalisticamente, un pessima figura
Prodi condannato:Se presiedeva la commissione è colpevole
anche qui, leggi bene il tuo stesso link e soprattutto i commenti
L’uso della tortura negli anni di piombo
di Adriano Sofri
A prima vista, la notizia è che negli anni ‘70 e ‘80 ci fu un ricorso non episodico a torture di polizia nei confronti di militanti della “lotta armata” - e non solo. È quello che riemerge da libri (Nicola Rao, Colpo al cuore), programmi televisivi (”Chi l’ha visto”), articoli (come l’intervista del Corriere a Nicola Ciocia, già “professor De Tormentis”, questore in pensione). Non è una notizia se non per chi sia stato del tutto distratto da simili inquietanti argomenti. Nei primi anni ‘80 le denunce per torture raccolte da avvocati, da Amnesty e riferite in Parlamento furono dozzine.
A volte la cosa “scappava di mano”, come nella questura di Palermo, 1985. Oscar Luigi Scalfaro, che era allora ministro dell’Interno, dichiarò: “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia e ne è uscito morto”. Era un giovane mafioso, fu picchiato e torturato col metodo della “cassetta”: un tubo spinto in gola e riempito di acqua salata. Gli sfondò la trachea, il cadavere fu portato su una spiaggia per simularne l’annegamento in mare. Alla notte di tortura parteciparono o assistettero decine di agenti e funzionari. Avevano molte attenuanti: era stato appena assassinato un valoroso funzionario di polizia, Beppe Montana, “Serpico”. All’indomani della denuncia di Scalfaro, e delle destituzioni da lui decise, la mafia assassinò il commissario Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Una sequenza terribile, ma le attenuanti si addicono poco al ricorso alla tortura, il cui ripudio è per definizione incondizionato. Repubblica sta ricostruendo la tremenda vicissitudine di Giuseppe Gulotta, “reo confesso” nel 1976 dell’assassinio ad Alcamo di due carabinieri, condannato all’ergastolo e detenuto per 22 anni: finché uno dei torturatori, un sottufficiale dei carabinieri, ha voluto raccontare la verità.
L’elenco di brigatisti e affiliati di altri gruppi armati sottoposti a torture è fitto: va dal nappista Alberto Buonoconto, Napoli 1975 (si sarebbe impiccato nel 1981) a Enrico Triaca, Roma 1978, a Petrella e Di Rocco (ucciso poi in carcere a Trani da brigatisti), Roma 1982, ai cinque autori del sequestro Dozier, Padova 1982… In tutte queste circostanze operavano (è il verbo giusto: noi siamo come i chirurghi, dirà Ciocia, “una volta cominciato dobbiamo andare fino in fondo”) due squadre chiamate grottescamente “I cinque dell’Ave Maria” e “I vendicatori della notte”. Ha riferito Salvatore Genova, già capo dei Nocs, inquisito coi suoi per le torture padovane al tempo di Dozier e stralciato grazie all’immunità parlamentare, infine pensionato: “Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale”. Quel modo di tortura - accompagnato da sevizie molteplici, aghi sotto le unghie, ustioni ai genitali, percosse metodiche, esecuzioni simulate; ed efferatezze sessuali nei confronti di militanti donne - non si chiamava ancora waterboarding, e non era un genere di importazione. Lo si usava già coi briganti ottocenteschi. Fu una specialità algerina negli anni ‘50. Addirittura, quando Rao chiede a Ciocia se davvero gli ufficiali della Cia che assistettero agli interrogatori per Dozier fossero rimasti stupefatti per quello che vedevano, lui risponde: “Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori… Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori!”.
Costui accetta di parlare con Rao, che non ne rivela ancora il nome. Solo quel soprannome, “professor De Tormentis”. Il 23 marzo 1982 Leonardo Sciascia prese la parola nel dibattito alla Camera sulle torture ai brigatisti del sequestro Dozier, replicando all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. “Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi! Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!”. Successe allora che i giornalisti Vittorio Buffa e Luca Villoresi, che avevano riferito delle torture sull’Espresso e su Repubblica con ricchezza di dettagli, furono arrestati per essersi rifiutati di rivelare le loro fonti e liberati solo dopo che due coraggiosi funzionari di polizia dichiararono, a proprie spese, di aver passato loro le notizie. Certo Sciascia avrebbe meritato di conoscere la conclusione attuale della storia, che tocca quello che gli stava più a cuore, compreso il Manzoni della Colonna infame che citava il trattato duecentesco De tormentis. Da lì il prestigioso poliziotto Umberto Improta aveva ricavato il nomignolo per il suo subordinato. Il nome vero era da tempo noto agli esperti, a cominciare dalle vittime: appartiene a un poliziotto andato in pensione nel 2004 col grado di questore, dopo una carriera piena di successi contro malavita e terrorismo. Poi ha fatto l’avvocato, è stato commissario della Fiamma Nazionale a Napoli. Ora, alla vigilia degli ottant’anni e con la sua dose di malanni, dà interviste che un giorno rivendicano, un giorno smentiscono. Si definisce però “da sempre fascista mussoliniano”.
Ecco qual è la notizia. Che quando lo Stato italiano e il suo Comitato interministeriale per la sicurezza decisero di sciogliere la lingua ai terroristi, ne incaricarono un signore che aveva già dato prova del proprio talento. Non è lui il problema: vive in pace la sua pensione, e promette di portarsi per quietanza nella tomba i suoi segreti di Pulcinella. Non importa che usassero il nome di tortura: non si fa così nelle ragioni di Stato, e del resto la Repubblica Italiana si guarda dal riconoscere l’esistenza di un reato di tortura. È superfluo, dicono. Bastava assicurare spalle coperte. La difesa della democrazia si affidò a un efficiente fascista mussoliniano. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Pietro Verri, i migliori.
(La Repubblica – 16 febbraio 2012)
di Adriano Sofri
A prima vista, la notizia è che negli anni ‘70 e ‘80 ci fu un ricorso non episodico a torture di polizia nei confronti di militanti della “lotta armata” - e non solo. È quello che riemerge da libri (Nicola Rao, Colpo al cuore), programmi televisivi (”Chi l’ha visto”), articoli (come l’intervista del Corriere a Nicola Ciocia, già “professor De Tormentis”, questore in pensione). Non è una notizia se non per chi sia stato del tutto distratto da simili inquietanti argomenti. Nei primi anni ‘80 le denunce per torture raccolte da avvocati, da Amnesty e riferite in Parlamento furono dozzine.
A volte la cosa “scappava di mano”, come nella questura di Palermo, 1985. Oscar Luigi Scalfaro, che era allora ministro dell’Interno, dichiarò: “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia e ne è uscito morto”. Era un giovane mafioso, fu picchiato e torturato col metodo della “cassetta”: un tubo spinto in gola e riempito di acqua salata. Gli sfondò la trachea, il cadavere fu portato su una spiaggia per simularne l’annegamento in mare. Alla notte di tortura parteciparono o assistettero decine di agenti e funzionari. Avevano molte attenuanti: era stato appena assassinato un valoroso funzionario di polizia, Beppe Montana, “Serpico”. All’indomani della denuncia di Scalfaro, e delle destituzioni da lui decise, la mafia assassinò il commissario Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Una sequenza terribile, ma le attenuanti si addicono poco al ricorso alla tortura, il cui ripudio è per definizione incondizionato. Repubblica sta ricostruendo la tremenda vicissitudine di Giuseppe Gulotta, “reo confesso” nel 1976 dell’assassinio ad Alcamo di due carabinieri, condannato all’ergastolo e detenuto per 22 anni: finché uno dei torturatori, un sottufficiale dei carabinieri, ha voluto raccontare la verità.
L’elenco di brigatisti e affiliati di altri gruppi armati sottoposti a torture è fitto: va dal nappista Alberto Buonoconto, Napoli 1975 (si sarebbe impiccato nel 1981) a Enrico Triaca, Roma 1978, a Petrella e Di Rocco (ucciso poi in carcere a Trani da brigatisti), Roma 1982, ai cinque autori del sequestro Dozier, Padova 1982… In tutte queste circostanze operavano (è il verbo giusto: noi siamo come i chirurghi, dirà Ciocia, “una volta cominciato dobbiamo andare fino in fondo”) due squadre chiamate grottescamente “I cinque dell’Ave Maria” e “I vendicatori della notte”. Ha riferito Salvatore Genova, già capo dei Nocs, inquisito coi suoi per le torture padovane al tempo di Dozier e stralciato grazie all’immunità parlamentare, infine pensionato: “Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale”. Quel modo di tortura - accompagnato da sevizie molteplici, aghi sotto le unghie, ustioni ai genitali, percosse metodiche, esecuzioni simulate; ed efferatezze sessuali nei confronti di militanti donne - non si chiamava ancora waterboarding, e non era un genere di importazione. Lo si usava già coi briganti ottocenteschi. Fu una specialità algerina negli anni ‘50. Addirittura, quando Rao chiede a Ciocia se davvero gli ufficiali della Cia che assistettero agli interrogatori per Dozier fossero rimasti stupefatti per quello che vedevano, lui risponde: “Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori… Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori!”.
Costui accetta di parlare con Rao, che non ne rivela ancora il nome. Solo quel soprannome, “professor De Tormentis”. Il 23 marzo 1982 Leonardo Sciascia prese la parola nel dibattito alla Camera sulle torture ai brigatisti del sequestro Dozier, replicando all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. “Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi! Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!”. Successe allora che i giornalisti Vittorio Buffa e Luca Villoresi, che avevano riferito delle torture sull’Espresso e su Repubblica con ricchezza di dettagli, furono arrestati per essersi rifiutati di rivelare le loro fonti e liberati solo dopo che due coraggiosi funzionari di polizia dichiararono, a proprie spese, di aver passato loro le notizie. Certo Sciascia avrebbe meritato di conoscere la conclusione attuale della storia, che tocca quello che gli stava più a cuore, compreso il Manzoni della Colonna infame che citava il trattato duecentesco De tormentis. Da lì il prestigioso poliziotto Umberto Improta aveva ricavato il nomignolo per il suo subordinato. Il nome vero era da tempo noto agli esperti, a cominciare dalle vittime: appartiene a un poliziotto andato in pensione nel 2004 col grado di questore, dopo una carriera piena di successi contro malavita e terrorismo. Poi ha fatto l’avvocato, è stato commissario della Fiamma Nazionale a Napoli. Ora, alla vigilia degli ottant’anni e con la sua dose di malanni, dà interviste che un giorno rivendicano, un giorno smentiscono. Si definisce però “da sempre fascista mussoliniano”.
Ecco qual è la notizia. Che quando lo Stato italiano e il suo Comitato interministeriale per la sicurezza decisero di sciogliere la lingua ai terroristi, ne incaricarono un signore che aveva già dato prova del proprio talento. Non è lui il problema: vive in pace la sua pensione, e promette di portarsi per quietanza nella tomba i suoi segreti di Pulcinella. Non importa che usassero il nome di tortura: non si fa così nelle ragioni di Stato, e del resto la Repubblica Italiana si guarda dal riconoscere l’esistenza di un reato di tortura. È superfluo, dicono. Bastava assicurare spalle coperte. La difesa della democrazia si affidò a un efficiente fascista mussoliniano. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Pietro Verri, i migliori.
(La Repubblica – 16 febbraio 2012)
ci tengo alla vostra salute!
La medicina più efficace non costa niente
L’attività fisica è un farmaco miracoloso: aiuta a prevenire le principali malattie, rafforza la memoria, allunga la vita. E non ha effetti indesiderati
Internazionale n. Sommario 969 (5/11 ottobre 2012)
articolo completo
(edited)
La medicina più efficace non costa niente
L’attività fisica è un farmaco miracoloso: aiuta a prevenire le principali malattie, rafforza la memoria, allunga la vita. E non ha effetti indesiderati
Internazionale n. Sommario 969 (5/11 ottobre 2012)
articolo completo
(edited)
Cattive medicine
di Ben Goldacre
Fonte: Internazionale numero 975 (dal 16 al 22 novembre 2012)
"Le case farmaceutiche ingannano i medici e danneggiano i pazienti"
Quando prescrivono un farmaco, spesso i medici non sanno esattamente che effetto avrà sui pazienti. Perché la legge consente alle case farmaceutiche di pubblicare solo i risultati positivi dei test condotti sui medicinali. L'inchiesta di un medico britannico.
La reboxetina è un farmaco che ho prescritto anch'io. Con uno dei miei pazienti le altre medicine non avevano funzionato, perciò volevamo provare qualcosa di nuovo. Prima di scrivere la ricetta avevo letto i dati dei test clinici, e avevo visto che erano ben strutturati e che i risultati erano in prevalenza positivi. La reboxetina funzionava meglio di un placebo ed era alla pari con gli altri antidepressivi con i quali era stata messa a confronto. L'Mhra, l'agenzia che regolamenta la diffusione dei farmaci e dei prodotti sanitari del Regno Unito, l'ha approvata. In tutto il mondo, se ne prescrivono milioni di dosi ogni anno. Doveva essere un farmaco efficace e sicuro. Ne ho parlato brevemente con il paziente e abbiamo concordato che era la cura giusta da provare, quindi ho firmato la ricetta.
Ma ci eravamo sbagliati. Nell'ottobre del 2010 un'équipe di ricercatori è riuscita finalmente a mettere insieme tutti i dati disponibili sulla reboxetina, presi sia dai test clinici pubblicati sia da quelli mai apparsi sulle riviste specializzate. E il quadro che ne è uscito è stato terrificante. Erano stati condotti sette test in cui il farmaco veniva confrontato con un placebo. Solo uno, effettuato su 2S4 pazienti, aveva dato risultati nettamente positivi, ed era stato pubblicato su una rivista scientifica. Ma gli altri sei test, condotti su un numero di pazienti dieci volte superiore, avevano dimostrato che la reboxetina non era più efficace di una qualsiasi pillola di zucchero. Nessuno di quei test era stato pubblicato e non avevo idea che esistessero.
Ma c'è di peggio. Dai test che confrontavano la reboxetina con altri farmaci è emerso esattamente lo stesso quadro: tre piccoli studi, su un totale di 507 pazienti, dimostravano che i farmaci davano tutti gli stessi risultati, ed erano stati tutti pubblicati. Ma i dati su uno studio con 1.6S7 partecipanti erano stati ignorati: dimostravano che i pazienti che prendevano la reboxetina stavano peggio di quelli che usavano altre medicine. Come se non bastasse, c'erano anche gli effetti collaterali. Dagli studi apparsi sulle riviste specializzate sembrava che il farmaco funzionasse, ma quando abbiamo visto quelli non pubblicati abbiamo scoperto che c'erano più probabilità che i pazienti ai quali era somministrata la reboxetina avessero effetti collaterali, smettessero di prenderla e abbandonassero la sperimentazione proprio a causa di quegli effetti.
Avevo fatto tutto quello che un medico deve fare. Avevo letto gli articoli, li avevo valutati criticamente, ne avevo discusso con il paziente e avevamo deciso insieme sulla base delle prove a nostra disposizione.
Secondo il materiale pubblicato, la reboxetina era un farmaco efficace e sicuro. In realtà, non era meglio di un placebo e faceva più male che bene. In pratica, avevo danneggiato il mio paziente, semplicemente perché i dati negativi sul farmaco non erano mai stati pubblicati.
In quel caso, nessuno aveva infranto la legge. La reboxetina è ancora sul mercato e il sistema che ha permesso che questo accadesse è rimasto immutato, per tutti i farmaci, in tutti i paesi del mondo. I dati negativi spariscono in tutti i settori della medicina. Le istituzioni e le associazioni professionali che dovrebbero censurare certi comportamenti non lo fanno. Questi problemi sono sempre stati tenuti nascosti al pubblico perché sono troppo complessi da capire. Per lo stesso motivo non sono mai stati del tutto risolti dai politici, e quindi richiedono una spiegazione più dettagliata. Le persone di cui pensavamo di poterci fidare ci hanno tradito, e dato che per risolvere un problema bisogna capirlo bene, c'è una serie di cose che tutti dobbiamo sapere.
L'efficacia dei farmaci viene verificata da quelli che li fabbricano, con test clinici mal progettati e condotti su un piccolo numero di pazienti poco rappresentativi, e analizzati con tecniche truccate che enfatizzano solo i benefici. Ovviamente, questi test tendono a creare risultati favorevoli al produttore. Quando emergono dati non graditi, alle aziende è riconosciuto il diritto di tenerli nascosti a medici e pazienti, quindi a noi arriva un quadro falsato dei veri effetti di qualsiasi medicina. Le agenzie di regolamentazione leggono la maggior parte dei risultati dei test clinici, ma solo quelli condotti nelle prime fasi di sperimentazione sul farmaco, e comunque non li danno ai medici e ai pazienti e non li rendono noti neanche alle altre istituzioni governative. Queste prove falsate vengono poi rese pubbliche e applicate in modo distorto.
Nei loro quarant'anni di pratica, dalla laurea alla pensione, i medici raccolgono informazioni dai rappresentanti delle case farmaceutiche, dai colleghi e dalle riviste specializzate. Ma i loro colleghi possono considerazione i risultati di 192 test, che mettevano a confronto una statina con un'altra o con un trattamento diverso. I ricercatori hanno scoperto che era venti volte più probabile che gli studi finanziati dall'industria dessero risultati positivi.
Questa è già una notizia preoccupante, ma riguarda i singoli studi. Proviamo a considerare indagini più sistematiche. Nel 2003 ne sono uscite due. Entrambe avevano preso in esame tutti gli studi resi noti fino ad allora sull'associazione tra finanziamenti dell'industria e risultati positivi, e avevano scoperto che era quattro volte più probabile che i test finanziati dalle case farmaceutiche dessero risultati positivi. Un'indagine del 2007 ha analizzato gli studi compiuti nei quattro anni successivi e ne L'efficacia dei farmaci viene verificata da quelli che li fabbricano, con test clinici condotti su un piccolo numero di pazienti essere pagati dalle case farmaceutiche, spesso in segreto, e così anche le riviste. A volte perfino i gruppi di pazienti sono pagati. E infine gli articoli accademici, che tutti considerano obiettivi, spesso sono scritti da persone che lavorano per l'industria del farmaco. A volte intere riviste scientifiche sono di proprietà di un'azienda. A peggiorare la situazione c'è il fatto che per quanto riguarda alcune delle questioni più importanti della medicina non abbiamo idea di quale sia la cura migliore, perché nessuno ha interesse a condurre i test cinici.
La cura migliore
Nel 2010 un gruppo di ricercatori di Harvard e dell'università di Toronto ha preso tutti i test clinici effettuati sulle cinque categorie di medicinali più importanti- antidepressivi, farmaci per l'ulcera e così via -e ha considerato due elementi chiave: se i risultati erano positivi e se gli studi erano finanziati dall'industria farmaceutica. Nel complesso ne hanno esaminati 500, e hanno scoperto che 1'85 per cento degli studi finanziati dall'industria dava risultati positivi. Nel caso di quelli finanziati con fondi pubblici la percentuale era del 50 per cento.
Tre anni prima un altro gruppo di ricercatori aveva esaminato tutti i test pubblicati sui benefici di una statina. Le statine sono farmaci che abbassano il colesterolo riducendo il rischio di un infartoe sono prescritti in grandi quantità. Lo studio ha preso in ha scoperti altri venti. Tutti, tranne due, dimostravano che i test sponsorizzati dall'industria davano risultati positivi. Sembra che succeda la stessa cosa con i risultati presentati durante i convegni accademici. Nel 2004 James Fries ed Eswar Krishnan dellafacoltàdi medicina dell'università californiana di Stanford hanno analizzato tutti gli estratti delle relazioni presentate al convegno dell'American college ofrheumatology del 2001, in cui erano stati riportati i risultati di test sponsorizzati dall'industria farmaceutica, per cercare quanti di quei risultati fossero stati favorevoli al farmaco dello sponsor. Questa è stata la loro conclusione: "I risultati di tutti gli studi controllati randomizzati (45 su 45) erano a favore del farmaco dello sponsor".
Come fanno i test clinici sponsorizzati dall'industria a dare quasi sempre risultati Da sapere Mercato mondiale dei farmaci, considerando i prezzi dei farmaci all'uscita dalla fabbrica, zon positivi? A volte sono volutamente falsati. Si può scegliere di confrontare il nuovo farmaco con qualcosa che si sa essere inefficace (per esempio un medicinale già esistente in una dose inadeguata o un placebo). Si possono scegliere attentamente i pazienti che reagiranno meglio alla cura. Si può interrompere il test in anticipo quando i risultati sono buoni. A volte, le aziende conducono molti test, e semplicemente non pubblicano i risultati quando vedono che non sono quelli che vorrebbero.
Dato che i ricercatori sono liberi di nascondere i risultati che vogliono, i pazienti corrono grossi rischi. Spesso i medici non hanno idea dei veri effetti delle cure che prescrivono. Questo farmaco funziona veramente bene o mi è stata tenuta nascosta la metà dei dati? Nessuno può saperlo. Potrebbe uccidere il paziente? Non si sa. È una situazione molto strana perla medicina, un campo in cui tutto dovrebbe basarsi su prove documentate. Questi dati vengono tenuti nascosti a tutti quelli che lavorano nel settore, nessuno escluso. Il National institute for health and clinical excellence (Nice), per esempio, è stato creato dal governo britannico per condurre un'analisi attenta e imparziale di tutte le prove raccolte sui nuovi trattamenti. Eppure non è in grado di accedere ai dati sull'efficacia di un farmaco che i ricercatori o le aziende non vogliono rivelare. Anche se deve prendere delle decisioni che riguardano milioni di persone, legalmente il Nice ha lo stesso diritto di vedere quei dati di un singolo cittadino.
Quando un'équipe di ricerca conduce un test su un nuovo farmaco per un'azienda farmaceutica, ci aspetteremmo che firmi un contratto che prevede l'obbligo di pubblicare i risultati e che impedisce all'azienda di censurame una parte. Ma, anche se è risaputo che le ricerche finanziate dall'industria sono falsate, questo non succede. Al contrario, è assolutamente normale che i ricercatori e gli accademici responsabili di uno studio firmino un contratto con clausole che gli impediscono di pubblicare, discutere e analizzare i dati ottenuti senza il permesso del finanziatore.
È una situazione così vergognosa che può essere pericoloso perfino parlarne. Nel 2006, sul Journal of the American medical association (Jama), una delle riviste specializzate più importanti del mondo, è uscito un articolo in cui si descrivevano i vincoli imposti ai ricercatori nella pubblicazione dei risultati di test farmaceutici finanziati dalla casa produttrice. Lo studio era stato condotto dal Nordic Cochrane centre, un istituto con sede in Danimarca, prendendo *** in esame i test effettuati a Copenaghen e Frederiksberg. I test erano quasi tutti sponsorizzati dall'industria farmaceutica (98 per cento) e le norme che regolavano la gestione dei dati erano come al solito tra l'inquietante e l'assurdo.
In 16 casi su 44, l'azienda aveva il diritto di vedere i dati man mano che emergevano, e in altri i6 poteva decidere di interrompere lo studio in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo. Questo significa che una casa farmaceutica può verificare se i risultati vanno contro i suoi interessi e intervenire in corso d'opera, distorcendoli. E anche se autorizza a portare a termine lo studio, può sempre decidere di non rendere noti i risultati: c'erano vincoli sulla pubblicazione in 4o dei 44 test, e in metà dei casi il contratto specificava che l'azienda era proprietaria assoluta dei dati, doveva approvarne la pubblicazione finale, o entrambe le cose. Nessuno di questi vincoli era menzionato negli articoli pubblicati.
Quando è apparso l'articolo sul Jama, la Lif, l'associazione delle case farmaceutiche danesi, ha risposto sulla rivista dell'associazione medica danese dicendo di essere "sorpresa e furiosa per queste critiche e di considerarle assolutamente infondate". Ha reclamato un'inchiesta, senza però dire condotta da chi e su che cosa. Poi ha scritto alla commissione danese che si occupa degli illeciti in campo scientifico, accusando i ricercatori del Cochrane di scorrettezza. Non mi è stato possibile vedere la lettera, ma secondo i ricercatori le affermazioni che conteneva erano molto gravi - erano stati accusati di aver deliberatamente distorto i dati - anche se vaghe e non documentate.
Eppure l'inchiesta è andata avanti per un anno. Peter Getzsche, che dirige il Cochrane centre, ha dichiarato al British Medical Journal che solo la terza lettera della Lif, inviata dieci mesi dopo la sua prima replica, conteneva accuse specifiche sulle quali la commissione poteva indagare. Due mesi dopo, l'istanza è stata archiviata. I ricercatori del Cochrane non avevano fatto niente di scorretto. Ma prima che fossero definitivamente prosciolti, la Lif ha mandato una copia delle lettere che li accusavano di disonestà scientifica all'ospedale dove lavoravano quattro di loro e all'azienda che lo amministrava, e ha inviato lettere simili all'associazione medica danese, al ministero della salute e al ministero della ricerca scientifica. Gatzsche e i suoi colleghi si sono sentiti "aggrediti e minacciati" dal comportamento della Lif, che ha continuato ad accusarli di scorrettezza anche dopo la chiusura dell'inchiesta.
Un caso da manuale
La paroxetina è un antidepressivo piuttosto comune che appartiene a una classe di farmaci noti come inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, o Ssri. E fornisce un buon esempio di come le aziende abbiano approfittato della poca attenzione dedicata dalla comunità scientifica ai risultati dei test cinici, trovando scappatoie legali. Per capire come sia possibile, dobbiamo prima di tutto accennare a un'anomalia del processo di approvazione dei medicinali. Quando un farmaco viene commercializzato non può essere destinato a qualsiasi uso: è necessaria un'autorizzazione specifica per ogni tipo di impiego. Quindi, per esempio, un medicinale può essere autorizzato per il trattamento del cancro alle ovaie ma non di quello al seno. Questo non significa che nel secondo caso non funzioni. Può anche essere di efficacia dimostrata, ma la casa produttrice non si è presa la briga di richiedere un'autorizzazione formale per quell'uso o non ha voluto affrontare la spesa che questo comporterebbe. I medici possono decidere di prescriverlo comunque per il cancro al seno, perché probabilmente funziona ed è sicuramente disponibile nelle farmacie. Possono farlo legalmente, ma in questo caso si tratta di una prescrizione off label, cioè per una patologia diversa da quella indicata nel foglio illustrativo.
Per poter somministrare un farmaco ai bambini è necessaria un'autorizzazione separata da quella che serve per gli adulti. In tanti casi questo è comprensibile, perché i bambini possono reagire a una sostanza in modo molto diverso e quindi è necessario condurre una ricerca separata. Ma ottenere una licenza per un uso specifico è difficile, richiede un'ampia documentazione e una *** serie di studi appositi. Spesso il percorso è così costoso che le aziende non si prendono la briga di richiedere l'autorizzazione a usare un farmaco peri bambini, perché si tratta di un mercato di solito più ridotto. Quindi succede che una medicina autorizzata solo per gli adulti sia prescritta anche ai bambini. Le agenzie governative addette ai controlli si sono rese conto del problema e di recente hanno cominciato a offrire incentivi alle aziende perché conducano più studi e chiedano formalmente le licenze.
Quando la GlaxoSmithKline (Gsk) chiese l'autorizzazione per commercializzare la paroxetina per i bambini, emerse una situazione che scatenò la più lunga inchiesta della storia nella regolamentazione dei farmaci nel Regno Unito. Tra il 1994 e il 2002, la Gsk aveva compiuto nove test clinici sull'uso della paroxetina per curare i barn- te. Si sospettava da tempo che la paroxetina potesse aumentare il rischio di suicidio, anche se questo effetto collaterale è difficile da verificare. Nel febbraio del 2003 la Gsk aveva mandato spontaneamente all'Mhra una relazione informativa sul rischio di suicidio provocato dalla paroxetina. Il rapporto era basato sui risultati di alcune analisi effettuate nel 2002 sui dati negativi emersi da test che l'azienda aveva condotto dieci anni prima. Secondo la relazione non c'era nessun aumento del rischio di suicidio. Ma era falsata. All'epoca non si sapeva che in realtà i dati relativi ai bambini erano stati mescolati con quelli di un gran numero di adulti.
Nel 2003 la Gsk partecipò a una riunione con l'Mhra per discutere un'altra questione riguardante la paroxetina. Alla fine dell'incontro, i suoi rappresentanti presenOltre a prendere una medicina di cui la casa produttrice conosceva l'inefficacia, i bambini erano anche esposti ai suoi effetti collaterali bini affetti da depressione. I primi due avevano dimostrato che non comportava alcun beneficio, ma l'azienda non fece nessun tentativo di informare i medici e i pazienti cambiando il foglio illustrativo. Anzi, alla fine dei test, in un documento interno si leggeva: "Sarebbe commercialmente inaccettabile inserire nel foglio l'affermazione che la sua efficacia non è stata dimostrata, perché danneggerebbe l'immagine della paroxetina". Nell'anno successivo a questo memorandum interno, solo nel Regno Unito furono firmate 32mila ricette in cui fu prescritta la paroxetina ai bambini. Negli anni seguenti furono effettuati altri studi, nove in tutto, e nessuno dimostrò che il farmaco fosse efficace per curare la depressione nei bambini.
Ma c'è di peggio. Non solo i bambini prendevano una medicina di cui la casa produttrice conosceva l'inefficacia; erano anche esposti ai suoi effetti collaterali. Purtroppo nessuno sapeva quanto fossero gravi gli effetti collaterali, perché l'azienda non l'aveva rivelato, neanche alle agenzie di controllo. Questo è stato possibile perché secondo la regolamentazione è obbligatorio informare le agenzie di controllo solo degli effetti collaterali emersi dagli studi sull'uso specifico per il quale si è chiesta la licenza. E dato che per i bambini la paroxetina era usata offlabel, la Gsk non era obbligata a comunicare a nessuno le sue scoperte. Si sospettava da tempo che la paroxetina potesse aumentare il rischio di suicidio, anche se questo effetto collaterale è difficile da verificare. Nel febbraio del 2003 la Gsk aveva mandato spontaneamente all'Mhra una relazione informativa sul rischio di suicidio provocato dalla paroxetina. Il rapporto era basato sui risultati di alcune analisi effettuate nel 2002 sui dati negativi emersi da test che l'azienda aveva condotto 10 anni prima. Secondo la relazione non c'era nessun aumento del rischio di suicidio. Ma era falsata. All'epoca non si sapeva che in realtà i dati relativi ai bambini erano stati mescolati con quelli di un gran numero di adulti.
Nel 2003 la Gsk partecipò a una riunione con l'Mhra per discutere un'altra questione riguardante la paroxetina. Alla fine dell'incontro, i suoi rappresentanti presentarono un documento in cui si diceva che l'azienda aveva intenzione di chiedere un'autorizzazione specifica per l'uso della paroxetina nei bambini e accennava anche al fatto che l'Mhra avrebbe potuto tener conto della possibilità di un maggior rischio di suicidio tra i bambini depressi che assumevano il farmaco. Si trattava di un effetto collaterale di vitale importanza, comunicato informalmente e con enorme ritardo attraverso un canale inappropriato. Anche se i dati erano stati consegnati alle persone sbagliate, il personale dell'Mhra presente all'incontro ebbe il buon senso di capire che si trattava di un'informazione importante. Si misero subito all'opera, ordinarono delle analisi e nel giro di un mese mandarono una lettera a tutti i medici consigliando di non prescrivere la paroxetina a pazienti al di sotto dei 18 anni.
Com'è possibile che il sistema per ottenere i dati dalle aziende sia così inefficiente da permettergli di tenere nascoste informazioni così importanti su un farmaco? È possibile perché la normativa contiene scappatoie assurde ed è preoccupante vedere come la Gsk abbia saputo sfruttarle. La conclusione dell'inchiesta, pubblicata nel 2008, era che la Gsk aveva agito in modo immorale e pericoloso per i bambini di tutto il mondo, ma le leggi britanniche erano così lacunose che l'azienda non poteva essere accusata di nulla. Dopo questo episodio, l'Mhra e l'Unione europea hanno cambiato alcune regole, che però sono ancora inadeguate. Hanno imposto alle aziende di rivelare i dati sulla sicurezza di un farmaco indipendentemente dalla richiesta di commercializzazione, ma gli studi condotti fuori dell'Ue restano esclusi da quest'obbligo. Alcuni dei test compiuti dalla Gsk sono stati in parte pubblicati, ma questo ovviamente non è sufficiente, perché sappiamo già che sono falsati. E abbiamo bisogno di tutte le informazioni anche per un motivo più semplice: i segnali di pericolosità sono spesso deboli e difficili da individuare. Nel caso della paroxetina la verità è emersa solo quando i dati negativi di tutti i test sono stati analizzati insieme.
Sistema lacunoso
Questo ci porta a parlare del secondo difetto evidente del sistema attuale: i risultati dei test vengono consegnati in segreto alle agenzie di controllo, che devono prendere una decisione. Ma la scienza non dovrebbe funzionare così: le sue scoperte sono affidabili solo quando tutti rendono pubbliche le loro ricerche, spiegano come fanno a sapere che qualcosa è efficace e sicuro, condividono metodi e risultati e consentono agli altri di decidere se sono d'accordo sul modo in cui quei dati sono stati elaborati e analizzati. Invece nell'ambito della sicurezza dei farmaci tutto avviene a porte chiuse, perché così hanno deciso le aziende farmaceutiche. Perciò il compito più importante della medicina viene svolto in segreto. E neanche le agenzie di controllo sono infallibili, come ora vedremo.
Il rosiglitazone fu messo in commercio nel 1999. Dopo circa un anno che era sul mercato, il dottor John Buse dell'università del North Carolina parlò in due convegni accademici del rischio che il farmaco facesse aumentare i problemi cardiaci. La Gsk, produttrice del medicinale, contattò direttamente Buse nel tentativo di metterlo a tacere, poi si rivolse al suo capo dipartimento. Nel 2007 una relazione della commissione finanze del senato statunitense parlava di "intimidazione" nel caso di Buse.
Ma quello che preoccupa di più sono i dati sull'efficaciae sulla sicurezza. Nel 2003 l'ufficio di Uppsala dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che si occupa del monitoraggio dei farmaci, contattò la Gsk a proposito di un numero insolitamente alto di rapporti che associavano il rosigli-tazone ai problemi cardiaci. La Gsk condusse due meta-analisi interne dei suoi dati nel loos e nel zoo6, che dimostrarono la fondatezza del rischio. Ma anche se l'azienda e la Food and drugs administration statunitense conoscevano i risultati, nessuna delle due fece una dichiarazione ufficiale, e non furono pubblicati fino al 2008.
Durante quel periodo, molti pazienti hanno continuato ad assumere la sostanza, ma né loro né i medici hanno saputo niente di questo problema fino al 2007, quando il cardiologo Steve Nissen e i suoi colleghi hanno pubblicato la loro analisi, dimostrando che per i pazienti trattati con il rosiglitazone il rischio di malattie cardiache aumentava del 43 per cento. Dato che le persone affette da diabete rischiano già di avere complicazioni cardiache, e il motivo principale per cui si cura il diabete è proprio quello di ridurre questo rischio, la scoperta ha fatto scalpore. I risultati di Nissen sono stati confermati da studi successivi e nel toro il farmaco è stato ritirato dal commercio o comunque il suo uso è stato limitato in tutto il mondo.
Ora, il punto non è che il medicinale avrebbe dovuto essere ritirato prima. Per quanto perverso possa sembrare, infatti, i medici a volte ricorrono a farmaci di qualità inferiore come ultima risorsa. Per esempio, un paziente può reagire male a un farmaco particolarmente efficace e deve smettere di assumerlo. Quando si verificano questi casi, a volte vale la pena provare un medicinale meno efficace, che è sempre meglio di niente. Il problema è che tutte queste discussioni avvenivano mentre i dati erano tenuti sotto chiave e potevano essere visti solo dalle agenzie di controllo. Anzi, Nissen aveva potuto fare la sua analisi solo grazie all'insolita sentenza di un tribunale. Nel 2004, quando si era saputo che la Gsk aveva tenuto segreti i dati sui gravi effetti collaterali della paroxetina nei bambini, il suo comportamento scorretto aveva dato origine a una causa civile per frode, alla fine della quale l'azienda, oltre a pagare i danni, aveva dovuto impegnarsi a pubblicare i risultati dei suoi test clinici su un sito web accessibile al pubblico.
Nissen aveva analizzato i dati sul rosi-glitazone e aveva fatto una scoperta allarmante di cui aveva informato i medici, cosa che l'agenzia di controllo non aveva mai fatto pur essendo in possesso dei dati da anni. Se queste informazioni fossero state accessibili fin dall'inizio, l'agenzia forse sarebbe stata più cauta nella decisione da prendere, ma in questo modo medici e pazienti avrebbero potuto non essere d'accordo con lei e fare una scelta informata.
È per questo che tutti i risultati dei test clinici dovrebbero essere accessibili. I dati mancanti danneggiano tutti. Se non si effettuano test seri, se i risultati negativi vengono tenuti nascosti, non possiamo sapere quali sono i veri effetti dei farmaci che usiamo. In medicina la necessità delle prove non è una questione accademica astratta. Quando ci forniscono dati falsati, possiamo prendere decisioni sbagliate e infliggere sofferenze inutili, se non addirittura la morte, a persone come noi.
L'AUTORE
Ben Goldacre è un medico britannico. Questo articolo è un estratto, adattato, del suo ultimo libro, Bad Pharma, che sarà pubblicato in Italia da Mondadori nella primavera del 2013.
(fonte informasalus.it)
di Ben Goldacre
Fonte: Internazionale numero 975 (dal 16 al 22 novembre 2012)
"Le case farmaceutiche ingannano i medici e danneggiano i pazienti"
Quando prescrivono un farmaco, spesso i medici non sanno esattamente che effetto avrà sui pazienti. Perché la legge consente alle case farmaceutiche di pubblicare solo i risultati positivi dei test condotti sui medicinali. L'inchiesta di un medico britannico.
La reboxetina è un farmaco che ho prescritto anch'io. Con uno dei miei pazienti le altre medicine non avevano funzionato, perciò volevamo provare qualcosa di nuovo. Prima di scrivere la ricetta avevo letto i dati dei test clinici, e avevo visto che erano ben strutturati e che i risultati erano in prevalenza positivi. La reboxetina funzionava meglio di un placebo ed era alla pari con gli altri antidepressivi con i quali era stata messa a confronto. L'Mhra, l'agenzia che regolamenta la diffusione dei farmaci e dei prodotti sanitari del Regno Unito, l'ha approvata. In tutto il mondo, se ne prescrivono milioni di dosi ogni anno. Doveva essere un farmaco efficace e sicuro. Ne ho parlato brevemente con il paziente e abbiamo concordato che era la cura giusta da provare, quindi ho firmato la ricetta.
Ma ci eravamo sbagliati. Nell'ottobre del 2010 un'équipe di ricercatori è riuscita finalmente a mettere insieme tutti i dati disponibili sulla reboxetina, presi sia dai test clinici pubblicati sia da quelli mai apparsi sulle riviste specializzate. E il quadro che ne è uscito è stato terrificante. Erano stati condotti sette test in cui il farmaco veniva confrontato con un placebo. Solo uno, effettuato su 2S4 pazienti, aveva dato risultati nettamente positivi, ed era stato pubblicato su una rivista scientifica. Ma gli altri sei test, condotti su un numero di pazienti dieci volte superiore, avevano dimostrato che la reboxetina non era più efficace di una qualsiasi pillola di zucchero. Nessuno di quei test era stato pubblicato e non avevo idea che esistessero.
Ma c'è di peggio. Dai test che confrontavano la reboxetina con altri farmaci è emerso esattamente lo stesso quadro: tre piccoli studi, su un totale di 507 pazienti, dimostravano che i farmaci davano tutti gli stessi risultati, ed erano stati tutti pubblicati. Ma i dati su uno studio con 1.6S7 partecipanti erano stati ignorati: dimostravano che i pazienti che prendevano la reboxetina stavano peggio di quelli che usavano altre medicine. Come se non bastasse, c'erano anche gli effetti collaterali. Dagli studi apparsi sulle riviste specializzate sembrava che il farmaco funzionasse, ma quando abbiamo visto quelli non pubblicati abbiamo scoperto che c'erano più probabilità che i pazienti ai quali era somministrata la reboxetina avessero effetti collaterali, smettessero di prenderla e abbandonassero la sperimentazione proprio a causa di quegli effetti.
Avevo fatto tutto quello che un medico deve fare. Avevo letto gli articoli, li avevo valutati criticamente, ne avevo discusso con il paziente e avevamo deciso insieme sulla base delle prove a nostra disposizione.
Secondo il materiale pubblicato, la reboxetina era un farmaco efficace e sicuro. In realtà, non era meglio di un placebo e faceva più male che bene. In pratica, avevo danneggiato il mio paziente, semplicemente perché i dati negativi sul farmaco non erano mai stati pubblicati.
In quel caso, nessuno aveva infranto la legge. La reboxetina è ancora sul mercato e il sistema che ha permesso che questo accadesse è rimasto immutato, per tutti i farmaci, in tutti i paesi del mondo. I dati negativi spariscono in tutti i settori della medicina. Le istituzioni e le associazioni professionali che dovrebbero censurare certi comportamenti non lo fanno. Questi problemi sono sempre stati tenuti nascosti al pubblico perché sono troppo complessi da capire. Per lo stesso motivo non sono mai stati del tutto risolti dai politici, e quindi richiedono una spiegazione più dettagliata. Le persone di cui pensavamo di poterci fidare ci hanno tradito, e dato che per risolvere un problema bisogna capirlo bene, c'è una serie di cose che tutti dobbiamo sapere.
L'efficacia dei farmaci viene verificata da quelli che li fabbricano, con test clinici mal progettati e condotti su un piccolo numero di pazienti poco rappresentativi, e analizzati con tecniche truccate che enfatizzano solo i benefici. Ovviamente, questi test tendono a creare risultati favorevoli al produttore. Quando emergono dati non graditi, alle aziende è riconosciuto il diritto di tenerli nascosti a medici e pazienti, quindi a noi arriva un quadro falsato dei veri effetti di qualsiasi medicina. Le agenzie di regolamentazione leggono la maggior parte dei risultati dei test clinici, ma solo quelli condotti nelle prime fasi di sperimentazione sul farmaco, e comunque non li danno ai medici e ai pazienti e non li rendono noti neanche alle altre istituzioni governative. Queste prove falsate vengono poi rese pubbliche e applicate in modo distorto.
Nei loro quarant'anni di pratica, dalla laurea alla pensione, i medici raccolgono informazioni dai rappresentanti delle case farmaceutiche, dai colleghi e dalle riviste specializzate. Ma i loro colleghi possono considerazione i risultati di 192 test, che mettevano a confronto una statina con un'altra o con un trattamento diverso. I ricercatori hanno scoperto che era venti volte più probabile che gli studi finanziati dall'industria dessero risultati positivi.
Questa è già una notizia preoccupante, ma riguarda i singoli studi. Proviamo a considerare indagini più sistematiche. Nel 2003 ne sono uscite due. Entrambe avevano preso in esame tutti gli studi resi noti fino ad allora sull'associazione tra finanziamenti dell'industria e risultati positivi, e avevano scoperto che era quattro volte più probabile che i test finanziati dalle case farmaceutiche dessero risultati positivi. Un'indagine del 2007 ha analizzato gli studi compiuti nei quattro anni successivi e ne L'efficacia dei farmaci viene verificata da quelli che li fabbricano, con test clinici condotti su un piccolo numero di pazienti essere pagati dalle case farmaceutiche, spesso in segreto, e così anche le riviste. A volte perfino i gruppi di pazienti sono pagati. E infine gli articoli accademici, che tutti considerano obiettivi, spesso sono scritti da persone che lavorano per l'industria del farmaco. A volte intere riviste scientifiche sono di proprietà di un'azienda. A peggiorare la situazione c'è il fatto che per quanto riguarda alcune delle questioni più importanti della medicina non abbiamo idea di quale sia la cura migliore, perché nessuno ha interesse a condurre i test cinici.
La cura migliore
Nel 2010 un gruppo di ricercatori di Harvard e dell'università di Toronto ha preso tutti i test clinici effettuati sulle cinque categorie di medicinali più importanti- antidepressivi, farmaci per l'ulcera e così via -e ha considerato due elementi chiave: se i risultati erano positivi e se gli studi erano finanziati dall'industria farmaceutica. Nel complesso ne hanno esaminati 500, e hanno scoperto che 1'85 per cento degli studi finanziati dall'industria dava risultati positivi. Nel caso di quelli finanziati con fondi pubblici la percentuale era del 50 per cento.
Tre anni prima un altro gruppo di ricercatori aveva esaminato tutti i test pubblicati sui benefici di una statina. Le statine sono farmaci che abbassano il colesterolo riducendo il rischio di un infartoe sono prescritti in grandi quantità. Lo studio ha preso in ha scoperti altri venti. Tutti, tranne due, dimostravano che i test sponsorizzati dall'industria davano risultati positivi. Sembra che succeda la stessa cosa con i risultati presentati durante i convegni accademici. Nel 2004 James Fries ed Eswar Krishnan dellafacoltàdi medicina dell'università californiana di Stanford hanno analizzato tutti gli estratti delle relazioni presentate al convegno dell'American college ofrheumatology del 2001, in cui erano stati riportati i risultati di test sponsorizzati dall'industria farmaceutica, per cercare quanti di quei risultati fossero stati favorevoli al farmaco dello sponsor. Questa è stata la loro conclusione: "I risultati di tutti gli studi controllati randomizzati (45 su 45) erano a favore del farmaco dello sponsor".
Come fanno i test clinici sponsorizzati dall'industria a dare quasi sempre risultati Da sapere Mercato mondiale dei farmaci, considerando i prezzi dei farmaci all'uscita dalla fabbrica, zon positivi? A volte sono volutamente falsati. Si può scegliere di confrontare il nuovo farmaco con qualcosa che si sa essere inefficace (per esempio un medicinale già esistente in una dose inadeguata o un placebo). Si possono scegliere attentamente i pazienti che reagiranno meglio alla cura. Si può interrompere il test in anticipo quando i risultati sono buoni. A volte, le aziende conducono molti test, e semplicemente non pubblicano i risultati quando vedono che non sono quelli che vorrebbero.
Dato che i ricercatori sono liberi di nascondere i risultati che vogliono, i pazienti corrono grossi rischi. Spesso i medici non hanno idea dei veri effetti delle cure che prescrivono. Questo farmaco funziona veramente bene o mi è stata tenuta nascosta la metà dei dati? Nessuno può saperlo. Potrebbe uccidere il paziente? Non si sa. È una situazione molto strana perla medicina, un campo in cui tutto dovrebbe basarsi su prove documentate. Questi dati vengono tenuti nascosti a tutti quelli che lavorano nel settore, nessuno escluso. Il National institute for health and clinical excellence (Nice), per esempio, è stato creato dal governo britannico per condurre un'analisi attenta e imparziale di tutte le prove raccolte sui nuovi trattamenti. Eppure non è in grado di accedere ai dati sull'efficacia di un farmaco che i ricercatori o le aziende non vogliono rivelare. Anche se deve prendere delle decisioni che riguardano milioni di persone, legalmente il Nice ha lo stesso diritto di vedere quei dati di un singolo cittadino.
Quando un'équipe di ricerca conduce un test su un nuovo farmaco per un'azienda farmaceutica, ci aspetteremmo che firmi un contratto che prevede l'obbligo di pubblicare i risultati e che impedisce all'azienda di censurame una parte. Ma, anche se è risaputo che le ricerche finanziate dall'industria sono falsate, questo non succede. Al contrario, è assolutamente normale che i ricercatori e gli accademici responsabili di uno studio firmino un contratto con clausole che gli impediscono di pubblicare, discutere e analizzare i dati ottenuti senza il permesso del finanziatore.
È una situazione così vergognosa che può essere pericoloso perfino parlarne. Nel 2006, sul Journal of the American medical association (Jama), una delle riviste specializzate più importanti del mondo, è uscito un articolo in cui si descrivevano i vincoli imposti ai ricercatori nella pubblicazione dei risultati di test farmaceutici finanziati dalla casa produttrice. Lo studio era stato condotto dal Nordic Cochrane centre, un istituto con sede in Danimarca, prendendo *** in esame i test effettuati a Copenaghen e Frederiksberg. I test erano quasi tutti sponsorizzati dall'industria farmaceutica (98 per cento) e le norme che regolavano la gestione dei dati erano come al solito tra l'inquietante e l'assurdo.
In 16 casi su 44, l'azienda aveva il diritto di vedere i dati man mano che emergevano, e in altri i6 poteva decidere di interrompere lo studio in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo. Questo significa che una casa farmaceutica può verificare se i risultati vanno contro i suoi interessi e intervenire in corso d'opera, distorcendoli. E anche se autorizza a portare a termine lo studio, può sempre decidere di non rendere noti i risultati: c'erano vincoli sulla pubblicazione in 4o dei 44 test, e in metà dei casi il contratto specificava che l'azienda era proprietaria assoluta dei dati, doveva approvarne la pubblicazione finale, o entrambe le cose. Nessuno di questi vincoli era menzionato negli articoli pubblicati.
Quando è apparso l'articolo sul Jama, la Lif, l'associazione delle case farmaceutiche danesi, ha risposto sulla rivista dell'associazione medica danese dicendo di essere "sorpresa e furiosa per queste critiche e di considerarle assolutamente infondate". Ha reclamato un'inchiesta, senza però dire condotta da chi e su che cosa. Poi ha scritto alla commissione danese che si occupa degli illeciti in campo scientifico, accusando i ricercatori del Cochrane di scorrettezza. Non mi è stato possibile vedere la lettera, ma secondo i ricercatori le affermazioni che conteneva erano molto gravi - erano stati accusati di aver deliberatamente distorto i dati - anche se vaghe e non documentate.
Eppure l'inchiesta è andata avanti per un anno. Peter Getzsche, che dirige il Cochrane centre, ha dichiarato al British Medical Journal che solo la terza lettera della Lif, inviata dieci mesi dopo la sua prima replica, conteneva accuse specifiche sulle quali la commissione poteva indagare. Due mesi dopo, l'istanza è stata archiviata. I ricercatori del Cochrane non avevano fatto niente di scorretto. Ma prima che fossero definitivamente prosciolti, la Lif ha mandato una copia delle lettere che li accusavano di disonestà scientifica all'ospedale dove lavoravano quattro di loro e all'azienda che lo amministrava, e ha inviato lettere simili all'associazione medica danese, al ministero della salute e al ministero della ricerca scientifica. Gatzsche e i suoi colleghi si sono sentiti "aggrediti e minacciati" dal comportamento della Lif, che ha continuato ad accusarli di scorrettezza anche dopo la chiusura dell'inchiesta.
Un caso da manuale
La paroxetina è un antidepressivo piuttosto comune che appartiene a una classe di farmaci noti come inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, o Ssri. E fornisce un buon esempio di come le aziende abbiano approfittato della poca attenzione dedicata dalla comunità scientifica ai risultati dei test cinici, trovando scappatoie legali. Per capire come sia possibile, dobbiamo prima di tutto accennare a un'anomalia del processo di approvazione dei medicinali. Quando un farmaco viene commercializzato non può essere destinato a qualsiasi uso: è necessaria un'autorizzazione specifica per ogni tipo di impiego. Quindi, per esempio, un medicinale può essere autorizzato per il trattamento del cancro alle ovaie ma non di quello al seno. Questo non significa che nel secondo caso non funzioni. Può anche essere di efficacia dimostrata, ma la casa produttrice non si è presa la briga di richiedere un'autorizzazione formale per quell'uso o non ha voluto affrontare la spesa che questo comporterebbe. I medici possono decidere di prescriverlo comunque per il cancro al seno, perché probabilmente funziona ed è sicuramente disponibile nelle farmacie. Possono farlo legalmente, ma in questo caso si tratta di una prescrizione off label, cioè per una patologia diversa da quella indicata nel foglio illustrativo.
Per poter somministrare un farmaco ai bambini è necessaria un'autorizzazione separata da quella che serve per gli adulti. In tanti casi questo è comprensibile, perché i bambini possono reagire a una sostanza in modo molto diverso e quindi è necessario condurre una ricerca separata. Ma ottenere una licenza per un uso specifico è difficile, richiede un'ampia documentazione e una *** serie di studi appositi. Spesso il percorso è così costoso che le aziende non si prendono la briga di richiedere l'autorizzazione a usare un farmaco peri bambini, perché si tratta di un mercato di solito più ridotto. Quindi succede che una medicina autorizzata solo per gli adulti sia prescritta anche ai bambini. Le agenzie governative addette ai controlli si sono rese conto del problema e di recente hanno cominciato a offrire incentivi alle aziende perché conducano più studi e chiedano formalmente le licenze.
Quando la GlaxoSmithKline (Gsk) chiese l'autorizzazione per commercializzare la paroxetina per i bambini, emerse una situazione che scatenò la più lunga inchiesta della storia nella regolamentazione dei farmaci nel Regno Unito. Tra il 1994 e il 2002, la Gsk aveva compiuto nove test clinici sull'uso della paroxetina per curare i barn- te. Si sospettava da tempo che la paroxetina potesse aumentare il rischio di suicidio, anche se questo effetto collaterale è difficile da verificare. Nel febbraio del 2003 la Gsk aveva mandato spontaneamente all'Mhra una relazione informativa sul rischio di suicidio provocato dalla paroxetina. Il rapporto era basato sui risultati di alcune analisi effettuate nel 2002 sui dati negativi emersi da test che l'azienda aveva condotto dieci anni prima. Secondo la relazione non c'era nessun aumento del rischio di suicidio. Ma era falsata. All'epoca non si sapeva che in realtà i dati relativi ai bambini erano stati mescolati con quelli di un gran numero di adulti.
Nel 2003 la Gsk partecipò a una riunione con l'Mhra per discutere un'altra questione riguardante la paroxetina. Alla fine dell'incontro, i suoi rappresentanti presenOltre a prendere una medicina di cui la casa produttrice conosceva l'inefficacia, i bambini erano anche esposti ai suoi effetti collaterali bini affetti da depressione. I primi due avevano dimostrato che non comportava alcun beneficio, ma l'azienda non fece nessun tentativo di informare i medici e i pazienti cambiando il foglio illustrativo. Anzi, alla fine dei test, in un documento interno si leggeva: "Sarebbe commercialmente inaccettabile inserire nel foglio l'affermazione che la sua efficacia non è stata dimostrata, perché danneggerebbe l'immagine della paroxetina". Nell'anno successivo a questo memorandum interno, solo nel Regno Unito furono firmate 32mila ricette in cui fu prescritta la paroxetina ai bambini. Negli anni seguenti furono effettuati altri studi, nove in tutto, e nessuno dimostrò che il farmaco fosse efficace per curare la depressione nei bambini.
Ma c'è di peggio. Non solo i bambini prendevano una medicina di cui la casa produttrice conosceva l'inefficacia; erano anche esposti ai suoi effetti collaterali. Purtroppo nessuno sapeva quanto fossero gravi gli effetti collaterali, perché l'azienda non l'aveva rivelato, neanche alle agenzie di controllo. Questo è stato possibile perché secondo la regolamentazione è obbligatorio informare le agenzie di controllo solo degli effetti collaterali emersi dagli studi sull'uso specifico per il quale si è chiesta la licenza. E dato che per i bambini la paroxetina era usata offlabel, la Gsk non era obbligata a comunicare a nessuno le sue scoperte. Si sospettava da tempo che la paroxetina potesse aumentare il rischio di suicidio, anche se questo effetto collaterale è difficile da verificare. Nel febbraio del 2003 la Gsk aveva mandato spontaneamente all'Mhra una relazione informativa sul rischio di suicidio provocato dalla paroxetina. Il rapporto era basato sui risultati di alcune analisi effettuate nel 2002 sui dati negativi emersi da test che l'azienda aveva condotto 10 anni prima. Secondo la relazione non c'era nessun aumento del rischio di suicidio. Ma era falsata. All'epoca non si sapeva che in realtà i dati relativi ai bambini erano stati mescolati con quelli di un gran numero di adulti.
Nel 2003 la Gsk partecipò a una riunione con l'Mhra per discutere un'altra questione riguardante la paroxetina. Alla fine dell'incontro, i suoi rappresentanti presentarono un documento in cui si diceva che l'azienda aveva intenzione di chiedere un'autorizzazione specifica per l'uso della paroxetina nei bambini e accennava anche al fatto che l'Mhra avrebbe potuto tener conto della possibilità di un maggior rischio di suicidio tra i bambini depressi che assumevano il farmaco. Si trattava di un effetto collaterale di vitale importanza, comunicato informalmente e con enorme ritardo attraverso un canale inappropriato. Anche se i dati erano stati consegnati alle persone sbagliate, il personale dell'Mhra presente all'incontro ebbe il buon senso di capire che si trattava di un'informazione importante. Si misero subito all'opera, ordinarono delle analisi e nel giro di un mese mandarono una lettera a tutti i medici consigliando di non prescrivere la paroxetina a pazienti al di sotto dei 18 anni.
Com'è possibile che il sistema per ottenere i dati dalle aziende sia così inefficiente da permettergli di tenere nascoste informazioni così importanti su un farmaco? È possibile perché la normativa contiene scappatoie assurde ed è preoccupante vedere come la Gsk abbia saputo sfruttarle. La conclusione dell'inchiesta, pubblicata nel 2008, era che la Gsk aveva agito in modo immorale e pericoloso per i bambini di tutto il mondo, ma le leggi britanniche erano così lacunose che l'azienda non poteva essere accusata di nulla. Dopo questo episodio, l'Mhra e l'Unione europea hanno cambiato alcune regole, che però sono ancora inadeguate. Hanno imposto alle aziende di rivelare i dati sulla sicurezza di un farmaco indipendentemente dalla richiesta di commercializzazione, ma gli studi condotti fuori dell'Ue restano esclusi da quest'obbligo. Alcuni dei test compiuti dalla Gsk sono stati in parte pubblicati, ma questo ovviamente non è sufficiente, perché sappiamo già che sono falsati. E abbiamo bisogno di tutte le informazioni anche per un motivo più semplice: i segnali di pericolosità sono spesso deboli e difficili da individuare. Nel caso della paroxetina la verità è emersa solo quando i dati negativi di tutti i test sono stati analizzati insieme.
Sistema lacunoso
Questo ci porta a parlare del secondo difetto evidente del sistema attuale: i risultati dei test vengono consegnati in segreto alle agenzie di controllo, che devono prendere una decisione. Ma la scienza non dovrebbe funzionare così: le sue scoperte sono affidabili solo quando tutti rendono pubbliche le loro ricerche, spiegano come fanno a sapere che qualcosa è efficace e sicuro, condividono metodi e risultati e consentono agli altri di decidere se sono d'accordo sul modo in cui quei dati sono stati elaborati e analizzati. Invece nell'ambito della sicurezza dei farmaci tutto avviene a porte chiuse, perché così hanno deciso le aziende farmaceutiche. Perciò il compito più importante della medicina viene svolto in segreto. E neanche le agenzie di controllo sono infallibili, come ora vedremo.
Il rosiglitazone fu messo in commercio nel 1999. Dopo circa un anno che era sul mercato, il dottor John Buse dell'università del North Carolina parlò in due convegni accademici del rischio che il farmaco facesse aumentare i problemi cardiaci. La Gsk, produttrice del medicinale, contattò direttamente Buse nel tentativo di metterlo a tacere, poi si rivolse al suo capo dipartimento. Nel 2007 una relazione della commissione finanze del senato statunitense parlava di "intimidazione" nel caso di Buse.
Ma quello che preoccupa di più sono i dati sull'efficaciae sulla sicurezza. Nel 2003 l'ufficio di Uppsala dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che si occupa del monitoraggio dei farmaci, contattò la Gsk a proposito di un numero insolitamente alto di rapporti che associavano il rosigli-tazone ai problemi cardiaci. La Gsk condusse due meta-analisi interne dei suoi dati nel loos e nel zoo6, che dimostrarono la fondatezza del rischio. Ma anche se l'azienda e la Food and drugs administration statunitense conoscevano i risultati, nessuna delle due fece una dichiarazione ufficiale, e non furono pubblicati fino al 2008.
Durante quel periodo, molti pazienti hanno continuato ad assumere la sostanza, ma né loro né i medici hanno saputo niente di questo problema fino al 2007, quando il cardiologo Steve Nissen e i suoi colleghi hanno pubblicato la loro analisi, dimostrando che per i pazienti trattati con il rosiglitazone il rischio di malattie cardiache aumentava del 43 per cento. Dato che le persone affette da diabete rischiano già di avere complicazioni cardiache, e il motivo principale per cui si cura il diabete è proprio quello di ridurre questo rischio, la scoperta ha fatto scalpore. I risultati di Nissen sono stati confermati da studi successivi e nel toro il farmaco è stato ritirato dal commercio o comunque il suo uso è stato limitato in tutto il mondo.
Ora, il punto non è che il medicinale avrebbe dovuto essere ritirato prima. Per quanto perverso possa sembrare, infatti, i medici a volte ricorrono a farmaci di qualità inferiore come ultima risorsa. Per esempio, un paziente può reagire male a un farmaco particolarmente efficace e deve smettere di assumerlo. Quando si verificano questi casi, a volte vale la pena provare un medicinale meno efficace, che è sempre meglio di niente. Il problema è che tutte queste discussioni avvenivano mentre i dati erano tenuti sotto chiave e potevano essere visti solo dalle agenzie di controllo. Anzi, Nissen aveva potuto fare la sua analisi solo grazie all'insolita sentenza di un tribunale. Nel 2004, quando si era saputo che la Gsk aveva tenuto segreti i dati sui gravi effetti collaterali della paroxetina nei bambini, il suo comportamento scorretto aveva dato origine a una causa civile per frode, alla fine della quale l'azienda, oltre a pagare i danni, aveva dovuto impegnarsi a pubblicare i risultati dei suoi test clinici su un sito web accessibile al pubblico.
Nissen aveva analizzato i dati sul rosi-glitazone e aveva fatto una scoperta allarmante di cui aveva informato i medici, cosa che l'agenzia di controllo non aveva mai fatto pur essendo in possesso dei dati da anni. Se queste informazioni fossero state accessibili fin dall'inizio, l'agenzia forse sarebbe stata più cauta nella decisione da prendere, ma in questo modo medici e pazienti avrebbero potuto non essere d'accordo con lei e fare una scelta informata.
È per questo che tutti i risultati dei test clinici dovrebbero essere accessibili. I dati mancanti danneggiano tutti. Se non si effettuano test seri, se i risultati negativi vengono tenuti nascosti, non possiamo sapere quali sono i veri effetti dei farmaci che usiamo. In medicina la necessità delle prove non è una questione accademica astratta. Quando ci forniscono dati falsati, possiamo prendere decisioni sbagliate e infliggere sofferenze inutili, se non addirittura la morte, a persone come noi.
L'AUTORE
Ben Goldacre è un medico britannico. Questo articolo è un estratto, adattato, del suo ultimo libro, Bad Pharma, che sarà pubblicato in Italia da Mondadori nella primavera del 2013.
(fonte informasalus.it)
Il monopolio è un furto
di Christopher Ketcham
A Monopoli vince chi si accaparra le proprietà più redditizie. Ma in origine il gioco da tavolo più famoso del mondo voleva insegnare a combattere i monopolisti.
(...)
Secondo la versione ufficiale raccontata dalla Hasbro, titolare del marchio, il Monopoli fu inventato nel 1933 da un radiatorista disoccupato e dog sitter a ore di Filadelfia, Charles Darrow.
Darrow voleva inventare un gioco ispirato all’acquisto e alla vendita di terreni, e diede alle varie proprietà dei nomi presi in prestito da Atlantic City, la città di mare dove andava in vacanza da bambino.
Brevettato nel 1935 da lui e dalla Parker Brothers che lo realizzò, nei primi due anni di produzione il gioco vendette più di due milioni di copie, rendendo ricco Darrow e probabilmente salvando dal fallimento la Parker Brothers. In seguito è diventato il gioco da tavolo brevettato più venduto nel mondo.
(...)
La letteratura ufficiale non ha mai citato le vere origini del gioco.
Trent’anni prima che Darrow lo brevettasse, nel 1903, un’attrice del Maryland di nome Lizzie Magie aveva creato un protoMonopoli come strumento per diffondere la filosoia di Henry George, uno scrittore dell’ottocento convinto che nessun individuo potesse rivendicare la “proprietà” della terra.
Nel suo libro Progress and poverty (1879) George deiniva il concetto di proprietà fondiaria “sbagliato e pericoloso” e sosteneva che a possedere la terra dovesse essere la società come “soggetto collettivo”.
(...)
In quella prima edizione, le proprietà più costose da comprare, e le più convenienti da possedere, erano strade famose di New York come Broadway, Fifth avenue e Wall street. Al posto del “Via” c’era un riquadro con la scritta “Lavorare la madre terra produce salario”.
Il meccanismo era quello del Monopoli: tutti i partecipanti si indebitavano e prima o poi fallivano, tranne uno, il supermonopolista, che alla fine vinceva.
Ma i giocatori potevano prendere un’iniziativa che non è prevista dalle regole del Monopoli di oggi: decidere di collaborare. Non avrebbero pagato l’affitto a un singolo proprietario, ma avrebbero messo la somma in una cassa comune e, come scrisse Magie, “tutti si sarebbero garantiti la prosperità”.
(...)
Henry George non aveva studiato economia.A 16 anni era stato assunto come mozzo
e aveva lasciato Filadelia a bordo del mercantile Hindoo, diretto verso l’Australia e l’India. In viaggio aveva assistito a un tentativo di ammutinamento a causa delle terribili condizioni di lavoro dei marinai. A vent’anni, ormai trapiantato in California, lavorava come apprendista tipografo, pesatore di riso e bracciante a ore. Poco dopo si sposò, ma rimase senza lavoro a causa della crisi dell’occupazione che colpì la costa occidentale.
Nell’inverno del 1865 sua moglie era incinta e moriva di fame. “Non perdete tempo a lavarlo”, disse il dottore a George quando a gennaio nacque il bambino. “Dategli da mangiare”. La povertà lo portò a interessarsi di economia, a riflettere sul perché fosse tanto diffusa in un paese così ricco di risorse. A sua volta, questo lo spinse a rivolgersi ai giornali, che immaginava potessero pagarlo per le sue idee.
E alla fine il giornalismo lo portò a New York.
Quello che sconcertava George era che dovunque venissero introdotti mezzi di produzione più avanzati – dovunque fiorissero industrie e si accumulassero capitali – c’erano sempre più persone povere che vivevano in condizioni disperate. Per lui era un paradosso incomprensibile. “È l’enigma che la Sfinge del Fato pone alla nostra civiltà e se non troveremo la risposta saremo annientati”, scriveva. “Finché tutta la ricchezza creata dal progresso
moderno servirà solo a costruire grandi patrimoni quel progresso non sarà reale e non potrà essere duraturo”.
Nel 1879 pubblicò il libro che lo avrebbe reso famoso, Progress and poverty, che forniva una risposta radicale all’enigma: il motivo per cui il progresso portava una maggiore povertà era il monopolio sulla terra.
Negli Stati Uniti, con il progredire della civiltà, l’aumento della popolazione e l’inurbamento, i terreni avevano cominciato a scarseggiare, il loro prezzo era salito e la maggioranza che doveva viverci e lavorarci era costretta a pagare quel prezzo alla minoranza che li possedeva. Per la classe lavoratrice, la conseguenza era la schiavitù dell’affitto. “Per vedere esseri umani che vivono nelle condizioni più abiette e disperate”, scriveva George, “non bisogna andare nelle sconfinate praterie e nelle capanne di legno costruite nei boschi, dove l’uomo comincia la sua lotta con la natura e la terra non vale ancora nulla, ma nelle grandi città, dove la proprietà di un piccolo appezzamento di terreno costituisce una fortuna”.
(...)
Da quei piccoli appezzamenti, soprattutto a New York, erano nate le dinastie de nuovi ricchi americani.
(...)
Secondo George, l’accumulo di terreni in mani private era il prodotto di un sistema di proprietà “artificiale e infondato quanto il diritto divino dei re”. “Sia dal punto di vista storico sia da quello etico”, scriveva, “la proprietà privata della terra è un furto. Ha sempre avuto origine dalle guerre e dalle conquiste”. Quello era, in realtà, il peccato originale della civiltà occidentale. George osservava che molte civiltà premoderne non riconoscevano il diritto di proprietà sulla terra.
Un uomo possedeva solo l’arco e le frecce che aveva costruito con le sue mani, non la terra sulla quale cacciava. Un simile diritto non esisteva nemmeno nel Vecchio testamento, che “trattava la terra come un dono del Creatore alle sue creature”.
Dopotutto, Mosè aveva istituito il giubileo: ogni cinquant’anni la terra veniva ridistribuita e i debiti contratti su di essa venivano cancellati, una tradizione alla quale avevano messo ine i romani.
Negli annali del mondo precapitalistico, George aveva riscontrato ovunque “il conflitto tra l’idea che tutti hanno gli stessi diritti sulla terra e la tendenza a monopolizzarla trasformandola in proprietà privata”.
Ma nell’ottocento il “preconcetto” della “proprietà individuale della terra”, raforzato dal complesso insieme di diritti e titoli concessi dallo stato, era diventato la base del sistema legale statunitense. Secondo George, non poteva e non doveva essere eliminato. La conisca delle terre e la nazionalizzazione avrebbero portato alla tirannia. “Lasciamo che gli individui che oggi ne godono mantengano, se vogliono, il possesso di quelle che amano chiamare le loro terre”.
George non pensava che fosse necessario abolire il diritto di comprare e vendere una proprietà o di lasciarla in eredità ai propri discendenti. Sosteneva piuttosto che la società avrebbe dovuto lasciare ai possidenti “il guscio” delle loro terre e prenderne “il frutto”. Scriveva: “Non è necessario confiscare le terre, basterebbe confiscarne la rendita. In questo modo lo stato diventerebbe in pratica padrone di tutte le terre senza esserlo formalmente”.
Quello che contava era la rendita.
In linea con l’economia classica di Adam Smith, George deiniva rendita il reddito da capitale derivato unicamente dall’aumento di valore della terra, e quindi distinto dal lavoro investito su di essa sotto forma di migliorie, costruzione di case, uici e fabbriche o coltivazione di campi. A valorizzare la terra era la mano invisibile del lavoro di una comunità. La capanna diventava preziosa quando veniva scoperta una miniera nella zona, costruita una strada principale che la collegava alla miniera, aperto un negozio che vendeva provviste per i minatori, quando venivano costruite altre case, arrivava la ferrovia e nasceva una città. Il terreno su cui sorgeva la capanna derivava il suo valore da quello che la società ci aveva costruito intorno. Quindi quell’aumento di valore spettava alla società, e secondo George doveva essere calcolato e tassato a prezzo di mercato.
Questa “tassa unica” sulla terra e sulle risorse naturali era un modo per riformare il capitalismo, che George pensava di dover salvare dall’autodistruzione, e “aprire la strada alla realizzazione del nobile sogno socialista”.
I ricchi proprietari terrieri dell’epoca accusarono il georgismo di essere la teoria più folle ed estremista dei suoi tempi, e consideravano l’idea della tassa unica più pericolosa di tutti gli scritti di Karl Marx messi insieme. La chiesa cattolica deinì il pensiero di George “degno di condanna”.
Tuttavia, a cinque anni dalla pubblicazione di Progress and poverty centinaia di migliaia di statunitensi sarebbero arrivati a credere nel vangelo della tassa unica. A New York, il prete populista Edward McGlynn deiniva George “un profeta, un messaggero di Dio”. Mark Twain e il filosofo John Dewey erano georgisti.
Lev Tolstoj sosteneva che George aveva “inaugurato una nuova era”. “Il metodo per risolvere il problema della terra è stato elaborato da Henry George a un tale livello di perfezione che, con l’organizzazione dello stato e il sistema di tassazione obbligatoria attuali, è impossibile concepire una soluzione migliore, più giusta, pratica e pacifica”, scriveva Tolstoj.
“L’unica cosa che placherebbe il popolo in questo momento sarebbe l’introduzione del sistema di Henry George”.
Nel 1886 lo United labor party (Ulp), appena uscito dalle battaglie della prima Festa del lavoro, scelse George come candidato per la carica di sindaco di New York.
La campagna elettorale fu estremamente radicale per l’epoca: dovunque le ferrovie,
i telegrafi, i telefoni, e le forniture di gas, elettricità e acqua potevano funzionare in
modo più efficiente in un’economia di scala, come “monopoli naturali”, sarebbero stati di proprietà pubblica. A New York i trasporti sarebbero stati gratuiti e l’amministrazione
comunale si sarebbe fatta carico dei servizi sociali. George avrebbe messo fine al lavoro minorile e imposto la giornata lavorativa di otto ore.
Il suo programma sarebbe stato inanziato dalla tassa sul valore della terra. Anche se nessuno dei gran di giornali lo appoggiò, furono fondati circoli a suo nome in 24 distretti della città.
Gli iscritti inanziarono la campagna elettorale contribuendo ognuno con 25 centesimi.
La coalizione che si formò intorno all’Ulp superava le divisioni di classe, etnia e religione che dominavano a New York. Tre giorni prima delle elezioni, i suoi sostenitori si raccolsero a migliaia nella zona sud di Manhattan portando striscioni con la scritta:
“I lavoratori onesti contro i proprietari terrieri ladri”, e a Tompkins square, sotto la pioggia battente, intonarono slogan come “Abbasso le sanguisughe”. Ma George fu sconfitto, e ci furono anche sospetti di brogli Henry George tornò al giornalismo, tenne conferenze, scrisse altri cinque libri e si dedicò alla diffusione del vangelo della tassa unica.
Ebbe anche il merito di ispirare tutta una generazione di riformatori progressisti.
Ma dimostrava poco interesse per tutte le riforme che non fossero la tassa unica.
Fedele alle teorie di Adam Smith fino alla ine, attaccò i socialisti e i sindacalisti che
erano i suoi maggiori sostenitori e, come scrisse un suo critico, si mise alla testa di un gruppo di sostenitori della tassa unica caratterizzati da “uno spirito insopportabilmente dogmatico e dottrinario”.
Non accettò mai che il reddito da capitale provenisse da investimenti che non fossero sulla terra, e di conseguenza fu accusato di non voler prendere atto del crescente potere del capitalismo finanziario, che creava ricchezza grazie al valore attribuito dalla società a titoli e azioni.
Alla sua morte, nel 1897, quando centomila newyorchesi fecero la fila per rendere onore alla sua salma, la “grande idea” di George, come avrebbe scritto con rimpianto Tolstoj nel 1908, aveva già imboccato la lunga strada dell’oblio.
(...)
Fonte: Internazionale, 21/27 dicembre, N°980
(Christopher Ketcham, Harper’s, Stati Uniti)
lareginacattiva
Purtroppo non ho trovato l'articolo completo.
(edited)
di Christopher Ketcham
A Monopoli vince chi si accaparra le proprietà più redditizie. Ma in origine il gioco da tavolo più famoso del mondo voleva insegnare a combattere i monopolisti.
(...)
Secondo la versione ufficiale raccontata dalla Hasbro, titolare del marchio, il Monopoli fu inventato nel 1933 da un radiatorista disoccupato e dog sitter a ore di Filadelfia, Charles Darrow.
Darrow voleva inventare un gioco ispirato all’acquisto e alla vendita di terreni, e diede alle varie proprietà dei nomi presi in prestito da Atlantic City, la città di mare dove andava in vacanza da bambino.
Brevettato nel 1935 da lui e dalla Parker Brothers che lo realizzò, nei primi due anni di produzione il gioco vendette più di due milioni di copie, rendendo ricco Darrow e probabilmente salvando dal fallimento la Parker Brothers. In seguito è diventato il gioco da tavolo brevettato più venduto nel mondo.
(...)
La letteratura ufficiale non ha mai citato le vere origini del gioco.
Trent’anni prima che Darrow lo brevettasse, nel 1903, un’attrice del Maryland di nome Lizzie Magie aveva creato un protoMonopoli come strumento per diffondere la filosoia di Henry George, uno scrittore dell’ottocento convinto che nessun individuo potesse rivendicare la “proprietà” della terra.
Nel suo libro Progress and poverty (1879) George deiniva il concetto di proprietà fondiaria “sbagliato e pericoloso” e sosteneva che a possedere la terra dovesse essere la società come “soggetto collettivo”.
(...)
In quella prima edizione, le proprietà più costose da comprare, e le più convenienti da possedere, erano strade famose di New York come Broadway, Fifth avenue e Wall street. Al posto del “Via” c’era un riquadro con la scritta “Lavorare la madre terra produce salario”.
Il meccanismo era quello del Monopoli: tutti i partecipanti si indebitavano e prima o poi fallivano, tranne uno, il supermonopolista, che alla fine vinceva.
Ma i giocatori potevano prendere un’iniziativa che non è prevista dalle regole del Monopoli di oggi: decidere di collaborare. Non avrebbero pagato l’affitto a un singolo proprietario, ma avrebbero messo la somma in una cassa comune e, come scrisse Magie, “tutti si sarebbero garantiti la prosperità”.
(...)
Henry George non aveva studiato economia.A 16 anni era stato assunto come mozzo
e aveva lasciato Filadelia a bordo del mercantile Hindoo, diretto verso l’Australia e l’India. In viaggio aveva assistito a un tentativo di ammutinamento a causa delle terribili condizioni di lavoro dei marinai. A vent’anni, ormai trapiantato in California, lavorava come apprendista tipografo, pesatore di riso e bracciante a ore. Poco dopo si sposò, ma rimase senza lavoro a causa della crisi dell’occupazione che colpì la costa occidentale.
Nell’inverno del 1865 sua moglie era incinta e moriva di fame. “Non perdete tempo a lavarlo”, disse il dottore a George quando a gennaio nacque il bambino. “Dategli da mangiare”. La povertà lo portò a interessarsi di economia, a riflettere sul perché fosse tanto diffusa in un paese così ricco di risorse. A sua volta, questo lo spinse a rivolgersi ai giornali, che immaginava potessero pagarlo per le sue idee.
E alla fine il giornalismo lo portò a New York.
Quello che sconcertava George era che dovunque venissero introdotti mezzi di produzione più avanzati – dovunque fiorissero industrie e si accumulassero capitali – c’erano sempre più persone povere che vivevano in condizioni disperate. Per lui era un paradosso incomprensibile. “È l’enigma che la Sfinge del Fato pone alla nostra civiltà e se non troveremo la risposta saremo annientati”, scriveva. “Finché tutta la ricchezza creata dal progresso
moderno servirà solo a costruire grandi patrimoni quel progresso non sarà reale e non potrà essere duraturo”.
Nel 1879 pubblicò il libro che lo avrebbe reso famoso, Progress and poverty, che forniva una risposta radicale all’enigma: il motivo per cui il progresso portava una maggiore povertà era il monopolio sulla terra.
Negli Stati Uniti, con il progredire della civiltà, l’aumento della popolazione e l’inurbamento, i terreni avevano cominciato a scarseggiare, il loro prezzo era salito e la maggioranza che doveva viverci e lavorarci era costretta a pagare quel prezzo alla minoranza che li possedeva. Per la classe lavoratrice, la conseguenza era la schiavitù dell’affitto. “Per vedere esseri umani che vivono nelle condizioni più abiette e disperate”, scriveva George, “non bisogna andare nelle sconfinate praterie e nelle capanne di legno costruite nei boschi, dove l’uomo comincia la sua lotta con la natura e la terra non vale ancora nulla, ma nelle grandi città, dove la proprietà di un piccolo appezzamento di terreno costituisce una fortuna”.
(...)
Da quei piccoli appezzamenti, soprattutto a New York, erano nate le dinastie de nuovi ricchi americani.
(...)
Secondo George, l’accumulo di terreni in mani private era il prodotto di un sistema di proprietà “artificiale e infondato quanto il diritto divino dei re”. “Sia dal punto di vista storico sia da quello etico”, scriveva, “la proprietà privata della terra è un furto. Ha sempre avuto origine dalle guerre e dalle conquiste”. Quello era, in realtà, il peccato originale della civiltà occidentale. George osservava che molte civiltà premoderne non riconoscevano il diritto di proprietà sulla terra.
Un uomo possedeva solo l’arco e le frecce che aveva costruito con le sue mani, non la terra sulla quale cacciava. Un simile diritto non esisteva nemmeno nel Vecchio testamento, che “trattava la terra come un dono del Creatore alle sue creature”.
Dopotutto, Mosè aveva istituito il giubileo: ogni cinquant’anni la terra veniva ridistribuita e i debiti contratti su di essa venivano cancellati, una tradizione alla quale avevano messo ine i romani.
Negli annali del mondo precapitalistico, George aveva riscontrato ovunque “il conflitto tra l’idea che tutti hanno gli stessi diritti sulla terra e la tendenza a monopolizzarla trasformandola in proprietà privata”.
Ma nell’ottocento il “preconcetto” della “proprietà individuale della terra”, raforzato dal complesso insieme di diritti e titoli concessi dallo stato, era diventato la base del sistema legale statunitense. Secondo George, non poteva e non doveva essere eliminato. La conisca delle terre e la nazionalizzazione avrebbero portato alla tirannia. “Lasciamo che gli individui che oggi ne godono mantengano, se vogliono, il possesso di quelle che amano chiamare le loro terre”.
George non pensava che fosse necessario abolire il diritto di comprare e vendere una proprietà o di lasciarla in eredità ai propri discendenti. Sosteneva piuttosto che la società avrebbe dovuto lasciare ai possidenti “il guscio” delle loro terre e prenderne “il frutto”. Scriveva: “Non è necessario confiscare le terre, basterebbe confiscarne la rendita. In questo modo lo stato diventerebbe in pratica padrone di tutte le terre senza esserlo formalmente”.
Quello che contava era la rendita.
In linea con l’economia classica di Adam Smith, George deiniva rendita il reddito da capitale derivato unicamente dall’aumento di valore della terra, e quindi distinto dal lavoro investito su di essa sotto forma di migliorie, costruzione di case, uici e fabbriche o coltivazione di campi. A valorizzare la terra era la mano invisibile del lavoro di una comunità. La capanna diventava preziosa quando veniva scoperta una miniera nella zona, costruita una strada principale che la collegava alla miniera, aperto un negozio che vendeva provviste per i minatori, quando venivano costruite altre case, arrivava la ferrovia e nasceva una città. Il terreno su cui sorgeva la capanna derivava il suo valore da quello che la società ci aveva costruito intorno. Quindi quell’aumento di valore spettava alla società, e secondo George doveva essere calcolato e tassato a prezzo di mercato.
Questa “tassa unica” sulla terra e sulle risorse naturali era un modo per riformare il capitalismo, che George pensava di dover salvare dall’autodistruzione, e “aprire la strada alla realizzazione del nobile sogno socialista”.
I ricchi proprietari terrieri dell’epoca accusarono il georgismo di essere la teoria più folle ed estremista dei suoi tempi, e consideravano l’idea della tassa unica più pericolosa di tutti gli scritti di Karl Marx messi insieme. La chiesa cattolica deinì il pensiero di George “degno di condanna”.
Tuttavia, a cinque anni dalla pubblicazione di Progress and poverty centinaia di migliaia di statunitensi sarebbero arrivati a credere nel vangelo della tassa unica. A New York, il prete populista Edward McGlynn deiniva George “un profeta, un messaggero di Dio”. Mark Twain e il filosofo John Dewey erano georgisti.
Lev Tolstoj sosteneva che George aveva “inaugurato una nuova era”. “Il metodo per risolvere il problema della terra è stato elaborato da Henry George a un tale livello di perfezione che, con l’organizzazione dello stato e il sistema di tassazione obbligatoria attuali, è impossibile concepire una soluzione migliore, più giusta, pratica e pacifica”, scriveva Tolstoj.
“L’unica cosa che placherebbe il popolo in questo momento sarebbe l’introduzione del sistema di Henry George”.
Nel 1886 lo United labor party (Ulp), appena uscito dalle battaglie della prima Festa del lavoro, scelse George come candidato per la carica di sindaco di New York.
La campagna elettorale fu estremamente radicale per l’epoca: dovunque le ferrovie,
i telegrafi, i telefoni, e le forniture di gas, elettricità e acqua potevano funzionare in
modo più efficiente in un’economia di scala, come “monopoli naturali”, sarebbero stati di proprietà pubblica. A New York i trasporti sarebbero stati gratuiti e l’amministrazione
comunale si sarebbe fatta carico dei servizi sociali. George avrebbe messo fine al lavoro minorile e imposto la giornata lavorativa di otto ore.
Il suo programma sarebbe stato inanziato dalla tassa sul valore della terra. Anche se nessuno dei gran di giornali lo appoggiò, furono fondati circoli a suo nome in 24 distretti della città.
Gli iscritti inanziarono la campagna elettorale contribuendo ognuno con 25 centesimi.
La coalizione che si formò intorno all’Ulp superava le divisioni di classe, etnia e religione che dominavano a New York. Tre giorni prima delle elezioni, i suoi sostenitori si raccolsero a migliaia nella zona sud di Manhattan portando striscioni con la scritta:
“I lavoratori onesti contro i proprietari terrieri ladri”, e a Tompkins square, sotto la pioggia battente, intonarono slogan come “Abbasso le sanguisughe”. Ma George fu sconfitto, e ci furono anche sospetti di brogli Henry George tornò al giornalismo, tenne conferenze, scrisse altri cinque libri e si dedicò alla diffusione del vangelo della tassa unica.
Ebbe anche il merito di ispirare tutta una generazione di riformatori progressisti.
Ma dimostrava poco interesse per tutte le riforme che non fossero la tassa unica.
Fedele alle teorie di Adam Smith fino alla ine, attaccò i socialisti e i sindacalisti che
erano i suoi maggiori sostenitori e, come scrisse un suo critico, si mise alla testa di un gruppo di sostenitori della tassa unica caratterizzati da “uno spirito insopportabilmente dogmatico e dottrinario”.
Non accettò mai che il reddito da capitale provenisse da investimenti che non fossero sulla terra, e di conseguenza fu accusato di non voler prendere atto del crescente potere del capitalismo finanziario, che creava ricchezza grazie al valore attribuito dalla società a titoli e azioni.
Alla sua morte, nel 1897, quando centomila newyorchesi fecero la fila per rendere onore alla sua salma, la “grande idea” di George, come avrebbe scritto con rimpianto Tolstoj nel 1908, aveva già imboccato la lunga strada dell’oblio.
(...)
Fonte: Internazionale, 21/27 dicembre, N°980
(Christopher Ketcham, Harper’s, Stati Uniti)
lareginacattiva
Purtroppo non ho trovato l'articolo completo.
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IL SEGRETO DEL PAPA
3 febbraio 2013 di ulisse59
I turisti a spasso per Londra non
immaginerebbero mai che la sede
di Bulgari in New Bond street
ha qualcosa a che fare con il papa.
E lo stesso vale per gli uffici della
ricca banca d’investimento Altium
Capital, lì vicino, all’angolo tra St James’s
square e Pall Mall. Eppure questi
edfiici, situati in uno dei quartieri più ricchi
di Londra, fanno parte di un segretissimo
impero immobiliare controllato dal Vaticano.
Protetto da un labirinto di aziende offshore,
il patrimonio internazionale della
chiesa cattolica è stato costruito negli anni
grazie al denaro che il Vaticano ottenne nel
1929 da Mussolini in cambio del riconoscimento
del regime fascista da parte del papa.
ilsegretodelpapa1Da allora il valore del gruzzolo mussoliniano
è cresciuto fino a superare i 500
milioni di sterline (586 milioni di euro).
Nel 2006, all’epoca dell’ultima bolla immobiliare,
il Vaticano ha speso 15 milioni di
sterline per comprare l’edificio al numero
30 di St James’s square. Altre proprietà della
chiesa cattolica nel Regno Unito si trovano
al 158 di New Bond street e nella città di
Coventry. Il Vaticano, inoltre, possiede diversi
appartamenti a Parigi e in Svizzera.
Per alcuni l’aspetto sorprendente della
vicenda è che il Vaticano abbia mantenuto
per tutto questo tempo il segreto sui milioni
ricevuti da Mussolini. Gli uffici di St James’s
square sono stati acquistati da una
compagnia chiamata British Grolux Investments,
che controlla le altre proprietà
del Vaticano nel Regno Unito. I registri
pubblici consultabili presso la Companies
house (l’agenzia governativa dove sono
registrate le aziende britanniche) non rivelano
chi sia il vero proprietario della Grolux,
e non fanno alcun riferimento al Vaticano.
I documenti riportano invece il nome
di due azionisti, entrambi facoltosi banchieri
cattolici: John Varley, ex direttore
esecutivo della Barclays Bank, e Robin
Herbert, ex direttore della banca d’afari
Leopold Jo seph. Abbiamo scritto a entrambi
ilsegretodelpapa2nel tentativo di scoprire chi gli ha affidato
questo incarico, ma non abbiamo ricevuto
alcuna risposta. Il diritto societario
britannico, in ogni caso, permette ai veri
proprietari di un’azienda di nascondere la
propria identità ricorrendo a dei prestanome.
Il segretario della Grolux John Jenkins,
un contabile di Reading, è stato altrettanto
riluttante a rispondere alle nostre domande.
Ha ammesso che l’azienda è di proprietà
di un trust, ma si è rifiutato di rivelarne il
nome per proteggerne la riservatezza. Dopo
aver ricevuto istruzioni, ha aggiunto:
“Confermo che non sono autorizzato dal
mio cliente a fornire alcuna informazione”.
La ricerca nei vecchi archivi si è rivelata
molto più utile. Alcuni documenti della
Companies house dimostrano che la British
Grolux Investments ha ereditato tutte
le proprietà immobiliari da due aziende
assorbite nel 1999, dopo una riorganizzazione
finanziaria. Si tratta della British
Grolux e della Cheylesmore Estates, a loro
volta di proprietà di un’altra azienda con
sede all’indirizzo della banca JP Morgan di
New York. Secondo i documenti, quest’ultima
azienda è controllata da una società
svizzera, la Proima. A completare il quadro,
alcuni registri del periodo bellico presenti
negli archivi nazionali britannici confermano
che Profima era la holding del
Vaticano, all’epoca accusata di “portare
avanti attività contrarie agli interessi degli
Alleati”. Alcuni rapporti di funzionari del
ministero della guerra economica, attivo
durante il secondo conflitto mondiale,
contengono forti critiche all’operato del
finanziere della società, Bernardino Nogara,
che si occupò di investire una porzione,
pari a 50 milioni di sterline in contanti, del
tesoro ricevuto da Mussolini.
Secondo gli inglesi, che all’epoca pensarono
di bandire la Proima, le “attività
oscure” di Nogara erano esposte dettagliatamente
in uno scambio di cablogrammi
tra il Vaticano e un contatto a Ginevra, intercettati
nel 1945: “Nogara, un avvocato
romano, è l’agente finanziario del Vaticano,
e la Proima di Losanna è la holding
svizzera che si occupa di alcuni interessi
della Santa Sede”. All’epoca gli inglesi erano
convinti che Nogara stesse cercando di
trasferire le quote di due società immobiliari
francesi di proprietà del Vaticano alla
società svizzera, per evitare che il governo
francese le bloccasse in quanto risorse nemiche.
Qualche anno prima, nel 1943, gli
inglesi avevano già accusato Nogara di
“giocare sporco”, e si erano convinti che
l’avvocato avesse trasferito le azioni di una
banca nelle mani di Proima per “mascherarle”
e far credere che la banca fosse controllata
dai neutrali svizzeri. L’operazione
fu descritta come “manipolazione” delle
finanze vaticane “a fini politici non pertinenti”.
Sicurezza finanziaria
Il denaro ricevuto da Mussolini ha avuto
un’importanza fondamentale per le finanze
vaticane. “In quel modo la Santa Sede
diventò finanziariamente sicura, e non sarebbe
mai più stata povera”, scrive lo storico
di Cambridge John Pollard nel suo L’ obolo di Pietro. Le finanze del papato moderno:
1850-1950 (Corbaccio 2006). Fin
dall’inizio Nogara mostrò un grande spirito
innovativo nell’investire il denaro del
Vaticano. Secondo alcuni documenti del
1931, l’avvocato aveva infatti fondato una
società offshore in Lussemburgo a cui trasferire
il patrimonio immobiliare che stava
accumulando in Europa. La società fu
chiamata Groupement Financier Luxembourgeois,
da cui deriva l’odierno Grolux.
Nel 1929 il Lussemburgo era stato uno dei
primi paesi a costruire un paradiso fiscale
per le aziende. Il ramo britannico della
nuova società, chiamato British Grolux, fu
incorporato l’anno successivo. Con l’inizio
della seconda guerra mondiale e il rischio
di un’invasione tedesca, le operazioni in
Lussemburgo – e con queste, verosimilmente,
il controllo della British Grolux –
furono spostate negli Stati Uniti e nella
neutrale Svizzera.
Gli investimenti nel Regno Unito derivati
dal denaro di Mussolini, insieme alle
altre holding europee e alle attività di commercio
di valuta, sono gestiti oggi da Paolo
Mennini, un funzionario papale che vive a
Roma. In sostanza Mennini è il banchiere
commerciale del papa, ed è a capo di
un’unità speciale interna al Vaticano chiamata
Sezione straordinaria dell’amministrazione
del patrimonio della sede apostolica,
che gestisce il cosiddetto “patrimonio
della Santa Sede”. Secondo un rapporto
pubblicato nel 2012 dal Consiglio
d’Europa sullef inanze del Vaticano, i beni
gestiti dall’unità speciale di Mennini superano
i 680 milioni di euro.
Se in tempo di guerra la segretezza
sull’origine fascista della ricchezza del papato
poteva anche essere comprensibile,
non è chiaro il motivo per cui il Vaticano
abbia poi continuato a mantenere il più assoluto
riserbo sulle sue holding nel Regno
Unito, perfino dopo la riorganizzazione
della sua struttura finanziaria del 1999. Il
Guardian ha chiesto al rappresentante del
Vaticano a Londra, l’arcivescovo Antonio
Mennini, come mai la Santa Sede abbia
continuato a mantenere il segreto sui suoi
investimenti immobiliari nella capitale
britannica, e in che modo il papa spende i
ricavati di queste attività. Coerente con la
sua tradizione di silenzio e segretezza, il
portavoce della Chiesa cattolica romana ci
ha fatto sapere che il nunzio non ha intenzione
di rilasciare commenti sull’argomento.
David Leigh, The Guardian
pubblicato su Internazionale e ripreso su pasquinoweb
(edited)
3 febbraio 2013 di ulisse59
I turisti a spasso per Londra non
immaginerebbero mai che la sede
di Bulgari in New Bond street
ha qualcosa a che fare con il papa.
E lo stesso vale per gli uffici della
ricca banca d’investimento Altium
Capital, lì vicino, all’angolo tra St James’s
square e Pall Mall. Eppure questi
edfiici, situati in uno dei quartieri più ricchi
di Londra, fanno parte di un segretissimo
impero immobiliare controllato dal Vaticano.
Protetto da un labirinto di aziende offshore,
il patrimonio internazionale della
chiesa cattolica è stato costruito negli anni
grazie al denaro che il Vaticano ottenne nel
1929 da Mussolini in cambio del riconoscimento
del regime fascista da parte del papa.
ilsegretodelpapa1Da allora il valore del gruzzolo mussoliniano
è cresciuto fino a superare i 500
milioni di sterline (586 milioni di euro).
Nel 2006, all’epoca dell’ultima bolla immobiliare,
il Vaticano ha speso 15 milioni di
sterline per comprare l’edificio al numero
30 di St James’s square. Altre proprietà della
chiesa cattolica nel Regno Unito si trovano
al 158 di New Bond street e nella città di
Coventry. Il Vaticano, inoltre, possiede diversi
appartamenti a Parigi e in Svizzera.
Per alcuni l’aspetto sorprendente della
vicenda è che il Vaticano abbia mantenuto
per tutto questo tempo il segreto sui milioni
ricevuti da Mussolini. Gli uffici di St James’s
square sono stati acquistati da una
compagnia chiamata British Grolux Investments,
che controlla le altre proprietà
del Vaticano nel Regno Unito. I registri
pubblici consultabili presso la Companies
house (l’agenzia governativa dove sono
registrate le aziende britanniche) non rivelano
chi sia il vero proprietario della Grolux,
e non fanno alcun riferimento al Vaticano.
I documenti riportano invece il nome
di due azionisti, entrambi facoltosi banchieri
cattolici: John Varley, ex direttore
esecutivo della Barclays Bank, e Robin
Herbert, ex direttore della banca d’afari
Leopold Jo seph. Abbiamo scritto a entrambi
ilsegretodelpapa2nel tentativo di scoprire chi gli ha affidato
questo incarico, ma non abbiamo ricevuto
alcuna risposta. Il diritto societario
britannico, in ogni caso, permette ai veri
proprietari di un’azienda di nascondere la
propria identità ricorrendo a dei prestanome.
Il segretario della Grolux John Jenkins,
un contabile di Reading, è stato altrettanto
riluttante a rispondere alle nostre domande.
Ha ammesso che l’azienda è di proprietà
di un trust, ma si è rifiutato di rivelarne il
nome per proteggerne la riservatezza. Dopo
aver ricevuto istruzioni, ha aggiunto:
“Confermo che non sono autorizzato dal
mio cliente a fornire alcuna informazione”.
La ricerca nei vecchi archivi si è rivelata
molto più utile. Alcuni documenti della
Companies house dimostrano che la British
Grolux Investments ha ereditato tutte
le proprietà immobiliari da due aziende
assorbite nel 1999, dopo una riorganizzazione
finanziaria. Si tratta della British
Grolux e della Cheylesmore Estates, a loro
volta di proprietà di un’altra azienda con
sede all’indirizzo della banca JP Morgan di
New York. Secondo i documenti, quest’ultima
azienda è controllata da una società
svizzera, la Proima. A completare il quadro,
alcuni registri del periodo bellico presenti
negli archivi nazionali britannici confermano
che Profima era la holding del
Vaticano, all’epoca accusata di “portare
avanti attività contrarie agli interessi degli
Alleati”. Alcuni rapporti di funzionari del
ministero della guerra economica, attivo
durante il secondo conflitto mondiale,
contengono forti critiche all’operato del
finanziere della società, Bernardino Nogara,
che si occupò di investire una porzione,
pari a 50 milioni di sterline in contanti, del
tesoro ricevuto da Mussolini.
Secondo gli inglesi, che all’epoca pensarono
di bandire la Proima, le “attività
oscure” di Nogara erano esposte dettagliatamente
in uno scambio di cablogrammi
tra il Vaticano e un contatto a Ginevra, intercettati
nel 1945: “Nogara, un avvocato
romano, è l’agente finanziario del Vaticano,
e la Proima di Losanna è la holding
svizzera che si occupa di alcuni interessi
della Santa Sede”. All’epoca gli inglesi erano
convinti che Nogara stesse cercando di
trasferire le quote di due società immobiliari
francesi di proprietà del Vaticano alla
società svizzera, per evitare che il governo
francese le bloccasse in quanto risorse nemiche.
Qualche anno prima, nel 1943, gli
inglesi avevano già accusato Nogara di
“giocare sporco”, e si erano convinti che
l’avvocato avesse trasferito le azioni di una
banca nelle mani di Proima per “mascherarle”
e far credere che la banca fosse controllata
dai neutrali svizzeri. L’operazione
fu descritta come “manipolazione” delle
finanze vaticane “a fini politici non pertinenti”.
Sicurezza finanziaria
Il denaro ricevuto da Mussolini ha avuto
un’importanza fondamentale per le finanze
vaticane. “In quel modo la Santa Sede
diventò finanziariamente sicura, e non sarebbe
mai più stata povera”, scrive lo storico
di Cambridge John Pollard nel suo L’ obolo di Pietro. Le finanze del papato moderno:
1850-1950 (Corbaccio 2006). Fin
dall’inizio Nogara mostrò un grande spirito
innovativo nell’investire il denaro del
Vaticano. Secondo alcuni documenti del
1931, l’avvocato aveva infatti fondato una
società offshore in Lussemburgo a cui trasferire
il patrimonio immobiliare che stava
accumulando in Europa. La società fu
chiamata Groupement Financier Luxembourgeois,
da cui deriva l’odierno Grolux.
Nel 1929 il Lussemburgo era stato uno dei
primi paesi a costruire un paradiso fiscale
per le aziende. Il ramo britannico della
nuova società, chiamato British Grolux, fu
incorporato l’anno successivo. Con l’inizio
della seconda guerra mondiale e il rischio
di un’invasione tedesca, le operazioni in
Lussemburgo – e con queste, verosimilmente,
il controllo della British Grolux –
furono spostate negli Stati Uniti e nella
neutrale Svizzera.
Gli investimenti nel Regno Unito derivati
dal denaro di Mussolini, insieme alle
altre holding europee e alle attività di commercio
di valuta, sono gestiti oggi da Paolo
Mennini, un funzionario papale che vive a
Roma. In sostanza Mennini è il banchiere
commerciale del papa, ed è a capo di
un’unità speciale interna al Vaticano chiamata
Sezione straordinaria dell’amministrazione
del patrimonio della sede apostolica,
che gestisce il cosiddetto “patrimonio
della Santa Sede”. Secondo un rapporto
pubblicato nel 2012 dal Consiglio
d’Europa sullef inanze del Vaticano, i beni
gestiti dall’unità speciale di Mennini superano
i 680 milioni di euro.
Se in tempo di guerra la segretezza
sull’origine fascista della ricchezza del papato
poteva anche essere comprensibile,
non è chiaro il motivo per cui il Vaticano
abbia poi continuato a mantenere il più assoluto
riserbo sulle sue holding nel Regno
Unito, perfino dopo la riorganizzazione
della sua struttura finanziaria del 1999. Il
Guardian ha chiesto al rappresentante del
Vaticano a Londra, l’arcivescovo Antonio
Mennini, come mai la Santa Sede abbia
continuato a mantenere il segreto sui suoi
investimenti immobiliari nella capitale
britannica, e in che modo il papa spende i
ricavati di queste attività. Coerente con la
sua tradizione di silenzio e segretezza, il
portavoce della Chiesa cattolica romana ci
ha fatto sapere che il nunzio non ha intenzione
di rilasciare commenti sull’argomento.
David Leigh, The Guardian
pubblicato su Internazionale e ripreso su pasquinoweb
(edited)
Milano paga e tace
COME LA PALERMO DEGLI ANNI OTTANTA:
5MILA VITTIME DI USURA MAFIOSA E MENO
DI 10 DENUNCE ALL’ANNO. COLPA DELLE
BANCHE E DI UNO STATO CHE LASCIA SOLI
COME LA PALERMO DEGLI ANNI OTTANTA:
5MILA VITTIME DI USURA MAFIOSA E MENO
DI 10 DENUNCE ALL’ANNO. COLPA DELLE
BANCHE E DI UNO STATO CHE LASCIA SOLI
Quanto vale un topolino?
di Uwe Jean Heuser, Die Zeit, Germania
Due economisti hanno fatto un esperimento in cui era in gioco la vita di un topo. Volevano dimostrare che il mercato influenza il senso morale.
http://www.webethics.net/blog20130625
di Uwe Jean Heuser, Die Zeit, Germania
Due economisti hanno fatto un esperimento in cui era in gioco la vita di un topo. Volevano dimostrare che il mercato influenza il senso morale.
http://www.webethics.net/blog20130625
molto interessante
p.s. cita anche l'esperimento Milgram: per chi non ne avesse mai sentito parlare eccolo ripreso in un esperimento francese incentrato sul potere della televisione
p.s. cita anche l'esperimento Milgram: per chi non ne avesse mai sentito parlare eccolo ripreso in un esperimento francese incentrato sul potere della televisione
Approfondimento interessante presente sul numero di Valori sullo Shale gas, detto anche fracking:
http://issuu.com/periodicivalori/docs/093
http://issuu.com/periodicivalori/docs/093