Azərbaycan dili Bahasa Indonesia Bosanski Català Čeština Dansk Deutsch Eesti English Español Français Galego Hrvatski Italiano Latviešu Lietuvių Magyar Malti Mакедонски Nederlands Norsk Polski Português Português BR Românã Slovenčina Srpski Suomi Svenska Tiếng Việt Türkçe Ελληνικά Български Русский Українська Հայերեն ქართული ენა 中文
Subpage under development, new version coming soon!

Subject: Cosa state ascoltando?

2025-11-20 17:46:42



(edited)
2025-11-28 17:06:59








2025-11-30 18:39:26











bonus track in preparazione alle nefandezze sanremesi:
2025-12-03 13:49:41
"Suona come se tua madre fosse appena morta"




Che poi è anche la risposta alla domanda: ma l'iperassolo celebre di Gilmour da quale sacco è, anche, venuto fuori? :)




(edited)
2025-12-18 19:07:04
2025-12-29 19:04:36


2026-01-04 19:34:41


2026-01-18 18:03:22
@The_Cranberries

It has been 8 years since our friend and bandmate passed away. It doesn't get easier with time but focusing on the many positive memories and hearing her unique, awe inspiring voice helps to keep the sadness at bay.

Love always, Ferg, Noel and Mike

Photo by Andy Earl.


2026-01-26 18:52:11
Ogni anno che passa questa canzone suona più sinistra.
Capolavoro di testo, a prescindere




metto pure il live toh

(edited)
2026-01-26 18:57:54
davvero notevole
2026-01-31 14:35:18
Ricorderemo i nomi. La ballata civile di Bruce Springsteen, per le strade di Minneapolis
di Massimo Bernardini


Ascoltandola, è impossibile non tornare indietro. A quando le canzoni raccontavano storie che facevano male, e proprio per questo restavano. Rincuora non perché risolva qualcosa, ma perché ci ricorda che l’arte può ancora stare “a caldo” dentro la storia, come una mano posata su una spalla mentre tutto trema

L’aspettavamo come il pane, da un artista americano, un gesto così, di getto, senza troppi calcoli o mediazioni. Non una dichiarazione, non un post, non l’indignazione via mass media, ma un gesto d’arte. Una canzone fatta in fretta, registrata in fretta, messa lì come si mette un fiore su un luogo di morte o una candela accesa nel vento. “Streets Of Minneapolis” arriva così, e per questo colpisce: perché non chiede il permesso, non cerca l’equilibrio, non media.
Dice. Ricorda. Chiama per nome.

Bruce Springsteen ha scritto il brano sabato, l’ha inciso domenica, lo ha pubblicato subito dopo. Un tempo che è quasi un atto morale: quello della reazione immediata, della responsabilità dell’artista che non aspetta che la cronaca si raffreddi o che l’indignazione si diluisca. Lo dedica a Minneapolis, agli immigrati innocenti, e soprattutto a due nomi propri, Alex Pretti e Renee Good. Non simboli, non astrazioni: persone. È qui che la canzone smette di essere commento politico e diventa ballata civile, nel senso più antico e nobile del termine.

Ascoltandola, è impossibile non tornare indietro. A quando le canzoni raccontavano storie che facevano male, e proprio per questo restavano. A Bob Dylan che all’inizio degli anni Sessanta metteva in musica la cronaca nera dell’America profonda in “The Lonesome Death of Hattie Carroll”, “Only a Pawn in Their Game”, “Oxford Town”. Non slogan, ma racconti. Non proclami, ma domande lanciate nel buio. E poi a quell’altra ferita ancora aperta, “Ohio”, scritta e incisa di getto nel maggio del 1970 da Crosby, Stills, Nash & Young dopo l’eccidio di studenti alla Kent State University: “Four dead in Ohio”. Anche lì i nomi dei protagonisti, i corpi, il sangue che non può essere nascosto sotto il linguaggio ufficiale. Come Fausto Amodei nel 1960 con “Per i morti di Reggio Emilia”, gravida di slogan e di memorie resistenziali ma scritta a caldo, in occasione dei moti popolari di luglio contro il governo, che coinvolsero molte città italiane in scontri sanguinosi e che provocarono quei morti citati nome per nome dalla canzone.

Springsteen sceglie la stessa strada. Musicalmente torna a una nudità che richiama inevitabilmente “Streets of Philadelphia”: voce in primo piano, un impianto acustico dolente, quasi trattenuto, che poco alla volta diventa rock ballad corale. Ma se allora il dolore era intimo, privato, qui è collettivo e apertamente politico. Minneapolis diventa una “città in fiamme”, occupata da un esercito che non parla più il linguaggio della comunità ma quello della repressione. “ICE out now” non è un ritornello: è una frase urlata sottovoce, una preghiera rovesciata, un ordine morale.

La forza della canzone sta soprattutto nel modo in cui smonta la narrazione del potere. Alla “legittima difesa” oppone i telefoni, i fischietti, gli occhi dei cittadini. La tecnologia quotidiana — quella che teniamo in tasca — diventa testimonianza, contro le “dirty lies” dei vertici politici. È un passaggio cruciale: non c’è retorica, non c’è ideologia astratta. C’è il sangue contro le parole, i video contro i comunicati.

E poi c’è il finale, che è una promessa più che una conclusione: “Ricorderemo i nomi”. È la frase che tiene insieme tutto. Ricordare i nomi è l’atto minimo e massimo della giustizia possibile quando la giustizia sembra venire meno. È dire che quelle morti non scivoleranno via nel rumore di fondo, che qualcuno se ne fa carico, almeno con una canzone. E quando Springsteen, dal palco del Light of Day Festival, dedica The Promised Land a Renee Good, madre di tre figli, cittadina americana, chiude il cerchio: la promessa americana non è uno slogan inciso nei monumenti, ma una responsabilità quotidiana che può essere tradita.

Per questo “Streets Of Minneapolis” rincuora. Non perché risolva qualcosa, ma perché ci ricorda che l’arte può ancora stare “a caldo” dentro la storia, come una mano posata su una spalla mentre tutto trema. Che qualcuno, finalmente, usa la propria voce non per commentare il mondo, ma per entrarci dentro. Come facevano le ballate di una volta. Come se quelle strade, oggi, non fossero poi così lontane.


https://youtu.be/wWKSoxG1K7w?si=NKve3OrNbHD-jl8d

Un'altra interessante, imho, riflessione... spiega bene perché Trump se ne può tutto sommato fregare delle varie Taylor Swift
(edited)